XIX Per annum: Pronti per il Signore-Sposo

di:
Sapienza nella storia

Il “francobollo” delle lettura liturgica richiede un’adeguata contestualizzazione, pena la non comprensione della ricchezza del testo offerta dai riferimenti intra-ed extratestuali.

Il libro deuterocanonico della Sapienza è stato composto in greco tra il 30 e il 14 a.C., probabilmente ad Alessandria. Secondo la recentissima proposta dell’esegeta Vittoria D’Alario (Milano 2018), nel libro si può rinvenire la seguente struttura letteraria: 1,6–6,21 Esordio: Sapienza e giustizia; 6,22–9,18 Elogio della sapienza; 10,1–19,22 Esemplificazione: sapienza e storia; 19,13-22 La nuova creazione.

Nell’ambito dell’esemplificazione dell’operato della sapienza nella storia (Sap 10,1–19,22), l’autore constata come ci siano state sette antitesi tra ciò che è successo al popolo eletto rispetto a quanto è accaduto al popolo egiziano oppressore. La struttura letteraria di questa sezione del libro potrebbe essere la seguente: 10,1–11,1 Inno alla sapienza; 11,2–19,12 Le sette antitesi (11,2-14 Prima antitesi: l’acqua del Nilo e l’acqua della roccia; 11,15–12,27 Prima digressione: la filantropia di Dio; 13,1–15,19 Seconda digressione: critica alle religioni pagane; 16,1-4 Seconda antitesi: la piaga degli animali e il dono delle quaglie; 16,5-14 Terza antitesi: il serpente di bronzo e la piaga degli insetti; 16,15-29 Quarta antitesi: i disastri ambientali e il dono della manna; 17,1–18,4 Quinta antitesi: il castigo delle tenebre e la luce della Legge; 18,5-25 Sesta antitesi: notte di sterminio e notte di salvezza; 19,1-12 Settima antitesi: egiziani e israeliti nel Mar Rosso).

Antitesi

La logica che domina gli eventi contrapposti che toccano egiziani e israeliti al tempo dell’esodo è esposta chiaramente in Sap 11,5 e richiamata varie volte con leggere varianti: «Ciò che era servito a punire i loro nemici, per loro, nel bisogno, fu strumento di favori». E varie volte lo strumento di punizione fu lo stesso, o simile, a quello impegnato dagli egiziani per opprimere Israele. Stretta legge del taglione…

I capitoli che riportano le antitesi sono espressione della ricerca esegetico-teologico-spirituale compiuta da Israele che scavò nei testi e nelle tradizioni dei padri per “cercare” (dārāš, da cui midrash) il senso profondo degli eventi, collegandoli a parole e promesse fatte da YHWH a Israele durante la sua lunga storia.

Non va dimenticato che, per comprendere i testi biblici di quest’epoca, occorre tener presente la ricca letteratura intertestamentaria (meglio: paratestamentaria) conosciuta come “libri apocrifi dell’Antico Testamento”. I testi biblici fanno infatti spesso riferimento a ragionamenti e collegamenti esegetico-spirituali-teologici presenti in questi testi, che nelle loro spiegazioni sono molto ricchi di rimandi intertestuali.

Il tutto viene espresso dall’autore di Sapienza in un linguaggio che potesse essere accattivante per la cultura ellenistica nella quale si trovava immersa la diaspora ebraica in Egitto, e in particolar modo ad Alessandria, dove aveva un numeroso politeuma che godeva ampie garanzie giuridiche e autonomie religioso-sociali.

La breve pericope liturgica (Sap 18,6-9) appartiene alla sesta antitesi (18,5-25) che oppone quella che per gli egiziani fu una notte di sterminio a quella che per gli israeliti fu una notte di salvezza.

Sap 18,5-9 descrive la notte di Pasqua a partire dalla morte dei primogeniti degli egiziani nel Mar Rosso (narrata in Es 12,29) – descritta come “la moltitudine dei figli” – “strappati/apheilō” (< aphaireō) “in punizione/eis elegchon” per aver deciso di uccidere “i neonati dei fedeli/dei santi” (ta tōn hosiōn nēpia), eccetto “un solo bambino, che fu esposto ma salvato/henos ektethentos teknou kai sōthentos” (v. 5). Mosè fa parte del popolo dei “fedeli/santi/hosioi”, che in Sap 17,2 l’autore aveva già presentato come “un popolo santo/etnos hagion”, appartenente solamente a YHWH.

Gioia anticipata per la salvezza

Nella sua riflessione midrashica, spirituale e teologica a un tempo, l’autore è certo che quella notte fosse conosciuta già in anticipo dai patriarchi (Gen 15,13-14; 46,3-4) che avevano ricevuto da YHWH le promesse di liberare i loro discendenti dalla schiavitù egiziana (Gen 15,1-21; 22,16-18; 26,3-; 28,13-15). Essi vi avevano corrisposto con la fede, come dimostra l’esperienza di Abramo. Sia loro che gli israeliti del tempo dell’esodo conobbero in anticipo quella notte, affinché, sapendo con certezza a quale promessa avevano creduto, “si rallegrassero/epeuthymēsousin”.

Quest’ultimo verbo ricorre solo qui in tutto il libro della Sapienza, non è mai usato nella versione greca della Settanta ed è sconosciuto a tutta la letteratura greca coeva. Può significare “avere coraggio” (cf. 2Mac 11,26) oppure “rallegrarsi” (cf. l’uso di euthymia in Filone, L’allegoria delle leggi 3,217). Questo significato è il più appropriato nel contesto e probabilmente fa riferimento a Gen 17,17, cioè alla gioia che Abramo provò all’annuncio della nascita di un discendente (l’autore di Sapienza collega infatti la celebrazione della Pasqua alle promesse fatte ai padri): «Allora Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise e pensò: “A uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all’età di novant’anni potrà partorire?”».

«Il riferimento ad Abramo a proposito delle dieci piaghe – afferma infatti la studiosa D’Alario, citando uno studio di M. Gilbert – è presente sia nel Libro dei Giubilei 48,7-8 sia nel Midrash giuridico sull’Esodo (Mekhilta de Rabbi Ishmael, Pisḥa 5,4-9) a proposito di Es 12,6 in cui il testo di Gen 15,13-14 è accostato esplicitamente alla Pasqua. Ritorna, infine, nel Poema delle quattro notti che si trova nel Targum di Es 12,42: le quattro notti sono quelle della creazione, delle gesta di Abramo, della liberazione dall’Egitto e della fine del mondo. Nella seconda notte, quando il Signore si manifesta ad Abramo nella divisione degli animali uccisi, si fa allusione a Gen 15, cioè alla promessa di una discendenza, completando il testo con la citazione di Gen 17,17, quando Abramo si prostra davanti a Dio e ride… L’autore della Sapienza accosta allora la celebrazione della Pasqua alla promessa fatta ad Abramo e alla sua realizzazione nella nascita di Isacco».

Salvezza vs rovina

I vv. 7-8 ripropongono in termini antitetici il principio del contrappasso espresso esplicitamente in Sap 11,5. Alla “salvezza/sōtēria” dei giusti di Israele si oppone la “rovina/apōleia” dei nemici. La salvezza riceve qui un significato escatologico, definitivo, decisivo e si espliciterà in Sap 19. Di conseguenza, anche la “rovina” degli egiziani ha un contenuto escatologico, di perdita irreparabile. L’“attesa” della salvezza che connota gli israeliti (prosedexthē) assume anch’essa un timbro escatologico.

La riproposizione del principio chiave di Sap 11,5, che intende spiegare la logica delle antitesi presenti negli eventi dell’esodo, comporta un arricchimento «di nuovi significati: alla punizione degli avversari corrisponde la glorificazione di Israele che è preceduta dalla chiamata del popolo eletto. Nell’Esodo Dio chiama spesso Israele perché si rechi nel deserto per offrirgli un sacrificio in segno della sua devozione (Es 3,18; 5,3; 8, 21.23). Ma qui si tratta della vocazione divina di Israele che rende speciale la sua appartenenza a Dio (Dt 7,7-15). Essa precede gli eventi dell’esodo in cui Israele viene glorificato da Dio» (D’Alario) (proskalesamenos edoxasas).

Il v. 9 esprime la relazione tra vocazione e sacrificio e rievoca brevemente la celebrazione della prima notte pasquale. Gli israeliti del tempo dell’Esodo sono ora chiamati “i fedeli discendenti dei giusti” che offrono “il sacrificio”. Celebrano cioè la cena pasquale (cf. Es 12,21.27; 34,25; Dt 16,1-8), in segreto nelle loro case (cf. Es 12,13.22.46). L’autore sottolinea il valore comunitario del rito, in quanto è vissuto dagli israeliti in modo condiviso in piena concordia (en homonoiai), accettandolo come un comando, una “legge divina”.

Il comando è visto poi come legge perpetua, da tramandarsi di generazione in generazione. Il popolo vive quei momenti decisivi con forte spirito di condivisione, stipulando una patto di “assunzione compartecipata/metalēmpsesthai” dei successi e dei pericoli. La celebrazione pasquale si rivela, infine, nella sua pienezza grazie all’elevazione dei santi inni dei padri.

Il tesoro sicuro nei cieli

A differenza del “francobollo” della prima lettura, la liturgia prevede un lungo brano evangelico, che appare non collegato ad esso.

Lc 12,32 chiude l’ampia pericope 12,22-32 (v. 22: “non temete/mē merimnate; v. 32: “non abbiate paura /mē phobou”) in cui Gesù invita i discepoli a non lasciarsi prendere dall’ansia e alla preoccupazione, facendo invece conto sulla provvidenza del Padre. Se egli si prende cura degli uccelli, tanto prenderà in custodia i suoi figli. La motivazione del comando di non temere è data dal fatto che al «Padre vostro è piaciuto donare il Regno». Non si tratta di “capirlo”; si tratta di accogliere il dono della sovranità divina che porta con sé vita, senso, direzione di marcia. L’essenziale per vivere c’è. Del resto ci si dovrà occupare, ma non pre-occupare.

Con ulteriori ammonimenti relativi al rapporto da avere con le ricchezze e i beni terreni, Gesù comanda ai suoi discepoli delle decisioni radicali. Avendo già il dono del Regno, si tratta ora di camminare sereni, agili, leggeri e solidali. Si tratta di arricchire verso Dio (12,21), consolidare il deposito sicuro della vita piena. Un tesoro inattaccabile da ogni tipo di ladro, esterno o interno (anekleipton < ana-kleptō, rubare dal basso verso l’alto, “prelevare” illegalmente).

Occorre “farsi” fattivamente un tesoro sicuro nei cieli, cioè in rapporto a Dio, al suo Regno, alla sua volontà di bene sugli uomini. Un tesoro che non è soggetto a furti o a deperimento alcuno perché fatto di amore per Dio e i fratelli, di persone che abbiamo amato e aiutato anche con i nostri beni (si ricordi però nella lingua ebraica “elemosina”, è denominata edāqāh, cioè “giustizia”).

Tesoro come ricchezza di relazioni, non possesso di cose. Se ci preme l’unico tesoro che esiste, lì sarà tutto anche il nostro “cuore/kardia”: pensieri, decisioni, scelte, affetti.

In piedi, non “sdraiati”: viene il Signore-Sposo!

Messo al sicuro il tesoro e collocato il cuore dove solo vale la pena che stia, la vita va vissuta in piedi, non da “sdraiati”. Vesti strette ai fianchi, lampade accese, pronti per il viaggio.

Il viaggio è lungo. Si cammina e si attende, allo stesso tempo. Si cammina col cuore teso in avanti, ma in realtà tutto questo si rivela un “accogliere verso/un attendere accogliente un dono che ci viene incontro/pros-dechomenoi”.

Il protagonista della parabola (cf. v. 41) che Gesù racconta è infatti il “signore/Signore/kyrios (vv. 36.37) che torna dalle (sue) nozze portando a casa la propria sposa, l’umanità redenta, la Chiesa raccolta da tutti popoli. In tutto il mondo il Signore ha popoli da raccogliere nell’unico ovile. L’Israele raccolto attende con ansia i propri fratelli che arrivano come fiumi da tutte le genti.

Beati “i servi del padrone/gli amici dello Signore-Sposo” che vigilano anche di notte (cf. Gv 15,14 «Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici perché tutto ciò che ho udito dal padre mio l’ho fatto conoscere a voi»). Attendono il Signore, vigilando con attenzione sulla casa-comunità, sui fratelli già convocati e riuniti.

Nella parabola, il signore-sposo si dimostra un padrone/signore davvero insolito, unico, divino. Un Signore-Sposo.

Sposo novello, padrone gioioso della casa, non si siede per essere servito dai suoi schiavi (così, invece, si comportano i “padroni di casa/oikodespotēs” “umani”, con i loro comandi: “prepara/hetoimason”, “cinto il grembiule, servimi/perizōsamenos diakonei”, cf. Lc 17,8).

Il Signore-Sposo si cinge lui stesso il grembiule di servizio e fa reclinare (anaklinai) a tavola i suoi servi/amici e tutti i presenti in casa. Li tratta da persone libere e degne di ogni onore. Gomito sinistro ben appoggiato sui cuscini, si mangia comodi da persone libere, ospiti grati e meravigliati dell’Ospite Divino.

L’“ora” ignota del “ladro divino”

Sarà strabiliante vedere il Signore-Sposo passare a servire (diakonei) gli ospiti come un cameriere fidato e premuroso. Non importa se ci sarà da aspettare la mezzanotte (“seconda veglia: ore 21-24) o da stare in piedi fino alle tre di notte (terza veglia: ore 00-3,00). I servi/amici saranno beati se il padrone li troverà “svegli/vigilanti/grēgorountas” e “pronti/hetoimoi”.

Per loro sarà un piacere aspettarlo. Si intuiva che era un padrone di casa molto speciale, e di fatto non finisce di sorprende chi lo attende vigilante e premuroso.

Non si sa in quale “veglia/phylakē”, a quale “ora/hōra”, il Signore-Sposo verrà. Se un padrone di casa “normale”, “di questo mondo”, sapesse l’“ora” in cui viene il ladro, veglierebbe e non lascerebbe “bucare/diorychthēnai” la casa dalla “banda del buco”.

Lui però non può stare sempre in piedi, senza dormire, ad aspettare che vengano i ladri! I servi/gli amici del Signore-Sposo, invece, sì! Non conoscono l’ora, ma sanno che verrà come un ladro (cf. Ap 16,15; il suo giorno è come un ladro di notte, cf. 1Ts 5,2; 2Pt 3,10).

Il Signore-Sposo sarà un “ladro divino”. Un ladro che non deruba, ma porta con sé la sposa e la gioia del pranzo di nozze. Non svaligia il tesoro, ma viene a depositare il suo tesoro più caro, la Sposa e la dote, il Regno nella pienezza del suo splendore.

Amministratore affidabile e assennato

Quasi commuove Pietro per l’ingenuità della sua domanda: «Per noi o per tutti la tua parabola?».

Tu, Pietro, sei stato il primo dei chiamati, il primo dei servi, il più grande degli amici. Sei l’amministratore delegato, l’amministratore dei miei beni più cari, della mia “servitù/terapia/therapeia. Essi sono i discepoli che hanno creduto in me e sono raccolti in “casa”, nella casa dove si sta formando il popolo messianico, l’Israele nuovo, rinnovato.

Tu sei “l’amministratore affidabile/fidato/ho pistos oikonomos”, “l’assennato/quello che sa usare il cervello/ho phronimos” (< phrēn) per nutrire tutti a tempo opportuno con il Pane e la Parola, la cura e la custodia.

Beato, tu servo-amico, se, quando verrò io, il Signore-Sposo, ti troverò a fare così. Entrerai a godere della pienezza dei miei beni: il cuore del Padre, il tesoro sicuro nei cieli, i poveri, le relazioni buone.

Responsabilità illimitata

Pietro, non lasciarti ingannare dal tempo che si dilata, dal ritorno del Signore-Sposo che tarda a realizzarsi. Non approfittartene per spadroneggiare nella comunità sulle persone e sulle cose, adottando in pieno la logica di chi possiede il potere di questo mondo, incollato alla sua sedia: incamerare i beni delle persone e dei popoli, spremendo come un limone la terra e le sue risorse, lasciando agli altri le briciole e terre inquinate e desertificate. “Slash & burn/Taglia e brucia”.

Stai attento a non far sedere tutte le genti, in pari dignità, alla mensa del cibo e dell’amministrazione della convivenza mondiale, sfruttando donne, bambini, poveri, malati, persone lasciate senza istruzione. Facendo solo “scarti di produzione”.

Di fronte a un simile amministratore delegato, un padrone/kyrios “normale” di questo mondo, al suo ritorno, lo “taglierà in due/dichotomēsei”, facendolo dilaniare da due o da quattro cavalli che galoppano in direzioni opposte. I suoi poveri resti saranno buttati in una fossa comune o lasciati come cibo ai cani randagi e agli uccelli del cielo.

Te lo dico fin d’ora, Pietro, perché questo non ti succeda fuori di questa parabola che ti racconto, nella tua vita decisiva, la tua zōē. La tua “sorte/meros” sarebbe quella “degli increduli/tōn apistōn” (cf. invece la “parte buona/meris agathē” di Maria in Lc 10,42). Un sorte lontana dal Padre, lontana da me, dal fuoco d’amore dello Spirito. Lontana mille miglia dallo scopo della tua vita, dalla gioia dei tuoi giorni, dalla pienezza della gioia piena che ti avvolge da ogni dove.

Conosci, Pietro, la volontà del Padre: il Vangelo, il Regno di Dio annunciato a tutti e accolto da tutti. Un popolo radunato da tutte le genti. Con un’unica legge che li unisce: l’amore che viene dai cieli, dal Padre attraverso il mio cuore.

Se tu non lo sapessi, Pietro, avresti una responsabilità limitata. Nella logica giuridica mondana l’ignoranza della legge non è ammessa e non scusa. Ma nel mio mondo riceveresti un punizione leggera dal Padre.

Il fatto è che tu hai ricevuto molto. La mia chiamata, la mia vita, la mia parola e il mio amore, la mia missione, la mia croce, la mia risurrezione e il mio Spirito di Figlio.

Molto più ti sarà richiesto. Responsabilità illimitata.

Ma sarai contento che ti sia chiesto, perché ti ho dato la possibilità di vivere all’altezza della vita che ti ho dato, dell’amore che ho versato nel tuo cuore.

Sarai contento di aver vissuto all’altezza del dono del tuo Signore-Sposo.

Non ti mancherà nulla.

Ritroverai tutto.

Il mio tesoro, il tuo tesoro.

A prova di ladri.

Nei cieli.

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