Ascensione: ora tocca agli apostoli

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Tra la Pasqua e la Pentecoste la Chiesa ci invita a fare memoria sacramentale dell’ascensione di Gesù risorto al cielo. Una solennità del tutto speciale, forse non sufficientemente valorizzata, ma importante nell’economia generale della storia della salvezza in genere e nella vita della Chiesa in specie.

È soprattutto merito dell’evangelista Luca l’aver fatto memoria esplicita e ripetuta di questo evento cristologico. È Luca che ha indicato i quaranta giorni che vanno dalla risurrezione di Gesù all’ascensione, oltre ai cinquanta giorni che intercorrono tra la risurrezione e la Pentecoste.

1. La prima lettura di questa festività è presa dal racconto che Luca offre dell’ascensione di Gesù all’inizio degli Atti degli apostoli. E non poteva essere diversamente, dato che Luca è l’unico tra gli evangelisti a tramandare questa memoria. E vedremo subito la ragione che ha spinto l’evangelista Luca a non lasciar cadere questa memoria, apparentemente secondaria ma estremamente importante nell’insieme dei misteri cristologici.

Dobbiamo rilevare fin dall’inizio il chiaro ed esplicito riferimento al «primo racconto», cioè al terzo vangelo: segno evidente che a Luca preme dare rilievo alla continuità tra le due parti dell’unica sua opera, dedicate rispettivamente alla vicenda di Gesù e all’opera missionaria degli apostoli. Tra Gesù e la Chiesa vi è un rapporto di innegabile dipendenza e di continuità, che non deve, non può essere disatteso o negato.

Il racconto dell’ascensione di Gesù al cielo costituisce uno degli elementi ai quali è affidato il compito di stabilire questa continuità. Ma quello che oggi ci colpisce è il distacco di Gesù dai suoi discepoli: un distacco totale e definitivo? Questo è l’interrogativo che certamente abitava i testimoni di quell’evento e anche noi.

La risposta che si impone è certamente negativa: Gesù se ne va, ma egli ritornerà; anzi, in qualche modo egli resta con i suoi. È questa la certezza che permea tutto il racconto. Come «egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione», così egli «verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo». Al mistero dell’ascensione di Gesù è connaturale la dimensione escatologica.

Ma non è meno vero che Gesù rimane con i suoi sempre, appunto perché egli è vivo, vivo per sempre, e come tale non può rimanere assente ai suoi. La comunità dei credenti in Cristo possiede questa certezza e nessuno mai potrà strappargliela. Allo scopo, Gesù ordina ai suoi di non allontanarsi da Gerusalemme ma di attendere la venuta dello Spirito Santo, l’altro consolatore, colui che perfezionerà la sua opera e il suo magistero.

 

2. Il salmo responsoriale è un canto di lode a JHWH, re di tutta la terra. Certo, egli si è scelto un popolo speciale come sua proprietà peculiare, in mezzo a tutti gli altri popoli, per abitare in esso come nella sua dimora preferita, ma lo ha fatto con una prospettiva universalistica.

«Ascende il Signore tra canti di gioia»: il ritornello ribadisce il messaggio tipico di questa celebrazione, ma ci induce a pensare che, lasciando questa terra, Gesù inaugura un nuovo periodo della sua missione salvifica: un periodo nuovo caratterizzato da nuove modalità, la prima delle quali è appunto l’universalità.

Per questo il salmo ci invita a pregare così: «Popoli tutti, battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia (…), Cantate inni a Dio, cantate inni (…). Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte. Dio regna sulle genti». Implicito in questa preghiera solenne è l’invito rivolto a tutti i popoli a riunirsi un giorno nel santuario del Signore per celebrare con una sola voce le lodi dell’unico Dio. Prospettiva dal chiaro sapore ecumenico, dalla quale ci sentiamo tutti interpellati.

3. La seconda lettura è presa dalla lettera agli Ebrei, dove si parla della presenza di Gesù risorto alla destra del Padre, nell’atteggiamento di chi intercede per la nostra salvezza. La missione di Gesù salvatore continua anche oltre la sua vita terrena: Gesù è stato, è e sarà sempre il salvatore di tutta l’umanità.

L’autore vuole chiarire due cose: anzitutto che Gesù «non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero». Con queste espressioni si afferma chiaramente la funzione profetica del santuario di Gerusalemme. In modo implicito si afferma anche la provvisorietà di quella istituzione, pur meritevole di grande attenzione.

In secondo luogo, l’autore precisa il modo con il quale Gesù è entrato nel santuario di Dio: Gesù è entrato «nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore». La missione di Gesù salvatore non può rimanere circoscritta nello spazio e nel tempo, ma deve coprire ogni spazio e tutti i tempi nei quali si articola la storia di tutti popoli .

Secondo l’autore, il sangue di Gesù è la «via nuova e vivente, che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne». È degno della massima attenzione questo modo di esprimersi dell’autore. Gesù, che si era definito «la via» in quanto è la verità e la vita (cf. Gv 14,4-7), ora sale al cielo per aprirci una “via nuova”. «In essa, infatti, abbiamo come un’àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del saltuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi» (6,19-20).

4. La pagina evangelica è presa dalla parte finale del vangelo secondo Luca, là dove Gesù, prima di salire al cielo, offre le sue ultime confidenze ai suoi discepoli. In questo modo l’epilogo del terzo vangelo e il prologo degli Atti degli apostoli si richiamano e si integrano a vicenda.

Prima di salire al cielo, Gesù rimanda i suoi discepoli alle profezie veterotestamentarie: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno». Questo riferimento alle profezie è parte essenziale e costitutiva dell’annuncio cristiano, perché è Dio stesso che promette la venuta di un salvatore. Gesù lo ha affermato e ribadito più volte durante il suo ministero terreno (cf. Gv 5,31-39; 8,13-18).

In un secondo momento, Gesù manifesta con chiarezza la sua volontà di coinvolgere i discepoli nel compito della testimonianza: «Di questo voi siete testimoni». Dopo la testimonianza delle Scritture sacre, viene la testimonianza degli apostoli e dei discepoli di Gesù: anch’essa è necessaria perché costituisce l’anello di trasmissione dell’evangelo, cioè del gioioso annuncio della salvezza in Gesù.

Infine, Gesù promette il dono dello Spirito Santo, senza del quale nessuna testimonianza potrebbe manifestare la sua efficacia e credibilità: «Io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso: ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».

Ora Gesù può salire al cielo, avendo ormai assicurato la piena continuità della sua missione attraverso il dono dello Spirito Santo e la testimonianza apostolica.

 

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