XXII Per annum: Non hanno da contraccambiarti

di: Roberto Mela

La lettura liturgica di un minuscolo brano del Siracide offre l’occasione per offrire alcune note introduttive a questo libro sapienziale. Non è infatti sempre facile orientarsi all’interno di questi libri non molto conosciuti e letti in ambito liturgico cristiano.

Siracide, il poliedrico

Nella sua pregevole introduzione al “Pentateuco Sapienziale” (Pr, Gb, Qo, Sir, Sap), lo specialista Luca Mazzinghi (che ha collaborato criticamente alla nuova traduzione italiana della CEI 2008 e che in questa prima parte del nostro commento seguiamo da vicino, spesso letteralmente) ricorda che il libro del Siracide è probabilmente il primo libro “firmato” della Bibbia. Nell’Epilogo (Sir 50,27, in greco) l’autore si firma come «Gesù, figlio di Sira, figlio di Eleazaro, di Gerusalemme, che ha riversato come pioggia la sapienza del cuore», mentre nel Prologo (testo non canonico con una numerazione di 35 versetti secondo l’edizione del testo greco curata da A. Rahlfs) il traduttore (che è poi il nipote dell’autore) lo chiama «mio nonno Gesù» (v. 7). Il testo ebraico di Sir 50,27 recita invece «Simeone, figlio di Gesù, figlio di Eleàzaro, figlio di Sira» (cf. anche il testo ebraico di Sir 51,30 nella nota della Bibbia di Gerusalemme).

I codici greci titolano il libro con Sapienza di Sirach oppure Sapienza di Gesù figlio di Sirach. I moderni preferiscono la dizione ebraica di Libro di Ben Sira (“figlio di Sira”) oppure di Siracide (così CEI 2008).

Girolamo lo traduce dandogli il titolo di Ecclesiasticus (liber), e così il libro è spesso chiamato ancora Ecclesiastico. Rufino (Iulia Concordia, 345 circa – Sicilia, 411), afferma che tale dizione è dovuta al fatto che il Siracide, pur essendo usato nella Chiesa, non è canonico, ma comunque “ecclesiastico”, a motivo del suo uso didattico nella predicazione cristiana. Naturalmente oggi, a partire dal concilio di Trento e a differenza di quello che afferma Rufino, il testo è riconosciuto come canonico, cioè appartenente alla lista dei libri normativi e approvati dalla Chiesa.

Il testo ebraico fu composto probabilmente a Gerusalemme intorno all’anno 185 a.C., negli anni tranquilli di Seleuco Filopatore (187-175 a.C.), successo ad Antioco III (il Grande (223-187 a.C.) e predecessore del terribile Antioco IV (175-164 a.C.) persecutore degli ebrei. L’autore dichiara apertamente di essere un saggio ebreo molto conosciuto, colto, viaggiatore, aperto alla cultura ellenistica.

Il nipote di Ben Sira giunse ad Alessandria d’Egitto e curò la traduzione in greco nel 132 a.C., come afferma nel Prologo (v. 28). Permise in tal modo alla profonda cultura religiosa ebraica di essere divulgata nel vasto mondo di quella greco-ellenistica, a testimonianza dei grandi traguardi da essa raggiunti, non inferiori a quelli della cultura coeva dominante.

Conosciamo un testo greco lungo e un testo greco breve. Quello breve è considerato dagli studiosi il più autorevole e seguito dalla traduzione CEI 1974 e 1978. La traduzione CEI 2008 segue, invece, il testo greco lungo (nell’edizione critica curata da J. Ziegler), mettendo in carattere tondo il testo breve e in corsivo le aggiunte del testo lungo.

L’ottima Bibbia di Gerusalemme (ed. Dehoniane Bologna, che si avvale del lavoro dei padri domenicani dell’École Biblique, situata nel Convento di Santo Stefano a Gerusalemme) riporta in corsivo, nelle preziose note a piè di pagina, le varianti presenti nelle parti del testo latino della Neovolgata e del testo ebraico rinvenuto. Tra il 1896 e il 1965 sono stati scoperti infatti quattordici manoscritti al Cairo, a Qumran e a Masada, che hanno restituito circa 1.098 versetti su un totale di 1.616 (67,94 %). Mancano i testi di Sir 1–2 e della sezione di Sir 17–29. Siamo in presenza del testo ebraico originale, e non di una retroversione. Purtroppo, anche qui abbiamo un testo ebraico in due recensioni diverse, Ebraico I ed Ebraico II (cf. ad es., la lunga inserzione di Ebr II dopo Sir 51,12: un salmo di lode analogo al Sal 136). Del testo ebraico manca ancora l’edizione critica.

La tradizione sapienziale

La tradizione ebraica più antica si era incanalata in modo equilibrato fra la teologia deuteronomistica (Dt/dtr) che si fondava sulle possibilità dell’uomo di osservare la Legge e la tradizione sacerdotale (P), fondata più sulla promessa e quindi sul culto. La tradizione apocalittica rimandava invece tutto ad un intervento radicale, futuro, di Dio. Giobbe e Qohelet contestano le due prospettive teologiche tradizionali rifiutando però anche quella dell’apocalittica.

Siracide non nega la fiducia nell’intervento divino e non minimizza il valore del culto. Recupera tuttavia la libertà dell’uomo e quindi anche il grande tema dell’osservanza della legge di Dio, senza però appiattirsi su di essa. Siracide ci appare così un felice tentativo di sintesi tra le prospettive tradizionali di Israele (il patto e la promessa) e, insieme, l’approccio sapienziale alla realtà (l’esperienza della vita), senza prendere mai la via proposta dall’apocalittica.

Struttura letteraria di Siracide

Secondo Mazzinghi, la struttura letteraria del Siracide può essere così definita a grandi linee: – Inno introduttivo alla sapienza: Sir 1,1-10; tutto il resto di Sir 1,1–2,18 è in realtà dedicato alla sapienza; – Prima Parte: Sir 3–23: prima collezione sapienziale (temi sapienziali diversi); – Inno con la sapienza personificata come protagonista: Sir 24,1-29; in Sir 24.30-34 è il sapiente stesso che si presenta; – Seconda parte: Sir 25,1–42,14: nuova raccolta di temi sapienziali diversi; – Inno a Dio per la sua creazione: Sir 42,15–43,33; Terza parte: Sir 44b–50: l’elogio dei padri; Inno conclusivo: Sir 51: salmo conclusivo sul dono della sapienza.

Nel pregevole commentario maggiore a Siracide curato da Maria Carmela Palmisano (ed. San Paolo, Cinisello B. [MI] 2016), sorella della Comunità di Loyola e dottore in Esegesi al Pontifico Istituto Biblico con una tesi proprio su Siracide, si troverà alle pp. 13-14 una struttura letteraria più ampia. Attualmente la studiosa lavora all’edizione della Bibbia di Gerusalemme in lingua slovena.

Mitezza e umiltà

Secondo Maria Carmela Palmisano, Sir 1,1–4,10 raccoglie la propria riflessione attorno al tema dell’origine della sapienza e il suo insegnamento.

Dopo aver tratteggiato nel c. 1 il rapporto tra la sapienza e il timore di Dio (Sir 1,1-30), il c. 2 affronta la tematica esistenziale della “prova/peirasmos” che sempre accompagna la vita e l’esperienza del credente. Essa è un vero e proprio “crogiuolo dell’umiliazione/kaminos tapeinōseōs” (Sir 2,1-20) che purifica e produce le persone “accette (a Dio) /dektoi” (2,5).

Nel c. 3 l’autore si sofferma dapprima a meditare sul rapporto verso i genitori e l’ascolto del Signore, quasi un commento al quarto comandamento (Sir 3,1-16), mentre nella seconda parte del capitolo (Sir 3,17-31) si riflette sul legame tra l’umiltà e la sapienza. Sir 4,1-10 conclude la prima sezione parlando della sapienza e del bisogno di aiuto.

Con il tipico fraseggio sapienziale, nel brano di Sir 3,17-31 il maestro si rivolge al discepolo perché sviluppi nell’ambito familiare e sociale un atteggiamento esistenziale di “umiltà/praütēs”. L’agire con misericordia, infatti, permette di ottenere da Dio il perdono dei peccati (cf. Sir 3,3.14) e l’ascolto nel momento della prova (cf. 2,10). Occorre esercitare la mitezza nelle attività quotidiane (v. 17), nell’esercizio del potere (vv. 18-20) e nella sfera intellettuale (vv. 21-24).

L’umiltà appartiene al campo semantico della modestia e ai concetti ad essi correlati: “mitezza”, “umiltà” e “compassione “, opposti a “orgoglio”, “arroganza” e “superbia”. La grazia di Dio si manifesta a coloro che, tanto più sono grandi, tanto più si umiliano, relativizzando le cose, senza cadere nell’autoesaltazione, nella superbia, anticamera della protervia che impone agli altri le proprie convinzioni, atteggiamenti di vita…

Grazie alla sua preparazione accurata, il credente può accedere a tutti i gradini della scala sociale, politica, economica, accademica ecc. (escludiamo decisamente quella ecclesiale). Ma dimostra la sua grandezza nella sua umiltà e mitezza, nel non attribuire a se stesso tutti i meriti riconosciuti e ottenuti, senza cadere in vanterie e narcisismi vari. Sa tenere un sereno atteggiamento di understatement, di basso profilo. I meriti di un duro lavoro emergeranno e, prima o poi, saranno anche riconosciuti pubblicamente.

Molti sono “esaltati/hypseloi” (< “hypsos/altezza”) – anticamera della superbia – e “famosi/endoxoi” (< “doxa/gloria”), ma i suoi “misteri/mysterion” (ebr. sôd) Dio li rivela agli “umili/tapeinoi”, a coloro che “si abbassano”. Umiltà non è umiliazione e bassa o nulla stima di sé. «Non valutatevi più di quanto conviene – chiede san Paolo –, ma valutatevi in modo saggio e giusto» (Rm 12,3).

L’autore di Siracide incoraggia a dedicarsi alla rivelazione di Dio espressa dai profeti, più che alle speculazioni apocalittiche proprie dei circoli enochici e degli esseni, presenti anche a Qumran (cf. il Libro dei misteri = 1Q27 o 1QMyst).

Orgoglio intellettuale

Per il maestro di sapienza è opportuno tenersi lontano dall’orgoglio intellettuale (vv. 21-24). La critica alla scienza e alla possibilità di penetrare i misteri dell’universo è un motivo antico e presente già in Euripide (cf. Le Baccanti, 393-399). Il sapiente invita a non esplorare realtà superiori alle proprie forze; egli indica nella rivelazione divina contenuta nella Torah/l’Istruzione il bagaglio sapienziale indispensabile e sufficiente perché il discepolo, che si muove nell’ambito della cultura ellenistica di Alessandria d’Egitto, abbia gli strumenti per confrontarsi con altri indirizzi culturali.

È evidente, dall’insieme della rivelazione biblica e da una sua corretta ermeneutica complessiva, che non si intende escludere, demonizzare o disprezzare la ricerca scientifica. Non vanno trasposti in modo fondamentalista e letteralista al testo biblico le problematiche e gli indirizzi interpretativi propri della modernità.

Il saggio Siracide intende ammonire coloro che presumono di identificare nelle loro conoscenze scientifiche raggiunte con l’intelligenza umana la totalità delle conoscenze ottenibili per comprendere la realtà e di individuare i giusti cammini dell’uomo per una sua piena umanizzazione.

Il discorso è attualissimo. Non tutto ciò che è scientificamente possibile è eticamente attuabile. La spiegazione scientifica non rende conto della totalità delle esperienze e dei bisogni di senso dell’umanità. I campi della scienza, della filosofia e della teologia si pongono su livelli diversi, che possono però trovare una grande opportunità di dialogo e di integrazione. La superbia sta nell’arroganza di colui che pretende di far assurgere il proprio campo di sapere come l’unico che può rendere conto della totalità e della profondità dell’insieme delle realtà esperite dall’uomo.

Elemosina e giustizia

Nei vv. 30-31 l’umiltà prende il volto della misericordia praticata verso gli altri. Nella traduzione greca della LXX eleēmosynē traduce o l’ebr. “ḥesed /amore misericordioso e fedele” o “ṣedāqāh/giustizia” (per il v. 30 il cod. A ha “giustizia/carità” invece di “elemosina”). Che l’elemosina fosse efficace per ottenere il perdono di Dio è ricordato nei testi recenti dell’AT: Tb 12,9; Dn 4,24; cf. anche il Talmud babilonese nei trattati RoshHaShanah 181; Yevamot 105a; Baba Batra 10b.

È molto interessante il fatto che nella Bibbia il perdono dei peccati sia raccordato a un’opera sociale concreta di umanizzazione e non solo collegato ad un’offerta cultuale al tempio. Il peccato è una rottura di rapporti con Dio e con le persone e il ristabilimento della “giustizia”, cioè di un rapporto buono di alleanza con Dio, è strettamente connesso con il riallacciamento di relazioni buone anche con il prossimo. Siracide ricorda che coloro che avranno avuto un comportamento di attenzione verso il povero otterranno il perdono dei propri peccati, il ricordo grato imperituro di coloro che saranno beneficiati e l’aiuto divino nel momento della prova.

La riflessione complessiva della tradizione cristiana ha approfondito nei secoli il concetto di elemosina, parlando fra l’altro di “carità lunga” («politica», secondo papa Paolo VI) e di ipoteca sociale sulla proprietà privata.

L’elemosina oggi è percepita come ristabilimento di una giustizia infranta più o meno consapevolmente. L’elemosina/carità/giustizia deve andare alle radici del verificarsi del fenomeno della povertà/impoverimento di popolazioni e continenti interi causato da un comportamento iniquo e predatorio del primo mondo. In ogni caso, un buon rapporto con Dio è collegato ad un rapporto di giustizia con l’uomo. Un grande apporto della religione ebraica e cristiana.

Codice d’onore

Invitato a “pranzo/deipnon” (pasto principale della giornata, serale) in giorno di sabato da uno dei capi della corrente religiosa dei farisei – la più influente sul popolo e che aveva di mira di far vivere a tutto il popolo le regole di purità vissute dai sacerdoti nel tempio – Gesù impartisce dapprima un insegnamento sapienziale basato sul codice di onore (Lc 14,1.7-11).

Secondo gli studi dell’antropologo americano Bruce J. Malina, questo è il codice fondamentale che regge le culture che si affacciano sul Mediterraneo (e dell’Occidente in genere): la persona vale per l’onore che riesce a ottenere e a mantenere con il comportamento proprio e della propria famiglia/clan.

Gesù osserva la scelta ricercata (exelegonto) da parte degli invitati dei “primi posti/prōtoklisiai” su cui porsi a “giacere/reclinarsi/klinō” per il pranzo (vizio antico e sempre nuovo…; tutti vogliono salire sul carro del vincitore o farsi un selfie col potente di turno…). Gesù ne fa un’occasione per impartire a loro una lezione sapienziale inculturata di umiltà, a partire dal codice di onore apprezzato da loro al massimo livello.

Scegliendo “l’ultimo posto/ton eschaton topon” si avrà (forse) la possibilità di esser chiamato dal padrone di casa a “(lett.) verso dal basso più in alto andare/camminare/pros-ana-bēthi”, probabilmente verso un posto del convivio più vicino a quello occupato dal padrone di casa. Allora l’invitato umile farà il “trasloco” ricevendo “gloria/doxa” davanti a tutti i convitati. L’invitato umile viene esaltato, il suo onore è accresciuto pubblicamente. Il suo riconoscimento sociale aumenta enormemente di livello.

Sali più in alto

La situazione opposta prevede che l’invitato arrivista e arrampicatore sociale che ha scelto il “primo posto a giacere/prōtoklisia” sia declassato dall’ospite padrone di casa all’ultimo posto (ton eschaton topon), dal momento che è stato invitato uno “più degno/ragguardevole/entimoteros” di lui (< entimos = caro; di gran valore; prezioso; importante, ragguardevole; degno d’onore, come Epafrodito in Fil 2,29) (< timē = prezzo, stima, pregio, considerazione, rispetto, ossequio, onore).

In questo caso l’invitato arrivista (e superbamente altezzoso) dovrà cominciare lentissimamente (“comincerà/arxēi, pare di vedere la scena pietosa) il “trasloco” e occupare “con vergogna/metà aischynēs” l’ultimo posto (tragitto deprimente al massimo, ancorché velato e nascosto da camerieri impeccabili, che però non potranno difendere l’indifendibile). Una scena aborrita nel mondo mediorientale e in tutto il mondo “civilizzato” impostato sulla logica della concorrenza spietata, sul look e sull’apparire sempre “belli, giovani, sani e vincenti”.

Gesù ne trae una conclusione sapienziale indiscutibile, irrefutabile. Normalmente “chi si esalta/ho hypsōn heauton” (cf. gli hypsēloi di Sir 3,19) prima o poi sarà umiliato dagli uomini o dalla storia, mentre chi si umilia /ho tapeinōn heauton sarà esaltato. Un passivo humanum-divinum, si potrebbe dire, nella mente di Gesù: egli sta infatti preparando il trapasso da una lezione sapienziale a una evangelica. La sapienza, infatti – anche quella biblica –, intende insegnare l’arte del ben vivere. Insegna ciò che si può ricavare, in tutti gli ambienti, dopo una riflessione sulle esperienze umane universali. Il buon senso, si potrebbe intendere.

Solo che Gesù vuol andare ben oltre il buon senso. Di buon senso si può anche morire.

Negazione dialettica

Dopo aver impartito agli invitati una lezione sapienziale su come devono comportarsi a un pranzo – cioè con umiltà –, Gesù si rivolge all’“anfitrione, ospite responsabile dell’invito/tōi keklēkoti” fatto a lui e a tutti i presenti. A lui impartisce una lezione di comportamento evangelico che deve essere seguito da ogni munifico padrone di casa che voglia essere discepolo di Gesù.

Gesù gli prospetta l’eventualità che il suo anfitrione intenda fare degli inviti a un pranzo mattutino (ariston) o a un pranzo serale (deipnon).

Nella sua lezione Gesù segue una regola semantica presente nel modo di ragionare mediorientale, etichettata dagli studiosi come negazione dialettica. Senza negare il primo membro di una frase, si intende sottolineare soprattutto il secondo. Essa può essere intesa in questo senso: “Non solo e non tanto, ma anche e soprattutto”. Offro alcuni esempi, che potrebbero chiarire le affermazioni di Gesù altrimenti in parte contraddittorie con altre sue stesse espressioni.

«Non sono venuto tanto e solo per chiamare i giusti, ma anche e soprattutto i peccatori» (Mc 2,17). Gesù chiama tutti – giusti e peccatori –, ma soprattutto i peccatori (“a conversione” precisa Lc 5,32). «Il Figlio dell’uomo non è venuto tanto e solo per essere servito, ma anche e soprattutto per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mc 10,45). Gesù è venuto per “servire/diakonein”. Ciò non toglie che anche i discepoli debbano “servire/diakonein” Gesù (Mt 8,15, specialmente nella persona del prossimo Mt 25,44-45; 27,55; Gv 12,2 e in particolare 26: «Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».

Dio non ha tanto inviato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo – dice Gesù nel vangelo di Giovanni –, ma anche e soprattutto perché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 3,17). Gesù infatti, giudica (in parte) il mondo (cf. Gv 5,30, 8,15-16), che di fatto si autogiudica.

«Non sono venuto tanto ad abolire (la Legge e i Profeti) – afferma Gesù in una frase fondamentale del vangelo di Matteo –, ma anche e soprattutto a portare a compimento» (Mt 5,17). Gesù ha fatto sia l’una che l’altra cosa, con l’accento posto sul compimento. (Così vanno intese anche le sei cosiddette “antitesi” di Mt 5,21-48, comprensibili meglio quali “precisazioni”: «avete inteso che fu detto, ebbene io vi dico anche e soprattutto…»).

Poveri, storpi, impossibilitati

Quando fai un “ricevimento/dochē” (v. 13; < dechomai = accogliere; “colazione” o “cena” che sia) – dice Gesù al suo anfitrione –, non invitare tanto e solo i tuoi amici, i tuoi fratelli, i membri del tuo clan ricchi (ben distinti e individuabili dall’articolo che li precede), ma anche e soprattutto poveri, storpi, zoppi e ciechi (indistintamente, senza articolo che li individui con precisione!). Non si nega la prima parte della frase, ma si sottolinea con forza la seconda.

Non ti propongo – sembra dire Gesù al suo anfitrione – un’azione di buon senso, sapienziale, che accresca il tuo prestigio, onore, gloria, in quanto in linea col buon vivere delineato dal galateo familiare e sociale. Non ti propongo un’azione basata sul do ut des, sulla logica contrattualistica del contraccambio paritetico (ant-apo-doma, antapodounai, antapodothēsetai (< ant-apo-didōmi = lett.: “al posto di” “in cambio” “donare” [qualcosa]). Seguendo questa logica, i tuoi invitati si sentiranno in dovere di contraccambiare alla prima occasione.

Un circolo “vizioso” di doni di convenienza che mantiene tutti in una spirale che non esce mai dai confini del previsto e del dovuto, intristendo nel già fatto, nel già conosciuto, in un’atmosfera priva di novità, di speranza, di futuro. Un circolo vizioso entropico.

Ti propongo – sembra dire Gesù al suo anfitrione – un’azione non di buon senso, apparentemente senza senso, un’azione che non segue la logica sapienziale del buon vivere secondo il galateo familiare e sociale predeterminato e accettato da tutti. Un’azione apparentemente stolta, incomprensibile.

Ti propongo un’azione dettata da una mentalità evangelica.

Al tuo ricevimento – dice Gesù al suo anfitrione – invita pure le persone a te care e conosciute, ma fai venire anche e soprattutto persone non ricche, male in arnese, mal viste e mal sopportate dal tuo entourage e dalla società, bisognose di assistenza per poter camminare e orientarsi nella vita. Essi “non hanno/ouch echousin [di che] contraccabiarti/antapodounai soi.

Beato… non hanno da contraccambiarti!

Ti assicuro – gli dice Gesù – che ti sentirai “beato, felice/makarios” “proprio per questo/hoti”.

Non avrai agito, infatti, secondo il codice del dovuto, del contraccambio paritetico che avvelena il cuore col già visto, con lo scontato, con la noia del galateo. Avrai agito, invece, secondo il codice del gratuito.

Sarai felice perché avrai immesso nel mondo qualcosa di inatteso, di nuovo, di eccedente il buon senso; qualcosa di fresco, qualcosa che apre al futuro, alla novità. Qualcosa di creativo, capace di innescare processi di relazioni nuove e inaspettate, ricche di umanità, di integrazione di mentalità e sensibilità diverse. Sviluppo e non entropia.

Questa è felicità umana, profonda.

Questa è la felicità divina che Dio Padre dona già ora a chi vive la gratuità.

E la darà in abbondanza quando radunerà tutti i suoi figli attorno all’unica mensa.

Ci saranno primi posti per tutti vicino al padrone di casa.

Una gioia che ho visto di persona negli occhi di una coppia di sposi che ha realizzato l’invito/comando di Gesù alla lettera – come sanno essere radicali i giovani – il giorno delle loro nozze.

Umili ed evangelici

La ricchezza della Chiesa sono i poveri, dice papa Francesco. Un tesoro prezioso di umanità e di gratuità. Un’“occasione” per tutti di restare umani, di diventare e mantenersi evangelici.

Oltre il buon senso, oltre le norme, necessarie ma interpretate spesso in modo ristrettivo ed egoistico.

Alla mensa del cibo e dell’umanità c’è spazio per tutti.

Non si tratta di elemosina, ma di giustizia rispetto a violenze e iniquità commesse in precedenza, anche se non avvertite, conosciute o perpetrate in prima persona.

Il sapiente insegnava l’umiltà e la mitezza.

Gesù è sulla stessa linea. La porta solo a compimento nell’approfondimento evangelico.

Profondità apparentemente straniante.

Irrompe dall’alto della sovranità del Padre.

Umili ed evangelici.

Gioia e primi posti per tutti!

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