I Avvento: La liberazione è vicina

di: Roberto Mela

Nelle prime due domeniche del nuovo anno liturgico la Chiesa volge il suo sguardo adorante alla venuta del suo Signore e Sposo, Gesù Cristo Signore. È lui la Speranza unica del pieno compimento delle attese degli uomini, della fatica del loro cammino, della loro ricerca di pace e di giustizia.

È forte il desiderio di “tornare a casa”, di vedere la liberazione degli schiavi e risplendere la verità delle cose e dei pensieri umani al di là di ogni menzogna.

L’attesa è stimolata dalla parola di Dio che, al tempo stesso, unge con l’olio della consolazione le ferite degli uomini in cammino nella storia. Una prospettiva di vita, un barlume di speranza tengono in vita un malato, un prigioniero, un esule, un carcerato, un coniuge o un genitore. Altrimenti il cielo si fa di bronzo, e le stelle non brillano più dicendo a Dio e ai figli degli uomini: «Eccoci» (Bar 3,35).

Consolazione

Ger 30–33 costituisce quello che di comunemente viene chiamato “Il libro della consolazione”. Il c. 29 riporta la lettera inviata da Geremia agli esiliati a Babilonia nel 598 a.C., fra cui il re Ieconia (= Ioiachìn), membri della corte reale, nella quale li incoraggia, affermando che l’esilio non sarà di breve periodo ma che comunque vedrà una fine. Essa avverrà quando YHWH “cambierà la sorte” del popolo, nella restaurazione che vedrà il ritorno in patria.

Gli esuli non devono ascoltare i falsi profeti che annunciano un esilio molto breve, ma devono inserirsi attivamente nella struttura sociale ed economica del paese dell’esilio, crescendo di numero e cercando la sua prosperità, perché da quella dipende anche la loro.

Ritorno

In Ger 30–33 si annuncia la futura restaurazione con vari oracoli di salvezza, pronunciati in tempi diversi e poi raggruppati insieme. All’inizio della sua predicazione (627-622 a.C.), con ogni probabilità, Geremia aveva pronunciato degli oracoli di salvezza rivolti a Israele, la parte settentrionale della Terra del Santo andata in esilio in Assiria nel 722 a.C. Con l’aggiunta di «e a Giuda» gli oracoli furono in seguito attualizzati anche per la parte del popolo della terra di Giuda condotta in schiavitù a Babilonia nel 598 a.C.

Come ritornelli di speranza ricorrono le espressioni: “cambiamento di sorte” (29,14; 30,3.18; 31,23; 32,44; 33,7.11.26); esso è posto nel futuro di Dio: “verranno giorni, verrà un tempo, in futuro/yāmîm bā’îm” (30,3; 31,27.31.38; 33, 14), “in quel tempo/bā‘et hahî” (31,1; 33,14), “in quei giorni/bayyāmîm hāhēm (33,15.16). I testi sono striati di “gioia/śwś” (31,13; 32,41; 33,9.11) e di verbi “edificanti” che connotano la vocazione di Geremia: “costruire/bānāh” (1,10; 30,18; 31,4.28.38; 32,31.35; 33,7) e “piantare/nāṭa‘” (1,10; 31,5.28; 32,41).

Dopo l’introduzione (30,1-3), in Ger 30–33 si annuncia dapprima il ritorno in patria e la nuova alleanza (30,1–31,40). Si profetizza la liberazione dalla calamità (30,4-7), il nuovo servizio (30,8-9), il rimpatrio (30,10-11), la guarigione dalle piaghe (30,12-17), la restaurazione del popolo nel paese (30,18-21); il giudizio degli empi e la salvezza del “resto” (30,22–31,3), il ripristino delle condizioni di vita nel paese (31,4-6), il ripatrio di Israele (31,7-9), la gioia del ritorno (31,10-14), la fine dell’esilio (31,15-22), la santità del tempio e di Gerusalemme (31,23-26), il ripopolamento del paese e la responsabilità nel peccato (31,27-30), la nuova alleanza (31,31-34), l’attaccamento di YHWH a Israele (31,35-37) e la consacrazione di Gerusalemme (31,38-40).

Successivamente viene annunciata la restaurazione nel paese (31,1–33,26): Geremia sotto custodia (32,1-5), la compera del campo (32,6-15), la preghiera del profeta (32,16-25), la prima risposta di YHWH (32,26-44: tre oracoli nei vv. 26-35.36-41.42-44), la seconda risposta di YHWH (33,1-13: quattro oracoli nei vv. 1-3.4-9.10-11.12-13), l’alleanza con Davide e i sacerdoti leviti (33,14-26: quattro oracoli nei vv. 14-16.17-18.19-22.23-26).

Germoglio di giustizia

“Il libro della consolazione” si avvia alla conclusione. I vv. 33,14-16 sono un doppione di Ger 25,5-6. In un futuro (indeterminato) la consolazione diventerà concreta nell’alleanza confermata e rinsaldata: le parole si materializzeranno in una figura regale.  YHWH annuncia che “farà risorgere/rialzerà/compirà la parola buona/la promessa/wahăqimōtî-’et-haddābār haṭṭôb” (< qûm) che è andata morendo con l’esilio del popolo e del re in Babilonia. A Gerusalemme è stato insediato dal vincitore un re-fantoccio, Sedecia, un vassallo che può continuare ad esistere solo per fornire al suo re sovrano denaro, soldati e beni di consumo.

Verso la casa di Israele – «e la casa di Giuda», si aggiunse presto – YHWH aveva proferito una “parola buona/dābār ṭôb”, una promessa. Una parola rivolta al futuro e che annunciava un grande bene per i giorni a venire. Tramite il profeta Natan, YHWH prometteva a Davide una “casa/casato/bayit” regale: «Una casa/casato farà a te YHWH… “susciterò la tua discendenza/discendente/wahăqimōtî ’et-zar‘ăkā” dopo di te» (2Sam 7,11-13).

Ora YHWH fa una promessa: in un tempo indeterminato – ma certo – («in quei giorni e in quel tempo»), egli farà risorgere la sua promessa “uccisa” dal peccato e dall’esilio del suo popolo (Israele + Giuda). Il discendente promesso a Davide, con il quale YHWH si sarebbe rapportato in alleanza come un padre verso un figlio e dal quale il suo “amore misericordioso/ḥasdî” non si sarebbe mai allontanato (cf. 2Sam 7,14-15), sarà “risuscitato” ancora più affidabile e secondo il cuore di YHWH.

Egli farà germogliare per Davide un “germoglio di giustizia/ṣemaḥ ṣedāqāh”. Non solo un erede legittimo, ma un discendente che farà germogliare di vita nuova, fresca, l’alleanza che lega Israele a YHWH. Egli sarà “giustizia” nella sua stessa persona. Riporterà a un “rapporto positivo di alleanza con YHWH” (= “giustizia”) il popolo che se ne è allontanato, mentre YHWH era sempre rimasto “giusto”, cioè fedele al suo patto.

La giustizia di YHWH non è di tipo giuridico-forense distributiva, cioè l’equità del governante o giudice che dà a ciascuno ciò che gli spetta, in bene e in male (unicuique suum), assolvendo l’innocente e punendo il colpevole con pena adeguata. La giustizia di YHWH è salvifica. Una giustizia che dà a ciascuno ciò che gli serve per essere salvato, per tornare a essere in buon rapporto di alleanza con lui.

Attraverso Geremia, YHWH promette che il “Germoglio di giustizia” che lui “susciterà/farà (ri)sorgere (< qûm)” eserciterà verso il popolo gli aspetti elementari e fondamentali della giustizia umana che spettava al re garantire ed esercitare in prima persona: “fare la giustizia e il diritto/‘āśāh mišpāṭ ûṣedāqāh” (cf. Ger 22,15-16). Egli metterà in atto le clausole previste dal trattato di alleanza che regola i rapporti tra YHWH e il popolo di Israele.

Questo sarà il livello minimale ed elementare della giustizia, presupposto ed elemento incluso nella “giustizia salvifica” di YHWH che il discendente avrebbe addirittura “impersonato”.

Salomone fu lodato per questo dalla regina di Saba in visita alla sua corte: «Sia benedetto il Signore, tuo Dio, che si è compiaciuto di te così da collocarti sul trono d’Israele, perché il Signore ama Israele in eterno e ti ha stabilito re per esercitare il diritto e la giustizia» (1Re 10,9).

Il discendente davidico ideale annunciato avrebbe sfruttato infatti queste qualità per strutturare saldamente il suo regno: «Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e a rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre» (Is 9,6)

Il re messianico proteggerà il poveri e perseguirà un’“ecologia integrale”: «O Dio, affida al re il tuo diritto, al figlio di re la tua giustizia; egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia e i tuoi poveri secondo il diritto. Le montagne portino pace al popolo e le colline giustizia. Ai poveri del popolo renda giustizia, salvi i figli del misero e abbatta l’oppressore» (Sal 72,1-4).

Salvezza e tranquillità per Gerusalemme

Il malcontento aveva regnato per molti anni nei confronti degli ultimi re di Giuda (cf. 2Re 21,1-18.19-26: Manasse, 687-642; Amon, 642-640). All’inizio del libro di Geremia, YHWH promette: «Vi darò pastori secondo il mio cuore, che vi pasceranno con sapienza e intelligenza» (Ger 3,15).

In un futuro indeterminato (“in quei giorni”, Ger 33,16) – ma certo – Giuda “sarà salvato/tiwwāša‘ (da YHWH) (< yāša‘)” e la sua capitale, Gerusalemme, abiterà in sicurezza, tranquilla. È la capitale del popolo di Israele, che è la pupilla dell’occhio di YHWH: «Egli lo trovò in una terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come la pupilla del suo occhio» (Dt 32,10).

Gerusalemme, “YHWH nostra-giustizia”

Il popolo di Israele e di Giuda si concentra e si riassume nella sua capitale, Gerusalemme. Il Germoglio di giustizia suscitato da YHWH vi risiederà come presenza “sacramentale” dell’attenzione del Signore ai poveri e alla sussistenza della sua alleanza. La sua azione contagerà la città e il paese. In tal modo Gerusalemme stessa assumerà un altro dei suoi nomi gloriosi: “YHWH (è) la nostra giustizia/YHWH ṣidqēnû”.

Chi abita in Gerusalemme, chi vi guarda con amore e chi aspetta la sua redenzione (cf. l’anziana vedova Anna in Lc 2,38) avrà la grazia e il compito di impersonare la fedeltà di YHWH alla sua alleanza, la sua attenzione alla giustizia umana e a quella salvifica.

Gerusalemme e i suoi abitanti dovranno essere un vessillo alzato sui popoli per mostrare a tutti un modello di convivenza sinfonica di lingue e di culture diverse, che lodano l’unico Dio, seppur sotto nomi diversi e con tradizioni religiose differenti.

«Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa tutti voi che l’amate. Sfavillate con essa di gioia tutti voi che per essa eravate in lutto» (Is 66,10).

«Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano; sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: “Su te sia pace!”. Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene» (Sal 121,6-9).

Israele attende la venuta del suo Messia. I discepoli di Gesù attendono la venuta finale di Gesù risorto, il Figlio di Dio, il messia di Israele, la gloria del suo popolo Israele (cf. Lc 2,32). Il suo avvento ultimo dovrà pur trovare degli anticipi corposi e credibili tra coloro che aspettano e affrettano «la venuta del giorno di Dio» (2Pt 3,12).

Pace e misericordia sull’Israele di Dio! (cf. Gal 6,17).

«Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!… Vieni, Signore Gesù”» (Ap 22,17-20).

La grande apocalisse

L’anno liturgico C proclamerà il vangelo di Luca. Nel commentarlo sfrutteremo i suggerimenti specialistici di vari esegeti (Grasso, Fausti, Rossé, Bovon, Ernst, Schürmann [fino a Lc 11,54], O. da Spinetoli; più sintetico Crimella).

Invece di raccogliere il materiale in un unico lungo discorso escatologico (cf. Mt 24–25; Mc 13), l’evangelista Luca suddivide le parole di Gesù riguardanti le realtà ultime in due sezioni distanti fra loro: Lc 17,20-37 e 21,5-36. Seguiamo la strutturazione del testo proposta da S. Grasso).

La prima sezione (Lc 17,20-37) è talvolta definita dagli studiosi come “la piccola apocalisse”, e il suo tema riguarda la venuta del Figlio dell’uomo.

Dopo aver risposto in forma negativa alla domanda dei farisei sul “quando” del regno di Dio (17,20-21), nei vv. 22-37 Gesù si rivolge ai discepoli (v. 22) e parla loro dei «giorni del Figlio dell’uomo». Dopo l’annuncio iniziale (vv. 22-25), Gesù propone due esempi illuminanti circa i giorni del Figlio dell’uomo (vv. 26-30) e conclude le sue parole con degli insegnamenti circa il comportamento da tenere in occasione di «quel giorno» servendosi di due immagini parallele (vv. 31-35). All’ulteriore domanda (dei discepoli, v. 36), non più di carattere temporale come quella dei farisei (“quando”?, v. 20), ma locale (“dove?”), Gesù risponde con una sentenza sapienziale.

La seconda sezione (Lc 21,5-36) delle parole “escatologiche” viene chiamata “la grande apocalisse” e costituisce un lungo discorso escatologico dal tenore apocalittico, rivolto non ai discepoli ma a un vasto uditorio, e in modo pubblico e non riservato.

«I destinatari della sua parola non sono precisati, ma si tratta sempre del laos, del popolo in ascolto, e non dei discepoli previlegiati come in Mc. La prospettiva si apre sulla storia della Chiesa, nella quale le profezie di Gesù sul destino di Gerusalemme, sulle persecuzioni dei credenti, si stanno compiendo, garanzia che avverrà anche la liberazione attesa al momento della gloriosa Parusia del Risorto» (Rossé). Sotto questo aspetto, e in altri particolari, Luca rielabora il racconto di Marco, che costituisce la fonte da cui peraltro dipende nella sostanza.

I discorsi apocalittici sono numerosi nel giudaismo e «intendono svelare come il mondo attuale verrà meno per fare posto al mondo nuovo di Dio. Il presupposto è che il tempo passato, come il tempo futuro, appartengono a Dio: il termine ultimo è l’annientamento del male e della sofferenza nel mondo futuro. A differenza delle apocalissi giudaiche, Gesù si rifiuta di predire il calendario di questa dolorosa mutazione; insiste piuttosto sulla vigilanza e sulla perseveranza dei credenti» (Crimella).

Storia ed escatologia

A differenza degli altri due sinottici, il Vangelo di Luca presenta Gesù mentre si trova all’interno della zona templare (lo hieron, non il naos) e non sul monte degli Ulivi. Gesù porta a compimento il suo insegnamento all’interno del centro religioso d’Israele. A coloro che gli fanno osservare la splendida bellezza del tempio (21,5), Gesù ribatte preannunciando la sua distruzione (21,6). Gli interlocutori lo incalzano chiedendo lumi su due aspetti del suo preannuncio profetico: “quando/pote” avverranno “queste cose/tauta” e quale (sarà) “il segno/sēmeion” che indurrà il compiersi di “queste cose/tauta” (21,7).

La risposta di Gesù abbraccia tutto il discorso (vv. 8-36).

All’inizio esso ha un carattere generale (vv. 8-9): sono elencati dei segni che costituiscono un falso allarme e vengono presentati coloro che li annunciano. Segue un dittico, incentrato, nella prima parte, sul tema delle persecuzioni nei confronti della comunità (21,10-19) e, nella seconda, sulla distruzione di Gerusalemme (21,20-24). Si arriva quindi all’apice del discorso con l’annuncio della venuta del Figlio dell’uomo (21,25-28), per avviarsi alla sua conclusione costituita da un’esortazione finale (21,29-36) e da un sommario che conclude l’attività di Gesù a Gerusalemme (21,37-38).

Caratteristica di Luca è la volontà di distinguere gli eventi storici dai segni della fine del mondo. Gli eventi storici non costituiscono ancora la fine (cf. Lc 21,9). Secondo Matteo essi sono «l’inizio dei dolori» (Mt 24,7). Dagli eventi storici che hanno già visto la realizzazione delle profezie di Gesù (le persecuzioni e la distruzione di Gerusalemme con le calamità a essa legate, vv. 6.12-13.16-17.20-24) «Luca elimina il tono e la comprensione apocalittica; d’altra parte, richiama l’attenzione sulle profezie che devono ancora compiersi al momento della Parusia (vv. 10-11.25-28). Ciò non toglie che l’autore insista sulla vigilanza permanente, perché la fine può avvenire in qualsiasi momento» (Rossé).

La venuta del Figlio dell’uomo

Sulla figura del Figlio dell’uomo ci siamo soffermati a lungo commentando le letture della XXXIV Domenica per annum B. Luca accompagna la descrizione della venuta gloriosa del Figlio dell’uomo con la menzione degli sconvolgimenti cosmici che preludono alla fine. Luca sottolinea che essi sono ben distinti dagli eventi storici, omettendo le parole di Marco che invece li collegano strettamente (cf. Mc 13,34) «in quei giorni, dopo quella tribolazione»).

Gesù va ben oltre la richiesta iniziale degli astanti circa il “quando” e “il segno” (v. 7). «Anzitutto i “segni” riguardano i corpi celesti (sole, luna e stelle), evocando la letteratura apocalittica (cf. Is 13,10; 34,4; Ez 32,7-8; Gl 2,10.30-31; Ag 2,6.21), che interpreta simili fenomeni come un ritorno al caos precedente la creazione. Il risvolto terrestre è lo sconvolgimento della terra e del mare, mentre la conseguenza antropologica è la paura mortale. Sorprendentemente, però, Gesù invita a leggere questi eventi non come una cattiva, ma bensì come una buona notizia: su tutto domina il piano salvifico di Dio che si realizza con la venuta del Figlio dell’uomo: questo è l’evento chiave che realizza la pienezza del regno. Quanto era stato preannunciato dalla profetessa Anna nel tempio (cf. 2,38) sembra trovare in questo annuncio la sua definitiva realizzazione» (Crimella).

Ansia e angoscia

L’evangelista Luca è attento a sottolineare l’aspetto psicologico di ciò che gli uomini avvertiranno di fronte agli eventi escatologici. Essi sono impressionanti, perché la descrizione visiva e uditiva esterna degli sconvolgimenti cosmici intende esprimere quello che noi oggi intendiamo come la trasformazione totale che l’universo, la storia e la vicenda umana incontreranno al momento della venuta gloriosa del Figlio dell’uomo.

La tarda Seconda lettera di Pietro si esprime così: «Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta… quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia» (2Pt 3,10-13).

Passerà “lo schema” di questo mondo (1Cor 7,31 schēma), ricorda Paolo. «La nostra cittadinanza infatti – scrive ai filippesi – è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà (metaschēmatisei) il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose».

Le nazioni, anche le più lontane, sperimenteranno “angustia/stretta/sgomento/synochē” accompagnata da “angoscia/incertezza/aporia” dovuta al fragore del mare e dei flutti. Le scene dello tsunami che travolge persone e cose, in un terrore collettivo che sconvolge tutti, anche se messi in preallarme dai sistemi di sicurezza, fanno ben comprendere questa frase.

Le persone, singole, poi, “sverranno/spireranno/apopsychō”, morendo dal freddo causato dal “terrore/phobos” e dall’“attesa timorosa/prosdokia” delle cose che “(dovranno) venire sopra la terra abitata/eperchomenōn tēi oikoumenēi” in conseguenza dello “sballottamento/sconvolgimento/scuotimento/saleuō” delle potenze dei cieli (cf. Gl 2,10; 3,3-4; Ag 2,6.21; Is 34,4; Sal 65,8; 46,4).

Sù la testa, liberi!

In quel momento di angoscia generale per lo sconvolgimento di tutte le forze – marine, terrestri e celesti –, che si rivoltano contro gli uomini che abitano la faccia della terra, gli uomini vedranno il Figlio dell’uomo venire “accompagnato/insieme a/en” da una nube. Viene dal mondo di Dio (“nube”, cf. la nube provvidenziale dell’esodo; cf. At 1,9 la nuvola che «prende in carico» [Marguerat] Gesù (via) dagli uomini, portandolo verso “il cielo”).

Il v. 28, “bene proprio/Sondergut” di Luca, è un vero e proprio “inno alla gioia”.

Quando inizieranno ad accadere gli avvenimenti preannunciati – intima Gesù (risorto/Figlio dell’uomo) –, “raddrizzatevi/anakypsete” come “fu raddrizzata/anōrthōthē” (da Dio) la donna che soffriva da diciotto anni di una gravissima scoliosi che le impediva del tutto di “stare diritta/anakypsai” e che fu guarita da Gesù (cf. Lc 13,11-13, miracolo riportato solo da Lc e unica altra ricorrenza di anakyptō).

Raddrizzata la postura “raggrumata e rattrappita/ēn sygkyptousa” (Lc 13,11) verso il basso, con un angolo visuale minimo, ristretto dall’angoscia alle bassezze della terra, “alzate le vostre teste/eparate tas kephalas hymōn”. Alzatele da persone libere, non più schiave delle proprie paure, ma chiamate a godere delle cose “celesti”, a essere “immagine e somiglianza di Dio” (Gen 1,26), coltivatori e custodi di tutti i suoi beni (cf. Gen 2,15).

È quello il momento in cui “si avvicina e vi tocca/eggizei” la vostra “liberazione/apolytrōsis” (unica ricorrenza nei Vangeli). Giungerà a pienezza il piano salvifico di Dio, la liberazione dalla schiavitù d’Egitto e da quella di Babilonia, il riscatto dall’oppressione asfissiante del male compiuto contro l’amore (Dn 4,32; cf. apolyomai: At 22,16; 1Cor 6,11; apolytrōsis: Rm 3,24; 8,23; 1Cor 1,30; Ef 1,7.14; 4,30; Col 1,14; Eb 9,15; 11,35).

Svegli e in preghiera

Il giorno del Figlio dell’uomo e la sua liberazione vanno attesi e affrettati (cf. 2Pt 3,12) con “cuore/kardia” leggero e non appesantito da vizi che rendono incerto il passo e obnubilano la mente, impedendogli di saper discernere i tempi e i momenti, a valutare con sapienza il pensiero e le azioni degli uomini e delle potenze organizzate contro il Cristo e il suo vangelo di libertà.

Rimanere svegli nel cuore e nella mente richiede l’unione intima con il cuore e la volontà del Padre, rivelata in Gesù e infusa nel cuore dallo Spirito Santo. Essa va accolta e coltivata nella preghiera, nutrita della parola di Dio. Essa smaschera i falsi profeti di libertà, i mercanti di morte travestiti da propinatori di paradisi artificiali.

La preghiera rende resistenti alle prove quotidiane che la vita secondo il vangelo suscita per ripicca negli oppositori e mette in grado di superare la prova finale della perseveranza.

La preghiera è la vita del Padre accolta nel cuore con amore.

Sarà essa a “far sfuggire/ekphygein” dalla prova decisiva (cf. Lc 11,4), facendo trovare l’uscita di sicurezza, la “via di uscita/ekbasis” (1Cor 10,13).

La preghiera farà “stare in piedi/stathēnai” i discepoli del Signore risorto.

Vittoriosi, pasquali, redenti, gioiosi.

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