Domenica di Pasqua: Testimone è chi “ha visto”

di: Fernando Armellini

Sono commoventi le parole appassionate con cui Giovanni inizia la sua lettera: “Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita… noi lo annunziamo anche a voi” (1 Gv 1,1-3). Un’esperienza invidiabile, ma irrepetibile la sua. Tuttavia, per divenire “testimoni” di Cristo, non è indispensabile aver camminato con Gesù di Nazaret lungo le strade della Palestina.

Paolo – che pure non ha conosciuto personalmente Gesù – è costituito testimone delle cose che ha visto (At 26,16) e riceve dal Signore quest’incombenza: “Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma” (At 23,11).

Per essere testimone, basta aver visto il Signore realmente vivo, al di là della morte.

Testimoniare non equivale a dare buon esempio. Questo è certamente utile, ma la testimonianza è un’altra cosa. La può dare solo chi è passato dalla morte alla vita, chi può confermare che la sua esistenza è cambiata e ha acquistato un senso da quando è stata illuminata dalla luce della Pasqua, chi ha fatto l’esperienza che la fede in Cristo dà senso alle gioie e ai dolori e illumina i momenti lieti e quelli tristi.

Proviamo a interrogarci: la risurrezione di Cristo è un punto di riferimento costante in tutti i progetti che facciamo, quando comperiamo, vendiamo, dialoghiamo, dividiamo un’eredità, quando scegliamo di avere un altro figlio… o riteniamo che le realtà di questo mondo non abbiano nulla a che vedere con la Pasqua?

Chi ha visto il Signore non fa più nulla senza di lui.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Se il nostro cuore si aprirà alla comprensione delle Scritture, vedremo il Signore”.

Prima Lettura (At 10, 34.37-43)

34 Pietro prese la parola e disse: 37 “Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; 38 cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.
39 E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, 40 ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, 41 non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. 42 E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio. 43 Tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome”.

Questa lettura è presa dal quinto degli otto discorsi pronunciati da Pietro negli Atti degli apostoli. La scena si svolge a Cesarea, nella casa del centurione Cornelio dove si è riunito un gruppo di pagani che stanno per ricevere il battesimo.

 È prezioso questo brano perché, in sintesi, presenta la predicazione fatta nelle prime comunità cristiane. Ponendola sulla bocca di Pietro, l’autore intende conferirle l’autorevolezza e la garanzia dell’ufficialità. Vediamo quali sono i punti essenziali di questa predicazione.

Anzitutto essa richiama la vita di Gesù. Egli è passato facendo del bene e curando tutti coloro che erano vittime del male perché in lui operava la forza di Dio (vv. 37-38). Viene indicato anche il luogo e il tempo in cui questa sua attività ha avuto inizio: tutto è cominciato in Galilea dopo il battesimo predicato da Giovanni. Ciò che è accaduto prima – la sua infanzia e la giovinezza trascorse a Nazareth – interessa la nostra curiosità, ma non costituisce il punto di riferimento per la nostra fede.

Pietro sottolinea fatti concreti, verificabili, noti a tutti, perché la fede cristiana non si basa su elucubrazioni esoteriche o su un personaggio della mitologia, ma fa riferimento a un uomo concreto, vissuto in un luogo e in un tempo ben precisi.

Ci aspetteremmo che Pietro facesse almeno un accenno anche all’annuncio della Buona Novella, invece egli si limita a sottolineare la trasformazione concreta del mondo realizzata da Gesù. Essa basta per provare che ha avuto inizio una realtà nuova.

Il secondo punto della predicazione è quanto gli uomini hanno fatto: non hanno riconosciuto in Gesù l’inviato di Dio e lo hanno ucciso inchiodandolo ad una croce (v. 39).

E Dio come ha reagito? Egli – dice Pietro – non poteva abbandonare il suo “Servo fedele” prigioniero della morte, per questo lo ha risuscitato. La sua opera si oppone a quella degli uomini, che danno la morte, portano verso il sepolcro.

Dio è colui che risolleva e conduce alla vita. Questo è l’articolo fondamentale della nostra fede (v. 40).

Infine viene indicata la missione dei discepoli: essi sono testimoni di questi fatti (v. 39.41) e sono inviati ad annunciare e attestare che Gesù è stato costituito giudice dei vivi e dei morti (v. 42). Questa verità fa parte del “Credo” e non è una minaccia, ma un messaggio lieto. Gli apostoli devono dire a tutti che Gesù non è un giudice che condanna, ma il modello con il quale Dio confronta la vita di ogni uomo, dichiarandone la riuscita o il fallimento. Non c’è un’istanza superiore. I giudei non potranno appellarsi alla loro fede in Dio o all’osservanza della legge. Il punto di riferimento stabilito da Dio non sono la legge, le tradizioni, né qualunque altro criterio umano, ma è Gesù e soltanto Gesù.

Gli apostoli sono suoi testimoni perché sono stati con lui, hanno mangiato e bevuto con lui, hanno udito i suoi insegnamenti e hanno visto i segni da lui compiuti. Non sono testimoni per la loro vita esemplare, ma in quanto hanno fatto un’esperienza unica che sono in grado di riferire a chiunque li voglia ascoltare con onestà e purezza di cuore.

Seconda Lettura (Col 3,1-4)

1 Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; 2 pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. 3 Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! 4 Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.

Scrivendo ai cristiani di Colossi, Paolo ricorda loro che, nel giorno del battesimo, essi sono nati ad una vita nuova, vita che ha la sua piena realizzazione non in questo mondo, ma nel mondo di Dio.

La fede in questa vita nuova è ciò che differenzia i credenti dagli atei, i quali sono convinti che l’uomo, contando unicamente sulle proprie forze, riesce a raggiungere la salvezza in questo mondo.

Non è difficile rendersi conto che, anche se venissero risolti tutti i problemi materiali, ci fosse cibo per tutti, il dolore e la malattia fossero vinti, pure allora rimarrebbero delle domande irrisolte nell’intimo del cuore dell’uomo: perché vivo e perché muoio? Da dove vengo e dove vado?… Solo Cristo morto e risorto dà una risposta soddisfacente a questi interrogativi.

Paolo non dice che i cristiani non devono interessarsi delle realtà di questo mondo. Essi lavorano e s’impegnano come gli altri. Tuttavia sono convinti che la pienezza di vita non può essere raggiunta qui (v. 2).

Le opere buone non possono mancare – dice la lettura – sono una manifestazione della vita nuova, sono segni della sua presenza. Sono come i frutti che possono spuntare e crescere solo su un albero vivo e rigoglioso.

Vangelo (Gv 20,1-9)

1 Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.
2 Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”.
3 Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro.
4 Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5 Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. 6 Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, 7 e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.
8 Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9 Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

 “Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro. Era ancora buio…” (v. l). In queste prime parole del vangelo del giorno di Pasqua si percepiscono, quasi si respirano i segni della vittoria della morte. Sulla terra tutto è silenzio, immobilità, quiete, ed una donna, sola ed impaurita, si muove nell’oscurità della notte. La morte sembra dominare incontrastata e il silenzio e il buio ne celebrano il trionfo. Il potere, il principio della forza, la discriminazione, l’ingiustizia, il lievito dell’astuzia sembrano aver avuto definitivamente la meglio sulle forze della vita.

Vediamo invece cosa accade quando Maria scorge il sepolcro vuoto: la scena cambia come d’incanto. Colti da un improvviso fremito, tutti i personaggi si scuotono dal loro torpore e prendono a muoversi rapidamente: “Maria di Magdala corre da Simon Pietro… che si precipita fuori con l’altro discepolo… Corrono insieme, ma l’altro discepolo corre più veloce…” (vv. 2-4). Cogliendo tutti di sorpresa, il giorno dopo il sabato, la vita riesplode in tutta la sua forza. Dio è intervenuto e ha spalancato il sepolcro, ma la Maddalena ancora non lo sa, pensa che il cadavere sia stato trafugato. La sua è una reazione naturale e spontanea, è il primo pensiero che attraversa la mente di chiunque s’imbatte in una tomba vuota.

Ci si può fermare a questa prima constatazione o si può continuare a cercare un senso a ciò che si constata. Di fronte alla morte ci si può rassegnare e piangere o aprire il cuore alla luce dall’alto.

La Maddalena esce momentaneamente di scena ed è come se passasse il testimone, nella corsa verso la fede, ad altri due discepoli. Uno è ben noto, Pietro, l’altro non ha nome. In genere si dice che si tratta dell’evangelista Giovanni. Ma questa identificazione è avvenuta molto tardi, circa cent’anni dopo che l’apostolo era morto. Può darsi che fosse lui il discepolo che Gesù amava, tuttavia, nel vangelo di Giovanni, questa figura ha certamente anche un carattere simbolico che è opportuno cogliere.

Questo discepolo senza nome è sempre legato in qualche modo a Pietro:

– entra in scena accanto ad Andrea. I due un giorno vedono Gesù passare, gli chiedono dove abita, lo seguono e rimangono con lui tutta la notte. Che c’entra Pietro? C’entra perché il discepolo senza nome arriva a Gesù prima di lui (Gv 1,35-40);

– di questo discepolo non si parla più fino all’ultima cena quando Gesù dichiara che fra i dodici c’è anche un traditore. Chi lo scopre? Chi sa riconoscere chi sta dalla parte di Gesù e chi invece è contro di lui? Non Pietro, ma il discepolo senza nome che reclina il capo sul petto del Signore (Gv 13,23-26);

– durante la passione, mentre Pietro si ferma e rinnega il Maestro, il discepolo senza nome ha il coraggio di seguirlo, entra nella casa del sommo sacerdote e sta vicino a Gesù durante il processo (Gv 18,15-27);

– sul Calvario Pietro non c’è, è fuggito. Il discepolo che Gesù ama invece è con il Maestro, è ai piedi della croce con la madre di lui (Gv 19,25-27);

– poi viene il brano di oggi in cui Pietro è nuovamente battuto sia nella corsa materiale che in quella spirituale – come tra poco vedremo (Gv 20,3-10);

– sul mare di Tiberiade è ancora questo discepolo a riconoscere il Risorto nell’uomo che si trova sulla riva. Pietro se ne rende conto solo più tardi (Gv 21,7);

– infine quando è invitato da Gesù a seguirlo, Pietro non ha il coraggio di farlo da solo, sente il bisogno di avere al suo fianco “il discepolo che Gesù amava” (Gv 21,20-25).

Chi rappresenta dunque? Come mai non ha nome?

Rappresenta il discepolo autentico, quello che appena incontra Gesù non ha esitazioni, lo segue immediatamente, lo vuole conoscere, dimentica anche di dormire pur di stare con lui. Lo conosce al punto da scoprire subito chi sono i suoi amici e quali i nemici. Lo segue anche quando è necessario donare la vita. Non ha nome perché ognuno è invitato a inserire il proprio nome.

Vediamo questa coppia di discepoli correre al sepolcro. Il discepolo senza nome giunge per primo, si china, vede le bende per terra, ma non entra. Giunge anche Simon Pietro che entra, vede le bende per terra e il sudario che era stato posto sul capo di Gesù, non per terra con le bende, ma arrotolato in un luogo a parte.

Nulla di miracoloso, non c’è alcuna apparizione di angeli, ovunque si vedono solo i segni della morte. Forse i due discepoli hanno un’intuizione, quella formulata da Giovanni Crisostomo: “Chiunque avesse portato via il corpo, non lo avrebbe prima spogliato, né si sarebbe preso il disturbo di rimuovere e di arrotolare il sudario e di lasciarlo in un luogo a parte”. Il cadavere non è dunque stato trafugato.

Pietro si ferma, attonito e stupefatto. Constata, ma non riesce ad andare oltre. I suoi pensieri si bloccano davanti all’evidenza della morte. Il discepolo senza nome invece fa un passo in avanti: vede e comincia a credere (v. 8). È il momento culminante del suo cammino verso la fede nel Signore risorto. Di fronte ai segni della morte (la tomba, le bende, il sudario…) egli comincia a percepire la vittoria della vita.

L’annotazione che segue accomuna i due discepoli: “Non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti” (v. 9). Sembra illogica, almeno per quanto riguarda il discepolo senza nome. Ma, a questo punto, l’evangelista Giovanni non sta redigendo una fredda cronaca dei fatti, ma sta indicando ai cristiani delle sue comunità l’itinerario attraverso il quale si giunge alla fede. Si parte dai segni – quelli documentati dai vangeli (Gv 20,30-31) – che però rimangono misteriosi e incomprensibili se non ci si lascia guidare dalla parola di Dio contenuta nelle sacre Scritture. Sono queste che spalancano la mente e il cuore e danno l’illuminazione interiore che svela il Risorto. Il discepolo autentico non ha bisogno di altre prove, non ha bisogno delle verifiche che esigerà Tommaso.

Gesù ha detto ai discepoli: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Chi ancora non crede considera un’assurdità, una follia il dono gratuito della vita, perché dietro questo dono vede solo i segni della morte. Alla luce della Pasqua invece, il discepolo autentico “comincia a capire” che la vita donata per i fratelli introduce nella beatitudine di Dio.

Il versetto conclusivo dell’episodio – i due discepoli “se ne tornarono di nuovo a casa” (v. 10) – dà quasi l’impressione che tutto ritorni come prima. Ma non è così. I due hanno conosciuto Gesù, hanno verificato gli stessi fatti e visto gli stessi segni. Riprendono la vita di ogni giorno, ma uno continua scoraggiato e deluso, l’altro è guidato da una nuova luce e sorretto da una nuova speranza.

Vangelo (Mt 28,1-10)

1 Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. 2 Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. 3 Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve.
4 Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite. 5 Ma l’angelo disse alle donne: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. 6 Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. 7 Presto, andate a dire ai suoi discepoli: È risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto”.
8 Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli.
9 Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: “Salute a voi”. Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono. 10 Allora Gesù disse loro: “Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno”.

Matteo ci racconta in modo diverso la visita delle donne al sepolcro. Esse assistono ad uno spettacolo terrificante: c’è un grande terremoto, un angelo del cielo si accosta, fa rotolare la pietra e si pone a sedere su di essa; il suo aspetto è quello della folgore e il suo vestito è bianco come la neve. Tutti sono spaventati e le guardie restano come tramortite (vv. 2-4).

Interpretare questo testo come una pagina di cronaca sarebbe fuorviante. Matteo vuole presentare il più grande intervento di Dio nella storia dell’uomo e per farlo non può che impiegare il linguaggio e le immagini che ha a disposizione e che i suoi lettori conoscono e comprendono molto bene, cioè quelle usate dalla Bibbia: il terremoto (Sal 18,8-16), l’angelo del Signore (Gdc 6,11), il colore bianco (Dn 7,9), la folgore (Dn 10,6), la paura (Gdc 13,22ss). Le abbiamo già trovate nel racconto della trasfigurazione. Le ritroveremo ancora. Non si tratta di informazioni, ma di immagini attraverso le quali l’evangelista vuole affermare che Dio ha manifestato la sua forza di salvezza.

I malvagi hanno combattuto il giusto ed hanno prevalso. Sono convinti di averlo messo a tacere per sempre. Una pietra enorme è collocata davanti al suo sepolcro e un picchetto di guardie vigila perché nessuno si avvicini (27,62-66). Tutto celebra la vittoria della morte sulla vita, dell’empietà sulla rettitudine, dell’odio sull’amore. Di fronte a questo dramma ci si chiede sconsolati: il buio e il silenzio di una tomba spegneranno anche il ricordo del giusto mentre chi lo ha ucciso ride beffardo?

All’alba del giorno di Pasqua Dio risponde a questa angosciante domanda. In un bagliore di luce fa esplodere la sua forza vivificante. Egli non può permettere che il suo servo fedele veda la corruzione. L’enorme pietra che chiude l’imboccatura del sepolcro è fatta rotolare via mentre il Santo, il Giusto viene rapito nella gloria del Padre e l’angelo che si siede sulla pietra celebra il trionfo del Signore della vita. I soldati posti a difesa dell’ingiustizia e dell’iniquità fuggono atterriti dalla luce della Pasqua (28,4).

Dio capovolge tutte le situazioni di morte provocate dalla malvagità degli uomini.

Il messaggio del cielo, rivolto alle donne, in realtà è rivolto a tutti i cristiani: nessun giusto sarà mai abbandonato in potere della morte; il suo sepolcro, come quello di Gesù, sarà vuoto. Le forze della morte (l’ingiustizia, l’oppressione, la calunnia, l’odio, l’inganno, la furbizia…) non prevarranno sulla vita, anche se apparentemente, per un certo tempo, potranno avere la meglio. Di fronte a questa scena grandiosa tutte le sconfitte e tutte le lacrime dei giusti di ogni tempo acquistano senso.

Il terremoto è già stato ricordato da Matteo al momento della morte di Gesù quando “la terra si scosse, le rocce si spezzarono e i sepolcri si spalancarono” (Mt 27,51-52). Era il segno dello sconvolgimento operato dal sacrificio di Cristo: il mondo antico aveva subito un colpo devastante. Nel mattino di Pasqua spunta l’alba del giorno della nuova creazione.

Accanto al sepolcro vuoto compaiono due gruppi di persone: le donne e le guardie. Rappresentano due modi opposti di intendere la manifestazione di Dio.

La prima reazione che viene registrata è la paura: “per lo spavento le guardie caddero e divennero come morte” (v. 4). L’angelo non le tranquillizza, non si rivolge a loro – incapaci come sono di accogliere il messaggio del cielo – ma alle donne, simbolo della comunità: “Non abbiate paura, voi!” (v. 5). Il mondo del peccato, della morte, della menzogna, dell’ingiustizia deve continuare ad aver paura perché è giunta la sua fine. La nuova comunità invece non deve temere l’intervento sconvolgente di Dio, ma gioire per la salvezza.

Le donne abbandonano in fretta il luogo di morte e corrono ad annunciare ai fratelli che Cristo è vivo. Esse rappresentano tutti coloro che credono nella vittoria della vita e testimoniano ai loro fratelli questa fede.

Di fronte ai medesimi fatti, le guardie fanno la scelta opposta: si lasciano corrompere dal denaro (come era già successo a Giuda). Sono il simbolo di coloro che, per amore dei beni di questo mondo, preferiscono la menzogna alla verità, la morte alla vita.

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