III Avvento: Gioia, un dono da accogliere

di: Fernando Armellini

Cosa chiede l’uomo alla vita se non la felicità? La Bibbia ebraica impiega qualcosa come ventisette sinonimi per esprimere i sentimenti di gioia. Nulla di più contrario alla Bibbia dunque della religione del dolorismo, della musoneria, delle facce corrucciate che s’intravedono a volte anche nelle nostre assemblee domenicali.

Ma come giungere alla gioia? Bastano la ricchezza, la buona salute, il successo? Chi può essere considerato realmente beato?

A questa domanda l’israelita dei tempi più remoti rispondeva: felice è colui che gode dei frutti del suo campo (Is 9,2), che rallegra il suo cuore con il vino (Gdc 9,13), che ha una famiglia unita (Dt 12,7) e prole numerosa (1 Sam 2,1.5); felice è il popolo che ottiene una vittoria militare (1 Sam 18,6), che contempla la propria città ricostruita (Ne 12,43), che festeggia con inni, musiche e danze gli abbondanti raccolti che Dio gli ha concesso (Dt 16,11.14). Tutto questo – lo sappiamo – non basta.

Con le nostre scaltrezze, i nostri accorgimenti, i nostri sforzi possiamo sì raggiungere l’allegria, il buon umore, l’euforia, l’ilarità, il piacere, il divertimento, ma non la gioia. Questa è frutto dello Spirito e noi possiamo soltanto accoglierla, come un dono.

Possiamo, però, frapporre ostacoli: le letture di oggi ci aiuteranno ad identificarli per poterli rimuovere.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Alleluia, viene in mezzo a noi il Dio della gioia”.

Prima Lettura (Sof 3,14-18a)

14 Gioisci, figlia di Sion,
esulta, Israele,
e rallegrati con tutto il cuore,
figlia di Gerusalemme!
15 Il Signore ha revocato la tua condanna,
ha disperso il tuo nemico.
Re d’Israele è il Signore in mezzo a te,
tu non vedrai più la sventura.
16 In quel giorno si dirà a Gerusalemme:
“Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia!
17 Il Signore tuo Dio in mezzo a te
è un salvatore potente.
Esulterà di gioia per te,
ti rinnoverà con il suo amore,
si rallegrerà per te con grida di gioia,
18 come nei giorni di festa”.

“Guai a Gerusalemme, città ribelle! I suoi capi sono leoni ruggenti, i suoi giudici sono lupi della sera. I suoi profeti sono boriosi, uomini fraudolenti. I suoi sacerdoti profanano le cose sacre, violano la legge” (Sof 3,1-4). Così inizia il terzo capitolo del libro di Sofonia dal quale è tratta la nostra lettura.

Siamo in uno dei momenti più difficili della storia d’Israele. In Gerusalemme tutti sono corrotti: il re, i sacerdoti, i profeti e i giudici; il popolo ha abbandonato la fede e tradito il suo Dio.

Che fare in una simile situazione? Sofonia non ha alternativa: comincia a minacciare catastrofi. Le prime parole che pronuncia, in nome del Signore, sono: “Tutto farò sparire dalla terra. Distruggerò uomini e bestie. Sterminerò l’uomo dalla terra” (Sof. 1,2-3). Poi continua: sta per giungere il giorno del castigo, “giorno d’ira, d’angoscia, di afflizione, di rovina, di sterminio, di tenebre, di caligine, di nubi, di oscurità, di squilli di tromba e di allarmi” (Sof 1,15-16) e avanti su questo tono fino quasi alla fine del suo libro. Poi, improvvisamente, ecco la profezia contenuta nella nostra lettura.

Rivolto al popolo esclama: “Gioisci, esulta, sii felice, rallegrati con tutto il cuore!” (v.14), “non temere, non lasciarti cadere le braccia!” (v.16).

Il cambiamento di tono è tanto evidente quanto inatteso e inspiegabile. Come mai dalle minacce il profeta passa all’invito alla gioia, alla serenità, alla fiducia? Cos’è accaduto, cos’è cambiato in Gerusalemme? Il popolo si è forse convertito, ha cambiato vita, ha fatto penitenza?

No. La ragione è un’altra: il Signore ha revocato la condanna. Gerusalemme non verrà punita, non sarà colta da alcuna sventura (v.15). E’ stata una sposa infedele – è vero – ha tradito il suo Dio, ma egli non l’allontanerà da lui per sempre. La “rinnoverà con il suo amore” (v.17) e lei tornerà ad essere bella come una giovinetta, diverrà la consolazione del suo sposo che con lei sarà felice, “esulterà di gioia… si rallegrerà con grida di gioia” (vv.17-18).

E i castighi minacciati? Da questo testo risulta evidente in che consiste il giorno dell’ira di Dio. Non è il momento in cui egli perde la pazienza, si arrabbia per la malvagità degli uomini e decide di punirli; è il giorno in cui riesce finalmente a far trionfare il suo amore.

L’ira di Dio non si scaglia contro il peccatore, ma contro il peccato.

Dio compie solo opere di salvezza.

Il profeta Sofonia, vissuto in un tempo in cui il suo popolo era vicino alla rovina, annuncia la vittoria dell’amore di Dio sul peccato e la trasformazione radicale della situazione sociale, politica e religiosa. Ecco la ragione per cui invita tutti i poveri del paese a gioire.

Questa profezia è importante perché Luca la utilizza per descrivere l’annunciazione a Maria. Le espressioni: Rallegrati, non aver paura, il Signore è dentro di te sono le stesse che l’angelo rivolgerà a Maria. L’evangelista le riprende per dirci che la profezia si è realizzata quando in Maria il figlio di Dio ha preso la nostra forma mortale. In Gesù di Nazareth, Dio è realmente venuto ad abitare in mezzo al suo popolo, ha portato la salvezza e con essa la pienezza della gioia.

La paura può avere una funzione positiva nella nostra vita: segnala gli effetti pericolosi che derivano dalle scelte insensate, suggerisce ponderazione e induce alla saggezza. Anche Sofonia è ricorso alle minacce. Lo ha fatto per denunciare la miseria morale del suo popolo e per mettere in guardia dai disastri che ne sarebbero derivati.

Ma c’è una paura che causa solo angosce e fobie, che introduce in una visione negativa e pessimistica della vita, che porta alla depressione, che fa ripiegare sui rimorsi e fa intravedere un Dio giustiziere che aspetta l’uomo per la resa dei conti. Questa paura fa il gioco degli atei e dei miscredenti i quali incitano ad abbandonare questa fede che blocca la crescita, impedisce la realizzazione e la felicità dell’uomo.

Salutare è solo la paura che deriva dalla percezione, chiara e immediata, delle conseguenze negative delle scelte di peccato. Tuttavia, perché possa essere di aiuto, deve essere collocata all’interno del progetto di salvezza di Dio, deve essere affiancata e sostenuta dalla ferma convinzione che l’amore di Dio finirà comunque per prevalere, deve – come ci suggerisce la lettura di oggi – sfociare sempre nella gioia.

Seconda Lettura (Fil 4,4-7)

Fratelli, 4 rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi.
5 La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino!
6 Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; 7 e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.

Quando scrive alla comunità di Filippi, Paolo si trova a Efeso. E’ in carcere a causa del Vangelo e avrebbe tutte le ragioni per essere triste e abbattuto. Invece, nella sua lettera ritorna, come un ritornello, l’invito alla gioia. Un invito che compare la prima volta dopo che l’Apostolo ha accennato alla sua condizione di prigioniero: se anche dovessi dare la vita per la vostra fede – dice ai Filippesi – io sarei contento e ne gioirei, “allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me” (Fil 2,17-18). Nel seguito della lettera espone i suoi progetti apostolici e poi riprende il tema della gioia: “Fratelli miei, siate lieti nel Signore!” (Fil 3,1). Infine ecco l’esortazione ancora più esplicita e insistente, ripresa nella lettura di oggi: “Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi!” (v.4).

Qual è il motivo della gioia dei Filippesi?

Non il successo nella vita, la buona salute, il buon andamento dell’economia, l’assenza di preoccupazioni (Paolo ed i Filippesi ne avevano quante ne abbiamo noi oggi), ma la certezza che “il Signore è vicino”. Questo è il pensiero che accompagna il cristiano e che lo rende affabile, gentile, generoso nei confronti di tutti (v.5).

La fede dà la certezza che tutto ciò che accade non sfugge al progetto di Dio e tutto quindi andrà a finire bene. Chi è animato da questa fiducia non dispera mai, non si lascia prendere dall’ansia né turbare dall’angoscia, ma espone al Signore ogni sua necessità nella preghiera (v. 6) e da questa unione con Dio ottiene come dono la pace.

Vangelo (Lc 3,10-18)

10 Le folle interrogavano Giovanni: “Che cosa dobbiamo fare?”. 11 Rispondeva: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”. 12 Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare, e gli chiesero: “Maestro, che dobbiamo fare?”. 13 Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. 14 Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi che dobbiamo fare?”. Rispose: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe”. 15 Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo, 16 Giovanni rispose a tutti dicendo: “Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 17 Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile”.
18 Con molte altre esortazioni annunziava al popolo la buona novella.

“Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira imminente? La scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco” (Lc 3,7.9). È con queste parole severe che Giovanni accoglie quanti vanno da lui a farsi battezzare. Avrà anche ragione, ma di certo le sue minacce non sembrano una “buona notizia” e neppure sono in armonia con il tema della gioia che caratterizza le letture di questa domenica.

 “Fate opere degne della conversione!” – ripete alle folle (Lc 3,8). Va bene, ma quali sono queste opere? La gente semplice, alla quale si rivolge, si aspetta proposte chiare, non discorsi astratti e generici.

Nella prima parte del Vangelo di oggi (vv.10-14) compaiono tre gruppi di persone – il popolo, i pubblicani, i soldati – che vanno dal Battista per avere indicazioni concrete. Si tratta di uno schema ternario di domande e risposte che serve per presentare situazioni esemplari (Cfr. Lc 9,57-62). E’ un artificio letterario che invita ad applicare il principio ascetico indicato dal Battista ad altri casi simili.

La domanda: “Cosa dobbiamo fare?” è ripresa più volte nell’opera di Luca (At 2,37; 16,30; 22,10). Indica la completa disponibilità ad accogliere la volontà di Dio da parte di chi si rende conto di essere andato fuori strada, è deciso a cambiare vita e chiede un’indicazione sul cammino da intraprendere.

Immaginiamo che qualcuno di noi, desideroso di prepararsi bene al Natale, rivolga questa medesima domanda a coloro che consideriamo “esperti” in campo religioso (il catechista, l’operatore pastorale, la suora, il prete). Cosa ci risponderebbero?

Qualcuno suggerirebbe di aiutare un fratello che è in difficoltà o di visitare un ammalato, ma avremmo anche altre risposte: “Recita ogni giorno il rosario”; “Di’ tre Salve‑regina prima di addormentarti”; “Vatti a confessare”… Si tratta di consigli buoni – intendiamoci – tuttavia il Battista non sceglie questo cammino. Non suggerisce nulla di specificamente “religioso”, non raccomanda pratiche devozionali, cerimonie penitenziali (imposizione di ceneri, digiuni, preghiere, ritiri spirituali nel deserto). Esige qualcosa di molto concreto: una revisione radicale della propria vita a partire dal principio etico dell’amore al fratello.

Al popolo dice: “Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha e chi ha da mangiare faccia altrettanto” (vv.10-11).

Domenica scorsa il Battista ha invitato a rivedere il rapporto con Dio se si vuole preparare la venuta del Messia. Ha chiesto un cambiamento nel modo di pensare e di agire per avere il perdono dei peccati (Lc 1,3). Oggi mette a fuoco il nuovo rapporto che si deve instaurare con il prossimo. Amore, solidarietà, condivisione, rimozione delle disuguaglianze e degli abusi di potere sono le parole chiave del suo discorso.

 Non si può certo accusare il Battista di mancanza di chiarezza. Le preghiere e le devozioni vanno bene, purché non si trasformino in alibi, purché non siano impiegate come espedienti per sfuggire alla richiesta di condivisione dei beni con i più bisognosi.

Ci raduniamo volentieri per pregare, per cantare, ma quando ci viene chiesto di mettere a disposizione dei fratelli i beni che possediamo… tutti i nostri entusiasmi religiosi svaniscono, di colpo. Eppure il Battista è ancora “comprensivo” nei confronti della debolezza umana. Dice: “Se hai due tuniche danne una a chi non ne ha”. Dai suoi discepoli Gesù esigerà ancora di più: “A chi ti porta via il mantello, dagli anche la tunica!” (Lc 6,29).

In seguito si presentano da Giovanni i pubblicani.

Sono coloro che esercitano la professione più odiata dal popolo: riscuotono le tasse e sono dei collaborazionisti con il sistema oppressivo dei romani. Arricchiscono estorcendo denaro dai più deboli e indifesi. A costoro il Battista non chiede di cambiare professione, ma di non approfittarsi del loro mestiere per sfruttare i più poveri.

Forse pensiamo di non avere nulla a che vedere con questa professione. Invece – dobbiamo ammetterlo – ci comportiamo da “pubblicani” quando, ad esempio, raggiunta una posizione di prestigio, esigiamo parcelle elevatissime per le nostre prestazioni, adducendo magari come giustificazione: “Sono queste le tariffe stabilite”.

Il pubblicano è il simbolo di colui che maneggia il denaro in modo “disinvolto”. Pubblicano è chi compra e vende senza scrupoli pensando solo al proprio tornaconto; è chi, con abili raggiri, riesce ad imbrogliare le persone semplici, chi evade le tasse, chi ordisce truffe ai danni dello Stato, chi approfitta dell’ingenuità del povero per sfruttarlo ed arricchirsi.

 Chi si comporta da “pubblicano” non può certo prepararsi al Natale solo con qualche preghiera.

Gli ultimi a chiedere consigli al Battista sono i soldati. Ci aspetteremmo che Giovanni consigliasse loro di spogliarsi della divisa, di gettare immediatamente le armi e di rifiutarsi di combattere. Ma anche qui egli si mostra “tollerante”. Gesù sarà più radicale e proibirà qualunque ricorso alla violenza. Dirà al discepolo: “Non opporti al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Mt 5,39).

I soldati di quel tempo erano mal pagati ed allora che facevano? Avendo le armi in mano, approfittavano della loro forza per malmenare la gente, molestare le donne, estorcere denaro ed imporre servizi duri e umilianti ai più deboli, angariare i poveri contadini e costringerli a portare carichi. A costoro il Battista chiede che non maltrattino nessuno e che si accontentino delle loro paghe.

I soldati sono il simbolo di coloro che possono abusare della loro forza. Chi s’approfitta del posto che occupa, della professione che svolge per dominare e sopraffare i più deboli si comporta da “soldato” (di quel tempo, naturalmente) ed è invitato a rivedere il suo comportamento se vuole prepararsi alla venuta del Signore.

Nella seconda parte del Vangelo (vv.15-18) il Battista riprende il suo linguaggio apparentemente duro, rigoroso, quasi intollerante. Parla di separazione del buon grano dalla pula e minaccia la distruzione di questa nel fuoco inestinguibile. Sembra che ai peccatori non lasci alcun margine per esultare: li attende – assicura – ed è imminente, un terribile giudizio di Dio.

Eppure il severo discorso di Giovanni è concluso dall’evangelista con una frase sorprendente: “Con queste e molte altre parole di consolazione egli annunziava al popolo la buona novella” (v.18).

Avete capito bene: parole di consolazione (è questa la traduzione corretta del verbo parakaleo). Per Luca il messaggio del Battista è buona novella, è una notizia lieta, è la promessa di un evento felice.

Il modo di esprimersi di Giovanni forse non è conforme alla nostra sensibilità attuale, non è né dolce né tenero, eppure ciò che vuole comunicare è gioia e speranza. Se consideriamo con attenzione il testo, verifichiamo che egli non promette alcun castigo di Dio, parla solo della venuta dello Spirito Santo e del fuoco che annienterà la pula.

L’acqua pulisce, ma può anche uccidere, può sommergere e far affogare. Quando immergeva nel fiume Giordano coloro che venivano a farsi battezzare da lui, Giovanni compiva un gesto che significava purificazione dalle macchie di peccato e morte alla vita passata. Nulla più. Il suo era un battesimo imperfetto, incompleto – e di questo il precursore era perfettamente cosciente. Sapeva che l’acqua che egli impiegava era un bagno esteriore.

Per divenire linfa vitale l’acqua deve essere assorbita dalle piante, deve essere bevuta e assimilata dagli animali e dagli uomini.

Il battesimo di Gesù non è un’acqua che pulisce di fuori, è acqua che penetra dentro, ravviva e trasforma. E’ acqua che diviene in chi la beve “sorgente che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14). E’ il suo Spirito, è la forza di Dio che trasforma l’uomo vecchio in creatura nuova. E’ il compimento della profezia di Ezechiele: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” (Ez 36,25-27).

A questo punto diviene chiara anche l’immagine del fuoco. Ne parlerà in seguito Gesù stesso: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e vorrei davvero che fosse già acceso!” (Lc 12,49). Non è il fuoco preparato per punire i peccatori impenitenti. L’unico fuoco che Dio conosce è quello portato sulla terra da Gesù, è lo Spirito che rinnova la faccia della terra (Sal 104,1). Scenderà dal cielo nella Pentecoste (At 2,3) e unirà gli uomini in un’unica lingua, quella dell’amore.

Sarà questo il fuoco che purificherà il mondo da tutto il male, che annienterà ogni “pula”.

Non sono i peccatori dunque che devono temere la venuta di Cristo, ma il peccato del quale è annunciata la distruzione. I peccatori devono solo rallegrarsi perché per loro è giunta la liberazione dal male che li tiene schiavi.

Ci sono molte allegrie che non sono cristiane. Il Battista indica il cammino per lasciarsi riempire il cuore della vera gioia: preparare la venuta del Signore nella propria vita mediante la condivisione dei beni con i poveri e mediante il rifiuto di ogni forma di abuso, di sopraffazione, di prevaricazione nei confronti del fratello.

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