Giovedì Santo: l’Agnello nuovo

di: Roberto Mela
L’Esodo e la Pasqua

Dopo aver raccontato la schiavitù di Israele in Egitto e la missione di Mosè (Es 1,1–10,29), e prima di far rivivere l’evento del Mar Rosso (Es 13,17–15,21), il libro dell’Esodo si sofferma a ricordare l’istituzione della Pasqua (Es 11,1–13,16), con l’annuncio della decima piaga (11,1-10) e l’istituzione vera e propria della Pasqua (12,1–13,16). In questo contesto si riportano i particolari del sacrificio della Pasqua (12,1-42), nuove prescrizioni sulla Pasqua (12,43-51) e le norme riguardanti i primogeniti e gli Azzimi (13,1-6).

Fra i particolari del sacrificio della Pasqua (12,1-42) viene riportato il rituale dell’agnello (12,1-14). Si presenta Dio che parla direttamente a Mosè e ad Aronne, secondo una visione della storia in cui Dio è protagonista assoluto. Mosè e Aronne mediano la parola agli anziani di Israele e quindi al popolo. «In tal modo illuminato, l’evento storico può essere narrato e successivamente tramandato grazie alla catechesi liturgica del capofamiglia durante la celebrazione pasquale. Soltanto nell’ambito di una interpretazione credente avviene l’accesso al fatto esodico» (M. Priotto).

La parola di YHWH a Mosè e ad Aronne introduce un rituale ritmato da minuziose rubriche liturgiche circa la celebrazione della Pasqua (12,2-11), seguite da una spiegazione che collega la festa alla decima piaga e ne dà la spiegazione teologica (12,12-14). L’esegeta Priotto – che seguiamo da vicino in queste nostre note – prosegue così nel suo commentario al libro dell’Esodo: «È evidente il genere liturgico-legislativo di questa pagina, la cui redazione postesilica riflette una prassi liturgica ormai consolidata. Gli elementi antichi permangono, ma sono commemorati e attualizzati da una liturgia che è diventata il cuore stesso della comunità giudaica postesilica, il luogo dove essa accede all’evento della salvezza».

L’inizio del tempo

I due calendari liturgici più antichi (Es 23,14-17; 34,18-23) collocano l’inizio dell’anno in autunno. La prima testimonianza chiara del capodanno primaverile compare in Ger 36,22, che colloca il nono mese in inverno, presupponendo quindi l’inizio dell’anno in primavera. Il testo dell’Esodo sottolinea con forza l’importanza del mese in cui avviene la celebrazione della Pasqua. È l’“inizio/rō’š” (dei mesi) e il “primo/rî’šôn” mese. Non è sottolineato tanto il fatto che sia il primo mese della lista, quanto il fatto di essere il mese che segnala la nascita di Israele come popolo di YHWH, da lui salvato e da lui chiamato all’alleanza.

Il redattore sacerdotale fa risalire l’origine della Pasqua solo a YHWH. «L’evento pasquale fonda per Israele l’inizio del tempo; esso non è concepito come tempo ciclico legato all’avvicendamento delle stagioni, ma come tempo avente un senso e una direzione; un tempo salvifico da accogliere e vivere coscientemente e attivamente (cf. il duplice “per voi”) in forza dell’evento fondatore della liberazione pasquale» (Priotto).

È il primo “mese/ḥōdeš”, mese “fondante”. Il tempo “nuovo/ḥādāš”, tempo aurorale, tempo statu nascenti. Non tempo sempre uguale, che ritorna su se stesso, ma tempo “libero”, freccia scoccata, tempo che morde la storia. Tempo non di necessità, ma di libertà. Tempo di sbagli e di schiavitù sempre possibili, ma anche tempo di una eventuale liberazione e, quindi, di vita da uomini liberi.

Agnello “perfetto”

Le rubriche religiose sono date a uomini liberi. Non sono leggi per schiavi, ma appuntamenti di libertà per rivivere la liberazione. Tempo di libertà e di festa personale e comunitaria; festa di “persone singole/îš” nella loro dignità, inserite però vitalmente in una “assemblea/comunità/‘ēdāh”, “famiglia/bayt” di famiglie, ancorata ciascuna alla radice patriarcale, la “casa dei padri/bêt-’ābôt”. Non si celebra la propria libertà nel vuoto pneumatico di una libertà “sciolta/ab-soluta”, ebbrezza di solipsismo narcisista che non deve render conto a nessuno (se non quasi sempre alla propria tristezza e a una solitudine “originale”).

L’agnello pasquale è per la famiglia/casa e, se piccola, anche per “chi abita (vicino) ad essa”, il “(più) vicino di casa”. Una festa, ma senza spreco inutile e offensivo. Festa serena, equilibrata, “sobria”. Felice perché ricca di persone amiche, non perché strabordante di merce sui tavoli.

L’agnello sia degno riscatto del figlio primogenito, appartenente originariamente all’Autore della vita (cf. Es 13,1-2.11-16; 34,19-20). Deve essere maschio, nato nella novità dell’anno, “perfetto/tamîm” ritualmente, perché rappresentante dell’offerta integrale di ciascuno al proprio Signore della Vita e della Libertà. YHWH non è il Dio degli “scarti”, ma degli “integri”, dei “totali”, di chi ci mette la faccia con tutto se stesso.

Sangue di libertà

Scelto accuratamente e tenuto in custodia per quattro giorni, l’agnello sarà “immolato/šāḥat” alla sera del quattordici del primo mese, il mese di nisan. È un’uccisione rituale, sacrificale (Es 29,11.16.20; 34,25), che qualifica la Pasqua come vero sacrificio (cf. Es 12,27; Dt 16,2). Il sacrificio è celebrato da tutta la comunità, ma il sacrificio è immolato eccezionalmente da ciascun capofamiglia (cf. invece Lv 17: i sacrifici si possono compiere solo sull’altare, ad opera dei sacerdoti).

Fin dal tempo dei padri il rito apotropaico celebrato nel tempo della transumanza intendeva tener lontano lo spirito distruttore del male che poteva danneggiare il gregge, l’unica ricchezza delle famiglie. Il sangue dell’agnello, sede della vita, è cosparso sugli stipiti e sull’architrave delle porte delle case. Sono la soglia che delimita il dentro-fuori, confine liminale tra l’intimità della casa e l’esteriorità infida del mondo del male, il mondo degli uomini sconosciuti, estranei alla “comunità”. Il sangue doveva tenere lontano il nemico della vita. La vita cosparsa (“sangue”) dell’agnello in onore di Dio doveva proteggere la famiglia da chi voleva spargere la vita “per niente”, annientando un popolo consacrato a YHWH col metterlo alla fame nera.

Da liturgia pastorale primaverile, l’immolazione dell’agnello il quattordici di nisan diventa “sacramento” che fa rivivere la liberazione del popolo attuata da YHWH al culmine dei dieci “colpi/nega‘” (cf. Es 11,1), quello che ha colpito i primogeniti egiziani. Un “segno” sacramentale che fa vivere efficacemente la salvezza donata da YHWH. Il rito compiuto originariamente nel deserto della liberazione sopravviverà nei suoi elementi essenziali nel precetto di Dt 6,9 e 11,20.

In questa notte

L’agnello andrà mangiato “in questa notte”, notte di liberazione, una delle “quattro notti” sante della tradizione ebraica. Nella tradizione ebraica sulla Pasqua esiste un testo chiamato “Poema delle quattro notti”, tramandato dal Talmud, come commento a Es 12. Il poema parla di quattro notti nelle quali YHWH si è rivelato all’uomo e a Israele come “salvatore”.

La prima notte è quella della creazione, quando la Parola di Dio era luce e illuminava… donando esistenza ad ogni cosa.

La seconda notte è la notte della elezione di Abramo, notte del sacrificio di Isacco e dell’alleanza.

La terza notte è quella della liberazione dall’Egitto, quando YHWH si è manifestato “salvatore” per gli ebrei.

La quarta notte sarà quella in cui i gioghi di ferro saranno spezzati, la notte della venuta del Messia che guiderà definitivamente alla salvezza e al compimento delle promesse di YHWH.

L’agnello della liberazione pasquale andrà mangiato integro, senza alcun spezzamento delle ossa, calcolato secondo il numero delle persone presenti. La sua carne non dovrà esser mangiata cruda o parzialmente tale, unita cioè al grasso di animale e al sangue, che appartengono solo a Dio (cf. Gen 9,4; Lv 3,17). Non dovrà essere bollita, perdendo in tal modo le parti non commestibili e la riduzione in pezzi dell’animale. L’animale va immolato nella sua assoluta integrità, arrostito. Questo non tanto per essere mangiato più velocemente, quanto per una motivazione liturgica.

Arrostire l’agnello ne preserva la purità rituale e la sua integrità, che rappresenta quella della famiglia che celebra la Pasqua. L’integralità della vittima sacrificale va unita all’unità temporale della celebrazione: tutto va compiuto nella notte e niente dell’agnello deve avanzare all’alba (eventuali resti commestibili e le parti non commestibili, cioè la testa, le zampe e la coda).

In piedi! È la Pasqua di YHWH!

Il pasto sacrificale sarà consumato seguendo precise diposizioni circa l’abbigliamento e il modo di consumare il pasto. L’abbigliamento sarà adatto a una partenza immediata: fianchi cinti, sandali ai piedi, bastone in mano. L’atteggiamento spirituale sarà caratterizzato da “trepidante urgenza/ḥippazôn” (Priotto). Si mangerà l’agnello non solo con fretta, ma con apprensione e ansietà per quel che succederà nel resto della notte e nel seguito degli eventi. Tutto è essenziale, segnato da velocità, ansia e trepidazione.

Il motivo principale è che tutto ciò “è la Pasqua di/per YHWH/pesaḥ la-YHWH”. Un concetto fondamentale, quello della pasqua/pesaḥ, per cui lasciamo volentieri la parola allo specialista.

«Il termine pesaḥ designa sia il pasto sacro (12,11.27.43) sia la festa (12,48; 34,25) sia la vittima sacrificale (12,21; Dt 16,2). Quanto alla sua etimologia la risposta è incerta: il testo biblico connette pesaḥ al verbo psḥ, che significa sia “saltellare, zoppicare” (2Sam 4,4; 1Re 18,21.26), con allusione forse a una danza cultuale che accompagnava la festa, sia “proteggere” (Is 31,5). In Es 12 il verbo psḥ compare tre volte (… vi proteggerò: 12,3a), (… YHWH passerà oltre la porta: 12,23b), (… è passato oltre le case: 12,27a); il verbo è sempre costruito con la preposizione ‘al (su) che nel primo passo è in riferimento agli israeliti, mentre negli altri due è in riferimento alla porta o alle case stesse. Gli ultimi due passi (12,23.27) appartengono alla tradizione più antica, preesilica, per cui, in connessione con la prima accezione, il verbo significa verosimilmente “saltare”, cioè “passare oltre”; la tradizione sacerdotale (12,13) invece privilegia il riferimento personale agli israeliti, per cui calza bene il significato di “proteggere”» (Priotto).

Vi proteggerò

Se finora il testo si è soffermato su ciò che devono compiere gli israeliti (vv. 3-11), ora viene tratteggiata nei minimi particolari l’azione personale di YHWH, che agisce da solo, in modo sovrano, in una sequela di sette verbi flessi alla prima persona singolare (vv. 12-14: “passerò”, “colpirò”, “farò”, “io, YHWH”, “vedrò”, “passerò oltre”, “quando colpirò”). YHWH “passa/‘ābar” per la terra degli egiziani con un’azione giudiziale: colpendo (ripetuto due volte) i primogeniti egiziani. YHWH, in realtà, «colpisce gli dèi egiziani, che infatti, pur rappresentando l’arroganza assolutistica del potere faraonico, appaiono impotenti e incapaci di proteggere l’Egitto». “Farò giustizia/farò giudizi/’e‘ĕśeh mišpāṭîm” «designa i grandi interventi con cui Dio rende giustizia nella storia (Es 6,6; 7,4). Il tema del giudizio divino contro gli dèi egiziani compare con frequenza nei profeti (cf. Is 19,1; Ger 43,13, 46,25; Ez 30,13)» (Priotto).

Se, nell’antico rito nomade, il sangue aveva un significato apotropaico, ora ne assume uno più profondo. Ricava infatti tutto il suo valore e la sua efficacia dalla parola di YHWH che lo accompagna. Diventerà un sangue di protezione, di preservazione da ogni “colpo” distruttivo. Diventerà, invece, un segno di appartenenza, di vita donata, e perciò un segno protettivo. Israele infatti non appartiene al faraone, ma a YHWH, dal quale riceve la vita. Il sangue cosparso sarà un segno non tanto per YHWH, che non ha bisogno di vedere il rosso del sangue per distinguere le case degli israeliti da quelle degli egiziani, ma per gli israeliti stessi (“per voi”). Il vedere di YHWH è salvifico e il segno prefiguratore del sangue contiene proletticamente la salvezza che giungerà concretamente al momento del passaggio del Mar Rosso. YHWH non colpirà Israele con il “colpo dello sterminatore (significato antico del termine) /di sterminio/negep lemašḥît”, mentre invece colpirà gli egiziani.

Memoriale

La notte del rito e il giorno seguente (che collega la festa di Pasqua con quella degli Azzimi di cui si parlerà nei versetti seguenti, vv. 15-20) diventeranno per Israele un giorno di celebrazione solenne: “lo celebrerete come celebrazione in onore di YHWH/weḥaggōtem ’ôtô ḥag laYHWH”. Sarà un “memoriale/zikkārôn” perpetuo per Israele. Sarà una delle tre feste maggiori (ḥag), che richiedono agli israeliti il pellegrinaggio a Gerusalemme (cf. Es 34,23-24; Dt 16,16-17: «Tre volte all’anno ogni tuo maschio si presenterà davanti al Signore, tuo Dio, nel luogo che egli avrà scelto: nella festa degli Azzimi, nella festa delle Settimane e nella festa delle Capanne. Nessuno si presenterà davanti al Signore a mani vuote, ma il dono di ciascuno sarà in misura della benedizione che il Signore, tuo Dio, ti avrà dato»).

Il segno dell’agnello viene riferito non solo all’immediato futuro dei padri che stanno per attraversare il Mar Rosso, ma anche per le generazioni future che dovranno passare il Mare spiritualmente, nella fede, attraverso la ripetizione del rito. Questo non sarà solo qualcosa di intellettuale o di emotivo, ma una celebrazione che coinvolge corpo e anima, persona e comunità, oggetti concreti di alto valore simbolico. Essa rende presente e attualizza per il proprio tempo l’azione salvifica di YHWH che protegge il suo popolo dal male e dalla tentazione fondamentale di allontanarsi da lui per tornare agli “dèi egiziani”, gli dèi della schiavitù.

Ogni ebreo deve considerarsi contemporaneo ai fatti salvifici della prima Pasqua. Per me sono successe quelle grandi realtà… L’ebreo lo ripete ogni anno nel Seder ha-Pesaḥ, il pasto pasquale.

Memoria biologica. Un ricordo che sempre si espande

Una pagina di Martin Buber sulla natura e sulla forza della memoria ebraica.

«Noi ebrei siano una comunità basata sul ricordo. Il comune ricordo ci ha tenuti uniti e ci ha permesso di sopravvivere. Questo non significa che fondiamo la nostra esistenza su di un particolare passato, per quanto glorioso possa essere; vuol dire soltanto che da una generazione all’altra viene trasmesso un ricordo la cui portata aumenta sempre più – si accresce costantemente per nuovi fatti accaduti o per nuove emozioni – e che si realizza in modo quasi organico. Questo ricordo che sempre si espande è stato più che un motivo spirituale; è stato un forza che ha sostenuto, nutrito e animato la stessa esistenza ebraica. Si potrebbe dire che queste memorie si sono riprodotte biologicamente, perché da loro ha tratto un nuovo vigore l’essenza dell’ebraismo. (…) Proprio la forza della nostra memoria ebraica collettiva costituisce la vera origine della nostra storia particolare. Poiché il cuore di questa storia non è fatto di eventi oggettivi, ma dalla successione dei nostri essenziali atteggiamenti di fronte a questi eventi, e questi atteggiamenti sono il prodotto di una memoria collettiva».

Compimento

Nella notte della Pasqua egiziana YHWH “passerà/we‘ābartî/gr. LXX dieleusomai” nella terra d’Egitto e colpirà ogni primogenito nella terra d’Egitto (cf. Es 12,12). L’agnello pasquale mangiato nella Pasqua sarà un elemento centrale del “ricordo/zikkārôn” celebrativo della salvezza dalla schiavitù egiziana, del passaggio” di YHWH che “ha protetto” e salvato il suo popolo rinserrato nelle case con gli stipiti e gli architravi cosparsi del sangue dell’agnello.

Nella tipologia del compimento di tipo “istituzionale” (vedi il bel libro di Davide Arcangeli, Tipologia e compimento delle Scritture nel Vangelo di Giovanni. Analisi di alcuni racconti del Quarto Vangelo, EDB, Bologna 2019), l’agnello pasquale-Gesù porta a compimento come antitipo il tipo dell’agnello esodico, ponendosi non a livello omogeneo con esso, ma situandosi a livello diverso. Un livello che integra e compie tipologicamente il segno, non sostituendo la figura rappresentata dal tipo considerata come ormai superata, ma recuperandola pur nella sua eclisse figurale e donando “un di più” rispetto ad essa. Il compimento tipologico, che comporta uno stretto rapporto interno tra il tipo dell’AT e l’antitipo del NT (e non soltanto elementi esterni comparabili fra loro, nel qual caso si tratterebbe soltanto di un paragone/synkrisis), appella infine alla fede di chi legge l’attestazione di questi eventi di salvezza.

L’Agnello Nuovo

Un agnello pasquale “nuovo” sarà immolato sulla croce. Agnello integro, puro, perfetto, con nessun osso rotto dalla violenza umana. Arrostito dall’interno dal fuoco del suo amore, non dalle sferzate del terribile flagellum romano.

Gesù anticipa nei segni semplici e potenti dell’Ultima Cena l’offerta di sé generosa e totale che compirà in piena libertà il giorno dopo sulla croce (cf. Gv 10,17-18). Non un “sacrificio” (sacrum facere) rituale che annienta la vittima rendendola in tal modo sacra a Dio, ma dono esistenziale perfetto, contrassegnato totalmente dall’amore dell’Uomo-Dio innocente e solidale, che vince la morte con l’amore, che dona la vita oltre il buio del drappo nero agitato dall’Ultimo Nemico.

Dell’Ultima Cena, con al centro le parole di Gesù sul pane e sul vino, narrata dagli altri evangelisti (i “sinottici” Matteo-Marco-Luca), l’evangelista Giovanni ricorda solo il particolare del “boccone” (13,26[bis].27) che Gesù porge come segno di amore e di comunione all’ospite d’onore Giuda che sta per tradirlo. Tutta la scena del pasto serale di Pasqua sarà occupata dal segno della lavanda dei piedi e da lunghi discorsi di addio, il “testamento” del Figlio che ormai ritorna al Padre.

Passaggio

YHWH è passato attraverso l’Egitto (cf. Es 12,12: we‘ābartî/gr. LXX dieleusomai). Ora tocca al Figlio “passare/hina metabēi” da questo mondo al Padre (Gv 13,1). Passare nella Pasqua, “riempiendo/compiendo” il segno prefigurativo dato da YHWH con la sua salvezza, celebrato come memoriale con i segni simbolici dell’agnello pasquale e del pasto consumato in famiglia. Gesù “sa” nella sua coscienza filiale e “credente” nel Padre, perché a lui totalmente affidata, che la sua ora si sta “compiendo”. Tutto il Padre gli aveva posto nelle sue mani forti: potere di giudizio, di luce, di vita, di cibo, di amore. Potere sul Principe delle tenebre, che nulla avrebbe potuto contro di lui, se lui non gli avesse dato spazio, “ritirandosi” e “abbracciandolo” allo stesso tempo. Gli lascerà esercitare la sua tenebrosa potenza/exousia: «… ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre». Ma, di fatto, il principe di questo mondo è già stato buttato fuori gara (cf. 12,31). «… viene il principe del mondo – constata Gesù –; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco…» (Gv 14,30-31).

Nomade d’amore

Sera di Pasqua. Anticipo di passione e morte. Mistero di male e di amore. Fili intrecciati, ma ben diversi nello spessore.

Gesù era uscito (exelthen) come Verbo dal seno del Padre (cf. Gv 1,1.18), luogo del suo dimorare e del suo contemplare ed era venuto nel mondo come luce vera che illumina ogni uomo (cf. Gv1,9). Posta la tenda fra gli uomini (cf. Gv 1,14), ora è tempo di levarla.

Nomade d’amore.

Nella sua coscienza filiale sensibilissima ai desideri del Padre, Gesù avverte nell’ambito della sua “fede” fiduciosa che è giunto il momento di passare all’altra sponda (hina metabēi). È arrivata l’ora di salire sulla barca della croce per passare dalla sponda del “mondo” degli uomini – ma anche del guazzabuglio delle potenze demoniache e umane ostili a Gesù – alla sponda del cuore del Padre amato, sua unica ragione di vita ricevuta e ridonata come Figlio.

Gesù è “passato” attraverso la terra di Israele, ma “passerà” anche attraverso quella di tutte le genti. È passato, ha dato luce, giudizio e vita. Ora “tra-passa” al di là, verso la terra che da sempre stilla latte e miele. YHWH, tu sei per me dolce come un favo stillante (cf. Sal 19[18],11: «Il timore del Signore è puro, rimane per sempre; i giudizi del Signore sono fedeli, sono tutti giusti, più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante»; 119,103).

Gesù passa nel “mondo”, illumina, giudica, salva, ama. Ama i suoi fino alla fine dei suoi giorni, fino ai bordi della sua carne, fino all’intensità massima del suo cuore (agapēsas tous idious… eis telos ēgapēsen autous). Lo dimostrerà con la croce abbracciata come potente calamita dei cuori degli uomini, rete che attira sé i pesci per dare loro la vita (Gv 12,32). Lo fa ora, nella sera dell’amore, anticipando con il segno del pane spezzato e del vino donato, accompagnato dalle sue parole. L’evangelista Giovanni si concentra però solo sugli effetti dell’amore crocifisso e risorto di Gesù. E li esprime col segno potente della lavanda dei piedi che Gesù dona ai suoi nell’ora struggente del suo ad-Dio.

Inversivo

Il pastore bello e buono “pone/tithēmi” da se stesso la propria vita per le sue pecore (cf. Gv 10,11.17.18[bis]), donandola liberamente, in piena coscienza e con sovranità imbattibile (cf. Gv 18,4.6), con il pieno potere di “riprenderla/palin labein autēn” (cf. Gv 10,18). Ora Gesù “(de)-pone le vesti/tithēsin ta himatia” (Gv 13,3), simbolo antropologico della sua persona e della sua stessa vita, per poi riprenderle (13,12: elaben ta himatia auotou).

Tra la sua “morte” (“depone le vesti”, presente storico drammatico) e la sua “risurrezione” (“prese le sue vesti”) anticipata profeticamente, Gesù “si cinge/diezōsen” (13,4 < diazōnnymi; cf. 13,5: diezōsmenos) col grembiule da crocifisso anziano ormai inabile a badare a se stesso (cf. Gv 21,18-19: «“… quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà (“cingerà/zōsei < zōnnymi) e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio»). Con un gesto al quale non era tenuto neppure uno schiavo ebreo (cf. Strack-Billerbeck 2, 557; Anchor Bible Dictionary 2, 828-829) Gesù lava i piedi ai Dodici.

Gesto rivoluzionario, gesto “sov-versivo”, “in-versivo”. Si pensi per contrasto alla scena riportata da Svetonio nella quale l’imperatore Caligola umilia gli alti membri del senato romano facendoli servire al suo pranzo «tenendo in mano il tovagliolo (linteo) sia all’altezza del suo capo dove era sdraiato, sia ai suoi piedi» (“Gaio Caligola”, in Vita dei Cesari, 4, 26).

Gesù lava i piedi ai suoi. Gesto di stile ecclesiale, esito ultimo e frutto maturo e profumato della morte e risurrezione di Gesù. Un gesto che anticipa simbolicamente il senso e lo scopo dell’esito pasquale della sua vita, che deve essere assimilato dai suoi discepoli nella comunità e nel vasto mondo degli uomini: amare e servire con umiltà i fratelli.

Imbevuti dallo Spirito attinto sotto la croce nella persona della Madre e del Discepolo Amato. Nutriti del pane di vita che sarà stato spezzato senz’altro anche nell’Ultima Cena dell’evangelista Giovanni.

Avrai parte?

Pietro non accetta la “degradazione” esternamente disonorevole a cui si sottopone il suo Maestro e Signore. Non capisce (o se intuisce qualcosa non lo accetta) la logica pasquale ed ecclesiale di Gesù.

Pietro non vuole farsi lavare i piedi della sua missionarietà ecclesiale. Se però non accetta il servizio da “schiavo” offertogli – gli prospetta severamente Gesù –, non avrà parte con il suo mistero di donazione pasquale, dono di morte e di vita vera, aurora di un mondo ecclesiale profumato della sovversione dell’amore crocifisso.

Non si tratta solo di accettare e di rifare pedissequamente un gesto di umiltà e di carità. Si tratta di condividere il mistero pasquale al quale Gesù va incontro con lucidità, libertà, amore colmo fino all’orlo. Condividere un mistero pasquale, una logica di vita “sovversiva”, alternativa a quella del “mondo” come è dipinto dall’evangelista Giovanni. La vita reale si incaricherà di presentare le modalità nelle quali il gesto ecclesiale del servizio da “schiavi pasquali” dovrà trovare la sua declinazione più necessaria.

Pietro cede e, come un adolescente entusiasta, chiede una totalità non necessaria. Chi ha già fatto il bagno, dopo un breve tragitto ha bisogno solo di lavarsi i piedi prima di assidersi a mensa o di andare a riposare.

Pietro ha fatto il bagno, convivendo con Gesù e la sua parola per più di due anni. Ha assimilato i movimenti del suo cuore. Ha bisogno solo di una “rinfrescatina”, della perfezione dell’unificazione della sua anima con quella del maestro e Signore. Non solo imparare, ma accettare nel profondo, assimilare, introiettare. Piedi connessi al cuore e al cervello.

La missionarietà di Pietro (“i piedi”) sarà purificata dal sangue dell’Agnello pasquale.

Un Agnello pasquale nuovo, “sovversivo”.

Un Agnello nuovo per una comunità nuova (Es 12,3: ‘ēdāh; gr. LXX sinagogē), “Chiesa” convocata (ekklēsia) al banchetto e al servizio fraterno.

È la sera del Giovedì Santo.

La cena struggente dell’Agnello pasquale che se ne va, nomade d’amore.

Avrai parte?

image_pdfimage_print
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi