Fernando Armellini – Quaresima, IV domenica C

di: Fernando Armellini

Il peccato? Un inferno da cui ci libera l’amore del Padre

Gesù ci ha rivelato che Dio è amico dei pubblicani e dei peccatori (Cf. Lc 7,34; Mt 9,12-13). Ma fino a quando lo sarà? Non verrà il giorno in cui cambierà atteggiamento nei loro confronti?

A questa domanda qualcuno risponde: i peccatori hanno tempo fino alla fine della vita per convertirsi, poi basta. Al momento della resa dei conti Dio smette d’essere buono e diventa un giudice giusto.

Questo cambiamento di sentimenti (ammesso che avvenga) non può che lasciare stupiti e sconcertati. Qui sulla terra Gesù accetta gli inviti dei pubblicani e dei peccatori, frequenta le loro case, prende parte alle loro feste, mangia con loro e poi, in cielo, nega loro un posto al suo banchetto e li caccia lontano da sé. Un comportamento difficile non solo da accettare, ma anche da capire.

Qualche altro spiega: non sarà Dio a condannare, sarà il peccatore a castigarsi. A parte il fatto che il peccatore si è già castigato abbastanza sulla terra compiendo il male (Prv 8,36), come ammettere che l’incontro con il Signore, invece di illuminare e purificare l’uomo, lo renda ancora più testardo nell’infelicità che si è scelto? Chi può credere che arriverà il momento in cui Cristo si rassegnerà a perdere un amico? Chi può pensare che, ad un certo punto, il male trionferà (eternamente!) sull’amore onnipotente di Dio?

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Il Padre ha affidato tutti gli uomini a Cristo, buon pastore. Non andranno mai perduti e nessuno li rapirà dalla sua mano”.

Prima Lettura (Gs 5,9a.10-12)

9 Allora il Signore disse a Giosuè: “Oggi ho allontanato da voi l’infamia d’Egitto”.

10 Si accamparono dunque in Gàlgala gli israeliti e celebrarono la pasqua al quattordici del mese, alla sera, nella steppa di Gerico.

11 Il giorno dopo la pasqua mangiarono i prodotti della regione, azzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno.

12 La manna cessò il giorno dopo, come essi ebbero mangiato i prodotti della terra e non ci fu più manna per gli israeliti; in quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.

Prima di lasciare l’Egitto gli israeliti hanno celebrato la Pasqua. Hanno vegliato per tutta la notte, hanno mangiato l’agnello e poi, nell’oscurità, si sono messi in cammino verso la terra che Dio aveva promesso ai loro padri. Guidati da Mosè e protetti dal Signore hanno attraversato il mar Rosso e sono entrati nel deserto dove hanno trascorso quarant’anni.

La lettura di oggi narra la conclusione di questo lungo viaggio. Dopo molto peregrinare, gli israeliti attraversano il fiume Giordano e giungono a Galgala, nella pianura di Gerico. Sono finalmente liberi e stanno per prendere possesso di una terra fertile. Ad ogni famiglia verrà assegnato un campo da coltivare; vivranno di agricoltura e di pastorizia, non più della manna e dei poveri frutti che offre il deserto. Per manifestare la loro gioia e la loro riconoscenza al Signore, gli israeliti decidono di celebrare nuovamente la festa della Pasqua, come hanno fatto i loro padri la notte dell’uscita dall’Egitto.

Non compiono il rito per ricordare un lontano passato, ma per mostrare che hanno capito, che si rendono conto che Dio ha mantenuto le sue promesse. Egli non ha condotto il suo popolo nel deserto per annientarlo, per farlo perire – come i loro padri hanno spesso sospettato e insinuato (Es 17,3; Nm 14,3) – ma ha cancellato per sempre “l’infamia dell’Egitto”. Tante volte lo hanno messo alla prova, hanno dubitato della sua fedeltà, non hanno obbedito alla sua voce (Nm 14,22), ma egli li ha liberati ugualmente.

Nessun peccato, nessuna infedeltà è riuscita a scoraggiarlo, a dissuaderlo, a farlo desistere dal suo progetto di salvezza.

La storia di questo popolo è segno del pellegrinaggio dell’umanità intera verso la terra della libertà definitiva nella quale tutti, senza eccezione, sono attesi (1 Tm 2,4; Tt 2,11).

Usciti dal deserto gli israeliti non hanno più avuto bisogno della manna, “pane degli angeli” (Sal 78,25), pane del cielo (Sal 105,40) che a nessuno era stato negato e che nessuno doveva considerare sua proprietà esclusiva, altrimenti marciva e ammuffiva.

Chi si alimenta del pane eucaristico è in cammino, non è ancora giunto alla Terra Promessa. Ma anche questo pane cesserà quando avranno inizio la festa e il banchetto eterni.

Seconda Lettura (2 Cor 5,17-21)

Fratelli, 17 se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.

18 Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. 19 E’ stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.

20 Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. 21 Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.

L’apocalittica giudaica – che ha avuto il suo periodo di massimo fulgore proprio al tempo della nascita del cristianesimo – prevedeva che il mondo presente, tra terribili convulsioni e catastrofi, sarebbe giunto presto alla fine e dalle sue ceneri sarebbe sorto un mondo nuovo.

Scrivendo ai Corinti, Paolo risponde a queste attese e dichiara: non ci si deve attendere sconvolgimenti cosmici, le cose vecchie sono già passate; con la Pasqua di Cristo ha avuto inizio il mondo nuovo e, per esserne partecipi, basta “essere in Cristo” (v.17).

Come spiegare meglio questo prodigio operato da Dio? L’Apostolo ricorre all’immagine della riconciliazione.

Il peccato è un disaccordo, uno stato di inimicizia, una difformità di vedute e di intenti fra l’uomo e Dio. Quest’ostilità è stata superata, l’armonia è stata ristabilita non dal ravvedimento e dalla buona volontà dell’uomo, ma da un intervento gratuito da parte di Dio. In Cristo egli ha riconciliato a sé il mondo “non mettendo in conto agli uomini le loro colpe” (vv.18-20), ha stracciato i libri della contabilità che era tutta in rosso.

Un colpo di spugna? L’immagine giuridica del debito condonato potrebbe suggerire quest’idea, ma il seguito della lettera chiarisce il pensiero dell’Apostolo. Egli rivolge ai corinti un’esortazione accorata: “Vi supplichiamo, in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio!” (v.20). E’ necessario dunque che l’uomo accetti la riconciliazione che Dio gli offre.

Fra Paolo e la comunità di Corinto c’è stata una dolorosa rottura. Qualche mese prima l’Apostolo è stato gravemente offeso e addirittura scacciato. Non si è trattato di una banale incomprensione. Paolo è stato rifiutato a causa del messaggio che annunciava. Ecco la ragione per cui ai corinti ricorda: “Noi fungiamo da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro” (v.20).

Non è possibile riconciliarsi con Dio senza mettersi d’accordo con il suo Apostolo, senza accettare il messaggio che egli annuncia. La riconciliazione con Dio non si realizza mediante riti purificatori e pratiche ascetiche, ma attraverso l’adesione alla parola che viene trasmessa da chi funge da ambasciatore di Dio (Rm 10,14.17). La Quaresima è un tempo privilegiato per quest’ascolto ed è anche un tempo di verifica, perché è molto facile rifiutare – magari in buona fede – chi, come Paolo, è inviato ad annunciare la parola del Signore.

Vangelo (Lc 15,1-3.12-32)

1 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”.

3 Allora egli disse loro questa parabola: “Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 13 Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. 17 Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 19 non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. 20 Partì e si incamminò verso suo padre.

Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. 22 Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. 23 Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.

25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. 27 Il servo gli rispose: E’ tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28 Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. 29 Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 31 Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.

Eccoci arrivati alla più bella di tutte le parabole dei Vangeli.

Fin dai primi tempi della chiesa è stata studiata, commentata ed ha suggerito spunti a grandi scrittori, pittori, musicisti, filosofi, psicologi. E’ conosciuta come la parabola del figlio prodigo, ma questo titolo non è azzeccato perché tiene conto solo di uno dei tre personaggi, trascura il fratello maggiore al quale è dedicata tutta la seconda parte del racconto e, soprattutto, ignora il vero protagonista, il padre. E’ più esatto quindi parlare della “Parabola dell’amore del padre” oppure della “Parabola del padre misericordioso”.

Viene impiegata spesso durante le celebrazioni penitenziali con l’obiettivo di toccare il cuore dei peccatori più ostinati. Utilizzata in questo contesto però, la seconda parte del racconto crea un certo imbarazzo, disturba un po’ l’emozione e il raccoglimento che si sono creati. Più di una volta ci saremo chiesti perché Gesù non si è fermato dopo l’abbraccio del padre al figlio prodigo e l’inizio della festa.

Chi si pone questa domanda non ha fatto attenzione ai versetti che introducono la parabola, non ha verificato a chi e per quale ragione Gesù la racconta. Non è ai peccatori che egli si rivolge, ma ai giusti: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro. Allora egli disse loro questa parabola” (vv.1-3).

Loro sono i farisei e gli scribi, gli impeccabili che stanno correndo un grosso rischio spirituale. Sono loro che sono in pericolo perché hanno falsato completamente il rapporto con Dio, non hanno capito che egli ama tutti gratuitamente e davanti a lui non si possono accampare meriti.

Nel capitolo precedente Gesù è presentato a tavola di uno dei capi dei farisei (Lc 14,1). Ora ha cambiato decisamente compagnia: è insieme a tutti i pubblicani e peccatori, anzi, pare li abbia invitati a casa sua. Una scelta scandalosa che provoca l’indignazione dei giusti che non possono che concludere: quest’uomo che frequenta persone impure non può venire da Dio. Per giustificare il suo comportamento Gesù racconta la parabola. E’ dunque nella seconda parte del racconto che si trova l’insegnamento principale. E’ lì che entra in scena il fratello maggiore che rappresenta chiaramente i farisei, gli osservanti irreprensibili dei comandamenti e dei precetti della legge. Sono costoro che devono cambiare modo di pensare se non vogliono rimanere esclusi dal banchetto del Regno annunciato dai profeti (Is 25,6-8).

Dopo questa introduzione veniamo alla parabola.

Un giorno il figlio più giovane di un ricco proprietario terriero si presenta al padre e pretende la sua parte di eredità. Il saggio Siracide sconsiglia di aderire a una simile richiesta. Direbbe al padre: “E’ meglio che i tuoi figli ti preghino che non rivolgerti tu alle loro mani. Solo al momento della morte assegna la tua eredità” (Sir 33,22.24). Ma il padre della parabola non oppone alcuna resistenza. Senza dire una parola divide le sue sostanze tra i suoi due figli, in conformità con ciò che stabilisce la legge.

Questo comportamento del padre indica il rispetto di Dio nei confronti delle scelte dell’uomo. Egli esorta, educa, consiglia, accompagna, ma lascia sempre la libertà, anche di sbagliare.

Perché il figlio minore decide di abbandonare in fretta la famiglia?

La prima ragione è che egli vede nel padre una specie di tiranno che impone la sua volontà e non permette di fare quello che si vuole. Gli anni della giovinezza sono pochi, passano come un soffio e si corre il pericolo di perdere le migliori occasioni e il tempo più prezioso per godersi la vita. Si ispira ai ragionamenti dei dissennati: “La nostra esistenza è come un’ombra. Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano; nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza” (Sap 2,5-9).

Tuttavia è forse ingiusto pensare che le colpe siano solo sue. Tra poco conosceremo suo fratello e intuiremo subito che tipo è, come la pensa, come ragiona, come è orgoglioso della sua perfezione, della sua integrità morale, come è intollerante con chi non condivide le sue convinzioni, il suo impegno, il ritmo frenetico del suo lavoro e ci renderemo conto che vivere accanto a un tipo del genere non è né facile né gratificante.

La meta del giovane è “un paese lontano”.

Rompe con la sua famiglia, con il suo popolo, con le tradizioni religiose della sua terra e va a stabilirsi fra i pagani, allevatori di porci, gli animali impuri per eccellenza (Lv 11,7). E’ l’immagine dell’allontanamento da Dio, del rifiuto di tutti i principi morali, della scelta di una vita dissoluta e priva di inibizioni.

Lontano dalla casa del Padre però non ci sono la gioia e la pace. La ricerca dei piaceri, la droga, i falsi amici, le aberrazioni sessuali finiscono per nauseare. Le avventure non saziano; l’uomo ha bisogno di un equilibrio interiore altrimenti si sente “morire di fame”. La scena del ragazzo costretto a mettersi a servizio di un pagano e a custodire i suoi porci rappresenta, in modo molto efficace, la condizione disperata e la degradazione cui giunge chi si allontana da Dio. Dicevano i rabbini: “E’ maledetto l’uomo che alleva porci”.

L’esperienza della delusione è provvidenziale, fa cadere in se stessi. Dicevano ancora i rabbini: “Quando gli israeliti sono costretti a mangiare carrube, si convertono”.

Ma questo ragazzo era pentito oppure no?

La risposta a questa domanda è di capitale importanza per la comprensione della parabola.

Se leggiamo attentamente i vv.17-19, notiamo che la preoccupazione del giovane non è il dolore arrecato al padre, ma la fame. Il caso sarebbe diverso se egli “caduto in se stesso” dicesse: “Guarda dove sono finito! Sono stato un figlio degenere. Ho rovinato la mia vita, ma prima di morire voglio chiedere scusa a mio padre, voglio riabbracciarlo. Poi me ne andrò di nuovo, senza accettare nemmeno un caffè, perché non lo merito”. Se parlasse in questo modo, allora sì darebbe segni di pentimento; invece egli non accenna minimamente al dolore arrecato al padre. La sua unica preoccupazione è di trovare un pezzo di pane. Anche il bel discorsetto che prepara e che intende recitare all’arrivo a casa ha un unico scopo: commuovere il padre e convincerlo a dargli da mangiare.

La conclusione che s’impone allora non può essere che questa: non c’è alcun indizio che deponga a favore di un suo pentimento.

Egli comunque parte e mette in atto, fin nei dettagli, il progetto delineato nel suo soliloquio (v.20). A questo punto ritorna in scena il padre: non dice una parola; la sua reazione di fronte al figlio che ritorna è descritta con cinque verbi che da soli bastano a far considerare questo versetto come uno dei più belli di tutta la Bibbia.

Lo vide da lontano. Lo vede per primo perché da sempre lo sta aspettando.

Si sentì sconvolgere le viscere. Il verbo greco splagknizomai indica una commozione così intensa e profonda da essere percepita anche fisicamente nelle “viscere”. E’ il sentimento che una madre prova nei confronti del figlio che porta in grembo. Non si può immaginare un’emozione più intima e più forte. Nel NT questo verbo compare solo nei Vangeli (dodici volte) ed è sempre riferito a Dio o a Gesù, come a dire che soltanto Dio è capace di provare questa forma di amore.

Si mise a correre. Un gesto istintivo, ma incauto per un vecchio e poco dignitoso per una persona di rango. A questo padre l’emozione ha chiaramente fatto perdere il controllo delle reazioni. Agisce ascoltando solo il cuore.

Gli si gettò al collo. Letteralmente: gli cadde sul collo che è molto di più che abbracciare. Troviamo questa espressione solo un’altra volta nel NT. E’ usata per esprimere i sentimenti degli anziani di Efeso quando salutano Paolo, sapendo che non avrebbero più rivisto il suo volto: “Scoppiarono in un gran pianto e gettandosi al collo di Paolo lo baciavano e lo ribaciavano” (At 20,37).

Non smetteva più di baciarlo. Non è il tradizionale bacio di saluto dato all’ospite, ma è il segno dell’accoglienza, è l’espressione della gioia e del perdono. Il padre non permette al figlio di inginocchiarsi.

Di fronte alla reazione del padre, il figlio prodigo – sul cui pentimento abbiamo già avanzato riserve – prende la parola e “recita” la sua confessione. Non riesce a concluderla. Quando sta per aggiungere: “trattami come uno dei tuoi garzoni”, il padre lo interrompe e comincia a dare ordini (vv.21-22). Le sue disposizioni hanno tutte un significato e un richiamo simbolico.

– Al figlio deve essere consegnata una veste lunga, la migliore, quella usata per le feste, per gli ospiti di riguardo, la stessa che, secondo il veggente dell’Apocalisse, è indossata in cielo dagli eletti “che stanno in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello” (Ap 7,9). Dio reintegra nella sua famiglia, con tutti gli onori, colui che ritorna.

L’anello al dito. Non è l’anello coniugale, ma quello con il sigillo. Al giovane viene ridata l’autorità sui servi e il potere sui beni del padre. Stranamente è come se nulla fosse stato sperperato. Può disporre ancora di tutta l’eredità che sembra (ed è) inesauribile.

I sandali ai piedi sono il segno dell’uomo libero. Gli schiavi andavano scalzi.

Nella sua casa Dio non vuole servi, ma gente libera (Gv 15,15). Per questo – si notino i dettagli – il padre interrompe la confessione del figlio prima che dichiari la sua disponibilità a trasformarsi in salariato, poi ordina che gli sia consegnata la veste lunga, non quella corta, usata dai servitori nei giorni feriali. Infine i sandali: non ci si presenta davanti a Dio a piedi nudi, come i garzoni che, tremanti, si aspettano di ricevere ordini o rimproveri. Egli non è un padrone, vuole essere amato, non temuto o servito.

Una festa conclude il cammino verso la casa del Padre.

Nel giudaismo si insegnava che Dio concedeva il suo perdono a chi era sinceramente pentito e manifestava la sua volontà di convertirsi mediante digiuni, penitenze, vestiti laceri, prostrazioni. La prima parte della parabola si conclude invece in modo scandaloso e i farisei che la stanno ascoltando cominciano a capire. Il Dio annunciato da Gesù è ben diverso da come lo immaginavano: organizza un banchetto per chi non lo merita, introduce nella sua festa i peccatori senza verificare se sono pentiti, se sono sinceramente decisi a cambiare vita. Li abbraccia senza porre loro alcuna domanda.

E’ questo il punto di attrito fra Gesù e le guide spirituali d’Israele. Se egli accogliesse i peccatori pentiti non susciterebbe alcuna reazione. Anche gli scribi e i farisei perdonano a chi riconosce di avere sbagliato e promette di emendarsi. La loro irritazione nasce dal fatto che Gesù è amico dei pubblicani che continuano a fare il loro mestiere, frequenta le case dei peccatori che non si sono convertiti. Nel suo comportamento Dio rivela i suoi sentimenti: egli non ama solo i giusti ed i peccatori pentiti; vuole bene a tutti, sempre e senza condizioni. Egli chiede a noi di “amare anche chi ci fa del male”; non ci dice di amare i nemici che si pentono e ci chiedono scusa, ma di fare loro del bene anche se continuano a perseguitarci. Esige questo comportamento perché il Padre che sta nei cieli ce ne dà l’esempio: fa sorgere il suo sole sui giusti e sui malvagi (non sui malvagi pentiti! – Mt 5,44-48). Se egli costruisse barriere fra buoni e cattivi, se amasse gli uni e odiasse gli altri, come potrebbe esigere da noi di fare altrimenti?

È inevitabile che, di fronte a questa gratuità dell’amore di Dio, sorga una domanda: se Dio vuole bene anche ai malvagi, perché sforzarsi di comportarsi bene? E’ per rispondere a questo interrogativo che Gesù, nella seconda parte della parabola (vv.25-32), introduce il figlio maggiore. Vediamo che tipo è e chi rappresenta.

Arriva dai campi, sfinito, forse anche teso e preoccupato – è sempre lui che deve risolvere tutti i problemi – e trova la sorpresa: una festa, musiche, danze… Non è stato né invitato né avvisato. Chiama uno dei servi e si informa su ciò che sta accadendo. Il testo originale ha il verbo all’imperfetto (si informava) che indica un’azione prolungata. E’ così allibito e sconcertato che, anche dopo i reiterati chiarimenti del servo, rimane incredulo. Si indigna e la sua ira è più che giustificata: è la reazione logica dell’uomo fedele e irreprensibile che si trova di fronte ad una palese ingiustizia.

Al padre che esce per supplicarlo (anche qui il verbo è all’imperfetto: continuava a supplicarlo, con insistenza) chiedendogli di entrare, egli elenca i suoi meriti: non ho mai trasgredito nessun comando, ho sempre servito fedelmente… E’ il ritratto perfetto del fariseo osservante e scrupoloso che nel tempio può dire al Signore: “Io non sono come gli altri uomini, ladri ingiusti, adulteri, digiuno due volte la settimana e pago le decime” (Lc 18,11-12).

Le parole che egli pronuncia sono un po’ screanzate, è vero, ma sono tutte giuste. Chi di noi non le condividerebbe? Era così che ragionavano gli scribi e i farisei del tempo di Gesù ed è così che anche oggi ragionano molti credenti. Teoricamente si ammette che Dio è in diritto di fare del suo ciò che vuole (Mt 20,15), si riconosce che da lui si riceve tutto e gratuitamente, ma in fondo si continua a pensare che i giusti sono in credito davanti a lui, che il paradiso va conquistato e che chi non se lo guadagna va sbattuto fuori.

L’attesa della condanna di chi fa il male nasce dalla convinzione che chi commette il peccato è un furbo che se la gode; per questo è invidiato, suscita gelosie e ci si aspetta che venga punito. Non ci si rende conto che la sua vita è un’immane tragedia. La ricerca sfrenata del piacere porta alla disperazione, non alla gioia. Il figlio prodigo, schifato dalle aberrazioni sessuali e dai bagordi, conclude: “io qui muoio di fame”.

Questo fratello maggiore irreprensibile non ha capito che il padre in casa non vuole servi ma figli. Nella parabola il figlio minore usa cinque volte la parola “padre” perché per lui il padre è davvero “padre”, sa di non poter avanzare pretese nei suoi confronti, è convinto di avere ricevuto tutto gratuitamente, di non meritare nulla. Sulla bocca del figlio maggiore invece non compare mai la parola “padre”. Egli mostra di non essere un figlio, ma un servo; il padre per lui è solo un padrone. La conseguenza di questo rapporto scorretto con il padre è il rifiuto del fratello che viene chiamato: “questo tuo figlio” (v.30). Subito però il padre, con molta finezza, lo corregge: “questo tuo fratello…” (v.32).

Essendo questa la disposizione interiore del fratello maggiore, è facile immaginare cosa sarebbe accaduto se il figlio minore, al suo arrivo, avesse trovato in casa lui invece del padre.

La parabola non è conclusa.

Resta da sapere se il figlio maggiore è entrato alla festa e se il figlio minore ha messo giudizio oppure, dopo qualche giorno, ha ripreso a fare il balordo.

Siccome la parabola racconta la nostra storia e in ognuno di noi sono presenti i due figli, non è difficile immaginare ciò che è successo.

Il figlio maggiore è entrato alla festa, di sicuro. Uno come lui non può restare fuori: è troppo abituato a obbedire, è incapace di opporsi a un desiderio del padre, anche se nel suo intimo coltiva la segreta speranza che presto tutto ritornerà come prima. Vive in tensione perché da un lato intuisce che è vissuto per tanti anni accanto a suo padre e non lo ha capito, dall’altro non riesce ad accettare la novità, non può rinunciare alle sue idee, alle sue convinzioni, al compiacimento per i suoi meriti… Continuerà “ad andare in chiesa”, “non perderà una messa”, ma criticherà sempre duramente quei predicatori che parlano della gratuità dell’amore di Dio, della salvezza di tutti gli uomini, dell’inferno vuoto…

Il figlio minore? Un giorno starà dentro e un altro fuori, sempre guardato con spregio e supponenza dal fratello maggiore, ma sempre accolto con tenerezza dal padre. Cominciarono a fare festa – dice il testo – non fecero festa (v.24). Cominciarono soltanto, perché ogni volta che uno dei figli esce, la festa si interrompe. Sarà definitiva e senza fine solo quando la porta sarà chiusa e tutti, proprio tutti i figli saranno dentro.

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