II dopo Natale: Prese la nostra polvere / e le insegnò a benedire

di: Nico Guerini

«Nel quieto silenzio che avvolgeva ogni cosa, mentre la notte giungeva a metà del suo corso, il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo, dal tuo trono regale» (Sap 18,14-15). Questa antifona d’ingresso, che parla di silenzio e di notte, mi è rimasta nella memoria fin dai tempi della mia adolescenza, credo perché, nel pieno di giorni che ribollivano di fracasso e di baldorie, mi riportavano alla pace della quiete e della contemplazione, accompagnata dal dolce ondeggiare del canto gregoriano.

Una serie di paradossi

Mi colpisce – e mi fa bene – questo procedere dell’anno liturgico che sembra marcare un tempo “altro”, un modo di vivere i giorni che si inserisce nel calendario usuale, ma per inserirvi un livello diverso, uno sguardo diverso, che dà un senso più alto che ci strappa dalla noia della banalità. È la novità che si nasconde nella forma del paradosso: nel “silenzio” e nella “notte” risuona una parola, un “Verbo onnipotente”, che viene dal “cielo”, da un “trono regale”, per inabissarsi nel nostro nulla e dargli vita e voce!

I paradossi sono quelle espressioni che mettono assieme due elementi che normalmente si respingono, e che, invece, nel loro incontrarsi, producono una verità nuova. Il più grande di tutti i paradossi lo troveremo nel vangelo di oggi, che proclama come il «Logos/Verbo» si fa «carne», o – per dirla con tanti scrittori della tradizione – si «accorcia», diventa un Verbum abbreviatum per essere accessibile alle nostre misure.

Ma, per capire tutto ciò, è necessario il silenzio, premessa necessaria e ineludibile all’ascolto. L’aveva ben compreso T.S. Eliot che, nel poema penitenziale intitolato Mercoledì delle Ceneri scrive: «Dove troveremo la parola? Dove potrà la parola / risuonare? Non qui, non c’è abbastanza silenzio / Per quelli che camminano nelle tenebre / Sia durante il giorno che durante la notte / Il tempo giusto e il luogo giusto non sono qui / Non c’è luogo di grazia per quelli che evitano il volto / Non c’è tempo di gioia per quelli che camminano nel chiasso e negano la voce».

Preparati dal silenzio, siamo pronti ad ascoltare l’elogio che la Sapienza fa di se stessa (Sir 24,1-4.12-16). Cercare di definire cosa sia questa Sapienza è compito arduo, e supera lo spazio e l’uditorio di un’omelia. Quello che si può cogliere subito è che si tratta di un’“entità” che sta a mezzo tra Dio e l’umanità, e che, proprio per questa sua posizione intermedia, permette l’aggancio tra due realtà, quella divina e quella umana, che sembrano non avere alcun punto di contatto.

Potremmo anche dire, forse con maggiore chiarezza, che è la presenza dell’invisibile nel visibile, una presenza così rilevante da poter essere identificata con un soggetto parlante, quasi fosse una persona. È una realtà che “parla”, nei cieli e tra gli angeli, che «viene esaltata in mezzo al suo popolo», che riceve ordine da Dio, che l’ha creata, di «piantare la tenda in Giacobbe».

Un altro paradosso ci soccorre a questo punto, perché alla tenda, la più fragile e la più posticcia tra le abitazioni, viene comandato di «prendere eredità in Israele e di affondare le sue radici tra gli eletti»!

Con simile premesse, il credente non può non ricordare l’eco esatta che queste parole trovano in quanto proclama il quarto vangelo: «Il Verbo si fece carne, e piantò la sua tenda in mezzo a noi» (Gv 1,14), e questo nella pagina che sarà proclamata proprio nell’eucaristia odierna.

Infine, a dare solidità al messaggio, tenda, radici, eredità e molte altre parole ritornano come un canto di conferma nella seconda parte della lettura.

Un cantico di benedizione

Una pagina di quella grandiosa sinfonia che è la Lettera agli Efesini (1,3-6.15-18) ci trascina in un vero e proprio cantico di benedizione e di rendimento di grazie che caratterizza quel linguaggio su Dio che si chiama “teologia dossologica”, cioè parola che non discute e non argomenta, ma glorifica, inneggia, proclama la grandezza di ciò che è bello e buono.

Basta mettere in fila le parole di questo mirabile cantico, a cominciare da quel «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo». Sembra un attacco trionfale di una ouverture sinfonica, un violento zampillo di vita che inizia così la sua corsa, un’acqua che sgorga impetuosa e che ha tutte le premesse per diventare un fiume inarrestabile, perché è “spirituale”, e dunque non ha la fragilità della materia, “nei cieli”, e dunque rimane stabile nell’eternità, “in Cristo”, e dunque ha la certezza e la concretezza legata alla vita di uno che era morto ed è risorto!

Cosa può fare un’omelia se non ricamare con altre parole su queste parole che andrebbero semplicemente cantate? Dall’esultanza suscitata in noi da questa cascata di benedizioni, l’autore della lettera espande il motivo del rendimento di grazie trasformandolo in preghiera perché questo atteggiamento di gratitudine ispiri tutta la vita del credente.

Il vertice di questa sinfonia di benedizioni che sono le letture odierne è raggiunto dal Prologo di Giovanni (1,1-18).

Non si sa da che parte cominciare nel presentare questa pagina densissima. Ricordo che una volta, perché non sfuggisse la sua ricchezza e intensità al semplice ascolto, chiesi all’assemblea di ripetere frase per frase quello che io andavo proclamando, creando così una sorta di risonanza, come un dialogo tra solista e coro.

Venendo a un possibile utilizzo di tale testo per l’omelia, credo che si possa estrarne le linee e i temi di fondo fissando l’attenzione su due punti.

Le tenebre non hanno vinto la luce

Il primo è la creazione messa sotto il segno della luce, che è come dire l’alba del mondo (si ascolti cosa fa di questo sorgere Haydn nel suo oratorio La Creazione), da un soffio sommesso fino alla sorpresa di un’esplosione che traduce la meraviglia di scoprire che la notte è vinta e il sole torna a splendere.

Rimane però la certezza del ritorno del buio, e dunque tutto è messo sotto il segno di una lotta incessante tra bene e male, tra vita e morte, legge che governa la storia del mondo e dell’umanità che lo abita. Ma rimane a rassicurarci la profezia di una vittoria, perché «la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno afferrata» (così significa il greco katélaben). Il verbo è cruciale, e significa anche «non l’hanno compresa» e «non l’hanno accolta». Credo che tutti e tre i significati vadano tenuti assieme, ed è possibile che il verbo sia stato scelto proprio per la sua polivalenza semantica.

Torno ai versi di Eliot, che ben dipinge questo dramma: «La Parola senza parola, la Parola entro / Il mondo e per il mondo; E la luce splendette nelle tenebre e / Contro la Parola l’inquieto mondo quieto ruotava / Attorno al centro della Parola silente. / O mio popolo, che cosa ti ho fatto?» (Mercoledì delle ceneri).

Non stupisca questo aggancio con la Pasqua, perché in quei giorni si compirà il destino della Parola già preannunciato nel Prologo di Giovanni. Il segno di contraddizione – che è Gesù secondo la profezia di Simeone – fa sì che il mondo “inquieto” ruoti “quieto” sia contro sia attorno a lui! Con una felice immagine, Eliot paragona l’umanità a una folla di «fanciulli al cancello / che non se ne andranno e non riescono a pregare… E sono spaventati e non riescono ad arrendersi / E affermano di fronte al mondo e negano tra le rocce».

Dio alla ricerca dell’uomo

Il secondo punto illustra precisamente il dramma che si instaura tra la luce e le tenebre, tra incomprensione e rifiuto, con le relative conseguenze. In questo siamo tutti coinvolti, perché «la luce vera, quella che è venuta nel mondo, illumina ogni uomo». Il tragico è che l’uomo può non riconoscere colui che l’ha fatto «a sua immagine e somiglianza» (Gen 1,27), non accogliere colui che viene in casa sua.

Questo rigetto però non stanca Dio, non interrompe la sua volontà di guarire chi è malato, di salvare chi si perde. Ritorna ancora una volta la bellezza dell’annuncio udito nel Natale: Dio ci rigenera facendoci diventare suoi figli e, perché sia più facile riconoscerlo e accoglierlo, si fa uno di noi, uno come noi, facendosi un tutt’uno con la nostra finitezza e la nostra miseria, Gesù diventa Emanuele, colui che salva diventa nostro compagno, nostro fratello.

La Sapienza, che si era attendata nel corpo dell’umanità, si materializza fino a risplendere nel bambino di Betlemme, nel volto di Gesù di Nazaret, perché «Il Verbo si è fatto carne, e venne a piantare la sua tenda in mezzo a noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità». La grazia è l’amore gratuito con cui Dio ci ama, la verità è la fedeltà di Dio alla sua promessa, se solo noi siamo disposti a crederci e farla nostra.

E, per finire, in Gesù la luce che rivela Dio diventa piena: «Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha raccontato».

Nei versi della poetessa inglese E. Jennings, sotto il titolo di Contraddizioni, ho trovato una delle più belle sintesi del senso dell’Incarnazione: «Scelse il nostro destino, fu diverso soltanto perché vide la cattiveria ma non fu cattivo… Morì per liberare l’umanità dall’acredine / poiché tutto ciò che ebbe a soffrire era ingiusto, / e mostrò amore ove amore così di rado appare: / nel buio, nel dolore, nella morte. Prese la nostra polvere / e le insegnò a benedire».

Tradurre la nostra fragilità in benedizione, il nostro nulla in pienezza. Questa è la grazia che ci è stata rivelata nella luce che si è accesa nella notte del Natale, questa è la nostra missione di apostoli della luce (cf. Mt 5,14-16): quella che viene a illuminare le nostre tenebre, e ci mette in grado di essere così luce per il mondo.

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