II Pasqua: Vedere per credere o credere per vedere?

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I testi di questa domenica, che si chiama anche “della divina misericordia”, andrebbero letti a ritroso, per i due incontri di cui parla il vangelo. Quello del Risorto con il gruppo dei discepoli, e quello concentrato su Tommaso, sono la premessa e la spiegazione della comunità ideale, o ideale di comunità, offerto in prima Lettura. Ma anche il percorso proposto dalle Letture ha una sua logica: si può arrivare alla fede ammirati dalla figura di Gesù o incantati dallo stupore che ci prende davanti ad una comunità affascinante come quella descritta negli Atti, che può spingere a chiedersi da dove deriva il loro fervore così bello.

Non credo sia questione di precedenze obbligatorie. In effetti, tutte e due le vie sono legittime e feconde, e non solo c’è un prima e un dopo obbligatorio, ma il prima e il dopo ci seguono in tutto il cammino della vita, alternandosi felicemente e sorreggendosi l’un altro. Perché, quando Gesù rischia di scomparire, magari per stanchezza, dal nostro campo di idee e di affetti, l’incontro con una persona o una comunità che lo vive è capace di riportarci a lui come al vero e stabile fondamento di tutto.

È noto, ed è già stato detto, che una comunità ideale, come quella descritta da Luca, raramente esiste, o può splendere solo a tratti. Ed è proprio quando la comunità alla quale apparteniamo è causa di delusione che siamo spinti a cercare il suo vero e immutabile fondamento. L’ha detto con chiarezza D. Bonhoeffer nel primo capitolo de La vita comune (Brescia 1991, p. 27), affermando un principio chiave che può riassumersi così: quando i rapporti con i fratelli si fanno difficili, è allora che si scopre che stiamo insieme non per quello che possiamo fare noi per l’altro o per quello che l’altro può fare per noi, ma per quello che Gesù ha già fatto per tutti noi.

Perché insieme?

Con questo sfondo, torniamo su un brano ben noto (At 2,4-47), che mette l’accento sulla forte unione che caratterizzava il gruppo dei battezzati nato in Gerusalemme, e sulle caratteristiche di base sulle quali tale comunione era costruita e nutrita.

Alla base è “l’insegnamento degli apostoli”; da qui viene un modo originale di vivere che si chiama “comunione”, atteggiamento che si materializza nel rito dello “spezzare il pane” per condividerlo, il tutto che bagna in un’atmosfera fatta di “preghiere”, che è il fiato (pneuma) del Paraclito che permette di respirare nell’ideale proposto. Cosa sia in concreto questa comunione, è spiegato nel “mettere tutto insieme per dividerlo secondo il bisogno di ciascuno”, gesto per cui la liturgia diventa viva.

Viene poi la “perseveranza”, un motivo che Luca ha già esposto con chiarezza nel suo discorso sulla fine dei tempi: «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita» (Lc 21,19).

Dopo questo racconto, segue, quasi semplicemente logica, la conclusione: «godevano il favore di tutto il popolo!», e la prova più chiara è che «il Signore aggiungeva ogni giorno alla comunità quelli che erano salvati».

Tutto ciò è sicuramente bello, e la bellezza incanta. Ma se l’incantesimo è un propellente che fa partire una vocazione, che può riguardare l’ingresso in una comunità monastica, nel ministero ordinato, o anche in quella mini comunità che nasce dal matrimonio, non può bastare da solo ad assicurare il successo del progetto di vita. Bisogna ricordare che, quando ci si “innamora” di qualcosa o di qualcuno, nascono una serie di aspettative che, col passare del tempo, dovremo imparare a ridurre o ad aggiustare.

Questa pagina degli Atti appare in testa a diverse regole monastiche, accoppiata in numero maggiore con un celebre versetto che sta in testa al Salmo 132(133),1: «Ecco, come è bello e come è dolce che i fratelli vivano insieme!».

Può capitare che, all’inizio di un cammino, non ci si renda conto che non tutto è dolce, e questo è fonte di turbamento e di delusione.

Su come trattare questo versetto in prospettiva vocazionale, mi soccorre il ricordo di un passo mirabile per concisione e buon senso, in cui Isacco della Stella spiega a un pubblico che oggi diremmo “laico”, il perché, pur avendo lasciato il mondo, i monaci ne costruiscono un altro nella loro comunità. Dà quattro ragioni per questa scelta, e il versetto del salmo citato non sta in testa, ma occupa l’ultimo posto.

  1. Perché parecchi insieme? Insieme proprio perché non siamo ancora in grado di sostenere la solitudine.
  2. Insieme proprio perché, se uno cade, non manchi chi lo sollevi.
  3. Insieme proprio perché il fratello che aiuta il fratello sarà esaltato come una città fortificata e potente.
  4. Insieme, infine, proprio perché è bello e gioioso che i fratelli abitino insieme (Sermone 50,14).

Sorpresa? No, almeno se si ricorda quanto ha detto sant’Agostino: «Se nell’ordine oggettivo del “precetto” l’amore di Dio è prioritario, nell’ordine della realtà, o della “pratica”, è l’amore del prossimo che viene prima» (Su Giovanni 17,8). Non è un capovolgimento di valori, ma una diversa sequenza stabilita sull’esperienza. Per questo Isacco parte da bisogni che chiameremmo umani – i numeri 2 e 3, li troviamo in Qo, 4,10 e Pr 18,19 rispettivamente, cioè in libri sapienziali, non particolarmente tributari della fede di Israele –, e lancia nell’aldilà la realizzazione perfetta del Sal 132,1.

È sicuramente d’accordo con sant’Agostino anche D. Bonhoeffer quando scrive: «Alla fine, le relazioni interpersonali sono senz’altro la cosa più importante della vita: Dio stesso si fa servire nell’uomo» (Resistenza e Resa, Brescia 2002, p. 528). È proprio per mettere alla prova la capacità di “vivere” la comunità che esistono i noviziati e i corsi di preparazione al matrimonio.

Viene prima il vedere o il credere?

Resta ora il tempo di attraversare veloci la seconda Lettura (1Pt 1,3-9) per cogliervi un’affermazione che ci introduce direttamente nel brano di vangelo (Gv 20,19-31): «Voi lo amate, pur senza averlo visto, e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gioiosa».

È il problema che ho dato per titolo a questa riflessione: viene prima il vedere o prima il credere? La risposta rapida è già nei vangeli: «Vennero i farisei e si misero a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli sospirò profondamente e disse: “Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno”» (Mc 8,11-12).

Nel vangelo di oggi è l’apostolo Tommaso che vuole non solo vedere un segno, ma anche “toccare” le ferite per avere la prova che chi gli sta davanti non è un fantasma, ma Gesù risorto. Si ricordi la celebre versione che ne dà Caravaggio, che traduce a meraviglia la curiosità e la brama di verificare con mano chi era chi gli stava davanti.

Il brano è importante anzitutto perché, essendo «il primo giorno della settimana», dà origine alla domenica, e perché, con l’annotazione marcata con «otto giorni dopo», dà il via all’uso di celebrare il “giorno del Signore” ogni settimana.

Lo schema degli incontri con il Risorto, soprattutto con tutto il gruppo riunito, di cui parla il brano di oggi, ha caratteristiche che si ripetono perennemente ad ogni eucaristia domenicale: la presenza di Gesù, la memoria della sua passione, la reazione di gioia dei discepoli; viene poi la missione: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi»; infine, per realizzare tale compito, Gesù soffia su di loro lo Spirito, cioè trasmette il suo “fiato”, che è quanto dire la sua vita, e questa è la seconda Pentecoste, dopo la prima, che per Giovanni era già avvenuta al Calvario, dove Gesù, morendo, «consegnò lo spirito».

Muniti di tale sostegno, ai discepoli viene affidato il compito di gestire la misericordia di Dio mediante il perdono dei peccati. Tutto ciò è il contenuto della “pace” che Gesù augura al suo apparire.

Quanto a Tommaso, si può dire subito che, paradossalmente, la sua incredulità provoca la più chiara e completa confessione di fede: chiama Gesù «mio Signore e mio Dio». Non c’è nessuna pausa tra la richiesta di Tommaso e la risposta di Gesù: è probabile che, ancor prima di “mettere la sua mano nelle ferite”, Tommaso abbia creduto, meritando un leggero rimprovero, ma soprattutto ottenendo da Gesù una “beatitudine” da aggiungere alle altre: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto».

Torniamo alla domanda: in che rapporto stanno il vedere e l’ascoltare? La risposta è chiara in san Paolo: «La fede viene dall’ascolto, e l’ascolto riguarda la parola di Cristo» (Rm 10,17).

Come mai è questa la priorità? Credo che decidere di ascoltare una persona è già per sé un atto di fiducia, un principio di fede, mentre il vedere per constatare fisicamente l’oggetto della domanda mostra incertezza ed esitazione, non già fiducia in chi parla, quanto piuttosto una tendenza a non fidarsi di quanto si ascolta.

Al contrario è l’ascolto, nell’atteggiamento di chi si fida e si affida, che apre gli occhi per vedere meglio la persona e capire meglio le sue parole. Penso che tutti ricordino quanto dice il Piccolo Principe all’aviatore: «Si vede bene solo col cuore; l’essenziale è invisibile agli occhi».

E san Bernardo, nel Sermone per la conversione di san Paolo, al n. 5, osserva: «Paolo udiva la voce del Signore, ma non vedeva il volto del Signore, poiché con ciò era istruito a credere, perché, come lui stesso insegnò: la fede viene dall’ascolto».

Lo insegna anche Tommaso e, nella nostra cultura, detta “civiltà delle immagini”, bisogna tornare a prendere sul serio le parole, soprattutto se vengono da Dio.

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