Fernando Armellini: Pasqua, V domenica C

di: Fernando Armellini

Chi è in Cristo è una creatura nuova

La chiesa ha i giorni contati – dice qualcuno – perché è vecchia, non sa rinnovarsi, ripete formule antiche invece di rispondere ai nuovi interrogativi, ripropone caparbiamente riti obsoleti e dogmi incomprensibili mentre l’uomo d’oggi è alla ricerca di un nuovo equilibrio, di un nuovo senso della vita, di un Dio meno distante.

Cresce la voglia di spiritualità e si diffonde l’adesione alle nuove fedi che si chiamano reiki, channelling, cristalloterapia, dianetica. Si diffonde la religione-fai-da-te che disdegna i dogmi e le chiese, una religione in cui spesso si fondono tecniche orientali con interpretazioni esoteriche di Cristo; in cui si equiparano la meditazione della parola di Dio in un monastero con l’emozione provata nel folto di un bosco a colloquio con il proprio angelo-guida.

Espressione di questa ricerca del nuovo è la New Age che prospetta una visione utopica di un’era di pace, armonia e progresso.

Confondere la fedeltà alla Tradizione (con la lettera maiuscola) con il ripiegamento su ciò che è vecchio e logoro, con la chiusura agli impulsi dello Spirito che “rinnova la faccia della terra” è uno degli equivoci più funesti in cui possa cadere la Chiesa. Le accuse di scarsa modernità che le vengono mosse (spesso anche ingiuste e immotivate) dovrebbero comunque farla riflettere.

La chiesa è la depositaria dell’annuncio di “cieli nuovi e terra nuova”, della proposta di “uomo nuovo”, del “comandamento nuovo”, di un “canto nuovo”. È a lei che dovrebbe istintivamente rivolgersi chiunque sogni un mondo nuovo.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Canterò al Signore un canto nuovo, perché rinnova ogni giorno la mia giovinezza”.

Prima Lettura (At 14,21-27)

In quel tempo, 21 Paolo e Barnaba ritornarono a Listra, Icònio e Antiochia, 22 rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede poiché, dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio. 23 Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani e dopo avere pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. 24 Attraversata poi la Pisidia, raggiunsero la Panfilia 25 e dopo avere predicato la parola di Dio a Perge, scesero ad Attalìa; 26 di qui fecero vela per Antiochia là dove erano stati affidati alla grazia del Signore per l’impresa che avevano compiuto.

 27 Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede.

Da molte parti è scomparso, ma in certi luoghi sopravvive ancora un certo “individualismo religioso” che predica la salvezza della propria anima. Certo, i battezzati non si disinteressano dell’anima degli altri, pregano perché tutti vadano in paradiso, tuttavia è ancora radicata l’idea che, al momento della resa dei conti, tutte le amicizie salteranno e ognuno dovrà vedersela da solo con Dio. Questa concezione porta all’esasperazione della religione dei meriti: ognuno porta con sé le proprie opere buone e non ci si deve illudere che, alla fine, ci possano essere delle transazioni.

Se le cose stanno in questi termini ci chiediamo a che serve la comunità se poi, nel momento decisivo, ognuno deve arrangiarsi da solo. I discepoli di Gesù costituiscono un unico corpo e le singole membra non possono vivere le une senza le altre. Sono un popolo, una famiglia in cui ognuno è, in qualche modo, responsabile di quanto fanno gli altri.

La lettura approfondisce questo tema della vita comunitaria.

Paolo e Barnaba stanno per concludere il loro primo viaggio missionario. Hanno attraversato molte regioni, hanno annunciato la Buona Novella in tante città e, prima di tornare alla comunità di Antiòchia dalla quale sono stati inviati e alla quale devono rendere conto della loro opera, decidono di rivedere le giovani comunità che hanno fondato. Vogliono che siano fortificate nella fede e aiutate ad organizzarsi, per questo stabiliscono in ognuna di loro un gruppo di anziani.

Non si può concepire una vita cristiana individualista; chi non si rapporta con gli altri, chi vive da solo, chi pensa unicamente a se stesso e al proprio progresso spirituale può essere una persona buona, pia, religiosa, ma non è un cristiano. Ecco la ragione per cui, fin dall’inizio, gli apostoli sentono il bisogno di costituire ovunque dei “centri di fraternità” guidati da “anziani”.

Il lavoro missionario non è concluso nel momento in cui le persone abbracciano la fede e sono battezzate. È necessario che i credenti divengano una “comunità” nella quale ognuno si sente membro vivo, attivo, corresponsabile.

Seconda Lettura (Ap 21,1-5a)

Io Giovanni, 1 vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. 2 Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3 Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

“Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno suo popolo
ed egli sarà il “Dio-con-loro”.
4 E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;
non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate”.

 5 E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.

Nella Bibbia è impiegato spesso il termine nuovo – ben 347 volte nell’AT e 44 nel NT – e con quest’aggettivo s’intende un cambiamento radicale rispetto a ciò che esisteva prima. Il nuovo operato da Dio è qualcosa di inatteso, di inimmaginabile, di sorprendente. Quando, ad esempio, egli promette una “nuova legge” (Ger 31,31-34), non si riferisce a una nuova serie di prescrizioni, a un “aggiornamento” del decalogo, ma al dono di una legge radicalmente diversa, al dinamismo interiore che porta a compiere il bene, alla legge posta nel cuore, non scritta su pietre.

Nell’AT sono annunciate molte realtà nuove che il Signore attuerà: una nuova alleanza, uno spirito nuovo, un cuore nuovo e una creazione nuova: “Ecco, infatti, io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia e del suo popolo un gaudio” (Is 65,17-18).

La prima creazione era buona. Era “molto buono” tutto ciò che Dio aveva fatto (Gen 1,31), ma l’uomo, nella sua libertà, ha introdotto il peccato, ha usato per il male le creature e le ha condotte alla corruzione. Le conseguenze delle sue scelte insensate sono anche sotto i nostri occhi: guerre, violenze, sopraffazioni, ingiustizie… È dunque irrimediabilmente fallito il progetto di Dio? Al Signore dell’universo è sfuggita di mano la sua creazione?

No – risponde il veggente dell’Apocalisse. Dio controlla i destini del mondo, nessun evento lo coglie di sorpresa, egli sta facendo nuove tutte le cose (v.5). Non distrugge la prima creazione, ma sta preparando un nuovo cielo e una nuova terra. Solo il mare – simbolo di tutto ciò che è contro la vita (Ap 13,1) – sarà fatto scomparire per sempre, evaporerà fino all’ultima goccia (v.1).

 La visione continua: “Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (v.2). In nessun giorno della sua vita la donna appare affascinante come nel giorno delle nozze. È giovane, sul suo volto non c’è né macchia né ruga, tutti la ammirano. La realtà del mondo che abbiamo sotto gli occhi è esattamente opposta e le previsioni sono fosche, nulla prelude a una trasformazione così sorprendente. È come osservare un bruco: non si è portati a pensare che possa dar origine a una farfalla.

La conclusione della storia del mondo è da sogno: Dio dimorerà per sempre con gli uomini “e tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (vv.3-4).

È il messaggio di gioia e di speranza che Giovanni rivolge ai cristiani delle sue comunità, tentati di lasciarsi abbattere di fronte all’apparente e inarrestabile trionfo del male. Alla fine scopriranno – dice il veggente – che il gioco lo ha sempre condotto Dio.

Vangelo (Gv 13,31-33a.34-35)

31 Quando Giuda fu uscito, Gesù disse: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. 32 Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33 Figlioli, ancora per poco sono con voi. 34 Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35 Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.

Per noi, eredi del pensiero greco, la glorificazione è il raggiungimento dell’approvazione e delle lodi degli uomini, equivale alla fama, la ottiene chi raggiunge una posizione prestigiosa. Tutti la desiderano, smaniano, lottano per averla ed è per questo che si allontanano da Dio. I giudei che “prendono la gloria gli uni dagli altri e non cercano la gloria che viene da Dio” (Gv 5,44), che “amano la gloria degli uomini più della gloria di Dio” (Gv 12,43) non possono credere in Gesù nel quale non si manifesta la “gloria” che attira gli sguardi e l’attenzione degli uomini. In lui si rende visibile, fin dal suo primo apparire nel mondo, la gloria di Dio: “Il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria” (Gv 1,14).

Dio è glorificato quando dispiega la sua forza e compie gesta di salvezza, quando mostra il suo amore per l’uomo. Nell’AT la sua gloria si è manifestata quando ha liberato il suo popolo dalla schiavitù. “Gli israeliti vedranno la sua gloria – promette il profeta – perché egli sta per venire a salvarli” (Is 35,2.4).

Nei primi versetti del Vangelo di oggi (vv.31-32) compare per ben cinque volte il verbo glorificare: il Figlio dell’uomo è glorificato e Dio è glorificato in lui; se Dio è stato glorificato in lui, lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Una ridondanza, una prolissità che quasi annoiano; una solennità che sembra eccessiva e fuori luogo nel contesto in cui queste parole vengono pronunciate da Gesù. Siamo nel cenacolo e mancano poche ore alla sua cattura e alla sua condanna a morte.

Chi non conosce in anticipo come si sono svolti i fatti è portato a pensare che Dio stia per sbalordire tutti con un prodigio, che stia per dare una dimostrazione della sua forza umiliando i suoi nemici.

Nulla di tutto questo. Gesù è glorificato perché Giuda è uscito per andare ad accordarsi con i sommi sacerdoti su come arrestare il Maestro (v.31). Accade qualcosa di inaudito, di scandaloso e incomprensibile per gli uomini: in Gesù che s’incammina verso la passione e la morte, che si consegna nelle mani dei carnefici e viene inchiodato sulla croce si manifesta la “gloria” di Dio.

Pochi giorni prima Gesù ha chiarito in che consiste la sua gloria: “È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo… Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,23-24). La gloria che lo attende è il momento in cui, dando la vita, rivelerà al mondo quanto è grande l’amore di Dio per l’uomo. È questa l’unica gloria che egli promette anche ai suoi discepoli.

Il brano continua con la presentazione del comandamento nuovo, introdotto da un’espressione sorprendente: Figlioli… (v.33). I discepoli non sono figli, ma fratelli di Gesù. Come mai li chiama in questo modo?

Per comprendere il significato delle sue parole va tenuto presente il momento in cui vengono pronunciate. Durante l’ultima cena, Gesù si è reso conto che gli restano solo poche ore di vita e sente di dover dettare il suo testamento. Come i figli considerano sacre le parole pronunciate dal padre sul letto di morte, così Gesù vuole che i suoi discepoli imprimano nella mente e nel cuore ciò che sta per dire.

Ecco il suo testamento: “Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato!” (v.34). Per sottolinearne l’importanza lo ripeterà altre due volte prima di incamminarsi verso il Getsèmani: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati” (Gv 15,12); “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,17).

Parla come chi vuole lasciare qualcosa in eredità: Vi do – dice (v.34).

Avessimo potuto scegliere noi un dono fra i tanti che egli possedeva, tutti – penso – avremmo chiesto il potere di compiere miracoli. Egli ci ha offerto invece un comandamento nuovo.

Comandamento per noi equivale a imposizione, impegno gravoso da adempiere, peso da sopportare. Qualcuno ritiene che la felicità venga raggiunta da chi fa il furbo, da chi si gode la vita trasgredendo le “dieci parole” di Dio, per questo molti sono convinti che chi riesce ad osservare i dieci comandamenti merita il paradiso mentre chi è infedele deve essere severamente punito.

È una prospettiva ancora molto diffusa e deve essere corretta con urgenza perché è estremamente perniciosa. È frutto di un’immagine deturpata di Dio.

Un esempio banale: se un medico insiste col suo paziente perché smetta di fumare, non lo fa per limitare la sua libertà, per privarlo di un piacere, per metterlo alla prova, ma perché vuole il suo bene. Di nascosto, cercando di non farsi notare, costui può continuare a fumare e, dopo un certo tempo, ritrovarsi con i polmoni rovinati. Il medico non lo castiga per questo (non ha fatto del male a lui, ma a se stesso), egli cercherà sempre e comunque di ricuperarlo. E Dio – sia detto per inciso – è un buon medico, guarisce tutte le malattie (Sal 103,3).

Dandoci il suo comandamento Gesù si è dimostrato un impareggiabile amico: ci ha indicato, non a parole, ma con il dono della vita, come si realizza in pienezza la propria esistenza in questo mondo.

Si tratta di un comandamento nuovo. In quale senso? Non è forse già scritto nell’AT: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18)? Vediamo di cogliere dove sta la novità.

Rispetto a quanto raccomandato nell’AT è certamente nuova la seconda parte: “come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (v.34).

La misura dell’amore propostaci da Gesù non è quella che usiamo verso noi stessi, ma quella che egli ha avuto per noi.

Non è detto che noi ci amiamo: non sopportiamo i nostri limiti, i nostri difetti, le nostre miserie; se commettiamo un errore, se facciamo una brutta figura, se compiamo un gesto di cui ci dobbiamo vergognare arriviamo addirittura ad autopunirci.

Poi il comandamento è nuovo perché non è spontaneo per l’uomo amare chi non lo merita o chi non può ricambiare, non è normale fare del bene anche ai propri nemici.

Gesù rivela un amore nuovo: ha amato chi aveva bisogno del suo amore per essere felice. Ha amato i poveri, i malati, gli emarginati, i malvagi, i corrotti, i suoi stessi carnefici perché solo amandoli poteva farli uscire dalla loro condizione di grettezza, di miseria e di peccato.

È l’amore gratuito e immotivato di cui ha dato prova Dio nell’AT quando si è scelto il suo popolo: “Il Signore – dice Mosè agli israeliti – si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli, siete infatti il più piccolo di tutti i popoli, ma perché il Signore vi ama” (Dt 7,7-8). Per questo Giovanni afferma: “Non vi scrivo un comandamento nuovo, ma un comandamento antico… Chi ama suo fratello, dimora nella luce” (1 Gv 2,7-10).

Ma la novità maggiore di questo comandamento è un’altra. È il fatto che nessuno prima di Gesù ha mai tentato di costruire una società basata su un amore come il suo.

La comunità cristiana è posta così come alternativa, come proposta nuova a tutte le società vecchie del mondo, a quelle basate sulla competizione, sulla meritocrazia, sul denaro, sul potere. È quest’amore che deve “glorificare” i discepoli di Cristo.

Per bocca di Geremia Dio ha annunciato: “Ecco verranno giorni in cui io concluderò un’alleanza nuova con la casa d’Israele” (Ger 31,31). L’antica alleanza è stata stipulata sulla base dei dieci comandamenti. La nuova alleanza è legata all’osservanza di un unico, nuovo comandamento: l’amore al fratello, come quello di cui Gesù è stato capace.

Gesù conclude il suo “testamento” affermando: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (v.35). Noi sappiamo che non sono i frutti che fanno vivere l’albero, tuttavia sono i segni che l’albero è vivo. Non sono le buone opere che rendono cristiane le nostre comunità, ma sono queste opere che danno la prova che le nostre comunità sono animate dallo Spirito del Risorto.

I cristiani non sono uomini diversi dagli altri, non portano distintivi, non vivono fuori dal mondo; ciò che li caratterizza è la logica dell’amore gratuito, quello di Gesù, quello del Padre.

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