IV Avvento: L’annunciazione a Giuseppe

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Si parla ancora di “segni”, nei quali la divinità suole manifestare la sua presenza. Un segno è offerto ad Acaz, che lo rifiuta, mentre Giuseppe, che pure avrebbe avuto tutto il diritto di chiedere un “segno” per ciò che gli veniva chiesto, non ne ottiene alcuno, ma solo un ordine al quale obbedire, pur se accompagnato da un invito a «non temere». A tutta prima, risultano inspiegabili ambedue le situazioni. E vale dunque la pena cercare di capire quale possa essere il messaggio che ci rivolgono questi due testi.

“Chiedi un segno”

Il segno offerto ad Acaz suona così: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto»; Acaz risponde: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Questa reazione ha tutto l’aspetto di un atteggiamento rispettoso, conforme al precetto di Dt 6,16. Perché dunque Isaia rimprovera il re come se volesse “stancare Dio” con le sue parole?

San Bernardo commenta il passo di Is 7,10-14 nel par. 1 del secondo Sermone per l’Avvento, dove sostiene che il re non avrebbe compreso che, dietro il suggerimento del profeta, c’era in realtà da parte di Dio l’offerta di un dono, come poi si capirà nella replica di Isaia. Intanto comincia a dire “da dove” sarebbe venuto il segno: il profondo indica la sapienza di Dio, e l’alto significa la sua potenza. Che l’incarnazione sia un segno, non solo e non tanto della potenza e della sapienza di Dio, ma della sua bontà, perché è alla bontà che l’uomo è più sensibile, è un tema molto caro a Bernardo, che insistentemente lo rimarca. E si capisce bene in ciò che scrive: «Acaz rifiuta la richiesta di un segno, sia del potere eccelso del Signore, sia dell’incomprensibile profondità della sua sapienza, e perciò il Signore stesso promette alla casa di Davide un segno della sua bontà, affinché quelli che non sono stati spaventati né dalla potenza né dalla sapienza, siano almeno attratti dal fascino del suo amore».

Bernardo marca il fatto che l’iniziativa di Dio non è mirata a suscitare paura nell’uomo, ma preferisce la via che si basa sul fascino sprigionato dall’offerta di un amore gratuito. Il tutto lo porta a indugiare sul segno offerto da Dio, che unisce la maestà testificata dal concepimento e dal parto verginale, con la carità dichiarata nel nome di Emanuele dato al bambino che nascerà.

E continua con un commovente appello: «Non fuggire, o Adamo, perché Dio è con noi. Non temere, o uomo, e non spaventarti all’udire il nome di Dio, perché Dio è con noi. Con noi nella somiglianza della carne (Rm 8,3), con noi per essere nostro aiuto: è venuto per noi, come uno di noi (cf. Gen 3,22), simile a noi (Gc 5,17), vulnerabile come noi». Questo è un bell’esempio di esegesi monastica, e confesso di non aver trovato commento migliore.

Dentro la storia degli uomini

Il tema della bontà e dell’amore gratuito di Dio dilaga poi nella seconda lettura, che presenta il magnifico incipit della Lettera ai Romani (1,1-7). Il lungo commento che si può trovare nella Bibbia di Gerusalemme dimostra la straordinaria densità di questo brano, che qui può essere solo condensato in alcuni punti chiave. Il primo, anche in riferimento al brano di Isaia appena letto, è il collegamento di Cristo Gesù con «il seme della casa di Davide» dal quale è nato. Ritroveremo questo legame nell’annunciazione a Giuseppe.

Che importanza ha questo che sembra un dettaglio casuale? È il segno che il Figlio di Dio è entrato in pieno e nel profondo nella storia degli uomini, come ha meravigliosamente sottolineato san Bernardo nel brano appena citato, e come lo stesso afferma in un altro testo (Sermone IV, 7 per la Viglia di Natale): «Dice invero Cristo nel salmo: Sono confitto nel fango profondo (Sal 68,3). È chiaro che il fango siamo noi, perché dal fango siamo stati plasmati. Ma allora eravamo il fango del paradiso, ora invece siamo fango dell’abisso. Sono confitto, dice: non sono passato oltre, non mi sono tirato indietro. Sono con voi sino alla fine dei secoli (Mt 28,20)».

Il secondo punto riguarda il segno dei segni, cioè la risurrezione di Gesù, in virtù della quale egli è «costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità».

Il terzo è che da tale evento di morte e risurrezione arriva a Paolo «la grazia di essere apostolo per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti», il che ha come conseguenza che la sua chiamata diventa la nostra chiamata, per cui diventiamo «amati da Dio e santi per chiamata», di quella “santità” che non è una medaglia da mettere al collo, né un’aureola che incorona la testa, ma una “vocazione”, come dice il nome, un appello a condividere un progetto, uno stile di vita, raffigurato nel modello Gesù, che c’è già all’inizio, per cui non resta che rispondere ogni giorno all’invito che sentiremo la notte di Natale nelle parole di Leone Magno: «Riconosci, cristiano, la tua dignità, e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna». In prosa: «Diventa ciò che sei».

Il silenzio obbediente di Giuseppe

A questo punto entra nel discorso la figura di Giuseppe, che riceve oggi una “annunciazione”, che è anche la sua vocazione, la chiamata a una scelta difficile e del tutto imprevista.

L’annuncio a Giuseppe è molto meno celebrato dell’annuncio a Maria. Sembra un supplemento, una nota a piè di pagina. Anche la tradizione iconografica è assai scarna: oltretutto, la scena manca di drammaticità; non c’è dialogo, è un «sogno».

I commenti veloci dicono che, in fondo, il suo scopo è quello di garantire a Gesù la discendenza davidica, una sorta di comma giuridico, perché le profezie dicevano che il messia sarebbe nato dalla casa di Davide. Sia. Se non altro serve a dire che il Figlio di Dio non è sceso dalle nuvole già fatto, ma è entrato pienamente nella nostra storia, nella nostra umanità, con tutto ciò che questo comporta.

E però è almeno lecito chiedersi cosa è successo nel cuore e nella mente di Giuseppe davanti a un fatto inatteso che gli chiedeva un sacrificio incredibile: rinunciare a essere padre nella carne di quello che era pur sempre il figlio della donna che si era scelto come sposa.

Molti studiosi mettono in guardia dalla voglia di “psicologizzare” i racconti biblici, ma se non riviviamo quelle storie con i nostri sentimenti a cosa ci servono, come possiamo capirle come “storie”, cioè come accadimenti che comprendiamo proprio perché sono situazioni che toccano anche noi?

I cistercensi della prima generazione, a partire proprio da san Bernardo, invitano invece a fare uso anche dell’immaginazione nel leggere la Bibbia, a condizione di farlo nella grande tradizione dei Padri, e attenti a che non esca alcuna interpretazione che sia contro la fede o la carità.

Aelredo di Rievaulx, nella Regola delle recluse scritta per la sorella, le offre alla fine alcuni «semi di meditazione» che sono modi di entrare nel racconto evangelico della vita di Gesù «con tutti i sensi», metodo ripreso alla lettera da Ludolfo di Sassonia nella sua Vita Christi, dalla quale finisce negli Esercizi di Ignazio di Loyola.

Così ho provato a immaginare cosa poteva succedere nella mente di Giuseppe. La gravidanza di Maria, che si trova inaspettatamente davanti, lo inquieta, e sta per decidere di sottrarsi a una situazione imbarazzante per essere libero di crearne un’altra più normale. Ma, a sorpresa, è raggiunto da un «angelo» che gli chiede invece di fare di quella situazione una “vocazione”! Chiede cioè a Giuseppe di rinunciare a tutto ciò che implica una paternità fisica, intendo quel sentire un figlio come un pezzo di sé, intrecciando con lui quel legame di protezione che risponde a una fiducia, quella consapevolezza di essere importante, e a tratti decisivo, per qualcuno che è nato dalla tua carne e che ti vedi crescere davanti, che vai costruendo pian piano in un va e vieni che insieme costruisce anche te, perché dà un senso alto a ciò che sei e a ciò che fai.

Certo, gli viene detto che quel bambino «viene dallo Spirito», «si chiamerà Gesù e salverà il suo popolo dai suoi peccati», e compirà una grande profezia, perché sarà anche «Emmanuele, cioè Dio con noi». Ma quello che forse non si aspetta è che l’angelo gli chieda anche di “restare” in quella relazione, di prendere con sé Maria e il bambino!

Giuseppe dovrà abbandonare l’idea di una fecondità “fisica” e, insieme, capire che questo non toglierà senso alla sua vita, né alla sua presenza accanto alla donna che si era scelto e al figlio di lei. La sua funzione non sarà semplicemente quella di dare un nome al bambino, ma di proteggerlo da chi ne minaccia l’esistenza, di “custodirlo”, di crescerlo come se fosse suo.

Non deve essere stata una scelta facile, almeno se si pensa che la paternità carnale induce quasi naturalmente nei genitori un senso di “proprietà” nei confronti dei figli, un sentimento che è duro superare, anche se, come sappiamo, può produrre non pochi guasti.

C’era di che spaventarsi, o sprofondare nello stupore di una “visione” grandiosa in cui egli era chiamato a entrare da protagonista, visione non a caso accaduta «nel sonno», quando l’uomo è totalmente passivo e ricettivo, come in tutte le “epifanie” bibliche.

A Giuseppe non viene neanche lasciato il tempo di chiedere spiegazioni. Si dice solo, con una meravigliosa concisione, che «fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore». Questo suo obbedire senza far domande è un ritornello nel racconto di Matteo: quando si tratta di fuggire in Egitto, di tornare in Palestina, e di stabilirsi a Nazaret di Galilea invece che in Giudea: l’angelo appare, dà un ordine, Giuseppe obbedisce.

La reticenza dei vangeli su tutto il resto della sua vita è enorme: riapparirà solo nel racconto di Luca come co-protagonista accanto a Maria nella grotta, nella circoncisione, nel ritrovamento di Gesù nel tempio, e in quanto Gesù è riconosciuto come «figlio di Giuseppe» (Mt 1,16; Lc 3,23). Ma Giuseppe è tutto tranne che una figura scialba. La sua persona esiste solo in relazione a Gesù, nella sua vocazione di “custode” e di “protettore”. E non è poco!

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