XXIX Per annum: Pregare sempre senza stancarsi

di: Roberto Mela
Acqua, carne, guerra

Alle prove della mancanza di acqua dolce (Es 15,22-27) e di carne (16,1-35) che, in pieno deserto di Sin, suscitano la mormorazione di Israele che sta uscendo dalla schiavitù dell’Egitto, YHWH risponde donando acqua dolce e abbondanza di manna e di quaglie. In un’ulteriore tappa, a Refidìm, Israele patisce la mancanza di acqua, e su ordine di YHWH, Mosè procura l’acqua dalla roccia battendola col bastone con cui aveva percosso il Nilo (17,1-7).

«Il Signore è in mezzo a noi sì o no?» aveva gridato il popolo (17,7), a Massa e Meriba, mettendo alla prova YHWH e litigando giuridicamente con lui. YHWH darà ancora prova che è in mezzo al suo popolo.

Sempre a Refidìm, ecco ora la prova militare della battaglia (Es 17,8-16, pericope che purtroppo viene limitata nella lettura liturgica ai vv. 8-13, con grave perdita della ricchezza interpretativa offerta dal v. 16).

La nota della Bibbia di Gerusalemme definisce molto bene le coordinate storico-geografico-letterarie di Es 17,8-16: «Questo racconto antico, probabilmente di tradizione jahvista [ma dallo studioso M. Priotto classificata come deuteronomistica e ripresa da un autore sacerdotale, nota mia], riferirebbe una tradizione delle tribù del sud. È legato redazionalmente a Refidìm, dove si situava l’episodio precedente. Di fatto, gli amaleciti avevano la loro abitazione più a nord, nel Negheb e sulle montagne di Seir (Gen 14,7; Nm 13,29; 1Cr 4,42s) e in questa regione bisogna cercare Corma (Nm 14,39-45; cf. Dt 25,17-19; 1Sam 15).

Presentato da Gen 36, 12.16 come nipote di Esaù, Amalèk è in realtà un popolo antico (Nm 24,20). Al tempo dei giudici si associa ai saccheggiatori di Madian. Davide lo combatte ancora. Poi non è più menzionato, se non in 1Cr 4,43 e Sal 83,8».

Fu soltanto al tempo quindi di Ezechia (716-687 a.C.) che gli amaleciti furono sconfitti definitivamente. «Un ricordo di questa rivalità sopravvive nel personaggio Aman del libro di Ester, chiamato l’Agaghita (Est 3,10) dal noto re amalecita Agag (1Sam 15,32-33)» (M. Priotto). Refidìm «andrebbe collocata nel Wadi Refayd. Il deserto del Sinai corrisponde all’altopiano er-Raha a nord del massiccio roccioso che il nome, Gebel Mûsa (monte di Mosè) e tutta la tradizione biblica identificano col monte Sinai o Oreb (Horeb) della Bibbia» (E. Galbiati – F. Serafini).

La battaglia di Giosuè

Il vero comandante militare del popolo di Israele, Mosè, ordina seccamente al suo aiutante Giosuè: «Scegli, esci, combatti» (cf. v. 9). Nominato per la prima volta nel libro, Giosuè (“Dio salva/Yeôšua‘”) – che in Es 24,13; 33,1 è menzionato come “aiutante liturgico/mešārēt” di Mosè – col suo stesso nome già allude alla verità ultima che il brano vuole trasmettere: è YHWH che salva il suo popolo, non la forza militare e le battaglie degli uomini.

Mosè promette che il giorno seguente egli starà ritto su “il monte” – letteralmente una collina (isolata) – con il bastone di Dio “nella sua mano. Non è più il bastone con cui Mosè ha percosso il Nilo (17,5); ora è il bastone di Dio che sta nella sua mano. «Il nome del giovane capo ricorda che la salvezza proviene da YHWH; il monte indica sicuramente un luogo sacro e conosciuto; infine, il bastone che Mosè deve prendere è qualificato, a differenza del bastone di 17,5 come […] bastone di Dio, quasi per eliminare un’interpretazione magica; si tratta, infatti, di un “bastone teologico” che, come in 4,20, così anche qui intende affermare la preminenza dell’azione di Dio: non sarà l’azione di Mosè né l’azione magica legata a un amuleto, ma soltanto l’azione gratuita ed efficace di Dio a propiziare la vittoria degli israeliti» (M. Priotto).

Giosuè obbedisce prontamente agli ordini di Mosè ed esce in battaglia. Mosè, il fratello sacerdote Aronne e Cur salgono sul monte quasi in una processione liturgica. Cur, che compare qui per la prima volta, è annoverato fra i responsabili del popolo, condivide il ministero sacerdotale con Mosè e Aronne e in 24,14, sempre assieme ad Aronne, compare come responsabile dell’attività giudiziaria.

La “preghiera” di Mosè

Quando Mosè alzava la sua mano (singolare, così il testo ebraico) – e quindi anche il bastone di Dio –, Israele prevaleva in battaglia; quando Mosè abbassava la sua mano – e quindi anche il bastone di Dio –, vinceva il nemico Amalèk.

«Quando le mani di Mosè (divennero) pesanti, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette», mentre Aronne e Cur sostengono ciascuno una mano di Mosè (“le sue mani”). Le mani alzate e aperte – col bastone di Dio in una – esprimono apertura completa all’aiuto che YHWH vorrà dare al suo popolo. È il gesto tipico della preghiera. Potrebbe essere vista come intercessione, un gesto di benedizione o di maledizione, un giuramento, un incitamento alla lotta.

Simile al gesto di Mosè è quello di Giosuè, «che, su ordine di YHWH, tende costantemente il giavellotto verso la città di Ai fino alla sua caduta (Gs 8,18-26); anche Mosè, sebbene meno esplicitamente, compie un gesto ispirato da Dio: è soltanto su questo piano che è possibile interpretare i gesti di Mosè e di Giosuè come segno dell’intervento salvifico divino!» (M. Priotto).

Non viene riportato alcun contenuto esplicito della “preghiera” di Mosè. «La preghiera di Mosè non [è] tanto sul versante dell’intercessione […] quanto piuttosto della testimonianza della presenza attiva di YHWH in favore degli israeliti: vedendo il bastone di Dio che Mosè tiene alzato, essi riconoscono la presenza di YHWH che combatte per loro».

Le sue mani divennero ’ĕmûnāh

Continua il gioco letterario de “la (sua) mano/le (sue) mani”. Dalla constatazione che le mani sono “pesanti/kebēdîm”, espressa con una frase nominale senza verbo, si passa a notare – col verbo finito – il fatto che esse divenne(ro) dinamicamente “’ĕmûnāh/fermezza”, un termine astratto che va interpretato in senso largo. È il passaggio «non solo da uno stato di stanchezza fisica a una condizione di fermezza, ma anche un atteggiamento spirituale: la ferma fede in YHWH» (M. Priotto).

La vittoria su Amalèk è menzionata brevemente, rispetto alle lunghe descrizioni belliche dell’Iliade…: Giosuè «“fiaccò/wayyaḥălōš” Amalèk e il suo popolo a fil di spada». Non che Giosuè e i suoi prima lo sconfiggano e poi (così CEI 2008!), a sangue freddo, passino a finire a fil di spada i sopravvissuti, sani o feriti che fossero… In Es 32,18 il sostantivo ḥălûšāh esprime “la disfatta”, per cui si potrebbe tradurre il v. 13 con “fiaccò”, “indebolì”. La versione greca della LXX traduce con “etrepsato/mise in fuga”, che pare ben tradurre il raro verbo ebraico.

Il v. 13 non è quindi una descrizione (di malcelata soddisfazione) di una ferocia belluina, disumana ed efferata, ma la constatazione che YHWH ha procurato al suo popolo una disfatta del nemico “col filo della spada”, tramite l’azione bellica dei guerrieri. La preghiera/testimonianza di Mosè è stata quindi efficace.

Preghiera, armi e battaglie

Mosè “prega”, gli uomini combattono, ma è YHWH a vincere. Il bastone alzato da Mosè è il bastone di Dio.

YHWH vuole liberare il suo popolo dalla schiavitù egiziana, un grande male. Il Dio della Bibbia non può mai sopportare il male. Egli battaglierà sempre contro il male e si opporrà sempre a coloro che sbarrano la strada alla sua opera liberatrice, scegliendo così, più o meno liberamente, di diventare suoi “nemici”.

La vittoria è solo di YHWH, perché in definitiva la battaglia di Amalèk era contro di lui. Lo sottolineano con forza i vv. 15b-16, con i quali si conclude la pericope, che doveva essere letta fin qui anche nella liturgia. Costruito un altare, Mosè «gli diede il nome “YHWH è il mio vessillo”; e disse: “Una mano contro il trono di YHWH”! Vi sarà guerra per YHWH contro Amalèk, di generazione in generazione!”».

L’apostolo Paolo esprimerà perfettamente la vera posta in gioco, la vera lunga “guerra”, le sue ripetute “battaglie” e le vere “armi” da impiegare: «In realtà, noi viviamo nella carne, ma non combattiamo secondo criteri umani. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni arroganza che si leva contro la conoscenza di Dio, e sottomettendo ogni intelligenza all’obbedienza di Cristo» (2Cor 10,3-5).

La preghiera e la battaglia. Entrambe sono necessarie.

Ma a vincere è solo la potenza Dio, quando vuole lui e come vuole lui.

Con le armi di Dio.

La preghiera instancabile

L’atmosfera che si respira nella sezione del Vangelo di Luca Lc 17,11–18,30 è escatologica (cf. il nostro commento alla pericope di Lc 17,11-19 letta domenica scorsa, la XXVIII per annum C).

Si parla infatti dell’opera di Dio (cf. 17,15b-16a), del Regno di Dio (17,20; 18,16), del giorno del Figlio dell’uomo che è il giorno di Dio (17,22), della fine (18,5 «fino alla fine»; CEI 2008: «continuamente»), del Figlio dell’uomo che verrà (18,8b), della vita eterna (18, 18.30), della salvezza (18,26).

Al tema escatologico del Regno e della venuta del Figlio dell’uomo vanno quindi ricondotte tutte le sotto-tematiche presenti nelle varie pericopi.

Molto sensibile al tema della preghiera, l’evangelista Luca raccoglie all’inizio del c. 18 alcuni insegnamenti essenziali sul tema. Egli mette un titolo “redazionale” al primo brano (18,1-8) sottolineando “il dovere/to dein”, inculcato da Gesù, di pregare “e di non stancarsi/kai mē egkakein” in questo (18,1). Non bisogna cedere al male (√kak), venire meno, scoraggiarsi, desistere dal continuare la battaglia (con Dio? con noi stessi?).

Come spesso nel suo insegnamento, Gesù racconta un parabola, dalle mille sfumature. Potrebbe dimostrare la necessità di pregare senza stancarsi, ma anche parlarci di Dio, del suo modo di agire, della fede dell’ultimo giorno…

Dopo la presentazione dei personaggi e della richiesta (vv. 2-3), segue la reazione del giudice (vv. 4-5) e l’applicazione compiuta da Gesù (vv. 6-8).

Il giudice di una città non aveva rispetto ossequioso per Dio, e quindi men che meno per alcun uomo/donna, sua immagine, sua presenza e trasparenza terrena.

Nella stessa città abita una vedova, elemento debole e indifeso della società, che il Dio della Bibbia protegge infatti con leggi ad hoc (decime, spigolature ecc.). Essa chiede che il giudice le renda giustizia nei confronti del suo avversario: ekdikeson me è un imperativo aoristo ingressivo: inizia a farmi giustizia, inizia a fare questa e questa azione sola).

La Bibbia ricorda che «Il Signore “protegge/šōmēr” i forestieri, egli “sostiene/ye‘ôdēd” l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie degli empi» (Sal 146,9), a coronamento di tutto il Salterio. Ma chi dimentica Dio, come è il caso del giudice, sfigurerà anche l’uomo.

YHWH: giustizia per la vedova

Is 10,1-2 ammonisce con severità: «Guai a coloro che fanno decreti iniqui e scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri e per frodare del diritto i poveri del mio popolo, per fare delle vedove la loro preda e per defraudare gli orfani». YHWH stesso prende le difese degli indifesi: «… il Signore, vostro Dio, è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito» (Dt 10, 17-18).

«… Scomparso il distruttore della regione, allora sarà stabilito un trono sulla mansuetudine, vi siederà con tutta fedeltà, nella tenda di Davide, un giudice sollecito del diritto e pronto alla giustizia» (Is 16,4b-5). Il Germoglio di Davide è atteso con trepidazione per i tempi messianici: «Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli umili della terra» (Is 11,3-4 a).

Fino alla fine: un “occhio nero”?

Per un po’ di tempo/epi chronon” il giudice non volle rendere giustizia alla vedova nei confronti del suo avversario giuridico, ma alla fine, anche se riafferma di non temere Dio e non di non curarsi degli uomini (esiste solo lui al mondo!), cede alle insistenze della vedova solo per scrollarsi di dosso il fastidio pesante (kopon) che gli procura, perché alla fine/eis telos, presa dalla forza rabbiosa della frustrazione, non gli faccia… “un occhio nero/hypōpiazēi me”.

L’esasperata lo sta esasperando, facendogli forse perdere anche un po’ della stima che gode in città… A malincuore, con tutta la calma possibile, le verrà incontro… Non per senso di giustizia, ma per l’insistenza della vedova sentita come fastidio indisponente e potenzialmente pericoloso addirittura per la propria incolumità fisica. Il colmo dell’ironia: una donna, una povera donna vedova che fa un occhio nero a un uomo, che ricopre l’alta carica di giudice nella città!

Il giudice avverte che deve averla esasperata oltre ogni limite…

Li farà aspettare a lungo?

Gesù (“Il Signore” risorto, come spesso lo chiama l’evangelista Luca) compie l’applicazione della parabola. Fornisce subito un chiaro giudizio morale negativo sul giudice indolente e irrispettoso dei propri doveri: è un giudice ingiusto, iniquo (“il giudice dell’ingiustizia/ho kritēs tēs adikias”).

Il genitivo ebraico è più forte dell’aggettivo. Quel giudice è tutto intriso della mancanza di giustizia, raccomandata da YHWH nella legislazione emanata da Mosè. Non temendo Dio, e men che meno il Dio di Israele YHWH, il giudice non mette in pratica i suoi comandi presenti nella legislazione riguardanti i suoi doveri e finisce per oltraggiare le giuste attese della povera gente di vedere riconosciuti i propri diritti anche nelle assisi giudiziarie di più alto livello.

Si pensi come sia attuale questa situazione. È identica a quella di popoli e di continenti interi che, ancor oggi, sono vittime dell’ONU dalle armi spuntate e dominata da poche potenze, bisognosa di profonda riforma nelle sue strutture di governance e di rinnovata autorità per imporre l’osservanza delle proprie decisioni.

Gesù si domanda retoricamente se Dio «non farà forse assolutamente giustizia/ou mē poiēsēi tēn ekdikēsin” ai suoi eletti che gridano notte e giorno verso di lui». La domanda, aperta dalla particella interrogativa , rafforzata da quella che la precede – ou –, attende una risposta necessariamente negativa: certamente Dio farà giustizia ai suoi eletti. Quest’ultimo termine è usato dal NT in un contesto escatologico (cf. Mc 13, 20.22.27; Mt 20.16; 24, 22.24.31), non necessariamente però da Luca che lo impiega solo in 23,35, detto di Gesù, l’Eletto.

Il contenuto della domanda retorica di Gesù è ripreso dal grido che il veggente dell’Apocalisse sente uscire da sotto l’altare da parte degli immolati a causa della parola di Gesù e della loro testimonianza: «Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e veritiero, non farai giustizia (ou krineis) e non vendicherai il nostro sangue (kai ekdikeseis to haima hēmōn) contro (ek) gli abitanti della terra?» (Ap 16,10).

La stessa attesa di giustizia è espressa in Ap 19,1-2: «Dopo questo, udii come una voce potente di folla immensa nel cielo che diceva: “Alleluia! Salvezza, gloria e potenza sono del nostro Dio, perché veri e giusti sono i suoi giudizi. Egli ha condannato (ekrinen) la grande prostituta che corrompeva la terra con la sua prostituzione, vendicando su di lei (kai exedikēsen to haima tōn doulōn autou ek cheiros autēs) il sangue dei suoi servi!”» (trad. CEI 2008; trad. U. Vanni: «vendicando il sangue dei servi suoi dalla mano di lei»].

Dio farà giustizia ai suoi eletti (in un contesto solo escatologico?), renderà giustizia ai credenti che gridano a lui in un contesto di persecuzione e di prova. Una preghiera fra persecuzioni, un po’ diversa da quella insistente di un uomo verso un suo amico per un po’ di pane, riportata quasi come una parabola gemella in Lc 11,5-13.

Dio renderà giustizia ai suoi eletti che gridano nella prova, e perciò non li farà dunque attendere a lungo, dilazionando i tempi (makrothymei), allungando (makro-) il respiro umido (thymos) del suo intimo cosicché il tempo si allunghi all’infinito?

La realtà avvertita dai discepoli che vivono nella prova dolorosa è però proprio questa: Dio dilaziona la sua risposta. In questo aspetto sembra che il comportamento del “giudice dell’ingiustizia” della parabola illustri positivamente quello di Dio!

Ma Dio è giusto, e non giudice dell’ingiustizia! Il comportamento di Dio sembra conforme a quello del giudice iniquo, ma la parabola vuole ricordare e illustrare la difformità ontologica di Dio (che è giusto e vindice di giustizia) rispetto al giudice ingiusto. Questo porterà Dio a comportarsi nella pratica in modo diametralmente opposto a quello del giudice terreno.

Agere sequitur esse. Dalla Fonte della Giustizia non può che nascere un comportamento secondo giustizia, una prassi giusta che rende giustizia a chi la attende.

Prontamente

Dio non farà attendere a lungo i suoi, farà giustizia “en tachei/velocemente” (v. 8). È la convinzione di Gesù espressa nell’applicazione della parabola. Le traduzioni rendono in modo diverso l’espressione avverbiale greca di natura modale-temporale: «prontamente» (CEI 2008), «senza tardare» (L. Bovon), «subito» (S. Fausti), «con celerità» (G. Rossé), «prontamente» (S. Grasso, F. Mosetto, L.T. Johnson), «promptement» (C. Chouraqui), «soon» (I. Howard Marshall, WYC), «unverzüglich» (Einheitsübersetzung), «quickly» (NIV, NLT, GNT), «speedily» (NEV, KJV, ASV, DBT, ERV, WEB, ISV), «bien vite» (TOB), «prompte justice» (La Bible de Jérusalem), «sin tardar» (Nueva Biblia Española), «bem depressa» (Bíblia Sagrada, Traduçao da CNBB-brasiliana).

È evidente che i tempi e le modalità di esaudimento della drammatica supplica “di coloro che gridano a gran voce/tōn boōntōn” in continuità, di giorno e di notte, saranno i tempi e le modalità di Dio. Essi non sono rapportabili esattamente ai tempi e alle attese degli uomini, dei discepoli che pur sono nella prova e nella sofferenza. Il taglio della parabola è escatologico (solo?).

Testimonianza

La risposta di Dio ci sarà, è certa, “veloce”. I tempi e le modalità non sono invece prevedibili. Tra il tempo di Gesù e quello della parusia c’è il tempo della Chiesa, il tempo della testimonianza. Luca lo ricorda chiaramente in una delle due parti del suo discorso escatologico (cf. Lc 21,12-19), specialmente in Lc 21,12: «Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza». Più corrispondente al testo greco (apobēsetai hymin eis martyrion) sembra però essere la traduzione: «Questo risulterà essere una testimonianza per voi». Una testimonianza che la vostra persecuzione è una chiara attestazione che siete nella verità, perché state ricalcando fedelmente le orme del vostro Signore, che ha sofferto, è morto ed è risorto.

In Lc 21,19 si preannuncia la salvezza finale, il segreto che deve sostenere l’attesa prolungata e sofferente della comunità ecclesiale scossa dalle prove: «Con la vostra perseveranza (en tēi hypomonēi hymōn) salverete la vostra vita». È la capacità di «rimanere (menō) sotto (hypo) una situazione sopportandola con costanza».

Alla Chiesa destinataria del Vangelo di Luca e a quella di tutti i tempi, tentata di cedere alla sfiducia nelle prove e nelle persecuzioni, è indirizzato un forte messaggio di speranza certa, fondata sulla personalità intima di Dio, giudice giusto e attento al cammino dei suoi figli e di tutti gli uomini nella storia. La qualità della sua persona garantirà l’efficacia salvifica della sua risposta. La salvezza non comporta però necessariamente anche la non sopravvivenza integra a livello fisico…

Sarà il tempo necessario e tipico della Chiesa, perché in essa si realizzi la pienezza (“teologica” più che numerica…) della testimonianza ecclesiale, anche martiriale.

Questa è infatti la risposta data alla drammatica questione da Ap 6,9-11: «Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso. E gridarono a gran voce: “Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e veritiero, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue contro gli abitanti della terra?”. Allora venne data a ciascuno di loro una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco (hina anapausontai eti chronon), finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio (lett.: fossero completi i loro compagni di servizio/heōs plērōthōsin hoi syndouloi autōn) e dei loro fratelli, che dovevano (hoi mellontes) essere uccisi come loro».

Troverà la fede?

La tonalità escatologica erompe pienamente nell’ultimo versetto dell’applicazione della parabola.

Gesù, il Signore risorto, si domanda se quando verrà nella pienezza escatologica quale Figlio dell’uomo che ha sofferto sì, ma che è anche giudice ultimo – come ben scritto nell’apocrifo libro di 1Enoch – troverà la fede in lui, la fiducia e l’affidamento della propria vita alla sua persona di Signore risorto.

È l’ultimo “scivolamento” (glissamenet) semantico della parabola. Forse la “punta” dell’applicazione, dopo “la punta/le punte” della parabola. Si passa, infatti, dall’insegnamento circa la preghiera instancabile (conforme a quella della vedova), alla certezza della giustizia che Dio renderà “velocemente” ai suoi eletti nella prova e nelle sofferenze (difformemente dal giudice ingiusto) –, pur però apparentemenete conforme all’atteggiamento indolente del giudice ingiusto –, alla domanda cruciale sul ritrovamento o meno della fede sulla terra al momento della venuta escatologica del Figlio dell’uomo.

Una pericope, questa di Luca 18,1-8, ricca d’insegnamenti, drammatica per il morso che dà alla carne viva dei discepoli del Signore, disseminati fra tanti popoli in testimonianza martiriale del loro Signore, ma partecipi con loro di tante ingiustizie che “gridano vendetta al cospetto di Dio”.

Non una “vendetta” capricciosa, efferata e disumana/non divina, ma un “rendere giustizia” alla verità delle cose, un far fiorire finalmente nella vita piena la testimonianza di fede sofferta data al Signore risorto della storia da parte della sua sposa che cammina fra le prove e le persecuzioni.

La sposa grida a voce alta, a nome di tutti, che possa apparire finalmente dove sta la vera vita, dove trova casa la vera ricchezza dell’umano, dove abita la vera felicità dei discepoli, dove trova consistenza la riconosciuta dignità dell’uomo e del creato, casa comune dell’umanità.

Occorre pregare con una preghiera instancabile, non tanto per stancare Dio e piegarlo ai nostri voleri (come nella parabola, che conserva la sua verità ad altri livelli), ma per allargare il nostro cuore alla sua volontà e alla sua giustizia. Perché inizi a rivelarsi pienamente fin d’ora, in attesa dell’ultima ora.

La preghiera costante ricorderà a Dio di ricordarsi dei discepoli del suo Figlio che soffrono e di far fiorire presto la sua verità e la sua vita sulla terra.

La pregherà instancabile “smuoverà” Dio, ma soprattutto smuoverà il cuore dell’uomo, perché non diventi un animale senza timore di Dio e incurante degli uomini.

Bestia solinga in un universo desertificato, senza Dio e senza uomini.

Troverà il Veniente la fede? Sì!

Lo Spirito di Dio non farà seccare il suo dolce flusso di vita filiale.

Il Figlio di Dio, lo Sposo, non abbandonerà la sua sposa nei meandri grevi di sangue e di ingiustizia della storia.

Dio Padre troverà la fede perché non si stancherà di guardare i suoi figli, la gioia dei suoi occhi.

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