VII Per annum: Lo “straordinario” del cristiano

di: Nico Guerini

A volte non è necessario percorrere tutte e tre le letture per trovare un valido percorso di catechesi. Può bastare una sosta sull’antifona d’ingresso per entrare subito nell’atmosfera che andrà definendosi attraverso i brani biblici proposti. Quella di oggi, da questo punto di vista, è un piccolo capolavoro.

Tre verbi reggono tre frasi, collocati in un crescendo di positività che dà respiro: «Confido, Signore, nella tua misericordia; gioisca il mio cuore nella tua salvezza; canti al Signore che mi ha beneficato» (Sal 12,6). La radice di tutto è la misericordia di Dio, che genera fiducia, che si traduce poi in gioia che fa cantare il cuore, grazie a quei due grandi doni che sono la salvezza e la somma di tanti benefici con cui il Signore arricchisce la nostra povertà, a cominciare dal dono della vita, che riassume e condensa tutti gli altri.

Ritrovare la “morale della parola”

«Siate santi, perché io, il Signore, sono santo» (Lv 19,1-2.17-18). Così inizia un lungo capitolo del libro del Levitico che contiene una serie di precetti morali che governano le relazioni tra le persone. Di questa lunga lista di avvertimenti, il messale ha conservato due versetti che riguardano la sorveglianza su due sentimenti, l’odio e l’istinto di vendetta che nasce dal rancore. Negli stessi si dice, in positivo, ciò che invece si deve fare; «rimprovera apertamente il tuo prossimo, e amerai il tuo prossimo come te stesso».

Tornando al brano letto domenica scorsa, si torna al discorso di una “morale della parola”: se là si chiedeva di evitare l’insulto che offende e “uccide”, qui si ricorda che la parola può essere usata anche per “correggere” il fratello che sbaglia, correzione che, se fatta con garbo e mitezza, è un vero atto di carità.

Si noti che gli altri vengono designati con due qualifiche: “fratello” e “prossimo”, cioè vicino, cosa che può riguardare una parentela di sangue, ma anche designare più largamente altri tipi di vicinanza, che possono essere la lingua, la religione, l’appartenenza a una patria comune, o altro. Si parla anche di evitare la vendetta, ma di questo si parlerà più ampiamente nel vangelo.

Il brano è racchiuso in due affermazioni pressoché identiche: «Io, il Signore Dio vostro, sono santo», e «Io sono il Signore». Le due affermazioni si richiamano e si completano: davanti al Signore, a noi tocca la sottomissione, e il migliore modo di esprimerla è di essere “santi” come lui “è santo”.

Il salmo 102, che oggi risponde alla Lettura, è uno dei più belli del salterio, un inno alla misericordia di Dio ricco di immagini commoventi. Si potrebbe cogliere l’opportunità, là dove vengono distribuiti i foglietti con i testi della messa, di farlo recitare, o magari anche cantare su una melodia semplice, a cori alterni, da tutta l’assemblea: ottima occasione per introdurre la comunità alla preghiera dei salmi, come si usa fare già lodevolmente da qualche parte.

La strada della sapienza

Il tema della santità è ripreso da san Paolo nella seconda lettura (1Cor 3,16-23) ed è introdotto dalla figura del tempio, che per Israele era il segno/simbolo massimo della presenza di Dio.

L’equazione è presto fatta: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi».

Con il battesimo diventiamo abitazione dello Spirito, e dunque tempio di Dio, e dunque per natura “santi”, e dunque chiamati ad essere epifanie della misericordia, perché questa è la santità di Dio, che deve risplendere pure in noi.

Paolo torna qui sul suo tema preferito che ci segue già da tre domeniche, quello della contrapposizione tra «sapienza di questo mondo, che è stoltezza davanti a Dio», e stoltezza secondo il mondo che è vera sapienza davanti a Dio.

Posto questo principio, arriva a dire che «se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente». Il rovesciamento è netto, anche se riguarda un campo molto più difficile da definire rispetto al “farsi povero”, letto abitualmente come un vivere distaccato dai beni materiali, operazione di facile controllo e forse anche di facile realizzazione. Ma credo che anche questo principio sia stretto parente del “farsi stolto”, con cui condivide la difficoltà a fissare la linea divisoria tra sapienza e stoltezza, impregnati come siamo per costituzione di mentalità mondana.

Il farsi stolto, infatti, può anche significare l’accettare placidamente la radicale povertà intellettuale che ci caratterizza, che provvidenzialmente ci tiene lontani dall’orgoglio e dalla presunzione, e ci fa umili, modesti e rispettosi.

A questo dovrebbe condurci quanto scrive l’apostolo, per il quale Dio «fa cadere i sapienti (secondo il mondo) per mezzo della loro astuzia», oltre al fatto che, di conseguenza, «i loro progetti sono vani». Somma ironia, su cui sarà bene riflettere, perché non si fa bella figura quando si è presi in giro proprio da quella che crediamo sia la nostra furbizia, oltre al fatto che nessuno può esultare dei suoi progetti quando sa che sta costruendo sulla sabbia.

La conclusione è grandiosa: se porre il proprio vanto negli uomini è stolido e vacuo, la via della sicurezza percorre altre strade: «tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio». Ecco dove porre la nostra fiducia, ecco dove collocare la nostra speranza: in alto, nella vittoria di Cristo che ha distrutto la morte, nella misericordia di Dio che non viene mai meno.

È il paradosso più grande che si possa immaginare: siamo padroni di tutto quando siamo convinti di non possedere niente, o, per dirla con un altro paradosso paolino, «quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10). Siamo signori del mondo quando viviamo nella sottomissione a Dio e nella fiducia in lui.

Il modello è il Padre

Se avessimo bisogno di un qualche esempio concreto di cosa sia la «stoltezza secondo il mondo», in contrapposizione alla «sapienza secondo Dio», il vangelo odierno (Mt 5,38-48) ce lo offre nelle due ultime antitesi del discorso della montagna, che continua e conclude la parte iniziata domenica scorsa.

La prima parte dalla Legge imponeva un modo regolato, e apparentemente ragionevole, di esercitare la vendetta: «occhio per occhio e dente per dente», niente di meno, niente di più. A prima vista, si tratta di una norma che rispetta la parità del castigo per riparare la gravità della colpa.

Gli esegeti osservano che è già un passo avanti rispetto a criteri sregolati di vendetta. Abbiamo tutti nella mente ciò che ancora accadeva in certe guerre, dove valeva il principio di dieci avversari fucilati per riparare un ucciso nel proprio campo, un criterio che continua a funzionare, con sproporzioni anche più vistose in altre guerre, come quella israelo-palestinese, dove la legge la fa sempre il più forte.

La nuova legge di Gesù è basata su un criterio ben diverso, quello di «non resistere al malvagio», perché la violenza si vince con la mitezza, che è il suo contrario, e non con altra violenza che non fa altro che aggravare la spirale perversa della prepotenza. Cosa c’è di più “stolto” secondo il mondo?

Ma non abbiamo ancora raggiunto la vetta di questa scala dell’amore che ha come punto d’arrivo la misericordia stessa di Dio, dove si raggiunge la “perfezione”. Luca provvederà nel suo vangelo a mettere chiaramente in risalto cosa sia questa perfezione, riscrivendo il detto in Matteo in «Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36).

I gradini che costituiscono gli ultimi passi del cammino sono netti e precisi: «amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli». Gesù si rende benissimo conto che qui si parla di atteggiamenti che lui stesso chiama “straordinari”.

Se, nella prima di queste due antitesi, si tratta di rompere la spirale perversa della violenza per far crescere invece la spirale virtuosa della mitezza, qui il discorso dilata l’orizzonte fino all’infinito, perché, se è normale l’amore per quelli che già ci amano, perché questo significa abitare un territorio pacifico e ben noto, l’amore per i nemici e per chi ci perseguita sfora invece la frontiera e immette nel mondo nuove onde d’amore chiamate a diffondersi con un benefico contagio.

E la giustificazione di questo invito incredibile è in un principio incontrovertibile: il punto è semplicemente imitare «il Padre che fa sorgere il sole su buoni e cattivi, fa piovere su giusti e ingiusti». Bisogna fare attenzione a questa immagine, perché con il sole e con la pioggia il Padre sostiene e fa vivere la creazione. È solo ovvio concludere che questo amore senza confini è il nutrimento che tiene vivo il mondo, collaborando con il Creatore a renderlo bello come un giardino, riportandolo per così dire alle origini.

San Bernardo ha espresso con una concisione mirabile il cerchio dell’amore, che non si chiude su se stesso, ma si apre e si dilata all’infinito. Ha scritto nella Lettera 107: «Amati amiamo, e amando meritiamo di essere amati ancora di più» (Amati amamus, amantes amplius meremur amari). E noto che impariamo ad amare soprattutto quando facciamo esperienza, fin dall’infanzia, dell’essere amati.

È altrettanto noto che – come ricorda Aelredo di Rievaulx – il nostro bisogno più fondamentale, come il fiato con cui respiriamo, è quello di «essere amati e amare» (Amicizia spirituale, Prologo 1). Per questo lo stesso Aelredo afferma che il vertice dell’amore si tocca nell’amicizia, ma dice pure che tale vertice si raggiunge nell’amore dei nemici. Non è una contraddizione? No, perché l’amore di amicizia, fatto di gratuità totale, riporta all’innocenza di una creazione ancora pura, mentre l’amore per i nemici riporta una creazione, guastata dal peccato, alla sua vocazione originaria.

E, con grande saggezza, Aelredo osserva che, proprio l’amore di chi ci ama, accolto nella gratitudine, diventa una risorsa che ci rende capaci di amare anche chi non merita il nostro amore. Così, tra la gioia del ritorno all’Eden, e la fatica di crearlo o ricrearlo là dove non c’è più, noi camminiamo sulle vette della carità.

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