III Per annum: Pescatori di uomini

di: Roberto Mela

Siamo pacificati solo se troviamo e seguiamo la vocazione che il Signore ha in serbo per ciascuno di noi. Se scappiamo da Dio, siamo infelici; se troviamo la gioia di rispondere con piena disponibilità alla sua chiamata, questo diventerà l’inizio di un’esperienza di sequela compiuta nella fraternità della Chiesa. Un’esperienza indimenticabile che sarà la spina dorsale della nostra la vita.

Giona, chi?

Il libretto di Giona è gustoso e persino tragicomico in alcuni suoi tratti. Lo si legge volentieri, perché ci presente un profeta di Dio molto umano e un Dio altrettanto “umano” da amare e da pentirsi del male progettato. Un Dio che cambia propositi, perché qualcosa di più grande urge nel suo cuore alla vista degli uomini (e persino degli animali) che esprimono i gesti dei primi passi di conversione.

Giona potrebbe essere considerato un libretto storico, ma molti lo considerano «un’allegoria all’interno della quale i diversi personaggi svolgono un ruolo tipologico (Giona sarebbe figura dell’Israele post esilico, la “capanna” il simbolo della restaurazione di Gerusalemme, il “ricino” rimanderebbe a Zorobabele ecc.)» (D. Scaiola). Ispirandoci agli studi di questa biblista, siamo avvertiti del fatto che alcuni lo considerano un racconto popolare, una parabola o un racconto sapienziale con un contenuto didattico. Per altri è una satira oppure un midrash.

È difficile individuare il genere letterario, perché è difficile fissare uno scopo preciso per cui fu scritto. Se lo fu per contestare il nazionalismo o l’esclusivismo tipici del post-esilio (cf. Esdra e Neemia), è una parabola sapienziale; se si osservano i tratti di intertestualità nei quali si rimanda ad altri testi biblici, potrebbe essere considerato un midrash, ma ante litteram e con forte anacronismo nei termini. Per alcuni, Giona non ha niente da insegnare, ma è solo una storia immaginaria che vuole divertire.

La scelta migliore sembra essere quella di considerare il libretto di Giona una parabola, che presenta la rilettura di vari testi biblici con un preciso intento teologico. Scritto probabilmente nel post-esilio (dopo il 538 a.C.), non si sa da chi, si compone di due parti: cc. 1–2 La fuga; cc. 3–4 La conversione. I grandi temi teologici sono quelli di Dio creatore, la vocazione del profeta e il rapporto problematico tra giustizia e misericordia.

Quello dell’universalismo dell’annuncio ai pagani non sembra essere un tema centrale, considerato che i marinai pagani della nave sono molto religiosi (molto più di Giona) e che i pagani di Ninive si convertono prontamente all’annuncio di Giona.

Alzati, va’ a Ninive

Dopo un primo tentativo di fuga dalla propria vocazione – andando a ovest, verso Tarsis (Spagna? Sardegna? confini del mondo?) invece di dirigersi a est, verso le città degli odiati nemici per antonomasia, gli assiri della capitale Ninive – Giona riceve da YHWH per “la seconda volta/senît” (Gn 3,1, omesso nella lettura liturgica) il comando imperioso e secco (in ebraico) di “alzarsi/risorgere/qûm” dalla propria passività neghittosa e premortale e di andare/lēk a Ninive. Se lo si comanda per la seconda volta, per la Bibbia si tratta di una realtà molto importante. La città è molto grande (cf. 1,2: «la grande città») (il greco della LXX traduce letteralmente: «grande per Dio») e non può andare perduta, per il cuore di Dio!

Il profeta

Giona ha un “editto/qerî’āh” da proclamare. Come profeta, dovrà dire quello e solo quello che YHWH gli dirà di proclamare. Il profeta è portavoce di YHWH e non può sottrarsi al suo compito adducendo mille scuse (cf. le cinque scuse di Mosè in Es 3,11.13; 4,1.10.13; le perplessità e le paure di Geremia in Ger 1,1-10 ecc.).

Non è che Giona si senta indegno o impreparato (cf. invece Mosè e Geremia). Il fatto è che non ha nessuna voglia di annunciare ai nemici che YHWH è buono e che perdona anche loro! Un Dio buono con i nemici va per traverso a Giona, che cerca rifugio in un’impossibile regressione nel grembo della madre, in posizione fetale nella parte più profonda della nave.

Scende a Yafo, trova la nave adatta, paga il biglietto e scende nel posto più profondo del suo ventre. Vuole sparire, vuole negare se stesso. Il mondo e Dio per lui non esistono più.

Non vuole essere profeta di YHWH,    questo è il punto! Lo conosce troppo bene dall’educazione ricevuta in patria (cf. Gn 4,2) e non è d’accordo con l’atteggiamento scelto da YHWH verso i nemici e i pagani peccatori incalliti. Troppo buono! Questo gli rode dentro, come il verme divora “il ricino”.

Saranno il capitano della nave e i suoi religiosi marinai a ricondurlo a più miti consigli e ad accondiscendere alla sua missione: mediatori vocazionali guidati dalla grazia di Dio, “grosso pesce” compreso (cf. Gn 2,1).

Ancora quaranta giorni!

Questa volte Giona obbedisce. Non è più un “Giona/colomba/yônāh” riottoso e ribelle, ma una colomba che si precipita in picchiata sul nido dei suoi piccoli. Finalmente “risorge/qûm” dalla negazione della sua identità e si muove “secondo la parola di YHWH”. Questo è il profeta vero!

Ninive era certo una capitale molto grande, ma è possibile che “i tre giorni” necessari per attraversarla siano solo un riferimento «al protocollo orientale, secondo il quale una visita diplomatica richiedeva appunto tre giorni, il primo e il terzo dedicati a incontri e saluti, il secondo invece all’argomento specifico dell’emissario» (Scaiola).

Giona cammina per un giorno e proclama il suo editto: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà “ribaltata sottosopra/rovesciata/rasa al suolo/nehpāket”».

La fa volentieri questa parte del lavoro. Gli piace minacciare, lasciando un tempo congruo, tipicamente sufficiente e adeguato alla bisogna (“quaranta”) prima della sua realizzazione.

Avrà proclamato in modo asettico? Partecipe? Scettico? Contrariato? Malvagiamente contento nel cuore? Cinico? Fatto sta che, contro i suoi pregiudizi, anche i niniviti – come i religiosi marinai – “credono in Dio”, e dopo il salto confidente della fede (alimentata da un po’ di paura?), mostrano con segni esterni la loro volontà di cambiare vita. Uno stacco deciso dal passato, un ribaltamento di valori («abiti da lutto»), la morte di un mondo senza il Dio vero.

Dio si pentì

YHWH è grande nell’amore misericordioso, ma niente è automatico. La domanda dubbiosa del re di Ninive richiama l’oracolo del Signore pronunciato dal profeta nel libro del profeta Gioele: «Chissà che Dio non cambi (yāšûb) e receda (niam) dal suo ardore…» (Gn 3,9; cf. Gl 3,14; Am 5,15).

Ed è proprio quello che succede. Dio vide la concretezza delle loro opere– che manifestano la loro fede precedente – con le quali avevano deciso di allontanarsi dal loro comportamento malvagio e “si pentì/wayyinnaem” del male che aveva progettato di fare e non lo fece.

Questi antropomorfismi ci fanno sentire Dio vicino ai nostri sentimenti, un Dio dalla nostra parte; non un Dio rigido e fissista nell’applicare le pene previste dalle norme, ma il cui primo orientamento è “grazioso”, interessato alla sorte di “una grande città”, animali compresi (cf. 4,11, “gloriosa” conclusione del libretto: “bestiame numeroso/behēmāh rabbāh”).

Che YHWH “si penta” significa che la sua prima disposizione di fondo è l’amore misericordioso e fedele, al quale ha educato Giona all’interno del suo popolo. È “il male” minacciato che è contrario all’animo profondo di Dio, perché sarebbe il suo doversi arrendere alle conseguenze disastrose delle libere azioni dis-umane dell’uomo, che portano la morte.

Dio è grazia che precede, accompagna e rende possibile la conversione degli uomini, anche degli odiati nemici per antonomasia. Giona deve essere profeta di questa grande notizia, anche se ne ha poca o nessuna voglia.

Il “ricino/qîqāyôn” cresciuto per pura grazia a proteggere il suo capo dall’insolazione/“depressione religiosa” (cf. Gn 4,6) dovrebbe convertire Giona nel profondo. Ci riuscirà? Seguirà il cuore del suo Dio?

Il tempo è compiuto

Terminato il tempo di Giovanni Battista – rinchiuso nella galera del Macheronte, fortezza costruita sull’altopiano della Giordania dirimpetto a Gerico –, si apre “il tempo decisivo, definitivo, escatologico, gravido di opportunità/ho kairos” di Gesù. Egli “viene” nella Galilea, terra periferica di dubbia religiosità, imbastardita com’è della presenza numerosa di pagani. “Periferica” religiosamente e geograficamente rispetto alla centralità del tempio di Gerusalemme, dove “risiede” il nome di Dio…

Ospite nella casa di Pietro – da tempo trasferitosi da Betsaida Giulia alla più trafficata Cafarnao posta sulla Via maris –, Gesù entra nel quotidiano della vita della gente. E nello spazio ordinario e “periferico” del lavoro umano – non nell’ambiente sacro della sinagoga o del tempio di Gerusalemme – Gesù annuncia che il tempo opportuno, gravido di grazia e di decisioni da prendere “è stato portato a pienezza/compimento/peplērōtai” da un’azione che parte da lontano, e che tale vi resta. Questo non è dovuto al “tempo cronologico/chronos” che passa inesorabile o alla pax romana fondata sulla guerra e sul dominio (illuminato?) dei popoli.

Il kairos è stato compiuto perché “la sovranità regale di Dio/hē basileia tou theou” “si è avvicinata/ēggiken” sino a toccare definitivamente i lembi della storia e il vissuto degli uomini. Con la persona e la missione di Gesù, il Padre inizia a portare a compimento il suo disegno di salvezza, di rendere tutti gli uomini suoi figli nel Figlio.

Occorre “cambiare decisamente mentalità/metanoiete <nous (mente)”, per assumere quella “alta e altra”, quella che guida le vie di Dio (cf. Is 55,8-9). Come cambiare mentalità? Credendo/appoggiandosi fiduciosamente sulla buona notizia/vangelo/pisteuete en tōi euaggeliōi.

Dietro a me!

Gesù passeggia nel quotidiano del tempo e dello spazio, nella profanità del lavoro e della fatica degli uomini. “Vede” due coppie di fratelli che gli piacciono molto. Molto probabilmente aveva già parlato con loro, e un po’ si erano già conosciuti. Certo che l’imperativo arriva come una staffilata: “Su, dietro di me!”.

La prospettiva aperta è di vita, di fecondità. Seguendo Gesù, mettendosi sui suoi passi, dietro a lui, si porterà la vita. A differenza del riottoso profeta Giona, i primi quattro discepoli di Gesù sono due coppie di fratelli. Si segue Gesù in fraternità, in una comunità che supera i legami di sangue e degli interessi economici.

Il racconto della chiamata e della risposta dei primi quattro discepoli di Gesù assume nel Vangelo di Marco la struttura letteraria di una “chiamata con schema militare”. La chiamata è imperiosa, la risposta immediata. Non ci sono incertezze, domande di chiarimenti, scuse legate all’età e all’impreparazione, dubbi religiosi o incertezze psicologiche o pratiche. A livello letterario la scena è formulata in termini stilizzati e la realtà probabilmente ha richiesto più tempo di conoscenza reciproca. Il “tempo del racconto” qui è senz’altro molto inferiore al “tempo della storia”.

Fraterni pescatori di uomini

Per i quattro pescatori chiamati a essere discepoli di Gesù non si tratta più di far morire i pesci tirandoli a terra con le reti per garantire una vita di sopravvivenza agli uomini. Qui si promette di farli diventare pescatori di uomini, che devono rimanere e diventare ancora più vivi. “Sarai cacciatore di uomini come si cacciano gli animali vivi perché restino vivi/anthrōpous esēi zōgrōn”, promette più precisamente Gesù a Pietro secondo il Vangelo di Luca (Lc 5,10).

Sta di fatto che Giacomo e Giovanni lasciano non solo le reti (e la famiglia, almeno Pietro), ma anche la tradizione/il potere/il padre, l’azienda ben avviata, in buona salute, con dipendenti a carico. Un certo benessere, quindi. Questo fatto anticipa già la risposta alle richieste che Gesù farà esplicitamente a chi vuole essere suo discepolo (Mc 8,34-38).

In primo tempo, riluttante e anche alla fine non ancora sereno psicologicamente e teologicamente, Giona. Decisi e fraterni, ubbidienti come dei “militari” i primi quattro discepoli di Gesù: Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni.

Figure e atteggiamenti diversi. Ma, alla fine, tutti si mettono in ascolto di YHWH e di Gesù.

Saranno dei “profeti” e degli “apostoli”. Porteranno vita e salvezza agli uomini che “non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra”, persi senza bussola nelle nebbie del mondo.

E, senza troppo saperlo e volerlo, Giona salverà addirittura anche «una grande quantità di animali» (Gn 4,11).

Dentro tutti. È l’arca del Regno.

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