XVII Per annum: Quando pregate…

di: Roberto Mela
Nasconderò?

La querela giuridica (za‘ăqāh) che sale a YHWH dalle città di Sodoma e Gomorra è troppo circostanziata (cf. Gen 18,20). Troppo gravi il peccato di violazione del codice di ospitalità e di violenza sessuale compiuto abitualmente dai loro abitanti. Lo hanno commesso in passato e lo rifaranno nel c. 19 nei confronti dei tre uomini – diventati in Gen 19,1 “messaggeri/angeli/melākîm” (di YHWH) – che entrano in città.

La cosa non può passare impunita sotto silenzio.

Abramo stava accompagnando i tre misteriosi uomini per accomiatarsi da loro mentre si affacciavano sulla pianura di Sodoma e Gomorra (Gen 18,16). Nello stesso momento YHWH – che si identifica con i tre uomini e, nello stesso tempo, se ne diversifica – rimuginava tra di sé in Gen 18,17-19 – versetti che dovevano essere proclamati nella lettura liturgica, ma da molto tempo abbiamo ormai rinunciato a capire gli arcani criteri seguiti nelle scelte… – se avesse dovuto o no nascondere ad Abramo, che l’aveva appena ospitato alle querce di Mamre, ciò stava per compiere contro le due città.

Abramo lo aveva scelto perché osservasse la «via di YHWH» (cf. Gdc 2,22; 2Sam 22,22; 2Re 21,22; 2Cr 17,6; Sal 18,22; 25,4; 138,5; Pr 10,29; Is 40,3; Ger 4.5; Os 14,10), e «praticasse la giustizia e il diritto» (cf. Dt 33,21; 2Sam 8,15 1Re 10,9; 1Cr 18,14; 2Cr 9,8; Sal 99,4, 103,6; Pr 21,3; Ger 22,3.15; Ez 18,5.19.21.27), e lo insegnasse ai suoi discendenti. Ora si presentava l’occasione per fargli vedere ristabiliti la giustizia e il diritto di YHWH gravemente violati. E quindi YHWH non può farsi sfuggire l’occasione per istruire Abramo, coinvolgendolo nel processo di ristabilimento della verità delle cose, unico fondamento sul quale possono poi essere edificate in modo stabile la giustizia e la pace.

«Troppo pesante è l’accusa e troppo grave il peccato» delle due città, dice ora a voce alta YHWH, facendosi sentire probabilmente da Abramo ma senza però interpellarlo esplicitamente come interlocutore. «Voglio dunque scendere a vedere» personalmente – dice YHWH – se hanno agito del tutto conformemente alla querela che è giunta fino a me! Non sono un giudice arbitrario e neghittoso che giudica per sentito dire (cf. Is 11,3, detto del Germoglio di Iesse).

I tre uomini – che rappresentano YHWH, il giudice per le indagini preliminari – si allontanano verso Sodoma, mentre Abramo «se ne sta in piedi di fronte al volto di YHWH» (‘ōmēd lipnê YHWH). Da ospite ospitante ora si sente innalzato al ruolo di confidente e consigliere di YHWH. E non teme di interloquire con lui, faccia a faccia. Anzi, si sente in dovere di intervenire in questo frangente decisivo. Si avvicina (wayyiggaš) a YHWH e avvia coraggiosamente il dialogo con lui.

Il giusto col malvagio?

Il consigliere Abramo, quasi un giudice a latere, affronta a viso aperto YHWH e gli presenta come impossibile e inqualificabile l’eventuale volontà di fare di tutta l’erba un fascio, travolgendo “il giusto/l’innocente/ṣadddîq” insieme al “malvagio/il colpevole/rāšā‘” in una sentenza di condanna a morte che infligga indiscriminatamente a tutti la pena capitale, senza distinguere accuratamente la diversa posizione processuale degli imputati.

Vorrà forse YHWH fare giustizia sommaria, senza distinguere fra colpevoli e innocenti? Non è un atteggiamento tollerabile in un giudice delle inchieste preliminari che voglia esser coscienzioso e corretto. Occorre vedere se nella città ci siano degli innocenti, persone giuste e rette che non hanno condiviso la condotta malvagia della maggioranza dei loro concittadini. Questo è il principio giuridico fondamentale da osservare, ineludibile e inaggirabile. Poi si cercheranno anche le eventuali attenuanti, i concorsi di colpa, i diversi gradi di responsabilità nell’attuazione del crimine.

Al suq

La lunga intercessione di Abramo a favore dei giusti presenti a Sodoma – fra i quali, lui ne è certo, ci sono anche il nipote Lot con i suoi familiari – viene presentata dall’autore biblico come una scena che si può osservare al “suq/mercato” di ogni città mediorientale, anche odierna. I prezzi delle merci non sono fissati ed esposti in chiari cartellini. Tutto si deve contrattare. Il mercante si offende (cosa provata personalmente a Gerusalemme, per eccesso di ribasso richiesto…) se il cliente non acconsente a contrattare con lui e accetta immediatamente il prezzo iniziale proposto, che parte quasi sempre da una cifra molto gonfiata.

Bisogna sempre contrattare, ma il cliente deve intravedere saggiamente quando è il momento in cui non si può più ragionevolmente ottenere un ulteriore ribasso. È un gioco delle parti immancabile nella cultura mediorientale, e ognuno dei due partner deve stare al gioco.

YHWH è rappresentato nel testo come un mercante da blandire, da ammansire e da cuocere a fuoco lento, con lungaggini cerimoniose trapuntate da cuccume di thè sorseggiate lentamente. Il cliente mostra coraggiosamente il suo ardire e la sua fermezza; il mercante sfoggia amabilmente la sua falsa accondiscendenza e magnanimità. Alla fine, se non si tira troppo la corda, l’accordo lo si trova sempre, per comune interesse…

Perdonare per dieci…

Abramo inizia la trattativa ipotizzando la presenza nella città di Sodoma di cinquanta “giusti/innocenti/ṣaddîqîm” frammisti a una marea di “empi/malvagi/colpevoli/rešā‘îm”. Vorrà YHWH travolgere tutti insieme nella distruzione totale, sorvolando questa delicata situazione? Non vorrà egli “alzare (e portare via, sottintesa “la colpa”)/perdonare/tiśśā’” (< nāśā’, spesso in costruzione sintagmatica con “‘āwôn/colpa”) a tutto il luogo a causa della presenza di quei cinquanta?

Abramo è coraggioso e magnanimo, ai limiti della legalità (e anche ben oltre). Lui, uomo giusto e consigliere integerrimo di YHWH, intercede a favore dei peccatori, e chiede l’emissione da parte del giudice per le inchieste preliminari di una sentenza di non luogo a procedere per innocenza manifesta – per non aver commesso il fatto –, nei confronti dei non colpevoli e il perdono generalizzato, un’amnistia, a tutta la città a causa della presenza positiva in essa di un bel gruppo di innocenti. A questi, Abramo attribuisce quasi una capacità di intercessione e di contagio positivo che possono trasmettere anche ai concittadini malvagi/colpevoli il superamento della colpa – con la pena ad essa regolarmente collegata – e il raggiungimento dell’innocenza immeritata a causa della loro intercessione nei confronti di YHWH, grande nell’amore e nella misericordia.

Abramo si appella alla giustizia di YHWH, che non vorrà punire tutti i cittadini indiscriminatamente, ma che farà giustizia riconoscendo anzitutto i giusti come innocenti. Abramo è quasi sfrontato. Oltre a questo, egli chiede a YHWH una sentenza di non luogo a procedere, o, meglio, un pronunciamento che promulghi l’amnistia (“amnēstia = dimenticanza”). In virtù della clemenza, essa non estingue solo la pena, ma anche il reato, rinunciando a perseguirlo, come se non fosse stato mai commesso.

Appellandosi alla giustizia di YHWH (v. 25), Abramo non si appella solamente alla sua giustizia distributiva e commutativa, che è piuttosto una caratteristica della giustizia umana. Egli si appella alla giustizia biblica di YHWH, che raggiunge la sua finalità quando ricupera l’amato partner malvagio/colpevole a un rapporto rinnovato di alleanza grazie al perdono che segue al previo ristabilimento della verità – anche con misure drastiche, a volte solo annunciate, a volte attuate – nell’ambito del contenzioso bilaterale (l’intercessione di Abramo si rivela essere anche un rîb intentato… contro YHWH stesso).

Quattro

Finito di parlare con Abramo, YHWH se ne andò. A sua volta Abramo “si voltò/ritornò/šāb” verso il suo posto/luogo/limqōmô.

Come tratterà YHWH quel “luogo/hammāqôm” (18,26)? Perdonerà (wenāśā’tî) alla città (v. 26)? Il capitolo successivo, Gen 19, mostrerà la grande tragedia di Sodoma travolta dal “zolfo e fuoco/zolfo infuocato/goprît wā’ēš” proveniente da YHWH dal cielo (19,24). Gli angeli sollecitano Lot a evitare di essere travolto “nella colpa/nel castigo/ba‘ăwôn” della città (19,15). “Per un atto di compassione di YHWH/beḥemlat YHWH” (19,16) essi lo fanno uscire dalla città, prendendolo per mano (19,16). Mettono in salvo Lot, la moglie e le due figlie. Quattro persone in tutto. Nella sua sfiancante trattativa, l’intercessione di Abramo si era arrischiata a ipotizzare la presenza in città di almeno dieci persone innocenti/giuste… (18,32). E lì si era fermato. Non era stato sfrontato a sufficienza.

L’azione di YHWH salva i giusti/innocenti e non li travolge indiscriminatamente assieme ai malvagi. La verità va ristabilita, la gravissima colpa dell’inospitalità e della violenza sessuale va punita e non passata ingiustamente sotto silenzio. Il buon rapporto con YHWH non può essere ristabilito passando sopra la colpa commessa. Il male va riconosciuto dal colpevole e distrutto.

Non si menziona alcun ravvedimento di Sodoma. I malvagi vengono travolti insieme al loro male. Verrà il tempo in cui si distinguerà il peccato dal peccatore. Ora è il momento di far vedere l’enormità della colpa commessa, che non può restare impunita prima del ristabilimento del rapporto di alleanza con YHWH.

Teologia narrativa

La pericope di Gen 18,20-32 è un brano di teologia narrativa eziologica, non di teologia speculativa. A partire dalla constatazione di un evento/nome/situazione – in questo caso il panorama lunare offerto dalla landa spettrale in cui si trovano Sodoma e Gomorra –, l’autore rielabora un antico racconto a sua disposizione che tentava di spiegare la causa (gr. aitia) di questo stato, individuandola nella punizione inflitta da YHWH al grave peccato delle due città.

Raggiuta la “verità” del racconto, bisognerà risalire alla verità del referente extradiegetico, il personaggio esterno al racconto a cui esso si riferisce. In questo caso, YHWH. La verità su questo personaggio si raggiungerà elaborando la metafora del racconto e rapportandola all’insieme dei dati disponibili su YHWH, ricavabili dall’insieme del libro della Genesi, dei cinque libri del Pentateuco e dell’AT nel suo insieme.

La “verità” del personaggio principale del racconto metaforico non combacia immediatamente con la verità del protagonista extradiegetico. È evidente che YHWH/Il Padre non è un mercante mediorientale da blandire tirando sul prezzo e da ammansire nella sua tirchieria/cattiveria, una persona che va distolta da una volontà punitiva per inclinarla ad una compassionevole, tentando di piegare la sua volontà a quella dei “clienti”.

Intercessione

Abramo intercede. Prega intercedendo, allargando il suo cuore a farsi carico della situazione del peccatore, del malvagio, pregando e agendo a suo favore. Presenta a YHWH la situazione delle persone, striando il proprio cuore con una solidarietà “redentrice” e non certo con una complicità peccatrice.

YHWH non uccide alcun innocente e va ben sotto l’ultimo prezzo lanciato da Abramo (quattro innocenti, neppure dieci…). Non ha trovato in Sodoma neppure dieci innocenti. YHWH non è ingiusto, non è né arbitrario né dispotico. Il male va annientato e la verità delle cose e dei valori in campo va ristabilita, in vista della ricomposizione di un rapporto di alleanza (“giustizia”) che avvenga sotto il segno della verità e non nella mera “copertura” della colpa, che falsifica la situazione e le coscienze, ammorba l’aria e avvelenando i pozzi.

Grande e onorevole è invece l’intercessione del giusto Abramo verso persone ingiuste. Un’intercessione da ammirare e da prolungare da parte del lettore, che avrà intercettato il punto focale del racconto.

Verrà il tempo in cui YHWH/Il Padre farà dei passi ulteriori nella sua “compassione/ḥemlāh” (Gen 19,16).

Sarà il tempo del Figlio, l’Innocente e Senza-peccato, cha “diventerà peccato” prendendo su di sé il peccato degli uomini (cf. 2Cor 5,21), la situazione gelida della lontananza da Dio (“maledizione”, cf. Gal 3,13).

Con Gesù, il grande Intercessore misericordioso e degno di fede (cf. Eb 2,17), andrà tutto bene.

Nessuno si farà male.

Padre nostro

La prima tranche della catechesi dell’evangelista Luca sulla preghiera (Lc 11,1-13) – da completare con quella presente in Lc 18,1-14 – è contestualizzata in un’atmosfera di preghiera nella quale Gesù è immerso. Riemerso dal colloquio col Padre, egli è sollecitato dai discepoli a condividere la sua esperienza, insegnando anche a loro come rapportarsi al Padre con una preghiera corretta. Anch’essi sentono il bisogno di allineare il cuore e la volontà a quelli del Padre, come hanno visto e percepito nella preghiera e nell’azione di Gesù.

La preghiera del Padre nostro che Gesù insegna ai suoi appare nel Vangelo di Luca come una condivisione di esperienza più che un insegnamento didattico ben strutturato. Il Padre nostro si presenta, nella forma scarna e probabilmente originale di Luca, come uno schema di preghiera, più che come una formula in sé completa.

Si tratta di riconoscersi persone non onnipotenti ma figli bisognosi. Bisognosi di paternità che viene dall’alto, dal di fuori di una paternità puramente umana. Una paternità celeste che si espande su tutti personalmente ma considerati all’interno di una comunità di persone che vogliono crescere e camminare insieme come popolo dei figli di Dio. La preghiera appare nel Padre nostro soprattutto come preghiera di richiesta. Non è l’unico stile di preghiera presente nei testi dell’AT.

Al Padre celeste si chiede che compia anzitutto in prima persona ciò che più gli sta a cuore. Che compia i suoi interessi. Allora all’uomo andrà tutto bene.

Al Padre celeste si chiede, con alcuni passivi divini, che sia lui stesso a mostrare l’alterità della sua persona, la sua santità, rispetto al mondo degli uomini. La dimostri riportando a casa il popolo umiliato nell’esilio, facendolo tornare dalla terra straniera e dalla profanazione del suo Nome Santo alla patria del suo cuore di padre e di pastore (cf. Ez 20,41; 24).

Sia lui stesso a far venire nel mondo il suo regno di vita e di amore, di liberazione dell’uomo dal male che egli stesso si procura con le sue scelte errate, con le quali ha già ferito il mondo “originale”, allontanandolo dal paradiso/Padre celeste. Che il Padre compia lui stesso la sua volontà, ciò che più gli sta a cuore. Questo è ciò che più importa al credente che si pone in preghiera. Se si realizza questa, all’uomo andrà bene nei suoi giorni sotto il sole. Saranno sensati e pieni di fiducia, anche se dovessero comprendere giorni di tenebre, sofferenze di mali non paradisiaci.

Pane e perdono

Gli uomini sono figli di Dio. Lui sta in cielo, l’uomo sta sulla terra, diranno i rabbini. Gli uomini hanno bisogno che il Padre doni loro gli elementi fondamentali della vita, dai quali nascerà il pane dell’uomo, ottenuto col sudore della fronte. L’uomo non ha bisogno di sovrabbondanza, ha bisogno di provvidenza. Non l’accumulo, ma la custodia amorosa, quotidiana dei passi.

Non basta però il pane, occorre il senso del mangiare, la direzione del camminare. Un cuore “in debito” con Dio e con i fratelli, “peccatore”, un cuore che ha fallito il bersaglio con una mira che volge mestamente verso il basso, non potrà vedere lucidamente il fine dei giorni, la luce del cammino. Ha bisogno di affidabilità, grazia, di prevenienza d’amore, di perdono che riscatta e non umilia, ma rimette in piedi nella fiducia rinnovata.

L’impegno è reciproco. Anche gli uomini si impegnano a offrire il perdono, prima e dopo averlo ottenuto dal Padre. Che lui però non li “porti dentro” la stanza blindata del tentazione suprema della perdita della fede, la tentazione di fare a meno di Dio, o di camminare addirittura contro di lui. Che la stanza della tortura, senza finestre e vie di uscita, non avvolga gli uomini con le sue spire mortali. Se le prove della vita e della fede verranno, e non si potranno e non si dovranno evitare, che il Padre non abbandoni però i suoi figli senza aiuto nella stanza della morte, ma li prenda per mano per fargliela attraversare, portando insieme il buio della fede (e del peccato).

Il fondo del barile: sfrontatezza impudente

Nel mondo del racconto parabolico accade, come accade nella vita contemplata da Gesù nei villaggi della Galilea da cui prende spunto, che uno cerchi del pane per un ospite imprevisto. Le difficoltà di un amico a fornirgli del pane nel bisogno, quando però è già mezzanotte e la famiglia è già tutta a letto avvolta nei tappeti, riunita nell’unica stanza disponibile, stretti gli uni agli altri, al buio e con la porta sprangata, sono più comprensibili. Se venisse incontro alla richiesta dovrebbe alzarsi, scavalcare i dormienti col rischio di svegliarli, accendere una piccola lampada, cercare il pane avanzato e aprire senza far rumore la porta. Grida perciò all’amico di non procurargli “fastidi/pene/molestie/kopous” (cf. Lc 18,5: la vedova importuna procura fastidi continui al giudice iniquo che non l’ascolta per farle giustizia). Non può risorgere dalla morte del sonno (anastas) per “donare/donai” (assoluto, senza oggetto!). Non può risorgere per donare!

Ma l’amico non demorde e l’altro alla fine cede. Probabilmente Gesù l’ha visto fare più di una volta fra i suoi vicini, o l’ha sentito raccontare nelle veglie serali invernali; forse Giuseppe o lui stesso ha dovuto farlo qualche volta per degli amici… Se l’uomo si “alzerà/anastas” dalla morte del sonno, “risorgendo/risvegliandosi/ergertheis” per donare il pane della vita e dell’ospitalità, forse non lo farà solo perché l’altro è un suo “amico/philon”…

Va bene l’amicizia. Ma fuori della porta sprangata, al buio freddo di mezzanotte, l’amico ha dovuto raschiare il fondo del barile, dove è rimasta solo la “sfrontatezza/impudenza/anaideia” (che non è esattamente l’“invadenza” della traduzione CEI 2008). E l’amico, già al caldo del letto con la famiglia, ha dovuto alzarsi/risorgere per evitare la vergogna di essere considerato un amico inaffidabile e un pessimo ospite. Il codice dell’onore è quello fondamentale nella cultura mediorientale e mediterranea in genere (cf. gli studi dell’antropologo culturale Bruce J. Malina).

Sfrontatezza amicale e amicale fuga dalla vergogna alla fine si incontrano. La contrattazione trova alla fine un punto di incontro: una duplice risurrezione, che porta dono e vita.

Chiedete e otterrete

Gesù fornisce l’applicazione della parabola, in sintonia con la linea argomentativa del racconto (altre volte l’applicazione gesuana-ecclesiale approfondisce solo un ramo laterale della parabola). Egli comanda ai suoi discepoli di chiedere, di bussare, di cercare presso il cuore del Padre, evidentemente. E dal Padre celeste verranno esaudite le richieste (passivum divinum), aperte le porte dell’accoglienza, fatti ritrovare i beni divini necessari alla vita.

Gesù segue la logica discorsiva basata su un ragionamento a pari (sottint. ratione: «per una ragione simile»). Nella logica, questo si dice di un ragionamento che consiste nel concludere da un caso dato a un caso simile; si contrappone ad a contrario. Se nella vita reale fra gli uomini accade il miracolo dell’accoglienza di una richiesta impudente e sfacciata perché un filo di amicizia lega fra loro le persone, questo accade in modo simile, analogicamente, fra il Padre celeste e i suoi figli che hanno bisogno (v. 8). Gesù usa un ragionamento a pari x.

Ma nel mondo di Dio Padre, in rapporto ai suoi figli, normalmente Gesù ragiona secondo una logica a minore ad maius (oppure Qal wahomer in ebraico). Già nel mondo degli uomini normalmente cattivi anche un padre malvagio non dà una serpe al figlio che gli chiede un pane, solo perché quello gli assomiglia, mettendolo in pericolo e frustrando la sua richiesta che nasce dal bisogno, irridendola e negandola in radice. La stessa cosa succede nel caso di un figlio affamato che chiede al padre un uovo sodo da mangiare. Anche il padre più malvagio di questo mondo – non mettiamo però limiti a questo, si sono viste cose orribili ai nostri giorni… – non gli darà uno scorpione, che raggomitolato su di sé gli assomiglia molto.

Celeste, univocamente buono

Se dunque voi (Gesù non aggiunge “padri”), che siete cattivi – constata e conclude Gesù –, individuate coscientemente (“sapete/oidate”) “le cose buone da donare/domata agatha didonai” ai vostri figli, “quanto più/posōi mallon” – Gesù ragiona questa volta con una logica a minore ad maius – Colui che è il Padre dal cielo «darà (lo) Spirito Santo a quanti lo chiedono».

A differenza degli uomini (padri) umani cattivi, il Padre celeste è univocamente buono (cf. la sottolineatura che di questo assunto compie in modo benemerito F. Manzi nelle sue riflessioni). A differenza dei padri umani che sanno dare cose buone ai figli, costringendosi a vincere la loro connaturata cattiveria, la reputazione del Padre celeste come padre è affidabile. A lui è connaturale donare il dono buono per eccellenza, lo Spirito Santo. Il Padre non deve vincere alcuna resistenza malvagia che alberghi nel suo seno. Nessuna volontà punitiva, nessuna ansia vendicativa o giustiziera. Il dono costituito dallo Spirito Santo raccoglie in sé ogni bene (cf. Gal 5,22s) e viene incontro a un livello altissimo, insperato, alle richieste degli uomini, figli di Dio. In lui il Padre dice tutto e dona tutto.

In Abramo la preghiera prende il volto della richiesta e dell’intercessione.

Nella Bibbia, soprattutto nel libro dei Salmi, la preghiera ha anche il volto del ringraziamento, della supplica (individuale e collettiva) e della lode.

Gesù comunica la sua esperienza di preghiera di richiesta al Padre univocamente buono del cielo.

Per Gesù è importante soprattutto rafforzare l’immagine del Padre buono, provvidente di ogni bene nei confronti dei suoi figli, anche quando questi sbagliano.

Quando c’è completa fiducia nel Padre buono celeste, affidabile e a paternità a tutta prova, tutto andrà bene per gli uomini.

Le porte saranno dischiuse da una mano forte e provvidente.

Il cuore può aprirsi. Troverà un cuore paterno e ricco di misericordia.

Un cuore celeste.

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