Corpus Domini: un Pane sovrabbondante

di: Carlo Ghidelli

Anche questa solennità risponde ad un’esigenza fortemente sentita dal popolo cristiano: mettere l’eucaristia al centro della propria spiritualità, perché essa, in qualche modo, sta al centro della vita di Gesù.

Adorare il corpo e il sangue di Cristo è una necessità vitale per ogni cristiano, ma non dobbiamo dimenticare che questo sacramento Gesù ce l’ha lasciato anzitutto perché noi ci alimentiamo di lui e, con noi, lo possano fare anche gli ammalati, impossibilitati a partecipare alla celebrazione della santa messa.

1. La prima lettura viene dal libro della Genesi e racconta l’incontro tra Abramo e Melchisedek, re di Salem: un personaggio misterioso, ma non più di tanto dopo che l’autore della lettera agli Ebrei ce lo ha presentato come figura profetica di Cristo, sommo ed eterno sacerdote della Nuova Alleanza.

Melchisedek ci viene descritto con alcune caratteristiche peculiari.

Anzitutto, egli appare come superiore allo stesso Abramo. Abramo, infatti, non riceve doni da Mechiksedek, ma è lui che gli offre parte del bottino che ha conquistato in guerra. Ora, chi riceve doni è superiore a chi li offre.

In secondo luogo, Melchisedek non viene benedetto da Abramo ma è lui che benedice il grande patriarca. Chi è benedetto è inferiore a chi benedice.

Infine, Melchisedek offre in sacrificio a Dio pane e vino perché era sacerdote del Dio Altissimo. Questo tipo di sacerdozio è del tutto inedito: non appartiene al sacerdozio levitico, tipico del popolo eletto. Melchisedek non condivide il suo sacerdozio con quello della tribù di Levi, non lo ha ereditato da alcuno. Anche Gesù, che non appartiene alla tribù di Levi ma alla tribù di Giuda, non era sacerdote per eredità.

2. Il salmo responsoriale ci parla ancora di Melchisedek, ma ce lo presenta piuttosto come destinatario di una promessa speciale: promessa che viene espressa nei termini di un giuramento: «Il Signore ha giurato e non si pente: “Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek”». Parole, queste, che vengono dette di Gesù, e perciò siamo invitati a pensare a Gesù come al destinatario ultimo e insuperabile di questa profezia.

In realtà, tutto il salmo, che è attribuito al grande re Davide, ci fa conoscere un oracolo del Signore Dio rivolto al Messia-Signore: «Oracolo del Signore al mio Signore: “Siedi alla mia destra”». L’autore della lettera agli Ebrei ci dirà che Gesù sta alla destra del Padre per intercedere per noi, cioè per esercitare il suo sacerdozio.

Il contenuto dell’oracolo riguarda due oggetti: da un lato, il dominio sui nemici, dall’altro, l’esercizio del sacerdozio. Due aspetti di quella “signoria” che Gesù ha acquisito definitivamente con la sua passione, morte e risurrezione.

Tutto questo è presentato come una nuova generazione: «Dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato». Infatti, al di là della sua nascita nel tempo nell’incarnazione, Gesù ha conosciuto una nuova vita, una sorta di rigenerazione, quando il Padre lo ha fatto risorgere dalla morte. Allora egli ha iniziato ad esercitare in pienezza il suo sacerdozio, senza limiti di tempo e di spazio.

Perciò, riconosciamo in questo salmo una profezia chiara relativa a Gesù, professato come re e sacerdote, sulla scia del re Davide, ma secondo l’ordine di Melchisedek. Con Gesù tutto si rinnova: è vero che con lui il nuovo si ricollega all’antico, ma è anche vero che, con Gesù, ciò che è nuovo assume anche i caratteri dell’inedito.

3. La seconda lettura corrisponde alla testimonianza con la quale l’apostolo Paolo riferisce l’istituzione dell’eucaristia. È un dato che Paolo ha ricevuto dalla viva tradizione della Chiesa nascente e che ha conservato gelosamente come uno dei ricordi più belli e più significativi provenenti dal Gesù storico. Ricordo solo en passant che l’espressione «ho ricevuto dal Signore» in Paolo significa esattamente “ho ricevuto dalla Tradizione”.

In questa testimonianza Paolo si avvicina molto all’evangelista Luca ma, a ben considerare, dovremmo dire che è Luca che si avvicina a Paolo. La testimonianza di Paolo, infatti, se pure indiretta, precede cronologicamente quella del terzo evangelista. È Luca che l’ha appresa stando al seguito di Paolo nei suoi lunghi ed estenuanti viaggi missionari.

Paolo sta dicendo ai cristiani di Corinto come devono comportarsi durante la celebrazione della cena del Signore. In essa non devono emergere le divisioni esistenti in seno alla comunità dei credenti; al contrario, essa dovrebbe esaltare l’unità di tutti coloro che partecipano allo stesso sacrificio. Nelle intenzioni di Gesù il dono dell’eucaristia deve essere fonte di koinonìa, sorgente di comunione. In altri termini, se vogliamo utilizzare un linguaggio più teologico: «È l’eucaristia che fa la Chiesa».

4. La pagina evangelica è offerta dall’evangelista Luca e racconta una delle moltiplicazioni dei pani fatte da Gesù a beneficio della folla che lo aveva seguito per ascoltare i suoi insegnamenti.

Il primo confronto avviene tra Gesù e i suoi discepoli: si tratta di trovare la soluzione per un’emergenza che si è creata: come sfamare tanta gente? La soluzione più sbrigativa sarebbe quella di congedare la folla perché ognuno torni a casa sua.

Ma poi è Gesù stesso che provoca i Dodici a procurare loro stessi il cibo necessario: «Voi stessi date loro da mangiare». Una bella provocazione, anzi una sfida che i discepoli però non raccolgono, se non con un’ipotesi che si rivela irrealizzabile.

Infine, Gesù interviene direttamente con un comando perentorio: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa»: ovviamente, egli intende risolvere il problema con un suo intervento definitivo. Forse lo hanno compreso anche coloro che stavano con lui. Lo deduciamo dal fatto che essi eseguirono con prontezza il comando ricevuto dal Maestro.

Rileviamo subito non le parole ma il gesto, anzi i gesti che Gesù fa dinanzi a tutti. Si tratta di un gesto che possiamo definire “eucaristico” per se stesso: «Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla».

Esattamente i gesti che ripete il sacerdote quando celebra l’eucaristia in perfetta obbedienza a quanto Gesù fece e che tutti noi abbiamo imparato a riconoscere: un gesto che era familiare a Gesù, non solo quando moltiplicava i pani, ma anche e soprattutto quando celebrò l’ultima cena (cf. Lc 22,19). Un gesto a partire dal quale si poteva riconoscere Gesù in persona, come accadde ai discepoli di Emmaus (cf. Lc 24,13-35). Possiamo dire anche noi che riconosciamo non solo la presenza, ma anche l’identità di Gesù ogni volta che partecipiamo alla celebrazione della santa eucaristia?

Un ultimo rilevo è relativo al fatto che, dopo che tutti ebbero mangiato a sazietà, «furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste». È la legge della sovrabbondanza divina. che si lascia riconoscere anche in altre circostanze della vita di Gesù, come nell’episodio delle nozze di Cana (cf. Gv 2,1-11) e della pesca miracolosa (cf. Gv 21,11).

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