XIV Per annum: Agnelli in missione

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Maternità

Quello che i padri della Chiesa chiamavano il “Libro della consolazione di Israele” (Is 40–66) si avvia alla sua conclusione. Prima dell’ultima scena che vede il grande raduno finale di Israele e di tutti i popoli a Gerusalemme (Is 66,15-24), si alza gioioso l’invito a contemplare la maternità prodigiosa di Gerusalemme. In un solo istante, senza provare le doglie del parto, lei genera i suoi figli, un popolo intero. Autore nascosto di un tale parto prodigioso è la sorgente di ogni fecondità in cielo e in terra, colui che apre e chiude il grembo di ogni realtà. Egli ha messo in moto il ritorno dei suoi figli dall’esilio babilonese a Gerusalemme (538 a.C.). Ha aperto il grembo di Gerusalemme perché desse vita a un popolo rinnovato, che inizia una nuova avventura col suo Dio sul proprio suolo.

Rallegratevi

«Rallegratevi con Gerusalemme voi tutti che l’amate!». Un invito corale a tutto Israele e a tutte le nazioni che hanno visto il lutto del popolo condotto in esilio e che ora lo vedono ritornare a casa, in una nuova nascita. Gerusalemme ritrova la gioia e la fecondità. Attorno a lei sono invitati a radunarsi le persone e i popoli che vogliono rivivere la vita nuova: essere consolati come lo è stata lei da parte del suo Signore YHWH.

YHWH ha generato Gerusalemme e lei, a sua volta, darà alla luce un popolo nuovo. Il “Libro della consolazione” (Is 40–66) si era aperto con l’invito a consolare/nḥm il popolo in esilio, annunciandogli il prossimo ritorno in patria (Is 40,1 naḥămû naḥămû ‘ammî). Ora l’invito è a partecipare della gioia, della fecondità, della consolazione ottenuta. YHWH indirizza verso di lei come un torrente in piena la “pace/šālôm”, la “ricchezza/gloria/kābôd” dei popoli che la circondano con amore.

Consolazione

YHWH ha consolato Gerusalemme dal suo lutto facendo rifiorire in lei la maternità, la fecondità straordinaria che si allarga a tutte le nazioni. Tutti verranno a lei per nutrirsi al suo seno abbondante, al latte nutriente dell’istruzione/torah che esce da lei (cf. Is 2,1-5). Per tutti ci sarà gioia, la pace/šālôm come la totalità dei beni divini. Non ci sarà solo nutrimento ma anche tenerezza, carezze di YHWH che passano attraverso le dita della sua sposa che gocciolano di mirra (cf. Ct 5,5).

Tutti coloro che amano la presenza di YHWH nella città che egli ha voluto scegliere come luogo della sua residenza, simbolo vivente di riconciliazione, di pace, di dialogo e di convivenza sinfonica delle ricchezze dei popoli si rallegreranno. Sentiranno di aver trovato una madre feconda, che nutre e alleva con amore, che accarezza le ferite, gli smarrimenti, il freddo dei cuori lontani da YHWH e dalla pace fra gli uomini. Il mondo disgregato troverà in lei il coagulo che farà nascere un mondo nuovo di riconciliazione fra gli uomini e con Dio. Relazioni fraterne, conviviali, consolate e rasserenate.

Risurrezione

L’ira, la rabbia, la discriminazione, gli esili e le mancanze di dialogo saranno superate nel prodigio di una nascita miracolosa, che si realizza in un giorno solo, miracolo di YHWH. Sarà come una risurrezione dai morti, quella intravista da Ezechiele in un’impressionante scena profetica (cf. Ez 37). Il cuore rifiorirà come erba fresca, nuova, dal verde brillante. Vita che nasce come pasqua dalla morte dell’esilio. Una scena incredibile. Rapirà il cuore, lo soffocherà dalla gioia.

Tutti conosceranno per esperienza propria, conoscenza amorosa e riconoscente, quanto YHWH ha fatto con coloro che lo hanno servito nella liturgia della vita, obbedienti alle sue indicazioni di libertà, pur essendosi persi spesso nei propri sentieri interrotti di prigioni dorate di narcisismo e di sventurata autocentratura.

Servire YHWH, onorarlo, seguire le sue vie porterà alla pasqua di risurrezione. I nemici della vita, gli amanti degli esili e delle schiavitù scelti per sé e imposti anche agli altri, vedranno solo lo scenario nero dell’“indignazione/za‘m” di YHWH, che di fatto coincide con le disastrose conseguenze delle proprie scelte scellerate che scambiano l’ebbrezza di una libertà svincolata da ogni legame d’amore con la vera libertà segnata dall’eliminazione dei propri vizi e dall’impegno fattivo verso la vita fraterna sotto il calore materno e paterno di YHWH.

Egli è madre che accarezza e consola, ma anche padre che consola con mano ferma e liberatrice: «Io, Io sono il vostro consolatore» (Is 51,12).

Chi ama YHWH e la sua sposa non può non amare la Gerusalemme terrena e celeste mescolate insieme in un groviglio di santità e gioia, guerra e inimicizia, stordimento di sentimenti esasperati e spazio di consolazione per la fedeltà di YHWH alle sue promesse.

Città di pace, città striata di odi e di appropriazioni indebite, città delle promesse che legano terra e cielo, presente ed eternità.

Città di pasqua, di morti e di esili, di ritorni e di conviti fraterni.

Il sogno traspare tra le lacrime del presente ancora segnato dal cammino faticoso. La promessa di YHWH resta però incrollabile. Matura nella storia e fiorisce con la vita di quanti amano Gerusalemme.

Gioite per essa, gioite in essa, sfavillate di gioia per lei, madri di tutti.

Tutti là siamo rinati.

In te sono le nostre sorgenti.

Madre del bell’Amore.

Messe abbondante

Dopo aver chiarito le esigenze radicali della sua sequela (Lc 9,57-59) e aver in precedenza inviato i Dodici in una prima missione di prova (9,1-6), Gesù/“il Signore” risorto, designa – attraverso la comunità, il verbo è lo stesso della scelta di Mattia in At 1,21-25 – settantadue fra i discepoli del gruppo allargato che lo seguono per rinviarli in missione esplorativa. Il loro numero allude a quello delle genti secondo la tradizione ebraica. È una missione che deve anzitutto raccogliere Israele, missione prepasquale limitata nell’orizzonte spaziale ma universale nell’indicazione simbolica del numero.

Gesù/Il Signore constata che il grano è maturo per essere raccolto. In abbondanza. Manda i suoi ad annunciare la Parola, a seminare il seme della parola che prodigiosamente combacia con la maturazione delle persone. La semina è simultanea alla mietitura. La gioia è grande, preannunciata già dal Profeta Amos (Am 9,13; cf. Gv 3,36).

L’annuncio della Parola è già mietitura, è già salvezza. Non mancano i campi che attendono il seme, le persone e i popoli in attesa della Parola. Mancano invece seminatori e mietitori maturi grazie alla loro frequentazione vitale del Maestro e Signore Gesù.

C’è urgenza. Si tratta di scegliere fra la vita e la morte. La Parola va annunciata e la messe mietuta. Altrimenti marcisce e non produce frutto, implode da vitalità e apertura all’entropia della chiusura su se stessi e sulle proprie anguste prospettive.

Agnelli sobri e “leggeri”

L’equipaggiamento degli “operai/ergatas” consiste innanzitutto nella preghiera, perché il Padre tocchi il cuore delle persone e le apra all’accoglienza della Parola e del Regno. L’atteggiamento spirituale di fondo sarà accompagnato da un’impostazione psicologica nutrita da esso: mitezza, propria degli agnelli mandati in mezzo ai lupi.

La missione dei settantadue si realizza all’interno dello spazio limitato della missione prepasquale, i villaggi della Galilea. Ma i nemici non mancano. Cercano la violenza, la sopraffazione, l’eliminazione di chi porta un parola controcorrente, che annuncia il vero volto del Dio di Israele, attento ai piccoli, ai poveri, ai peccatori. Lupi contro agnelli. Lupi feroci contro agnelli non violenti, ma non per questo imbelli. Forti della Parola di vita, i missionari propongono senza imporre, annunciano a cuori liberi di scegliere fra vita e morte per troppa “umanità”.

L’equipaggiamento dei missionari deve essere sobrio. Non confida nella potenza dei mezzi, ma nell’efficacia della Parola. Si fida dell’accoglienza dei correligionari; vuole e deve anzitutto fare esperienza di umanità condivisa, prima e insieme a quella dell’annuncio del vangelo.

Dopo la Pasqua, i campi da evangelizzare si amplieranno a dismisura – Luca lo sa bene per aver scritto anche la seconda parte della sua opera, gli Atti degli Apostoli –, ma l’evangelista conserva le norme per l’equipaggiamento date da Gesù Signore prima della Pasqua. Sono un punto di rifermento che deve rimanere normativo per sempre nella comunità cristiana, valido non nella sua materialità ma normativo nelle priorità dei valori in ballo.

Il ritmo della missione sarà sempre alto, senza essere ossessivo. La Parola ha urgenza di essere annunciata a tutti e non può subire ritardi prolungati in saluti mediorientali che possono raggiungere anche i sette giorni… (cf. Gen 24,52-59, il “rallentamento” di dieci giorni che Làbano e Bètuel vorrebbero imporre al servo di Abramo che aveva trovato presso di loro la moglie per Isacco, o l’estenuante dilazione che Raguel propone all’angustiato Tobia oltre i quattordici giorni delle feste nuziali raccontata in Tb 10).

Shalôm

Il missionario annuncia il vangelo, la buona notizia della vita che Gesù Signore offre da parte del Padre. Vita fraterna, di risorti. Vita di accoglienza, di solidarietà, di apertura al futuro che Dio Padre riserva ai suoi figli. La pace/šālôm che egli offre è tutto ciò che di bene il regno di Dio possa prevedere. Il meglio dell’amore, della vita vissuta insieme con Dio.

I missionari saranno sobri e non sfarfalleranno di casa in casa dando adito a chiacchere di un possibile sfruttamento delle famiglie e delle situazioni. Annunceranno la pace a partire da una sola base operativa, accogliendo e nutrendosi di quello che le famiglie metteranno loro davanti di propria iniziativa (v. 7 lett.: “mangiando e bevendo le cose a partire da loro/le cose che vi daranno/ta par ’autōn”, para + genitivo). Ai discepoli missionari Gesù prospetta non solo ostilità ma anche accoglienza umana e fraterna (sacra in Medio Oriente).

L’annuncio della Parola sarà sempre accompagnato – normativamente! – dalla cura delle persone in difficoltà. L’annuncio del vangelo e la promozione umana camminano insieme, a piedi giunti. Non c’è schizofrenia possibile nell’uomo che accoglie la parola. Gesti di cura, di custodia e di guarigione annunciano che l’umanità è chiamata a diventare sempre più, oltre che “immagine/ṣelem” di Dio, anche sua “somiglianza/demût”. Il vangelo annuncia e fa sperimentare il bene complessivo, olistico, un’“ecologia umana integrale” che sola può esser significativa anche ai nostri giorni.

Polvere di responsabilità

Al possibile rifiuto incontrato, i missionari dovranno rispondere con animo sereno ma fermo, con un atteggiamento che mette tutti di fronte alle proprie responsabilità, nella verità.

I missionari della buona notizia non vogliono avere nulla a che fare con la scelta di morte che la gente farà col voler rimanere “pagani”, esterni, non toccati dal regno di Dio che viene con potenza. Come l’ebreo che rientrava nella terra santa di Israele dopo aver percorso i territori abitati dalle genti si scuoteva anche la polvere dai calzari, così farà il missionario nei confronti di coloro che sceglieranno di non calcare la terra santa del vangelo del Regno. Barnaba e Paolo osserveranno alla lettera questa indicazione di Gesù Signore dopo essere stati scacciati da Antiochia di Pisidia (At 13,51).

Non c’è rabbia o violenza nei missionari. C’è ferma serenità d’animo mista al dolore per vedere rifiutata l’offerta della vita, quel Regno che verrà in ogni caso con potenza “automatica” (cf. Mc 4,28).

Alla fine dei giorni ognuno raccoglierà il frutto delle proprie libere scelte. La tragica possibilità di ripetere gli errori e la fine disastrosa di Sodoma, chiusa all’ospitalità e violenta verso i viandanti (Gen 19,1-29), è sempre viva.

Chi si chiude imploderà nel fuoco della propria pochezza. Asfissierà per mancanza d’aria fresca. Spetta agli uomini evitare tutto ciò, e all’imperscrutabile scelta finale di YHWH/il Padre in rapporto alla sua misericordia… Di certo, fin d’ora l’aria sarà per gli uomini di qualità pessima, carica dei miasmi di odio, di chiusura, di ristrettezza mentale e di cuore. Umanità amputata che non merita di continuare a vivere.

Gioia per i nomi nei cieli

I discepoli tornano da Gesù con gioia, riferendogli la vittoria liberatrice della Parola sul maligno che richiude l’uomo nella schiavitù delle sue misere piccole libertà. Gesù concorda con il bilancio espostogli dai missionari: dove è annunciato e accolto il vangelo del vita, l’Avversario/Satanas è vinto senza scampo. Da diabolos egli vuole dividere l’uomo da Dio come ha fatto con Adamo ed Eva nel Giardino Originario e che continua a fare con gli uomini di tutti i tempi. Ma il Vangelo accolto unisce a Dio e sconfigge il Divisore. Per lui non c’è più posto nei “cieli”, cioè presso Dio. Il suo posto, come creatura angelica sviata e disobbediente, è nell’ambito del non-divino, l’ambito chiuso a Dio, la “terra” (e sottoterra…).

Nei “cieli” rimangono invece scritti per sempre “i nomi”, cioè le persone degli annunciatori (di chi ha accolto la Parola del Regno). Gli uomini che annunciano e accolgono il vangelo non sono iscritti solamente nel libro della vita, ma sono in Dio, sono figli di Dio. Rimangono per sempre nel Giardino Definitivo, il gan, il giardino pensile proprietà particolare del Grande Re.

È il giardino approntato per la sposa. È il giardino nel quale il Re scende a inebriarsi dei suoi frutti e dei suoi profumi (cf. Ct 4,12–5,1).

Chi accoglie il vangelo entra nella Gerusalemme feconda di figli, consolante e materna col suo cibo e con le sue carezze.

Chi accoglie il vangelo entra nel Giardino del Grande Re.

Un torrente di popoli, un fiume di gloria si apre la strada nella sua frescura.

La Madre attende tutti.

La Sposa accarezza i figli con mani colanti mirra (cf. Ct 5,5),

Gerusalemme terrena, trasparenza di Cieli.

Trasparenza di Dio.

La sposa del Grande Re.

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