Battesimo di Gesù: Il cielo si aprì

di: Roberto Mela

Il Secondo Isaia e Giovanni Battista dominano la scena della festa del battesimo di Gesù.

Nei cc. 40–48 il Secondo Isaia – al quale si attribuiscono Is 40–55 – parla soprattutto di Ciro il Grande, colui che permise a Israele di tornare a casa dall’esilio di Babilonia (538 a.C.), e dialogherà soprattutto con Israele//Giacobbe. Nei cc. 49–55 il profeta si rivolgerà a un secondo interlocutore, Gerusalemme. Probabilmente egli si trova ancora fra gli esiliati e non vede come un gran successo la sua missione di radunare e far tornare a casa il popolo di Israele (cf. 49,1-6, cerniera fra i due blocchi).

Un dialogo in cielo

In cielo (forse alla presenza del profeta?) si istaura un dialogo, dove una voce (vv. 1-2) parla a degli sconosciuti interlocutori (tra questi senz’altro il Secondo Isaia), invitandoli a consolare il popolo. Nei vv. 3-5 un’altra voce, non situata nel deserto come è collocata dalla traduzione greca della LXX e dal NT (cf. Mc 1,3), invita preparare la strada a YHWH; nei vv. 6-9 una voce (celeste?) interpella un interlocutore, probabilmente il profeta (leggendo il v. 6a alla prima persona, «Io rispondo» con la LXX, 1QIsaiaa, Vulgata, CEI, e non alla terza, come l’originale Testo ebraico Masoretico/TM). Il profeta è chiamato imperiosamente a rivolgersi a Gerusalemme messaggera, perché annunzi alle città sorelle satelliti la venuta liberante di YHWH.

Consolate

Il grido giunge appassionato e urgente dal cielo: “Consolate, consolate il mio popolo/naḥămû naḥămû ‘ammî”. Parlate al cuore della sua capitale, il loro cuore, l’orgoglio dei loro occhi, l’ombelico del mondo. Parlate al loro cuore facendo riaccendere in essa il fuoco dell’innamoramento. Seducetela (cf. Os 3,16) con annunci amorosi. Il Signore YHWH non ha “pietà” di lei, ma ha una parola di consolazione forte e solidale. Egli abbassa il suo cuore a quello esiliato della sua sposa/alleata. Prende nelle sue mani e nel suo cuore il cuore spezzato, inaridito, rassegnato dell’esiliata. Lo porta a sé e lo riscalda con poche parole, e con molti baci e carezze.

Soffiatele nel cuore il grido d’amore: “È finito il suo servizio militare, il suo servizio liturgico svolto nell’esilio”. (A trent’anni i leviti entravano “in servizio”, come i militari, Nm 4,3). “È stato gradito/soddisfatto/accettato come valido/nirṣāh” (da YHWH) il sacrifico della sua “colpa/punizione/‘āwônāh”.

Ditele che per i suoi peccati ha ricevuto “il doppio”. Non doppio castigo, come dirà in altra prospettiva Ger 16,18: «Ripagherò due volte la loro iniquità». Il grande commentatore ebreo Rashi scrive: «“L’accoglienza del calice delle consolazioni da parte del Signore è come prendere due contro uno per tutti i debiti”. Quando Dio consola, dà il doppio di quanto ha chiesto prima, castigando» (cit. da A. Mello). Doppia consolazione, non doppio castigo (così va interpretato anche Is 61,7). Due calici di consolazione, contro uno solo di amarezza.

Preparate la strada

Si torna a casa! Dio visita il suo popolo esiliato da se stesso. Scarnificato nella profondità della sua fede, riceve il balsamo dell’annuncio del ritorno. Non è l’annuncio di ricchezza, di sconti spropositati. Non si annuncia alcun black Friday/black week. Non si proclama alcuna idolatria che prosciuga il cuore e perverte l’anima e la mente. Non si compra niente per spalmare balsamo su ferite, desolazioni, sconforti e incertezze di prospettive. Si sollecita il movimento della costruzione, non la passività dell’acquisto, tranfert di falsa compensazione. Nel deserto dell’esilio e del ritorno preparate la strada di YHWH.

Preparate la via a YHWH, ma anche preparate la via di YHWH. Raddrizzate la pista per lui, preparate la sua pista. Nella steppa, togliete via ogni ostacolo dall’“autostrada dei re”. Ancor oggi essa attraversa, da regina, da sud a nord la Giordania, facendo ripercorrere sul limitare del deserto da Aqaba ad Amman, fino a Damasco e oltre, le carovaniere di conquiste, di esili, di schiavi, di commercio delle merci più svariate e preziose. Preparate la “strada/derek” e la “pista/mesillāh” perché il deserto sia praticabile e non impervio.

Non ci sono gallerie nel deserto ondulato del Medio Oriente. I camion procedono ancor oggi lentissimi sulle salite delle autostrade che superano lentamente le colline rocciose. La pista di YHWH, la strada per YHWH sarà invece diritta, appianata, pareggiata. Il tempo verbale dell’ebraico, l’yiqtol, esprime l’idea non finita, e può essere tradotto con un futuro o con uno iussivo. La colonna degli esiliati che rientrano si aprirà il passo nel deserto, appianando tutto ciò che può fare difficoltà al cammino dei più deboli. Ma sarà anche YHWH che appronterà nel deserto della vita del suo popolo la strada per essere accolto, per tornare a casa insieme al suo popolo.

Umiltà, lavorio spirituale, sgrossamento delle asperità dell’egoismo e del narcisismo, certamente. La venuta di Dio nella vita di schiavitù offre senza dubbio una preziosa opportunità di lavorio spirituale, ma soprattutto ascolto di consolazione, accettazione della ricompensa di vita che egli vuol portare al suo popolo esiliato, sconcertato, impaurito.

Tutti vedranno la gloria di YHWH

Il popolo fa del suo meglio per eliminare gli ostacoli più grossi che impediscono la marcia. Ma non è il suo affaticarsi a far comparire la Gloria. La Gloria torna a casa perché così ha deciso la sua grazia. Babilonia è stata per un po’ di tempo il santuario provvisorio di YHWH: «… nelle terre dove sono andati sarò per loro per poco tempo un santuario» (Ez 11,16). “Miqdāš me‘aṭ/santuario un po’(?)”, una specie di santuario minore, lontano da Gerusalemme.

Nudi/svelati (glh) erano partiti gli schiavi esiliati a Babilonia. Ora “si snuderà/si svelerà/si rivelerà (nigleh, passivo di glh) la Gloria di YHWH. Quello che YHWH è come fuoco di fedeltà amorosa che gli “pesa/kābôddentro, lo rivelerà al di fuori come salvezza liberante.

La Gloria torna a casa. Dalla via orientale essa giunge con un rumore simile a quello di grandi acque (cf. Ez 43,4: «La gloria del Signore entrò nel tempio per la porta che guarda a oriente»). Si chiude il cerchio aperto con la sua partenza “ingloriosa” per l’esilio, quando essa si era posata prima sulla soglia orientale del tempio (cf. Ez 10,18) e poi «sul monte che è a oriente della città» (Ez 11,23), il monte degli Ulivi.

Tutti gli uomini vedranno la Gloria “nuda/svelata” di YHWH. La sua gloria si rivela nel popolo che torna a casa, liberato. In quel momento YHWH è veramente glorioso, santo. «… Eccomi contro di te, Sidone [un’altra “potenza”], e mostrerò la mia gloria in mezzo a te. Si saprà che io sono il Signore quando di essa farò giustizia e manifesterò in essa la mia santità» (Ez 28,22).

«Santificherò il mio nome grande, profanato fra le nazioni, profanato da voi in mezzo a loro» (Ez 36,23a), annuncia YHWH. In cosa consisterà la “santificazione del suo nome”? Nel riportare a casa il popolo e ponendo il proprio spirito dentro di esso: «Allora le nazioni sapranno che io sono il Signore – oracolo del Signore Dio –, quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi. Vi prenderò dalle nazioni, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli, vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio» (Ez 36,23-28).

Sion evangelizzatrice

«La gente è come l’erba», certamente, e «secca l’erba» (Is 40,7-8). È cosa risaputa, ricorda il profeta. Ma «la parola del nostro Dio “si realizza/yāqûm” sempre» (Is 40,8). È la constatazione realista ma piena di fede del Secondo Isaia che risponde alle interpellazioni di “una voce” (v. 6) che lo invita a “gridare”. E il profeta, incerto sul contenuto, la modalità dell’annuncio e la reazione dell’interpellato, grida: “Sali sul monte, Sion messaggera/mebaśśeret Ẓiyyôn…”.

Sion deve farsi evangelizzatrice della buona notizia alle città sorelle, satelliti, che la circondano nel territorio di Giuda (il participio ebraico è femminile, così come femminili sono gli imperativi che seguono!). Mebaśśeret Ẓiyyôn è tutt’oggi un enorme e brutto agglomerato di case di pietra accecante che preannuncia Gerusalemme per chi proviene da Tel Aviv sulla statale n. 1…).

Il pastore forte e dolce

Gerusalemme deve annunciare ad alta voce, senza paura, che YHWH, il Dio del popolo e delle città “verrà/viene (sempre)/sta venendo/yābô’”. Il suo braccio è quello potente di un pastore che ha liberato Israele dalla schiavitù in Egitto (cf. At 13,17). Ha in mano il suo “salario/śeqer” (come i numerosi beni e greggi che Giacobbe si è guadagnato come compenso del suo lavoro, Gen 32–33).

Lo precede la sua “paga/guadagno/pe‘ullāh”, come il bottino che un capitano vittorioso si porta a casa, e che nessun “forte” gli potrà strappare: «Si può forse strappare la preda al forte? Oppure può un prigioniero sfuggire al tiranno? Eppure, dice il Signore: “Anche il prigioniero sarà strappato al forte, la preda sfuggirà al tiranno. Io avverserò i tuoi avversari, io salverò i tuoi figli”» (Is 49,24-25).

Il suo braccio è potentemente dolce: “raduna/qibbēṣ” il gregge (cf. Ez 34,12.13), sostiene al seno gli agnelli, porta al riposo fresco e irriguo le pecore madri che allattano ancora.

Questo è il bottino di YHWH, questo il suo guadagno: la vita fragile dell’esule che ritorna a casa, le migranti – che casa cercano e partoriscono sui barconi –, i minori non accompagnati (a volte molto piccoli) che sbarcano smarriti in terre sconosciute.

La Gloria è nuda, ma svela la sua onnipotente debolezza.

Il Liberatore arriva carico dei suoi beni: i figli e i fratelli che s’è guadagnato col riscatto.

Mai YHWH è così santo come quando torna a casa così.

Preparategli sgombra la sua strada. Il Liberatore ha fretta.

Non si può morire per strada o in mare.

I porti di YHWH sono sempre aperti.

Il suo porto sicuro (place of safety) è sempre lì ad aspettarci tutti.

Io battezzo con acqua

“Le folle/hoi ochloi” (Lc 3,7.10) indistinte e massificate che andavano a farsi battezzare da Giovanni Battista nel deserto diventano ora “il “popolo/laos” (3,15.18), il popolo santo di Israele, proprietà particolare di YHWH. Tutto il popolo sta in attesa che Giovanni termini il battesimo dei pubblicani e dei soldati che sono accorsi a lui e finisca di rispondere alle domande che gli hanno posto. Sta in attesa, e nel cuore di tutti – cioè in quello che per noi oggi è la mente, la sede della valutazione intellettiva e delle decisioni volitive – si scontrano i “pensieri/dialogismoi – spesso falsi – sulla valutazione da dare circa quella figura profetica veramente alternativa al loro ambiente, un leader spirituale indiscusso del momento.

Che sia lui il Cristo/il Messia?, si domanda tutto il popolo. Il suo fare è deciso, il suo giudizio è aspro e tranciante, l’appello alla conversione deciso, al limite della violenza verbale e della maleducazione. Che sia lui colui che deve venire a portare il giudizio di Dio, la liberazione dal male, l’instaurazione del suo Regno? Certo, finora non ha compiuto miracoli o segni eclatanti del nuovo che deve venire e i figli delle tenebre non sono stati ancora affrontati e vinti come atteso nella comunità di Qumran da dove dicono si sia allontanato…

Giovanni è presentato dall’evangelista come capace di leggere i pensieri del popolo. Egli risponde loro con sincerità e onestà. Il suo è un battesimo con acqua, un elemento semplice, naturale, di purificazione del corpo come segno esteriore di una volontà di cambiamento interiore. È un battesimo di umiltà, in occasione del quale ognuno è invitato a confessare pubblicamente i suoi peccati implorando da YHWH il perdono e la riconciliazione. Un battesimo/immersione penitenziale incapace di cambiare definitivamente la coscienza delle persone e renderle totalmente nuove, incapace di acconsentire dall’interno alla vita filiale divina a cui voleva far giungere – senza riuscirci – la Torah donata da YHWH al Sinai.

I sandali dello sposo

Viene/Verrà (grammaticalmente è un presente pro futuro) “il forte/il più forte/ho ischyroteros”, afferma Giovanni. Probabilmente la terminologia usata esprime un vero e proprio titolo con il quale si definiva un personaggio atteso dalle caratteristiche messianiche. «Il pensiero di fondo va al “forte” […] che è unto con lo “Spirito di fortezza” (Is 11,21)» (H. Schürmann, che in nota afferma: «qui ci si riferisce chiaramente al messia»).

Colui che viene è il più forte perché è lo Sposo e battezza nello Spirito. Giovanni riconosce infatti, con correttezza esemplare, di “non avere la capacità giuridica/ouk eimi hikanos” di slegare il laccio dei sandali di colui che solo ha diritto alla sposa.

Si allude qui all’istituto veterotestamentario del levirato (cf. Nm Dt 25,5-10; cf. Rt 4,1-10). All’interno del clan, un fratello (levir in latino) era tenuto a sposare la cognata rimasta vedova senza figli. Doveva essere il suo “riscattatore/gō’ēl”. Il figlio che fosse nato avrebbe portato il nome del defunto, avrebbe perpetuato in tal modo il nome del fratello morto – ne avrebbe “costruito la casa”, dice letteralmente Dt 25,9 –, ne ereditava le proprietà. Il fatto costituiva un grande peso e un incomodo per il fratello tenuto al compito. Questi vi poteva rinunciare a favore di un congiunto prossimo in un grado di parentela immediatamente inferiore al suo. In questo caso, in una situazione concreta come quella descritta tra Booz e il parente più prossimo di Noemi-Rut (Rt 4,1-10), avveniva che il legittimo “riscattatore/gô’ēl” si levava un sandalo e lo dava tranquillamente a colui che si era reso disponibile a compiere questo dovere.

La cosa poteva assumere anche toni più violenti e aspetti oltraggiosi, secondo il testo giuridico di Dt 25,5-10 che descrive l’istituto del levirato. Esso prevedeva che la donna-vedova, offesa nel suo onore dal parente che aveva rinunciato al suo diritto-dovere di sposarla in quanto “riscattatore/gô’ēl”, alla presenza degli anziani si avvicinasse al rinunciatario, gli “togliesse il sandalo dal suo piede/weḥāleṣāh na‘alô mē‘al raglô/LXX gr. hypolysei to hypodema autou hen apo tou podos autou” e gli sputasse in faccia, proclamando che in questo modo si farà all’uomo che “non vuole ricostruire la famiglia del fratello/lō’–yibneh ’et-bêt ’āḥîw” (cf. Dt 25,9). «La sua casa sarà chiamata in Israele la famiglia dello scalzato» (Dt 25,10).

Giovanni non afferma solo con umiltà il fatto di non avere la capacità giuridica di “sciogliere/apolysai il legaccio dei sandali del più forte di lui. A livello giuridico non era in grado (hikanos) di compiere neanche un infimo servizio domestico al proprio padrone, al più forte che viene/verrà. Era un servizio al quale non era tenuto nemmeno uno schiavo che fosse stato ebreo.

Giovanni non afferma solo di trovarsi giuridicamente a un livello ancora più basso di quello ricoperto da uno schiavo pagano. Egli dichiara che “Colui che viene/che verrà”, “Il più forte/ho hyschyroteros”, è lo Sposo che solo ha diritto a godere della sposa. Egli è il suo unico “riscattatore”, colui che la amerà con tutto se stesso, e le donerà la gioia di una discendenza numerosa. Giovanni afferma che non potrebbe mai permettersi – non lo potrebbe giuridicamente – di scalzare dal suo posto colui che solo ha diritto alla sposa e che non intende per nulla rinunciare a questo suo diritto-dovere.

Giovanni introduce in tal modo nelle sue autovalutazioni, con le quali aiuta il popolo a fare discernimento sulla sua persona, un codice nuziale ben chiaro agli astanti che conoscevano le leggi, gli usi e i costumi in vigore in Israele.

Il battesimo del Figlio/Sposo

Il Vangelo di Giovanni esporrà in termini estremamente chiari la profondità della posta in gioco nelle circostanze del battesimo di Gesù (che lui non menziona neppure). Il Battista afferma espressamente di non essere il Cristo, di non essere lo sposo ma solamente l’amico dello sposo, il suo paraninfo, che gioisce alla voce di colui al quale solo appartiene la sposa (cf. Gv 3,25-30). La superiorità de “Il più forte” e del suo battesimo non poteva essere meglio espressa se non rafforzata dall’idea dello sposo “superiore” al suo paraninfo.

Giovanni afferma che “il Veniente”, “Il più forte”, battezzerà anch’egli, ma non servendosi dell’acqua (hydati è grammaticalmente un dativo strumentale), un elemento naturale che resta esterno alla persona e che funge solo da segno della sua volontà penitenziale di conversione. “Il più forte” immergerà le persone nell’ambiente) salvifico dello Spirito Santo infuocato (en + dat. pneumati esprime il contesto situazionale). Non sarà un fuoco di giudizio, ma rinnovatore. Uno Spirito proveniente dal mondo divino che permeerà della sua vita quella del battezzato.

Il battesimo di Gesù è molto relativizzato dall’evangelista Luca, che lo menziona solo di sfuggita con un participio aoristo passivo (l’evangelista Giovanni non ne farà addirittura alcuna menzione). Gesù è presentato come facente corpo unico col suo popolo, in un gesto di profonda umiltà e solidarietà. Un gesto con cui, in una dinamica profondamente battesimale, egli si separava di netto dalla sua vita privata condotta fino ad allora (“no a”), per affrontare da lì in poi la vita pubblica di annuncio del vangelo (“sì a”).

Dopo che tutto il popolo è stato battezzato, e con esso anche Gesù, egli se ne sta in “preghiera/proseuchē”, un tema vitale nel Vangelo di Luca. Esso lo presenta “orante/proseuchomai” nei momenti decisivi della sua vita: per sfuggire la pressione di coloro che volevano essere guariti dai loro mali (Lc 5,16); prima di scegliere i Dodici (6,12); prima di insegnare ai suoi discepoli la preghiera del Padre nostro (11,1); nella “lotta/agōnia” decisiva al Getzemani (22,41.44); cf. anche la preghiera in croce per i suoi uccisori ignari (Lc 2,34) e quella di “affidamento/paratithēmi” del suo spirito al Padre nell’ora suprema della morte (Lc 23,46).

Il cielo si aprì

Presentato quasi come effetto della preghiera di Gesù, il «cielo (= Dio) si aprì». Sembra essere l’esaudimento della preghiera di Is 63,19: «… Se tu squarciassi i cieli e scendessi!».

In una scena dipinta con il genere della visione rivelativa con elementi uditivi e visivi, l’evangelista mostra la profonda comunione che si viene a creare fra il Padre, Gesù e lo Spirito Santo nel contesto generale del battesimo al Giordano.

Il Padre (= il cielo) si apre alla comunicazione rivelativa di chi è Gesù nella sua profondità. Lo Spirito Santo discende su di lui come una colomba che si dirige velocemente sui suoi piccoli, oltre che essere simbolo di gentilezza e del popolo di Israele. In un momento che richiama la nuova ripartenza della creazione dopo il diluvio, che aveva tentato di portare la purificazione del cuore dell’uomo (cf. il diluvio e la colomba in Gen 6,58; 8,8-12), tutto il mondo divino si raccoglie in un solo luogo per dichiarare solennemente l’identità di Gesù e per equipaggiarlo della potenza messianica che, come Figlio del Padre, avrebbe impiegato nella sua missione di evangelizzazione e di instaurazione del Regno sulla terra.

Una voce del cielo (che richiama la “bat qôl = la figlia della voce” del giudaismo rabbinico) proclama, rivolgendosi direttamente a Gesù, la sua identità profonda. Non si menziona il fatto se il popolo la sentisse o no. Gesù è il pieno compimento della figura regale che, nell’intronizzazione, veniva dichiarata con proclama del banditore essere figlio adottivo di Dio (cf. Sal 2,7). Gesù è la personificazione della figliolanza divina collettiva che segna l’identità di Israele (cf. Es 4,22). Gesù è “figlio di Dio” in modo unico, sottolineato dalla presenza dell’articolo determinativo: «Tu sei il mio Figlio».

Il Figlio mio, l’Amato

Gesù è in pienezza quel figliounico/amato/yāḥîd” (cf. Gen 22,2.16), “Isacco/il Sorriso di Dio”, il figlio della promessa donato da YHWH ad Abramo, che arriverà fino all’estremo limite di offrirlo in olocausto al suo Donatore. Gesù incorpora in sé, infine, la figura del misterioso “Servo di YHWH” che vive totalmente a disposizione di YHWH e del suo popolo, fino a offrire la propria vita innocente per quella malvagia dei suoi avversari (cf. Is 42,1).

Il momento topico dell’umile immersione nell’acqua battesimale del Giordano, per un segno penitenziale di volontà di conversione voluto da Giovanni e scelto da Gesù come alto momento di condivisione con i poveri e i peccatori del suo popolo, è relativizzato. L’importante è quello che succede dopo il suo battesimo, mentre Gesù è in preghiera. Viene rivelata dal cielo la sua profonda identità e lo Spirito Santo lo dota della potenza necessaria per la sua missione di Messia e con la quale egli battezzerà in futuro con Spirito Santo infuocato i suoi discepoli nel battesimo celebrato dalla Chiesa.

Altro è il vero battesimo di Gesù. Il battesimo in Spirito Santo e fuoco avverrà come espansione e partecipazione di quel battesimo a cui Gesù anela con angoscia finché non sia compiuto: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!» (Lc 12,49-50).

L’immersione nel proprio sangue (= vita donata) sul talamo nuziale della croce rifluirà salvifica su coloro che ne vorranno essere partecipi, diventando suoi, battezzati “nel suo nome”.

Dopo essere stato manifestato alla sua famiglia e ai poveri e, in seguito, a tutti i popoli, al Giordano la Chiesa celebra il momento della manifestazione di Gesù al suo popolo, Israele.

Battesimo di acqua, battesimo in Spirito Santo e fuoco.

Umiltà e conversione. Vita piena e filiale.

Battesimo di comunione trinitaria.

Inizia una missione che coinvolgerà tutta la Trinità, “la famiglia di Gesù”.

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Un commento

  1. SALVATORE OCCHIPINTI 8 gennaio 2019

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