II Per annum: Amarti è una festa!

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Una delle caratteristiche della religione pagana era la paura della divinità, paura che si tentava di esorcizzare mediante l’osservanza meticolosa e ossessiva di pratiche, di tabù, di riti purificatori. Ne derivava un rapporto con Dio deformato e angosciante. Paolo chiama questo tempo “carcere”, epoca in cui gli uomini erano schiavi degli “elementi del mondo” e si affidavano a “rudimenti miserabili e senza efficacia” (Gal 4,3.9).

Questa religione strutturata secondo i parametri della miseria psicologica umana è riapparsa nel giudaismo, religione dei doveri che si concretizzavano nel groviglio di obbligazioni e norme, osservanze, proibizioni, espiazioni, “precetti e insegnamenti umani senza alcun valore” (Col 2,22-23). Ha posto fine al dialogo gioioso con il Dio, padre e sposo, predicato dai profeti e ha segnato l’inizio della festa di nozze senza vino, senza gioia, senza slanci d’amore, senza spontaneità e libertà.

Il pericolo non è stato scongiurato definitivamente neppure dall’invito di Gesù a liberarsi da questo giogo opprimente e insopportabile (Mt 11,28).

Ritroviamo questo rapporto errato con Dio ogni volta che ricompare la religione dei precetti, del legalismo, dei meriti, delle minacce. E’ una religione che toglie il sorriso, genera ansie, angosce e scrupoli, trasforma anche la festa in un dovere giuridico. La festa di precetto associa la gioia di ritrovarci con i fratelli nel “giorno del Signore” con l’idea dell’obbligo e della paura di fare peccato mortale.

Può allietare Dio il sentirsi amato per il timore che incutono i suoi castighi?

E’ urgente ristabilire con lui un rapporto d’amore sponsale e accogliere l’acqua che Cristo ci offre (il suo Spirito che rende liberi), acqua che si trasforma in vino, fonte di gioia.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Come gioisce lo sposo per la sposa, così per noi gioirà il Signore”.

Prima Lettura (Is 62,1-5)

1 Per amore di Sion non tacerò,
per amore di Gerusalemme non mi darò pace,
finché non sorga come stella la sua giustizia
e la sua salvezza non risplenda come lampada.
2 Allora i popoli vedranno la tua giustizia,
tutti i re la tua gloria;
ti si chiamerà con un nome nuovo
che la bocca del Signore indicherà.
3 Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,
un diadema regale nella palma del tuo Dio.
4 Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,
né la tua terra sarà più detta Devastata,
ma tu sarai chiamata Mio compiacimento
e la tua terra, Sposata,
perché il Signore si compiacerà di te
e la tua terra avrà uno sposo.
5 Sì, come un giovane sposa una vergine,
così ti sposerà il tuo architetto;
come gioisce lo sposo per la sposa,
così il tuo Dio gioirà per te.

Nella Bibbia vengono impiegati vari simboli per descrivere l’amore di Dio per il suo popolo. Egli è liberatore, alleato, re, pastore… Il profeta Osea introduce un’altra immagine – la più espressiva di tutte – quella coniugale: il Signore è lo sposo, Israele la sua sposa. Gli israeliti hanno impiegato un po’ di tempo ad applicarla al loro Dio (e la stessa sorte è toccata all’immagine di “padre”) perché temevano che qualcuno equivocasse fantasticando su avventure amorose come quelle degli dèi greci o immaginando teogonie sul tipo di quelle egiziane e mesopotamiche. Scongiurato il pericolo, ecco che nei grandi profeti – Isaia, Ezechiele, Geremia – quest’immagine diviene la più rilevante. Come un filo d’oro è presente in tutto il NT.

Nella lettura di oggi la sposa del Signore è Gerusalemme. E’ ridotta in una condizione pietosa: ripudiata dal suo sposo, umiliata, vive in solitudine e, con scherno, la chiamano l’abbandonata, la devastata (v.4).

Gerusalemme, la ragazza stupenda, “la regina fra le nazioni, la signora fra le province” (Lam 1,1) ha perso il suo fascino e “piange amaramente nella notte; le sue lacrime scendono sulle guance e nessuno le reca conforto fra tutti i suoi amanti” (Lam 1,2).

Così l’hanno ridotta le sue infedeltà allo sposo. I numerosi amanti (gli dèi dei Cananei, degli assiri e dei Babilonesi) l’hanno sedotta e, dopo aver abusato di lei, l’hanno abbandonata e derisa.

E’ definitivamente compromesso il suo matrimonio con il Signore? Quale marito riprende la sposa infedele quando è ormai sfigurata dai suoi vizi?

Al ritorno dall’esilio di Babilonia, gli israeliti trovano Gerusalemme ridotta ad un cumulo di rovine e pensano che Dio abbia ripudiato per sempre la sua città.

Il profeta che conosce i sentimenti del Signore, sa che il suo amore non è “come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce” (Os 6,4), non è condizionato dalla fedeltà della sposa. Egli ama sempre e comunque. Al popolo scoraggiato promette: Gerusalemme riceverà un nome nuovo, sarà chiamata mia favorita.

Seconda Lettura (1 Cor 12,4-11)

4 Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5 vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; 6 vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. 7 E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune: 8 a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza; 9 a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; 10 a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti; a un altro le varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle lingue. 11 Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole.

Carisma significa: dono gratuito di Dio, dunque è qualcosa di molto buono, eppure, nella comunità di Corinto regnava una notevole confusione proprio a causa dei carismi. Invece di essere posti a servizio dell’unità, venivano impiegati per primeggiare, per competere, per farsi valere sugli altri.

A causa dei carismi erano sorte invidie, gelosie, dissensi.

Fra tutti i carismi ce n’era uno particolarmente apprezzato: il dono delle lingue. Consisteva nella capacità, durante le preghiere comunitarie, di entrare in estasi e di esprimersi in un linguaggio strano. Qualcosa di simile a quello che accade anche oggi durante gli incontri dei membri di certe sette: il ritmo della musica, la ripetizione di suoni arcani, le danze, i profumi, le luci soffuse portano a manifestazioni parossistiche e al trans. In questo contesto di esaltazione collettiva qualcuno può perdere il contatto con la realtà, sembrare “fuori di sé” e pronunciare parole incomprensibili ai non iniziati.

A Corinto c’era chi lodava Dio in questo modo estatico. Nulla di male, ma di fatto sorgevano problemi: i membri di quella comunità ritenevano un motivo di grande onore riuscire a pregare in questo modo, tutti tentavano di farlo e chi non ci riusciva si sentiva inferiore agli altri. Poi accadeva che questi estatici parlavano tutti insieme provocando un’immensa confusione. Paolo interviene e, nel brano della lettura di oggi, espone i principi orientativi.

Esistono – dice – numerosi carismi (vv.4-6). Sono diversi, ma provengono tutti dall’unico Padre, dall’unico Spirito e da Cristo. Se provocano divisione, lotta, disordini significa che vengono usati per il male.

Nessuno è privo dei doni di Dio. A ciascuno è dato un carisma “per l’utilità comune”; non va impiegato in modo dissennato, ma messo a servizio dei fratelli (v.7). La diversità dei “carismi” è provvidenziale: permette alla comunità di essere ben servita.

I carismi non hanno tutti la stessa importanza, fra loro c’è un ordine, una gerarchia.

La graduatoria però non va stabilita in base al prestigio, all’onore, ai privilegi, all’autorità che conferiscono, ma all’utilità per la comunità.

Paolo, nella lettura di oggi ne fa un lungo elenco (vv.8-10); non li nomina tutti, cita solo quelli che interessavano ai cristiani di Corinto e pone come primi i carismi che portano alla conoscenza di Dio: la sapienza che fa scoprire i suoi disegni, la scienza che aiuta ad interpretare le verità della fede; poi la fede solida, capace di smuovere le montagne, il dono di fare miracoli e quello di curare le persone, il dono di profetizzare, quello di discernere i vari “carismi” ed infine il dono delle lingue.

E’ un invito alle comunità a riconoscere e a valorizzare i doni che lo Spirito comunica ad ogni cristiano: sono dati per favorire il mutuo amore, non la competizione.

Vangelo (Gv 2,1-12)

1 Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2 Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3 Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. 4 E Gesù rispose: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. 5 La madre dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”.
6 Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. 7 E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le giare”; e le riempirono fino all’orlo. 8 Disse loro di nuovo: “Ora attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono. 9 E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo 10 e gli disse: “Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono”. 11 Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
12 Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono colà solo pochi giorni
.

A prima vista questo brano sembra un semplice racconto di miracolo, anche se di un miracolo un po’ strano, addirittura imbarazzante.

Ci sono vari particolari che stupiscono. Provo ad elencarne alcuni.

Giovanni nel suo Vangelo narra soltanto sette miracoli, possibile che non ne avesse uno più interessante da scegliere? Questo gesto di Gesù non sembra per nulla educativo: se avevano già bevuto troppo, perché fornire altro vino? I contadini del nord Africa, al sentir leggere questo brano, commentavano: “Siamo a livello di Bacco!”. A loro rispondeva sant’Agostino: l’acqua che viene dal cielo fa rivivere le vostre vigne e quest’acqua si trasforma in vino; il miracolo avviene ogni giorno.

Le difficoltà non sono finite: quand’anche fosse stato opportuno offrire vino, perché ricorrere ad un miracolo? Sarebbe bastato fare una colletta fra gli invitati.

I primi discepoli di Gesù erano stati seguaci del Battista – un asceta che non mangiava e non beveva (Mt 11,18). Di fronte a un eccesso di vino, non avrebbero dovuto credere in Gesù”, ma rimanere scandalizzati.

Perché l’evangelista Giovanni dà tanta importanza a questo episodio? Sottolinea che è stato il primo dei segni compiuti da Gesù, segno di fronte al quale i discepoli hanno creduto, hanno dato la loro adesione al Maestro. Impiega un’espressione solenne, che non ricorre in nessun’altra parte del NT: “Gesù manifestò la sua gloria”. Per così poco? Per un gesto che forse anche i nostri prestigiatori di oggi saprebbero ripetere con successo? Le annotazioni dell’evangelista sembrano eccessive, fuori luogo. Sarebbero più logiche, più comprensibili, per esempio, dopo la guarigione del cieco nato o dopo la “risurrezione” di Lazzaro.

E ancora: come mai non si parla dei protagonisti della festa? La sposa non esiste proprio, lo sposo ha un ruolo insignificante, non dice una parola; più importanti di loro sono il capotavola, i servi e le giare che vengono descritte fin nei minimi particolari (v.6). Ci si chiede anche cosa ci stavano a fare in una casa privata tante giare di pietra solo per le purificazioni. Non possono che avere un significato simbolico importante perché materialmente sono perfettamente inutili: l’acqua poteva essere portata direttamente in tavola senza passare attraverso le giare; non valeva la pena farla attingere due volte dai poveri servi.

Non si capisce bene neppure perché si parli della madre di Gesù senza citarla per nome, esattamente come avviene ai piedi della croce (Gv 19,25-27). Se avessimo solo il Vangelo di Giovanni non sapremmo nemmeno che si chiamava Maria.

C’è anche un accenno misterioso all’ora di Gesù. Un’ora drammatica che si avvicina sempre più. Di essa si parlerà più avanti nel Vangelo di Giovanni (Gv 7,30; 8,20; 12,23.27; 17,1). Di che ora si tratta?

Infine: perché dopo aver dato una risposta negativa ed un po’ brusca alla madre, Gesù compie ugualmente il miracolo?

Troppe difficoltà per considerare questo brano come un semplice fatto di cronaca! Dietro il racconto apparentemente semplice si cela un messaggio più profondo.

Il Vangelo di Giovanni è come un immenso oceano: può essere contemplato in superficie oppure in profondità. Dalla riva affascinano l’incresparsi delle onde, il dispiegarsi delle vele, i riflessi delle luci e dei colori. Ma le emozioni più intense sono per chi ha la possibilità di attrezzarsi e di scendere sul fondo, dove ci attendono le più inattese e svariate forme di vita, pesci, coralli, alghe.

Anche con il Vangelo di Giovanni bisogna andare sul fondo per cogliere tutta la ricchezza del suo messaggio. E’ ciò che cercheremo di oggi fare.

In un villaggio della Galilea si celebra una festa di nozze. Ci sono degli invitati che si sono riuniti per passare alcuni giorni felici, ma, ecco la delusione: non c’è vino e non c’è nemmeno acqua perché – stando al racconto – le giare sono vuote (verranno riempite solo per ordine di Gesù). Una situazione di abbandono, di tristezza generale. Questa è la superficie. Cosa c’è in profondità? Per scendere dobbiamo attrezzarci con gli strumenti che ci vengono forniti dall’AT.

La festa di nozze.

Il nome Israele che per noi è maschile, in ebraico è femminile: un’opportunità che i profeti non si sono lasciati sfuggire per introdurre il simbolismo coniugale nella descrizione del rapporto del loro popolo con il Signore. Egli – dicono – è lo sposo fedele, mentre Israele è la sposa che spesso si lascia sedurre dagli idoli, concede il suo amore ad estranei.

Ecco come per bocca dei profeti Dio dichiara il suo amore: “Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Signore gioisce per te” (Is 62,5); “Io la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto… Mi chiamerai: marito mio, e non mi chiamerai più: mio padrone. Ti farò mia sposa per sempre” (Os 2,16-18).

Sono immagini deliziose che comunicano gioia, speranza, volontà di rispondere con altrettanto amore e uguale fedeltà a questo Dio che promette anche: “Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù?… Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto” (Is 54,10). Eppure, al tempo di Gesù, Israele aveva ripreso gli atteggiamenti della schiava, non quelli della sposa. Vedremo più avanti cos’era accaduto. Ora continuiamo a cercare il significato delle immagini presenti nel racconto delle nozze di Cana.

Il vino. Nella Bibbia è condannata l’ebbrezza (Prv 23,30), ma il vino è simbolo della felicità e dell’amore (Qo 10,19; Ct 4,10). “Vino e musica rallegrano il cuore” (Sir 40,20). Una festa senza vino diventa un funerale: niente canti, niente danze, niente allegria; solo musi lunghi, gente insoddisfatta e nervosa. “Che vita è quella di chi non ha vino?” – si chiede il Siracide (Sir 31,27). “Il vino rallegra il cuore dell’uomo” – esclama il Salmista (Sal 104,15). “Non c’è vino; ogni gioia è scomparsa” – afferma Isaia (Is 24,11).

Al tempo di Gesù, Israele si aspetta il regno di Dio, il regno che i profeti hanno descritto come un banchetto imbandito con grasse vivande, cibi succulenti, vini eccellenti e raffinati (Is 25,6). Questo regno però sembra essere ancora tanto lontano. Il popolo è triste, come chi celebra una festa di nozze senza vino.

Come mai si trova in questa condizione? La ragione è semplice: i suoi rapporti con Dio non sono più – come avevano predicato i profeti – quelli della sposa, che è felice di godere delle tenerezze del suo sposo. Sono quelli della schiava costretta ad obbedire agli ordini del padrone. La religione insegnata dai rabbini è quella dei “meriti”: li acquista ed è amato da Dio chi è fedele alla legge. Per aiutare ad osservarla, le guide spirituali cominciano a darne l’interpretazione: specificano, puntualizzano, definiscono, distinguono fino a ridurre la parola di Dio ad un codice di norme, un ginepraio inestricabile di disposizioni, di regoline minuziose impossibili da osservare.

Siccome le trasgressioni sono inevitabili e ci si sente sempre impuri e colpevoli, sono stati escogitati i riti di purificazione, i bagni rituali per i quali è indispensabile avere sempre a disposizione l’acqua conveniente, acqua che non è per nulla facile da ottenere perché non può venire trasportata con recipienti, ma deve scorrere attraverso appositi canaletti.

Eccolo il significato simbolico delle sei giare di pietra vuote: rappresentano la religione delle purificazioni, quell’insieme di pratiche e riti incapaci di comunicare serenità, gioia, pace. Non è a partire da quest’acqua, ma da quella che Gesù ordina di attingere – la sua acqua – che deriverà il vino migliore.

Le nozze di Cana senza vino rappresentano la condizione triste del popolo d’Israele deluso e insoddisfatto, che ha sostituito lo slancio d’amore verso il Signore con l’adempimento di disposizioni giuridiche. Questo modo di rapportarsi con Dio non ha mai dato gioia, eppure è una tentazione sempre attuale. Gli uomini si affidano volentieri alla pratica religiosa, alla rigida osservanza di doveri, alla ripetizione di riti di cui non conoscono neppure il senso.

La madre di Gesù può essere Maria, sì, ma può indicare anche la comunità spirituale nella quale Gesù è nato e dalla quale è stato educato.

Nel brano di oggi rappresenta certamente le persone pie d’Israele, quelle che per prime si rendono conto che la situazione religiosa in cui vivono è insostenibile. Che fanno allora? Non ricorrono al capotavola, cioè ai capi religiosi che hanno dato prova di essere incapaci di organizzare una autentica festa, ma a Gesù. Capiscono che solo da lui può venire l’acqua viva che, in chi la beve, si trasforma in vino, cioè, rende felici.

Giovanni colloca questo “segno” all’inizio del suo Vangelo perché è una sintesi di tutto ciò che Gesù farà in seguito. E’ lui lo sposo che celebrerà le nozze con l’umanità.

Non è ancora giunta la sua ora perché egli è solo all’inizio della sua vita pubblica. La festa è iniziata, ma avrà il suo culmine quando “giungerà la sua ora”, quando, sul Calvario, manifesterà tutto il suo amore dando la vita per la sposa, quando dal suo costato trafitto sgorgherà “sangue e acqua” (Gv 19,34). A Cana egli compie solo un segno di ciò che farà. Nell’ora in cui egli passerà da questo mondo al Padre (Gv 13,1) darà realmente l’acqua “che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14).

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