XV Per annum: a scuola dalla natura

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Non sarà forse il caso di guardare con più attenzione alla terra e alla sua gloriosa fecondità? Me lo sono chiesto davanti alle letture che ci propone la liturgia di questa domenica, largamente incomprensibili se non si ha familiarità con i campi, gli orti, i giardini.

Mi è capitato di leggere una volta che l’invenzione dei parchi nelle città nacque nel corso del Settecento, quando l’inizio della “rivoluzione industriale”, che produsse quelle terribili periferie che si vedono ancora oggi, stava creando nella gente la paura di perdere il contatto con la bellezza e la vitalità della natura. Si pensò che fosse opportuno, se non necessario, conservare almeno sotto gli occhi una “reliquia” del mondo nella sua varietà vegetale, così da temperare lo sfregio causato da macchine e progresso. Sacrosanta verità, che forse si torna a ricuperare davanti alla devastazione dell’ambiente, giunta ormai a livelli non più tollerabili.

Ricordo di aver letto in un romanzo che il protagonista, essendo stato trovato a vangare attorno ai muri di una scuola, a chi gli chiedeva il perché di quel gesto, rispose: «Sto preparando il terreno per seminarvi dei fiori, perché un bambino che cresce guardando i fiori, da adulto vedrà il mondo con altri occhi».

Parlo per esperienza, e conosco benissimo ciò di cui parlo. Nato in un borgo di campagna, più che la casa, della mia infanzia e fanciullezza ricordo con nostalgia i grandi spazi aperti di prati e campi, che poi si coprivano di grano e granoturco, le risaie dove la lama d’acqua rifletteva come in uno specchio il cielo, gli argini tra le rogge, folti di frasche che evocavano il mistero, i perfetti filari di pioppi come una processione, i profumi dell’orto dove le verdure crude facevano la gioia del palato e i fiori quella degli occhi. Non è certo un caso che il Salmo 64, oggi proclamato dopo la prima lettura, suscita sempre in me un istintivo entusiasmo, con quel finale glorioso: «Stillano i pascoli del deserto * e le colline si cingono di esultanza. / I prati si coprono di greggi, * le valli si ammantano di messi: * gridano e cantano di gioia».

Rispetto e pazienza

Il brano di Is 55,10-11 introduce molto bene le letture di questa e delle due domeniche successive, dove saranno presentate le parabole del Regno in Mt 13, di cui quattro su sette sono legate all’immaginario dei campi e di ciò che vi accade, a partire dalla semina. Ma i due versetti di Isaia contengono già un messaggio importante, che ci rivela come la natura sia in verità una scuola.

La prima cosa da imparare è che non siamo noi i protagonisti della creazione, dietro la quale c’è l’operato di Dio. La pioggia e la neve scendono dal cielo, e vi risalgono, creando così un ciclo vitale, dove queste forze fecondatrici operano i loro effetti benefici senza consumarsi, ma rigenerandosi di continuo, e questa è una grande lezione per chi è chiamato, per vocazione, a «coltivare e custodire» il creato (Gen 2,15). Questi due verbi hanno una rilevanza così grande che dovrebbero essere tenuti ben presenti così da attenuare i possibili effetti disastrosi, di cui tutta la storia è testimone, che possono essere ingenerati dall’invito a «soggiogare e dominare» la terra del primo racconto della creazione (Gen 1,28).

Il tema della “custodia” è cruciale e decisivo: è l’atteggiamento di rispetto di chi non si sente padrone, ma “responsabile” di ciò che non è suo, ma che viene affidato alle sue cure, sia che si tratti di persone sia di cose!

E insieme al rispetto viene la pazienza di chi sa che la natura opera con i suoi ritmi, che non possono essere forzati, anche se è lecito stimolarli, ma con misura. Come scrive l’apostolo Giacomo prendendo a modello proprio chi lavora la terra: «Siate dunque costanti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge» (Gc 5,7).

Isaia usa il meccanismo della natura per spiegare come funziona la parola di Dio quando scende su di noi come pioggia o neve. Il vangelo ci dirà poi quale sia il compito del terreno che l’accoglie, ma questo viene in seconda battuta, che non deve mettere in questione la forza e il vigore intrinseco della parola, che viene prima.

Attesa

La seconda lettura (Rm 8,18-23), che potrebbe sembrare a tutta prima volare in un altro universo, si collega invece molto bene alla prima proprio nel tema dell’attesa, imparare la quale è, come si è appena detto, una grande lezione che ci viene dal modo di operare della natura.

La creazione va vista in un perenne stato di lavori in corso, ai quali siamo chiamati a collaborare perché essa è marcata dalla caducità e dalla corruzione. Ma il traguardo si chiama “liberazione” da questi due mali. Attendere ha sempre un aspetto misto di sofferenza e di gioia: primo perché la nostra voglia di possedere ciò che desideriamo è mortificata, e però, d’altra parte, l’orizzonte grandioso verso cui si orienta l’attesa ha una potenza dinamica ineguagliabile. È questo che fa dire a Paolo che «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi».

L’immagine del “parto”, già usata da Gesù (Gv 16,21), include un misto di dolore e di gioia, ma è ben nota la catena tribolazione > pazienza > virtù provata > speranza di Rm 5,3-5, una speranza che «non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato», quello Spirito di cui la lettura di oggi ci dice che comunque «possediamo le primizie».

Il seminatore e il seme

Il vangelo (Mt 13,1-23) nella forma lunga prevede tre sezioni: la parabola del seminatore, il problema del perché Gesù parla in parabole, e la spiegazione della parabola (parte che può essere omessa, ma non credo sia il caso). È una pagina che, apparentemente, non presenta particolari difficoltà esegetiche.

Se mai, la figura del seminatore, così come è descritta da Gesù, può suscitare qualche perplessità, soprattutto nella nostra cultura dove si fanno bene i calcoli perché di quello che si usa per produrre un bene non vada sprecato niente, e semmai ci si preoccupa che venga assicurato il massimo frutto. Questo seminatore, invece, sembra uno che butta al vento la semente senza minimamente curarsi di gettarla dove c’è almeno una minima speranza che attecchisca.

Ma, alla luce di ciò che ci ha detto Isaia, secondo cui niente va perduto di ciò che cade dal cielo, il gesto del seminatore assume un altro significato, ed è quello di un’immensa fiducia nella possibilità che almeno una parte cada su un «terreno buono», e anche solo per questo il tentativo vale la pena di essere fatto. E basta questo, l’idea cioè che Dio non si comporti con noi in base al calcolo di quanto c’è in noi di potenzialità di risposta, ma piuttosto in base alla “sua” speranza, che è sempre inesauribile, per trasmetterci un messaggio consolatorio.

Piuttosto non è facile capire la risposta che dà Gesù ai discepoli che gli chiedono perché parli in «parabole». Mentre si pensa di solito che si tratti di paragoni o narrazioni dal significato allegorico che aiutano a capire il messaggio, la verità può essere il contrario: che cioè questi siano piuttosto esempi o storie, che “velano” ciò che Gesù vuol dire, e questo dovrebbe o dimostrare la sordità degli uditori che non vogliono fare lo sforzo di capire, o, proprio per il loro aspetto misterioso, acuire semmai la loro curiosità! La situazione è drammatica, perché Gesù cita Is 6,9-10 dove la chiusura degli ascoltatori è totale: è insensibile il cuore, sono duri gli orecchi, e gli occhi sono chiusi.

Potrebbe succedere anche oggi, anche a noi. Ci è mai capitato, per esempio, di sorprenderci perché, quando i protagonisti della storia sono due o più (si veda il caso della parabola del buon samaritano), noi ci mettiamo d’istinto nella pelle del personaggio positivo? Anche se accade pure, come nella parabola dei vignaioli omicidi (Mt 21,33-46), che i capi dei sacerdoti e i farisei in quel caso capiscano benissimo che Gesù si riferisce a loro, con le conseguenze che sappiamo.

Qui però, per i discepoli, dichiarati beati perché «vedono e ascoltano», viene aggiunta una spiegazione, perché non si corra il rischio – capita! – di prendere la grande generosità di Dio come un’autorizzazione a non prendere troppo sul serio quello che egli ci chiede di fare. Un po’ come ricordare che alla generosità di Dio si risponde con la nostra responsabilità!

Vengono segnalati quattro tipi di terreno, dei quali solo il quarto è quello buono. Il primo è la strada, e figura il cuore duro che non comprende perché non ascolta, dove il seme neppure entra; il secondo è il cuore superficiale, senza radici nel suolo, e basta la prima difficoltà perché il piccolo germoglio che spunta inaridisca; il terzo è il cuore curioso, avido e mutevole, dove l’ispirazione buona viene soffocata dai rovi, che sono l’eccesso di affanno per le cose mondane e il fascino delle ricchezze che travolgono la potenziale bontà del seme. Rimane la quarta soluzione, che è presto detta: ascoltare la Parola, comprenderla e metterla in pratica, tre mosse che vanno curate e coltivate.

Per questo occorre la preghiera, quanto mai chiara nella sua essenzialità: «O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme» (Colletta).

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