XXXIII Per annum: Il tempo e i talenti

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Il talento, al centro anche di un’altra parabola che illustra come si deve vivere il tempo della vita che ci è donata, non è una moneta qualsiasi, perché costituiva la paga annuale di un lavoratore comune per circa quindici anni, un totale di 5.500 giornate di lavoro. La cosa si deve tener presente, perché anche colui che ne ha ricevuto uno solo ha comunque a disposizione un capitale enorme.

La parabola è l’ultima delle tre che precedono il giudizio finale, preceduta da quella dei due tipi di maggiordomo, uno fidato e prudente, l’altro malvagio che, profittando dell’assenza del padrone, maltratta i servi e sbevazza con gli ubriaconi (Mt 24,45-40), e quella delle dieci ragazze letta domenica scorsa, di cui cinque erano sagge e cinque stolte.

Tutte illustrano due comportamenti, uno giusto e uno sbagliato, comprendono un tempo in cui il padrone è “lontano”, e hanno come traguardo un giudizio finale che premia felice chi ha operato bene e castiga severamente chi in vario modo ha sbagliato, non rispondendo alle attese del padrone.

Per il loro tema, che è come ci si deve comportare durante l’assenza del padrone, e il giudizio definitivo che viene dato al comportamento in questione, si usa dire che le tre parabole hanno un chiaro intento escatologico, riguardano cioè il giudizio finale. Ma questo non le sottrae all’interesse che hanno per il tempo presente, se non altro perché alla fine saremo chiamati a rendere conto di come abbiamo sfruttato il tempo che ci è stato donato, e cosa abbiamo fatto dei beni che ci sono stati “affidati” perché ne facessimo un buon uso.

Le tre parabole, uguali nello schema e nell’intento, non sono però identiche nel modo di sviluppare l’argomento, come si è visto. Quella di oggi mette a tema la laboriosità, visibile nei due servi dei quali si loda l’intraprendenza e il fervore, mentre si giudica severamente la neghittosità e l’ignavia del terzo, insieme a una falsa paura che la genera.

La “donna forte”

La prima lettura ci fa entrare direttamente nel tema illustrando il comportamento di una «donna forte». Il testo è un collage composto di versetti tratti da Pr 31,10-31 (10-13.19-20.30-31) che descrivono una figura le cui qualità eccezionali sono evidenziate dalla sua rarità: «Una donna forte chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore».

Gli elementi del ritratto possono essere raccolti in tre quadretti.

Il primo riguarda il rapporto con il marito, che ha fiducia in lei e dalla quale riceve «felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita».

Questo mirabile esempio di fedeltà è inoltre accompagnato da una laboriosità esemplare, che si esprime nel filare e nel tessere e in molte altre attività che comprendono, nei versetti qui omessi, l’acquisto di cibo e provviste varie, l’organizzazione del lavoro da fare nella casa, l’intraprendenza di chi «pensa a un campo e lo acquista, e con il frutto delle sue mani pianta una vigna».

Il terzo quadretto va ancora oltre, perché questa donna allarga la sfera delle sue attenzioni al misero e al povero. E la conclusione giunge quanto mai opportuna: «Illusorio è il fascino e fugace la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare».

Il verbo “temere” non inganni. Il termine si ritrova molto spesso nella Bibbia, ma il timore di Dio non è la paura – come invece si vedrà nel terzo servo che ha ricevuto un solo talento – ma il rispetto dovuto a chi ci ha ricolmato con la vita di tanti doni e chiede giustamente che ci sentiamo responsabili dell’uso che ne facciamo. Peraltro, il significato di “temere Dio” è illustrato magnificamente e chiaramente nel Salmo 127.

Verso l’aurora

Si è già detto dell’orizzonte escatologico che caratterizza questo gruppo di tre parabole che guardano al giudizio finale, e la seconda Lettura (1Ts 5,1-6) arriva a proposito. La nostra fede ha come sbocco il ritorno del Signore, noto come “seconda venuta”, che comprende quattro eventi chiamati “novissimi”, cioè le “ultime cose”: morte, giudizio, inferno, paradiso.

Negli anni cinquanta, quando frequentavo il seminario, questi temi formavano ancora un passaggio obbligato negli esercizi spirituali tenuti in un’atmosfera di rigoroso silenzio, all’inizio e alla fine dell’anno scolastico, cui partecipavano tutti, dai piccoli ai teologi.

L’idea che me ne facevo – ma non solo io – era che il loro scopo principale era seminare la paura, se non proprio il terrore, in funzione di quella liberazione catartica che era la confessione generale, dopo la quale si tornava a respirare nella leggerezza e nella gioia. Era come viaggiare in discesa una volta raggiunta la cima al termine di un’ascesa faticosa.

Ricordo ancora l’impressione che mi fece la lettura del Ritratto dell’artista da giovane, un romanzo autobiografico pubblicato da Joyce un secolo fa, nel 1916, quando arrivai alla descrizione minuziosa del corso di esercizi da lui frequentato quando studiava dai gesuiti, dove ritrovavo nelle prediche sui novissimi – e nelle paure che ne seguivano – un linguaggio identico a quello che udivo e, di riflesso, le stesse sensazioni da me provate cinquant’anni dopo.

Da tempo il tema dell’escatologia è in piena revisione, e succede che la generazione degli anziani lamenti a volte il fatto che non se ne parli più. Ma non è un discorso che si possa eliminare, e trovo molto apprezzabile il tentativo dell’arcivescovo di Milano di fornire una versione più positiva e incoraggiante dell’escatologia, un tema da sviluppare come educazione alla speranza e alla gioia proprie di «un popolo che è in cammino verso la città santa, la nuova Gerusalemme» (Lettera pastorale per il 2018-2019).

Questa era peraltro la visione, in forma di affresco o mosaico, che le grandi cattedrali medievali mostravano sulla controfacciata, dove i fedeli, al termine della celebrazione liturgica, potevano vedere con chiarezza la meta verso la quale uscivano: il giudizio universale con i suoi due esiti!

Del resto, negli autori medievali era comune la proposta di scegliere come tema di meditazione la contemplazione del paradiso, che san Bernardo vede come «città dell’amicizia», dove «nessun nemico entra e da dove nessun amico se ne va»! Una visione del genere cambia tutto.

E il brano di Paolo, offerto oggi in seconda Lettura, mira proprio a non farci vivere nella paura dovendo aspettare un giustiziere che arriva «come un ladro di notte»! L’apostolo ricorda che noi «non apparteniamo alla notte né alle tenebre, ma siamo figli della luce e figli del giorno», e dunque dovremmo abituarci a pensare alla morte non come a un entrare nel buio, ma come un giungere alla pienezza della luce! Mi piace ricordare un’immagine molto bella usata da Gregorio Magno, che vede il cristiano come «uomo dell’aurora», non più nella notte, ma non ancora in pieno giorno, sempre a rischio di essere risucchiato nel buio, certo, ma potenzialmente aperto a un crescere della luce fino al giorno pieno.

I tre destinatari dei talenti

Con il vangelo (Mt 25,14-30) si arriva finalmente alla parabola dei tre servi e dei talenti che un uomo, «partendo per un viaggio», consegna loro ripartendoli «secondo le loro capacità». Comunque venga chiamato questo “uomo”, è chiaro che il riferimento è a Dio, signore del creato e della storia. Piuttosto interessa la visione di lui che hanno i tre servi ai quali vengono affidati dei “talenti”.

Mentre i primi due vedono in lui un generoso benefattore, che sentono il bisogno di ringraziare usando al meglio i benefici ricevuti, il terzo ha paura della sua severità, sapendo che è «un uomo duro, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso», e va a nascondere il talento sotto terra per poterlo restituire al ritorno del padrone.

Mentre i primi due sono dichiarati «servi buoni e fedeli» e invitati a «prender parte alla gioia del loro padrone», il terzo è condannato come «malvagio e pigro», e come tale viene «gettato nelle tenebre».

Il messaggio non può essere più chiaro. Piuttosto può sorprendere la sentenza conclusiva, per cui «a chi ha verrà dato, ma a chi non ha verrà tolto anche quello che ha». Sembrerebbe una crudeltà incomprensibile. In realtà si potrebbe parafrasarla così, introducendo il fattore della “consapevolezza”: più uno è consapevole della grandezza dei doni ricevuti, più li utilizza per farli fruttare davanti al donatore, perché sa che, come dice un vecchio adagio, «quanto più crescono i doni, tanto più cresce il conto che si dovrà rendere circa l’uso che se ne è fatto». Chi pensa invece che i “talenti” siano sua proprietà, da sprecare come si crede, resterà alla fine a mani vuote.

L’attesa della seconda venuta del Figlio per giudicare le nazioni non è dunque un tempo vuoto da spendere nell’inerzia, e ancor meno nella paura. Se è vero che i cristiani sono i «seguaci della via» (At 9,2) essi sono chiamati, come il loro Maestro, a “camminare”! Ed è una buona regola credere che ogni cosa, o persona, che ostacola o paralizza il cammino non può essere buona.

Entrano in questo discorso anche i fallimenti e le delusioni che costellano la vita di ognuno, e che possono portare a una sorta di rassegnazione che in realtà traduce una forma sottile di disperazione. Contro questo pericolo vale sempre la raccomandazione preziosissima di Paolo: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Rm 12,21). Si può fare tenendo viva la speranza mediante il pensiero costante dell’amore nel quale siamo stati creati, siamo custoditi, e saremo premiati.

Per questo penso che forse, nella predicazione, più che mettere l’accento maggiore o unico sul comportamento sbagliato del servo «pigro», conviene piuttosto esaltare e magnificare la forza che nasce dal sapersi costantemente beneficati, e sull’onda di tale consapevolezza, fare il proprio lavoro, per quanto umile possa essere, con quella sana laboriosità, che dà senso e valore alle nostre giornate.

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