XXX Per annum: Occhi nuovi

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Il profeta Geremia era stato inviato dal Signore al suo popolo per portare la sua parola: «Il Signore stese la mano e mi toccò la bocca, e il Signore mi disse: “Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca. Vedi, oggi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare”» (Ger 1,9-10; cf. 18,7-9; 24,6; 31,28; 42,10; 45,4).

La parola del profeta accompagna un passaggio epocale, il cammino verso la salvezza, reso tuttavia doloroso dall’orgoglio umano che vuole costruire il mondo, le culture e le società attraverso l’ingiustizia e la violenza.

Il Dio di Israele si erge a barriera contro la sopraffazione dei poveri, e con l’autorità del profeta sottopone a giudizio anche il re di Giuda così come le nazioni pagane.

“Sradicare e demolire”, contrastare i progetti e le realizzazioni dell’ingiustizia, è solo il primo passo verso una nuova “piantagione”, un nuovo “cantiere” (cf. Ger 4,3: «Dissodate un campo nuovo»), che solo Dio può avviare insieme agli sconfitti e in loro favore, con la forza della sua parola. La prima conversione, il primo “ritorno”, per Israele, consiste nell’accettare questa trasformazione, un’apparente “sconfitta”, che lo include tra i “poveri”. Questa solidarietà è la condizione esistenziale per accogliere un dono inaspettato, paradossale, eppure reale, incipiente, progressivo.

Così, al capitolo 29, la lettera di Geremia agli esiliati li invita a cercare il bene, la “pace”, nelle terre di esilio, aspettando il tempo di Dio, il suo “giorno”, e annuncia come presente la realizzazione del “ritorno”, il “ristabilimento delle sorti” del suo popolo (Ger 29,14: 30,3.18; 31,23; 32,44; 33,7.11.26): «Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni» (Ger 31,9).

Aprirsi a questa “speranza contro ogni speranza” (cf. Rom 4,18) significa credere in Dio e nella sua bontà, nei suoi “progetti di pace e non di sventura” (Ger 29,11; cf. 38,4), nella sua “vigilanza” fedele ed efficace (cf. Ger 1,11-12; 31,28: «“Come ho vigilato, […] così vigilerò…»), anche nel momento della prova e della trasformazione: «Concluderò con loro un’alleanza eterna e non cesserò più dal beneficarli; metterò nei loro cuori il mio timore, perché non si allontanino da me. Proverò gioia nel beneficarli; li farò risiedere stabilmente in questo paese, e lo farò con tutto il cuore e con tutta l’anima» (Ger 32,40-41).

I deboli e i poveri sono i testimoni privilegiati della salvezza compiuta dal Signore: qui sono rappresentati da due coppie di categorie correlate, in quanto maschili e femminili, a indicare una totalità (cf. Lc 15,4.8). Infatti, sono «grande folla», letteralmente «una grande assemblea [qahalgadôl]» come quella uscita dall’Egitto (cf. Es 12,37-38; Nm 1,46), modello di riferimento costante nell’annuncio profetico della salvezza escatologica (Is 26,15; 54,2-3; Ger 30,19; Ez 37,10: «un esercito grande, sterminato»), fino all’Apocalisse: «Ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (7,99); e anche per lo stesso Gesù di Matteo (8,11): «Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli».

Il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente sono, in più, categorie inabili a viaggiare a piedi, a intraprendere il lungo cammino necessario al “ritorno”; eppure, essi «non inciamperanno!» (Ger 31,9). Come a dire che i destinatari della salvezza – quanti danno forma concreta nella loro vita al dono di Dio – sono proprio coloro che, in ragione delle loro forze insufficienti, sono ritenuti esclusi, perché non possono «confidare nell’uomo e porre nella carne il loro sostegno» (cf. Ger 17,5; Sal 146,3-4; Is 31,1-3). Essi, però, «confidano nel Signore e il Signore è la loro fiducia» (cf. Ger 17,7); pertanto, ad essi è riservata una beatitudine peculiare: «Saranno come alberi piantati lungo corsi d’acqua» (cf. Ger 31,9: «li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua»).

Inoltre, nelle due coppie si uniscono i portatori di una vita menomata, ferita irrimediabilmente, con le portatrici di una vita incipiente, foriera di nuove e grandi realizzazioni: già nella composizione di questa “comunità” in cammino è posto il seme della vita nuova, l’inizio del nuovo mondo secondo Dio; questa vita fragile Dio la custodisce, quale “pastore” (Ger 31,10) del suo popolo, che «fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri» (Is 40,11; cf. Ez 34,16; Gv 10,3-4.10-11.16).

Anche Gesù dirà (Lc 14,21) che “ciechi e zoppi” sono invitati al banchetto del regno, come manifestazione della cura speciale di Dio per i piccoli, i poveri e i peccatori (cf. Lc 5,31; Mt 18,14) e farà della loro guarigione il segno dei tempi messianici (Mt 11,2-5).

Nel Vangelo di Marco, in particolare, la guarigione del cieco di Gerico conclude una sezione del vangelo di Marco che inizia con la guarigione del cieco di Betsaida (8,22-26). Si tratta di una sezione che contiene il triplice annuncio da parte di Gesù della sua imminente passione e morte, che sconcerta i discepoli. Essi faticano a comprendere la prospettiva di Gesù, non riescono a vedere il senso delle sue affermazioni, a riconoscere il valore del dono generoso della sua vita.

Gesù ha già rimproverato la loro durezza di cuore: «Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? […] Non capite ancora?» (Mc 8,17-18.21).

Essi sono come Bartimeo: cieco, mendico, seduto, «a lato della strada», cioè fuori dal cammino di Gesù verso la sua passione, che darà compimento al suo servizio di Messia salvatore.

La sua invocazione: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me» è un riconoscimento della sua identità di Messia, un atto di fede nella forza del suo amore, che è capace di strappare dai suoi occhi, come da quelli di Balaàm, il velo che gli impedisce di vedere l’opera di Dio e la sua logica (cf. Nm 22,31; 24,4.16).

Bartimeo, nella sua ricerca, incontra la volontà di Gesù di incontrarlo, di attirarlo a sé: «Chiamatelo!» (cf. Mc 1,41), e riconosce in essa la promessa della guarigione: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Per Gesù, Figlio di Davide, egli è disposto a esporsi al rischio, ad abbandonare lo spazio buio e necessariamente ristretto che gli è più familiare, nonché il mantello che è la sua casa, la garanzia che può dare in pegno («è la sua sola coperta, […] come potrebbe coprirsi dormendo?»: Es 22,26; Dt 24,12-13; cf. Lc 22,35-36).

Così, nonostante tutte le resistenze, si muove incontro a Gesù, che egli riconosce ormai come il proprio “maestro”: “Rabbunì!”. Nella nuova luce che Gesù gli dona, egli può cominciare a seguirlo “sulla via”, la stessa di Gesù, quella che sale a Gerusalemme.

Nell’ascolto del Vangelo, questo cammino rimane aperto a tutti i suoi discepoli.

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