Fernando Armellini: Pasqua, III domenica C

di: Fernando Armellini

Tanto affannarsi per nulla

Nella comunità cristiana elaboriamo programmi pastorali ambiziosi, in famiglia mettiamo in atto le tecniche psicologiche più aggiornate per educare meglio i figli, c’impegniamo, facciamo progetti, eppure – lo sappiamo – anche gli sforzi più lodevoli non sempre sono coronati da successo. Il figlio iscritto, con tanti sacrifici, alla scuola cattolica più rinomata, al corso d’inglese, di nuoto, di musica, educato secondo i canoni religiosi tradizionali, un giorno delude tutte le attese, dice di essere senza ideali e pensa solo a divertirsi. Perché?

Capita a noi qualcosa di simile a ciò che è successo a sette discepoli che, dopo la Pasqua, si sono messi a pescare: erano persone preparate, esperte, volenterose, hanno lavorato per un’intera notte, ma non hanno ottenuto nulla. Tanti sforzi vanificati: hanno agito al buio, senza la luce della parola del Risorto.

A volte questa parola sembra dare orientamenti assurdi, lontani da ogni logica, contrari al buon senso: costruire un mondo di pace senza l’uso della violenza, porgere l’altra guancia, amare il nemico, rifiutare la competizione, farsi poveri… sono suggerimenti assurdi quanto quello di gettare le reti in pieno giorno. Ma la scelta è tra fidarsi e ottenere un risultato e affannarsi senza concludere nulla.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Senza di te, Signore, senza la tua parola non possiamo fare nulla”.

Prima Lettura (At 5,27b-32.40b-41)

In quei giorni 27 il sommo sacerdote cominciò a interrogarli dicendo: 28 “Vi avevamo espressamente ordinato di non insegnare più nel nome di costui, ed ecco voi avete riempito Gerusalemme della vostra dottrina e volete far ricadere su di noi il sangue di quell’uomo”.

29 Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. 30 Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce. 31 Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. 32 E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui”.

40 Allora li fecero fustigare e ordinarono loro di non continuare a parlare nel nome di Gesù; quindi li rimisero in libertà. 41 Ma essi se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù.

La comunità cristiana, fin dai suoi primi anni di vita, ha dovuto affrontare l’opposizione delle guide spirituali di Israele che hanno condannato Gesù di Nazareth come bestemmiatore. Dopo la sua morte ignominiosa, per Anna e Caifa il caso era definitivamente chiuso, anche perché i discepoli non avevano dato alcuna prova di coraggio, si erano dati tutti precipitosamente alla fuga.

Passa invece poco tempo ed ecco che questi discepoli divengono impavidi, si organizzano in una nuova, pericolosa “setta” che osa – come ha fatto il Maestro – sfidare l’indiscussa autorità religiosa dei capi del popolo. Questi un giorno decidono di arrestare gli apostoli e di farli comparire davanti al sinedrio. Dopo averli interrogati, il sommo sacerdote ricorda la disposizione che ha dato di non insegnare più nel nome di costui e li rimprovera: “Voi volete far ricadere su di noi il sangue di quell’uomo” (vv.27-28). Si noti come Caifa eviti perfino di pronunciare il nome Gesù; lo chiama costui, quell’uomo.

Per nulla intimorito, Pietro, in nome di tutti, risponde: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (v.29).

Gesù è stato un uomo scomodo per i detentori del potere sia politico che religioso e gli apostoli sono stati altrettanto scomodi per le autorità costituite, per questo sono stati perseguitati.

I cristiani non possono che essere persone scomode. Hanno dato e daranno sempre fastidio a chi difende situazioni ingiuste, incompatibili con il Vangelo. Hanno disturbato e disturberanno sempre chi vuole perpetuare tradizioni intollerabili, lesive della dignità dell’uomo e della donna. Non lasceranno tranquilli coloro che codificano pratiche che violano i diritti della persona.

La seconda parte della lettura (vv.30-32) contiene un breve discorso che riassume tutto il messaggio cristiano sulla risurrezione. Pietro fa una drammatica contrapposizione fra l’azione di Dio e quella delle autorità religiose giudaiche. Dice: “Dio ha risuscitato Gesù che voi avete ucciso”. Colui che gli uomini hanno condannato come una persona pericolosa, come un nemico dell’ordine costituito, Dio lo ha esaltato come capo e salvatore.

Seconda Lettura (Ap 5,11-14)

Io Giovanni 11 vidi e intesi voci di molti angeli intorno al trono e agli esseri viventi e ai vegliardi. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia 12 e dicevano a gran voce: “L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione”. 13 Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano: “A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli”. 14 E i quattro esseri viventi dicevano: “Amen”. E i vegliardi si prostrarono in adorazione.

Ci sono domande alle quali gli uomini non riescono a dare risposta: perché il dolore, perché in questo mondo ci sono persone fortunate ed altre che, senza alcuna colpa, vivono infelici? Perché un bimbo innocente è colpito da un male incurabile? Perché le guerre, i terremoti, le catastrofi? Perché la morte? E dopo la morte? L’esistenza dell’uomo sulla terra è come avvolta nell’oscurità, sembra un libro misterioso che nessuno riesce a decifrare.

All’inizio del capitolo 5 dell’Apocalisse, l’autore descrive una scena solenne e grandiosa: l’Agnello che è stato immolato si avvicina al trono di Dio, prende dalla sua destra il libro e ne rompe i sigilli. Il significato della visione è il seguente: l’Agnello, cioè Gesù, è l’unico che può aprire il libro in cui è contenuta la risposta agli interrogativi più inquietanti del cuore umano. Solo lui è capace di dare un senso agli avvenimenti della storia, di illuminare tanti drammi e tante angosce.

A questo punto inizia il brano che è ripreso nella nostra lettura. Gli angeli, tutti gli esseri viventi, tutti i membri del popolo di Dio, lieti e riconoscenti all’Agnello che, con la sua morte e risurrezione, ha gettato una luce sui misteri più profondi della vita dell’uomo, uniscono le loro voci in un canto di giubilo. A questa lode proclamata dagli esseri intelligenti si uniscono anche le creature inanimate (v.13).

Il canto della creazione indica che tutte le creature sono state liberate dalla schiavitù del peccato. Quando l’uomo le utilizzava per il male erano schiave, non servivano allo scopo per il quale Dio le aveva fatte. Dopo che il sacrificio dell’Agnello ha trasformato il cuore dell’uomo esse servono finalmente il bene. Anche per loro è giunta la redenzione, per questo esultano di gioia.

Vangelo (Gv 21,1-19)

1 Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: 2 si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. 3 Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.

 4 Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5 Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”. 6 Allora disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. 7 Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “E’ il Signore!”. Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. 8 Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.

 9 Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10 Disse loro Gesù: “Portate un po’ del pesce che avete preso or ora”. 11 Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. 12 Gesù disse loro: “Venite a mangiare”. E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, poiché sapevano bene che era il Signore.

 13 Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. 14 Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.

 15 Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. 16 Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”. 17 Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle. 18 In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. 19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”.

Se consideriamo questo brano solo come la cronaca di un fatto redatta da un testimone oculare, non possono sfuggire alcune difficoltà. Stupisce ad esempio il fatto che, dopo tante manifestazioni del Risorto, i discepoli ancora non lo riconoscano. E’ già la terza volta che lo incontrano (v.14), eppure si ha la netta sensazione che non lo abbiano mai visto prima. Poi, non si capisce bene come mai essi si meraviglino di fronte alla pesca miracolosa; Luca dice che essi avevano già assistito a un episodio analogo nel giorno in cui Gesù li aveva invitati a seguirlo per diventare pescatori di uomini (Lc 5,1-11). Poi ancora, come mai Pietro e gli altri apostoli si trovano in Galilea ed hanno ripreso la loro normale vita di pescatori? Dopo la Pasqua, non si erano dedicati immediatamente e completamente all’annuncio del Vangelo?

Queste difficoltà sono preziose perché ci insospettiscono riguardo al genere letterario del testo: non siamo di fronte a una pagina di cronaca, ma a un brano di teologia e il linguaggio usato è biblico, non giornalistico. Risulta dunque difficile stabilire cosa sia realmente accaduto. L’evangelista vuole certamente dire che gli apostoli hanno fatto l’esperienza del Risorto, ma vuole soprattutto dare catechesi ai cristiani delle sue comunità.

Domenica scorsa ci ha raccontato due manifestazioni del Signore: una avvenuta nel giorno di Pasqua, in assenza di Tommaso, l’altra, otto giorni dopo, presente Tommaso. Questa insistenza sul ritmo “settimanale” – dicevamo – era il modo con cui Giovanni voleva che i cristiani prendessero coscienza che, ogni volta che si radunavano, nel giorno del Signore, per celebrare l’eucaristia, il Risorto si trovava in mezzo a loro.

A differenza del Vangelo della scorsa settimana, quello di oggi non colloca l’apparizione di Gesù in domenica, ma in un giorno feriale, mentre i discepoli sono intenti al loro lavoro. Hanno dunque ripreso la vita di ogni giorno. Cosa fanno i discepoli di Cristo lungo la settimana, qual è la missione che è loro affidata e come la portano a compimento? A queste domande l’evangelista risponde raccontando un episodio carico di simbolismo che ora cercheremo di decodificare.

Cominciamo dagli occupanti della barca. Sono sette. Questo numero indica la perfezione, la completezza. Pietro e gli altri sei rappresentano la totalità dei discepoli che costituiscono l’intera comunità cristiana. Il simbolismo potrebbe spingersi anche oltre fino a cogliere, nell’identità di questi discepoli, un’immagine dei vari tipi di cristiani che, nonostante i loro limiti e le loro manchevolezze, hanno pur sempre diritto di cittadinanza nella Chiesa: quelli che hanno difficoltà a credere (Tommaso), quelli un po’ fanatici (i due figli di Zebedeo che volevano invocare il fuoco del cielo contro gli oppositori; Lc 9,54), quelli che hanno rinnegato il Maestro (Pietro), quelli legati alle tradizioni del passato, ma onesti e aperti ai segni dei tempi (Natanaele), e anche i cristiani anonimi che non sono conosciuti da nessuno (i due discepoli senza nome).

Il mare, lo abbiamo notato spesso, era, presso gli israeliti, il simbolo di tutte le forze nemiche dell’uomo.

Se essere sommersi dall’acqua significa rimanere in balia del male, pescare vuol dire allora tirare fuori da questa condizione di “non vita”, liberare dalle forze del male che mantengono in situazioni di morte. Pensiamo a tutte quelle schiavitù che ci impediscono di vivere con gioia, di sorridere: la bramosia del denaro, i rancori, le passioni sregolate, la droga, la pornografia, l’ansia, la fretta, i rimorsi, la paura….

Ora è chiaro cosa intendeva dire Gesù quando disse ai discepoli: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini” (Mc 1,17).

Eccoli difatti all’opera. Pietro si è rimesso a fare il suo mestiere, la sua è una pesca materiale, ma – nel linguaggio teologico dell’evangelista – essa indica la missione apostolica della chiesa impegnata nella liberazione dell’uomo. Nel Vangelo di Matteo il regno dei cieli è paragonato ad una rete gettata in mare che raccoglie ogni genere di pesci e quando è piena è trascinata a riva (Mt 13,47-48).

La notte con l’oscurità che l’accompagna ha pure un significato negativo. “Se uno cammina nella notte, inciampa” (Gv 11,10), “chi segue me, non camminerà nelle tenebre” (Gv 8,12) – ha detto Gesù. Durante la notte nessuno può agire o orientarsi (Gv 9,4). Senza la luce, la “pesca” dei discepoli non può ottenere alcun risultato.

Non manca solo la luce, manca anche Gesù, anzi – secondo il simbolismo dell’evangelista Giovanni – non c’è luce proprio perché non c’è Gesù “luce del mondo” (Gv 8,12). Pietro e gli altri si impegnano allo spasimo nella missione che è stata loro affidata, ma non concludono nulla. Potrebbero intuire la ragione del loro fallimento se ricordassero le parole del Maestro: “Senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,5).

Sono soli, forse si sentono anche abbandonati in mezzo ai pericoli e alle difficoltà. Pensano di dover svolgere la loro missione di “pescatori di uomini” contando unicamente sulle loro capacità e sulle loro forze. Non vedono Gesù, non percepiscono la sua presenza perché hanno lo sguardo offuscato dalla mancanza di fede. Non riescono neppure a richiamare alla mente le sue parole rassicuranti: “Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Il mondo non mi vedrà più, voi invece mi vedrete” (Gv 14,18-19).

Il Signore non è sulla barca, – è vero – si trova sulla riva, ha già raggiunto la terraferma, cioè, la condizione definitiva dei risorti. Verso questa terra tendono e giungeranno anche i discepoli.

Finalmente ecco spuntare l’alba (v.4) e con il nuovo giorno giungere anche la luce, quella vera “che illumina ogni uomo” (Gv 1,9), quella che viene “a visitarci dall’alto, come sole che sorge” (Lc 1,78). E’ Gesù, ma solo con gli occhi della fede è possibile vederlo e riconoscerlo, perché è il Risorto.

La sua voce è nitida e ben percettibile, la sua parola giunge dalla riva e guida l’attività dei discepoli.

Non appena questi si fidano, ecco il miracolo: contro tutte le logiche umane, contro ogni ragionevole aspettativa ottengono un risultato stupefacente.

Giovanni vuole che i cristiani delle sue comunità arrivino a comprendere che Gesù, pur stando sulla “riva”, cioè, nella gloria del Padre, è sempre accanto a loro, tutti i giorni e continua a far risuonare la sua voce, chiama, parla, indica ciò che devono fare.

Il risultato della missione della chiesa è indicato dalla straordinaria quantità di pesci pescati: 153. Questo numero ha un significato simbolico. Risulta da 50×3+3. Per gli israeliti il numero cinquanta indicava tutto il popolo; il numero 3 rappresentava la perfezione, la pienezza. Dei pesci non ne sfugge dunque neppure uno.

Il senso di questo curioso particolare è il seguente: la comunità cristiana porterà a compimento con pieno successo la sua missione di salvezza. Tutto il popolo, tutta l’umanità verrà liberata dai vincoli di morte che la avvolgono, la tengono prigioniera, la portano alla rovina, come le acque impetuose del mare trascinano sul fondo anche il più abile dei nuotatori. I discepoli riusciranno in questa grandiosa impresa – assicura il Vangelo di oggi – a condizione che si lascino sempre guidare dalla voce del Risorto.

Pietro tira fino a terra la rete con i pesci.

Gesù aveva predetto: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò a me tutti gli uomini” (Gv 12,32). Ecco che ora egli realizza, attraverso i suoi discepoli, la promessa. Nessun uomo sfuggirà all’opera di salvezza portata avanti dalla sua comunità.

La rete non si spezza, nonostante la grande quantità di pesci. In questo dettaglio apparentemente banale è contenuto un messaggio significativo: Pietro riesce a mantenere integra e salda l’unità dei credenti nonostante il loro numero e la conseguente diversità di cultura, di idee, di linguaggio.

Il banchetto con il quale si chiude il racconto della pesca miracolosa è il simbolo della conclusione della storia della salvezza. Gesù attende i discepoli sulla terra ferma, in cielo. Ha con sé del pesce (v.9): è il frutto dell’opera da lui compiuta in questo mondo. Ricordiamo ad esempio il buon ladrone che egli ha portato con sé in paradiso (Lc 23,43).

Come ai sette discepoli sul lago di Galilea, a tutta la comunità cristiana viene chiesto di presentare il pesce, il frutto del lavoro apostolico. Il pane invece è sempre offerto gratuitamente da Gesù, non viene portato dagli uomini. E’ l’eucaristia, è il pane che il Risorto spezza e vuole che tutti i fratelli condividano fino al giorno in cui il segno sacramentale sarà realizzato dall’unione piena e definitiva con lui e con il Padre.

L’ultima parte del brano (vv.15-19) descrive la missione di Pietro.

Lungo tutto il racconto questo apostolo ha occupato una posizione di rilievo: è lui che ha preso l’iniziativa di andare a pescare, poi, malgrado abbia riconosciuto il Signore dopo il “discepolo che Gesù amava”, è stato ancora lui a prendere in mano la rete piena di grossi pesci e, senza romperla, a trascinarla fino a riva.

E’ innegabile il significato simbolico di questi particolari: dentro la comunità cristiana il primato – diciamo così – della “sensibilità” spetta al discepolo senza nome, ma quello di presiedere al lavoro apostolico e all’unità della chiesa è indubbiamente di Pietro. Pur arrivando sistematicamente “in ritardo” e meritando spesso i rimproveri di Gesù, rimane il punto di riferimento della vita ecclesiale. A lui è chiesto di pascere il gregge del Signore.

L’immagine del pastore non suscita solo risonanze positive. L’essere paragonati a degli agnellini, magari incapaci di pensare e di decidere in modo responsabile, non a tutti piace. Ma non è questo il senso delle parole di Gesù. Egli non ha conferito a Pietro il potere di comandare, di dare ordini come fa il pastore con le pecore e, meno ancora, quello di costituire una casta privilegiata e staccata dalla comunità dei fratelli. Pietro – lo ricordiamo – non era immune da questa tentazione. E’ giunto a rifiutare il gesto del Maestro che voleva lavargli i piedi perché un giorno sperava di poter far da padrone sul gregge.

Chiedendogli di pascere il gregge, Gesù esige da lui una conversione completa, un cambiamento radicale del suo modo di pensare e di agire. Vuole che manifesti una capacità di amare incondizionata, superiore a quella di tutti gli altri. Pascere significa alimentare i fratelli con il cibo della Parola di vita.

Non sarà facile per Pietro capire ed accettare questa proposta. Per molto tempo ancora rimarrà aggrappato alle sue convinzioni, ai suoi sogni. Solo col passare degli anni, dopo molti tentennamenti, giungerà alla completa conversione. Nel Vangelo di oggi gli viene preannunciata la conclusione del suo cammino al seguito del Maestro. Durante la passione non ha avuto il coraggio di stare con Gesù. Un giorno però – gli viene detto – sarà posto nella condizione di dare la sua vita; conoscerà la coercizione, la prigionia (“altri ti cingeranno e ti porteranno dove tu non vorrai”) ed infine morirà su una croce (“tenderai le mani”).

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