Tutti i santi: Il canto dei salvati

di:

Di santi ne conosciamo tanti; soprattutto, sappiamo che essi ora sono in paradiso e godono la gioia di contemplare il volto di Dio. Perché allora dedicare una solennità speciale anche a loro? Non è una celebrazione inutile? O lo facciamo solo per una sorta di autogratificazione?

Meditando le letture bibliche, abbiamo molto da imparare sulla sorte che il Signore ha riservato a tutti coloro che, in vita, hanno avuto una sola preoccupazione: quella di adorarlo come unico vero Dio e di servirlo nei fratelli e nelle sorelle bisognosi. In questo consiste la santità ordinaria, alla quale tendiamo tutti, nonostante le nostre debolezze.

1. La prima lettura è tratta dal libro dell’Apocalisse dell’apostolo Giovanni. Vorrei ricordare che questo libro è stato pensato dall’autore come una sorta di esortazione alla pazienza e alla perseveranza dei suoi destinatari che vivevano un tempo di persecuzione. Possiamo considerarlo come un discorso di consolazione; di quella consolazione alla quale si riferiscono le parole dell’apostolo Paolo quando scrive: «Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza» (Rm 15,4).

A coloro che versano il tale situazione spirituale l’apostolo riferisce alcune visioni che ha avuto: la prima visione è quella di un angelo che saliva dall’oriente e aveva «il sigillo del Dio vivente».      Suo compito è anzitutto quello di arrestare il potere devastante dei quattro angeli sterminatori; e poi quello di radunare «coloro che furono segnati con il sigillo». Il messaggio emerge chiaramente: nel tempo del giudizio, Dio interverrà come salvatore: il numero simbolico di centoquarantaquattromila sta a indicare che la volontà salvifica di Dio è infinita.

La seconda visione è quella di «una moltitudine immensa (…). Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello». Sono esattamente quelli che «furono segnati con il sigillo del Dio vivente». Ad essi è assegnato il compito di gridare «a gran voce», cioè di cantare a squarciagola l’inno dei salvati: un inno che attribuisce a Dio e all’Agnello il dono della salvezza. Ad essi, per cantare le stesse lodi, si uniscono tutti gli altri angeli e i quattro esseri viventi. La scena è solenne e impressionante.

L’ultima parte del brano dell’Apocalisse riferisce le parole del Signore rivelandone il carattere consolatorio: coloro che portano il sigillo di Dio e vestono vesti bianche «sono quelli che vengono dalla grande tribolazione».

2. Il salmo responsoriale corrisponde a un “inno della creazione”. Esso presenta Dio come creatore e padrone di tutta la terra al quale dev’essere riconosciuto il diritto della sovranità e della regalità.

Il salmista formula una domanda: «Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?». La risposta suona così: «Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli». Possiamo dedurre che l’adorazione del Dio creatore comporta non solo il dovuto rispetto del creato e di ogni singola creatura, ma anche il corretto rapporto con i nostri simili.

La finale del salmo, che viene a suggellare il pensiero dell’orante, ci consegna un’altra parola di consolazione: «Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza».

3. La seconda lettura ci è offerta ancora dall’apostolo Giovanni: uno dei passi più belli e commoventi di questo scritto neotestamentario. Si tratta della più importante rivelazione di tutta la Bibbia: Dio è amore e il suo amore egli lo effonde in tutte le sue creature. Questa lettura, pur nella sua brevità, merita di essere gustata analizzando le singole espressioni.

«Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre»: qui l’apostolo ci esorta a prendere piena consapevolezza del grande privilegio che abbiamo di poter chiamare Dio con il dolce appellativo di Padre.

Il secondo rilievo che si impone è relativo al rapporto tra «essere chiamati figli di Dio» ed esserlo «realmente». Si delinea il pericolo, tutt’altro che remoto, di dissociare la fede dalla vita, cadendo nell’illusione di poter rabbonire Dio solo con belle parole, senza che ad esse corrisponda una condotta di vita ispirata alla dignità di figli di Dio.

Il terzo rilievo cade sulle parole: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato». Siamo invitati a mettere in relazione il “già” con il “non ancora”. In altri termini, l’apostolo Giovanni desidera che ciascuno di noi si renda conto dello scarto che esiste tra il tempo della prova e il tempo della gloria.

4. La pagina evangelica corrisponde alla redazione matteana delle beatitudini: una pagina tra le più note del Nuovo Testamento, che tuttavia non si finisce mai di approfondire e di gustare. Ricordiamo che l’evangelista Matteo scrive per una comunità composita, alla quale appartengono persone di varia estrazione sociale e diversamente abili.

«Vedendo le folle, Gesù…»: ma di quali folle si tratta? È bene rilevare che Gesù aveva dinanzi a sé persone malate e martoriate, bisognose non solo di essere guarite dalle più svariate malattie, ma anche di essere consolate. Lo si legge in Matteo 4,24: «… e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì». È questo il contesto sociologico nel quale si inseriscono le beatitudini evangeliche.

Le beatitudini possono dunque essere interpretate anche come un discorso di consolazione, che Gesù si è sentito in dovere di pronunciare a favore non solo di quei malati che aveva dinanzi, ma anche di quanti sarebbero andati incontro alle stesse esperienze di dolore e di abbandono.

Ad essi, che ora soffrono in diverse maniere e per diversi motivi. Gesù promette il regno dei cieli. Esplicitamente il regno è promesso solo ai poveri in spirito e ai perseguitati per causa della giustizia, ma è chiaro che ad esso anelano tutte le categorie di persone alle quali sono rivolte le singole beatitudini. In altri termini essi regneranno con Dio perché Dio, nella sua infinita misericordia, li farà partecipi della gloria del Figlio suo. Ma è soprattutto agli afflitti che Gesù promette la consolazione. Ma a chi esattamente si rivolge il Signore con questa beatitudine e, soprattutto, quando si realizzerà questa promessa? Non si tratta dei melanconici o delle vittime dell’oppressione sociale, bensì di coloro che aspettano la consolazione definitiva, come il santo Simeone che attendeva il Messia. A costoro che, pur soffrendo, vivono nell’attesa della piena realizzazione di ciò in cui sperano, sarà assicurata una liberazione definitiva.

Print Friendly, PDF & Email

Nessun commento

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi