I Quaresima: L’arcobaleno

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Nei racconti mitologici dei popoli antichi, compaiono spesso divinità che impugnano l’arco, pronte a scagliare frecce contro i loro nemici. Anche Israele, quando era colpito da sventure, riteneva che il Signore, indignato a causa dei peccati del suo popolo, avesse rivolto contro di lui il suo arco (Lam 2,4).

Immagine arcaica, retaggio di una mentalità pagana destinata a dissolversi con il progressivo svelarsi del vero volto di Dio, che non solo non ha in mano alcuna arma per punire, ma ha giurato di ridurre in frantumi ogni arco di guerra (Zc 9,10).

L’unico suo arco è quello dispiegato in cielo: non costituisce una minaccia, ma unisce, in un unico, affettuoso abbraccio, la volta celeste con la terra e, sulla terra, tutti i popoli.

“Contempla l’arcobaleno – esortava il Siracide – e benedici colui che l’ha fatto” (Sir 43,11).

È l’immagine serena della risposta di Dio al peccato dell’uomo: non il volto corrucciato, ma una luce, dolce come una carezza; non la voce minacciosa, ma un sorriso accogliente, rivolto a chi, allontanandosi dal Signore, si è già fatto troppo male.

L’ambivalenza dell’arco esprime un paradosso: la collera di Dio non è altro che il suo sorriso e la sua severità coincide con la tenerezza; la sua giustizia è misericordia e, dal suo arco, egli non scocca altre frecce che quelle dell’amore.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Sollevo lo sguardo dal mio peccato e scorgo in cielo l’arcobaleno”.

Prima Lettura (Gn 9,8-15)

8 Dio disse a Noè e ai sui figli con lui: 9 “Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con i vostri discendenti dopo di voi; 10 con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca. 11 Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra”.
12 Dio disse: “Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e tra ogni essere vivente che è con voi per le generazioni eterne.
13 Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra.
14 Quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi
15 ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e tra ogni essere che vive in ogni carne
e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne”.

I popoli della Mesopotamia dovevano la loro prosperità a due grandi fiumi, il Tigri e l’Eufrate, eppure ne temevano le acque che, da sorgenti di vita, spesso si trasformavano in agenti di distruzione e morte. Avevano controllato il fuoco, forgiato i metalli, addomesticato gli animali, ma si sentivano impotenti di fronte alle inondazioni e ai maremoti. L’acqua, come l’arco, è ambivalente: può essere segno di vita o simbolo di morte, rappresenta un dono del cielo ed è considerata strumento di punizione nelle mani della giustizia divina.

Nelle tradizioni mitiche dell’antico Medio Oriente è presente ovunque il ricordo delle grandi acque che, in tempi remoti, avrebbero sommerso la terra. I geofisici assicurano che, sette o ottomila anni fa, lo scioglimento dei ghiacciai provocò l’innalzamento delle acque dei mari di un centinaio di metri, causando ovunque cataclismi impressionanti.

Dall’esperienza di queste catastrofi sarebbero nati i numerosi miti del diluvio che sono giunti fino a noi. La versione più antica, in lingua sumerica, risale al III millennio a.C.. Si tratta di racconti che tentano di spiegare il significato di queste catastrofi, sono riflessioni sapienziali che molti popoli hanno poi ripreso e rielaborato, adattandole alle loro concezioni religiose. Anche Israele ha conosciuto questi miti e ne ha accolto uno nella Bibbia, dopo averlo però purificato da tutti gli elementi incompatibili con la sua fede. Se ne è servito per mostrare quanto il suo Dio odiasse il male (Gn 6,5-9,28).

La storia inizia con la drammatica descrizione del male: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: Sterminerò dalla terra l’uomo che ho creato, con l’uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d’averli fatti” (Gn 6,5-7). Sono frasi che lasciano sconcertati, sono immagini scioccanti, tra le più audaci di tutta la Bibbia; hanno un unico obiettivo: indicare, nel modo più provocatorio, quanto Dio si senta coinvolto nella storia del mondo e dell’uomo.

Nei miti mesopotamici, la causa del diluvio era la collera del dio supremo, importunato, nella sua quiete, dal troppo rumore degli uomini sulla terra; nel racconto biblico invece, l’intervento del Signore è determinato dall’accumulo della violenza: “la terra era piena di violenza” (Gn 6,13). Non era il male fatto a Dio, ma le atrocità commesse dagli uomini nei confronti dei loro simili a provocare lo sdegno del Signore; non le bestemmie contro il Signore, ma le reciproche efferatezze rendevano intollerabile, agli occhi di Dio, la condizione del mondo.

Un’umanità dilaniata da odi, ingiustizie, soprusi è incompatibile con il progetto di Dio, che vuole i suoi figli solidali e uniti nell’amore.

A questo punto non è difficile definire il significato del racconto del diluvio universale.

L’autore sacro si è servito di un mito, molto diffuso al suo tempo, non per insegnare che Dio si spazientisce e castiga – Dio non ha mai provocato alcuna inondazione né alcun’altra catastrofe – ma per invitare a non scoraggiarsi mai di fronte al male esistente nel mondo. Anche quando le scelleratezze paiono aver superato ogni limite, chi ha fede nel Signore coltiva la speranza, perché sa che Dio ha deciso di creare un’umanità nuova, non dalle ceneri degli uomini, ma dalle macerie della società malvagia che essi hanno progettato e costruito.

Il brano proposto oggi nella lettura giunge a conclusione del racconto del diluvio e ne sintetizza il messaggio. Dio non si rassegna di fronte al male, interviene per riparare e ricostruire; dà inizio a un’umanità nuova alla quale promette solo cose buone e assicura ogni benedizione: “Io stabilisco la mia alleanza con voi, con ogni essere vi­vente… non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio” (vv. 9-11).

Si noti bene: non giura di non punire più gli uomini… a condizione che la smettano di commettere peccati e si comportino bene; promette senza chie­dere alcuna contropartita, si impegna a benedire sempre e comunque. Il suo amore è completamente gratuito.

Questo è il messaggio consolante che la Bibbia lancia, fin dai suoi primi capitoli: Dio non aspetta che l’uomo divenga buono per essere generoso con lui, lo prende così com’è e, con il suo amore, lo trasforma in creatura nuova.

Il brano si conclude con l’immagine dell’arcobaleno, segno della prima alleanza stipulata da Dio; un’alleanza anteriore a quella con Abramo e che ebbe come segno la circoncisione.

Noè non era né israelita, né cristiano, né musulmano, “era un uomo giusto e integro, che camminava con Dio” (Gn 6,9), era il capostipite dell’umanità nuova che non conosce discriminazioni di razze, popoli e religioni. Con questa umanità Dio ha stretto un patto, promettendo a tutti una salvezza incondizionata.

È la prima manifestazione della sua volontà salvifica universale, affermata poi esplicitamente nel Nuovo Testamento: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (2 Tm 2,4).

Ci aspettavamo forse, come prima lettura della Quaresima, un testo che esortasse al digiuno, alla penitenza e alla mortificazione. Invece la liturgia invita alla gioia, proponendoci una promessa di Dio che assicura che nessuna malvagità dell’uomo riuscirà mai a vanificare i suoi progetti di amore.

Seconda Lettura (1 Pt 3,18-22)

Fratelli, 18 Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. 19 E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; 20 essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua. 21 Figura, questa, del battesimo, che ora salva voi; esso non è rimozione di sporcizia del corpo, ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo, 22 il quale è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze.

In questa lettura Pietro riprende la storia del diluvio e se ne ser­ve per spiegare ai cristiani del suo tempo gli effetti prodotti dal battesimo.

Noè fu salvato dalle acque del diluvio per mezzo dell’arca che Dio gli aveva detto di costruire e con lui si salvarono anche la sua fami­glia e gli animali, affinché la creazione, libera dal peccato, potesse ricominciare.

L’acqua del battesimo produce gli stessi effetti: distrugge l’uomo antico e fa nascere un uomo nuovo; segna la fine del peccato, della vita corrotta e dà inizio a una vita nuova, secondo lo Spirito.

Questo rinnovamento è possibile perché Cristo, il giusto, è morto una sola volta per i peccati di tutti. È lui che comunica alla chiesa lo Spirito della vita; è lui che dà all’acqua del battesimo la forza di di­struggere il peccato e la morte e di risuscitare a nuova vita.

Vangelo (Mc 1,12-15)

12 Subito dopo lo Spirito sospinse Gesù nel deserto 13 e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano.
14 Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: 15 “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”.

Tutti gli anni, nella prima domenica di Quaresima, il brano evangelico tratta delle tentazioni di Gesù nel deserto. Il racconto di Marco è il più breve, riferisce il fatto in due soli versetti (vv. 12-13) e, di fronte a queste poche righe, alcuni predicatori si trovano in difficoltà a imbastire l’omelia, per cui ricorrono alle tre tentazioni riportate da Matteo e da Luca. Meglio evitare di ricorrere a questo infelice espediente e limitarsi al testo di Marco, che è già abbastanza ricco.

Notiamo: è lo Spirito che, subito dopo essersi posato su Gesù, come una colomba (Mc 1,10), lo spinge nel deserto.

Se “tentare” equivalesse a “incitare al male”, lo Spirito non gli avrebbe reso un favore; nel Padre nostro, infatti, noi chiediamo a Dio di “non indurci in tentazione”.

Eppure, nella Bibbia, si attesta spesso che Dio mette alla prova gli uomini che gli sono ben accetti, non i malvagi (Sir 2,5).

Ci sono tentazioni che non sono affatto istigazioni al male: sono le situazioni che anche l’uomo giusto deve affrontare, sono i momenti in cui si è costretti a fare delle scelte e che costituiscono oc­casioni propizie per rendere più solida e convinta la fede.

Chi vuole crescere, migliorare, purificarsi, rafforzare la propria adesione a Dio non può es­sere risparmiato da queste prove. Neppure Gesù lo è stato e questo ce lo porta vicino, lo colloca al nostro fianco perché anch’egli “fu provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” (Eb 4,15).

Come mai l’evangelista colloca la prova di Gesù nel deserto? Cosa rappresenta questo luogo?

Non v’è dubbio che Gesù, come il Battista e molti altri asceti del suo tempo, deve aver trascorso un periodo della sua vita nella solitudine, meditando e pregando in qualche grotta della regione arida e desolata che si estende nei pressi del mar Morto. Allora ci chiediamo: Marco ha voluto restringere il tempo in cui Gesù è stato tentato, riducendolo alla durata di questa breve esperienza?

Non è possibile: questo non solo contraddirebbe l’affermazione appena citata della Lettera agli ebrei, ma renderebbe Gesù un estraneo, uno che è stato esentato dalle nostre difficoltà, che ha goduto di privilegi e che è stato solo sfiorato – o forse nemmeno – dalle angosce e dai dubbi che invece accompagnano noi per tutta la vita. Un Gesù così non ci interesserebbe più.

Il numero quaranta chiarisce, in modo inequivocabile, l’intenzione dell’evangelista: nella simbologia biblica indica tutta una generazione, con particolare riferimento a quella che ha attraversato il deserto, nel deserto è stata tentata e nel deserto è morta. Tutta la vita di Gesù è dunque raffigurata in questi quaranta giorni passati nel deserto: durante tutta la sua vita egli è stato sottoposto alla prova. Nel deserto è entrato subito dopo il battesimo ricevuto da Giovanni: ha iniziato il suo esodo, ha intrapreso la lotta contro satana, una lotta dura che si è protratta fino al momento in cui, vittorioso, è uscito dal deserto, nel momento della sua morte.

E chi è satana, questo personaggio che compare accanto a lui?

Il termine ebraico satan non è un nome proprio di persona, ma un nome comune: indica colui che si mette contro, che si colloca di fronte come avversario e accusatore. Era immaginato, al tempo di Gesù, come uno spirito cattivo, nemico del bene dell’uomo, distruttore dell’opera di Dio. Nel nostro brano è la personificazione di tutte le forze del male contro le quali Cristo ha lottato, durante i “quaranta giorni” della sua breve vita sulla terra.

Si ripresenta oggi, questo antagonista di Dio e dell’uomo, negli impulsi all’odio, al rancore, all’egoismo, nella bramosia di possedere, nella smania di dominare, nelle passioni sregolate che producono corruzione e morte. Sono questi i satana contro i quali ogni uomo, come ha fatto Gesù, è chiamato a confrontarsi, non con pratiche di esorcismi, ma con la forza dello Spirito che agisce nella parola del vangelo e nei sacramenti. È attraverso questa lotta interiore che ci è offerta l’opportunità di maturare e crescere “finché arriviamo tutti allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13).

Nel suo racconto, dal chiaro valore simbolico, l’evangelista introduce altri due personaggi: le fiere e gli angeli che – va tenuto ben presente – non entrano in scena per servire Gesù alla fine dei quaranta giorni, ma stanno al suo fianco durante tutta la sua permanenza nel deserto. Chi rappresentano?

Molti ritengono che, parlando di bestie feroci divenute mansuete, Marco si riferisca alla condizione paradisiaca, quando Adamo aveva assegnato il nome agli animali e viveva con loro in perfetta armonia (Gn 2,19-20). Con l’inizio della sua vita pubblica, Gesù avrebbe cominciato a instaurare nel mondo la pace universale e i rapporti nuovi con la natura e con gli animali.

Più che al libro della Genesi, credo che l’evangelista alluda a una pagina memorabile del libro di Daniele (Dn 7) dove le fiere rappresentano i poteri oppressori del mondo: l’impero sanguinario dei babilonesi è raffigurato dal leone, quello dei medi dall’orso, quello dei persiani dal leopardo, quello di Alessandro Magno e dei diadochi, suoi successori, da una quarta bestia, indefinita, ma spaventosa e terribile. Invece di servire i popoli e instaurare la pace e la giustizia, questi regni hanno oppresso i deboli, tiranneggiando e schiavizzando per secoli intere nazioni.

Se è questo, come ritengo, il riferimento inteso da Marco, allora le fiere con cui si è confrontato Gesù durante la sua vita sono i dominatori di questo mondo: i detentori del potere politico, economico e religioso (i sadducei, il sinedrio, i sommi sacerdoti), le guide spirituali (gli scribi) che “ostentavano di fare lunghe preghiere”, ma “divoravano le case delle vedove” (Mc 12,40); sono coloro che predicano un Dio giustiziere e nemico dei peccatori (i farisei).

Gesù ha lottato per difendere l’uomo, per sottrarlo agli artigli di istituzioni che, invece di servire, tiranneggiavano il popolo.

L’evangelista vuole mettere in guardia i discepoli che avranno a che fare con le stesse belve: i poteri economici che sfruttano e costringono a vivere in miseria interi popoli, le ideologie insensate che inducono a compiere follie e crimini, i fanatismi, i fondamentalismi religiosi, i razzismi.

Anche gli angeli, come le fiere, vanno identificati in base ai riferimenti biblici. Il termine angelo non designa necessariamente un essere spirituale, come in genere viene immaginato; indica ogni mediatore della salvezza di Dio ed è applicato a chiunque divenga strumento nelle mani del Signore in favore dell’uomo. Mosè che ha guidato Israele nel deserto è chiamato “angelo” (Es 23,20.23), il Battista è presentato da Marco come un “angelo” (Mc 1,2). Angeli del Signore sono tutti coloro che collaborano con il piano di Dio, che si impegnano per portare avanti il mondo nuovo iniziato da Cristo.

Durante i suoi “quaranta giorni” Gesù ha incontrato fiere, ma anche molti angeli sulla sua strada. Angeli che si sono presi cura di lui sono stati certamente i suoi genitori, le donne che lo hanno assistito durante la vita pubblica, coloro che hanno condiviso i valori da lui proposti e le scelte da lui fatte, chi si è posto al suo fianco – lo ha “servito” – collaborando alla sua opera di salvezza.

Sono molti, anche oggi, gli angeli che, nella sua provvidenza, il Signore fa apparire, specialmente nei momenti bui, accanto a ogni suo discepolo. È angelo chi riesce a ristabilire la pace nella vita di una coppia, chi consola gli afflitti di cuore, chi indica le vie del Signore, chi comunica gioia e infonde speranza. Esiste però, anche per il discepolo, il pericolo di trasformarsi, magari in buona fede, in satana, in fiera. È accaduto a Pietro quando, abbandonata la sequela di Cristo, ha voluto precedere il Maestro per insegnargli il cammino (Mc 8,33); può accadere anche a noi se, dimentichi dei principi evangelici, ci adeguiamo al “magistero” di questo mondo che predica violenza, sopraffazione, edonismo, rifiuto del sacrificio.

Nella seconda parte del brano, Marco prima specifica il luogo dove Gesù ha iniziato il suo annuncio, la Galilea, poi offre una sintesi del suo messaggio: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” (vv. 14-15).

Il luogo scelto per inaugurare la missione riveste un significato teologico. Gesù non si è fermato nel deserto dove aveva svolto la sua opera il Battista, non ha preteso che la gente lo andasse a cercare; ha lasciato che ognuno rimanesse nella sua casa e nel suo ambiente e si è mosso lui per incontrare chiunque avesse bisogno della sua comprensione e del suo aiuto.

Non si è diretto verso Gerusalemme, la capitale religiosa dove risiedevano i giudei puri e dove i sacerdoti del tempio eseguivano, in modo impeccabile, le loro liturgie. Si è rivolto verso la regione più disprezzata, la Galilea dei pagani. Lungo le rive del lago ha trovato i pescatori che riassettavano le reti, presso la dogana di Cafarnao ha scorto Levi, seduto al banco delle imposte e lo ha chiamato, è entrato nelle case dei pubblicani dove lo attendevano i peccatori e si è seduto a mensa con loro. Ha avuto per tutti gli emarginati un messaggio di gioia da parte del Signore: il tempo della preparazione si è concluso, è iniziata l’epoca nuova della storia, il regno di Dio è vicino.

Il regno di Dio. Quante emozioni suscitava negli israeliti questa espressione! Per la maggioranza del popolo indicava la restaurazione della monarchia davidica e la venuta del messia per sconfiggere e umiliare le nazioni pagane; per i farisei era il tempo in cui tutti avrebbero osservato fedelmente le prescrizioni della legge; c’erano poi i detentori del potere politico, religioso e soprattutto economico, che non desideravano alcun regno nuovo e preferivano perpetuare quello esistente.

Annunciando la vicinanza del regno di Dio, Gesù ha risvegliato, in molti, antiche, sopite speranze, in altri diffidenze, nei detentori del potere aperta ostilità. Prospettava una società radicalmente nuova, fondata su principi opposti a quelli che, fino allora, avevano caratterizzato i rapporti fra gli uomini. Non più il dominio, ma il servizio; non l’accaparramento egoistico dei beni, la ricerca del proprio interesse e la corsa ai primi posti, ma la scelta di condividere tutto affinché nessuno più fosse povero; non la vendetta e la giustizia implacabile degli uomini, ma il perdono incondizionato e l’amore per il nemico.

Illusione di un sognatore? No, proposta concreta, anche se, apparentemente, inattuabile, perché contraria all’inclinazione dell’uomo che, per istinto, è portato a ripiegarsi sul proprio tornaconto. “Credete al vangelo!” – raccomandava Gesù – fidatevi della lieta notizia, accogliete la proposta di Dio e il regno dei cieli, che era “vicino”, diverrà vostro, costituirà la parte più intima del vostro essere. Non è un’utopia irrealizzabile, è possibile, anzi, il nuovo è già sorto (2 Cor 5,17).

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