III Avvento: Giovanni, il Testimone

di: Roberto Mela

L’Avvento è il cammino del Veniente e, allo stesso tempo, il cammino del viandante. Camminiamo non da profughi e da sbandati, ma da pellegrini veloci nel passo, avvertiti del traguardo, ben forniti nell’attrezzatura. Non siamo soli nel cammino, ed è bello trovare amici, rifugi, compagni di viaggio. Si condividono attese e speranze, delusioni e gioie intime. A volte sul cammino si confidano cose che, altrimenti, non si direbbero a nessuno. Il cammino rende essenziali, leggeri, aperti e accoglienti.

Abbiamo bisogno di amici, e anche di testimoni di Colui che ci viene incontro. Testimoni che hanno fatto esperienza personale del Veniente, della Luce che spunta da Oriente. Ex oriente Lux. Profeti che ci parlano già in anticipo del calore che viene dalla Luce. Testimoni che brillano come lampade, accese in anticipo alla Luce che viene nel mondo, la «luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). Luce che illumina, riscalda, fiamma ossidrica che taglia le catene, pomata balsamica che intride le “fasce” (bypass coronarici?) per i cuori spezzati.

Un evangelista “unto”

Spunta incoraggiante dalle ultime pagine del libro del profeta Isaia (Il Terzo Isaia, cc. 56–66) la voce di un anonimo che si autopresenta. Il suo curriculum è molto interessante per i “cacciatori di teste”, i talent scout che tanto si affannano a trovare sempre gente nuova, telegenica, ben “dotata” e che sa bene quello che vuole nella vita.

Sul popolo di Israele, felice di essere tornato dall’esilio babilonese (538 a.C.) ma frastornato e deluso per la macerie trovate e i dissidi profondi fra i “rimasti” e i “ritornati”, si alza consolante la voce di un anonimo dalle idee chiare, molto interessanti, e da progetti veramente a favore del bene comune e della povera gente. È un “unto” dal Signore YHWH. Un consacrato, un “messia”/<vb māša. Non un “messia” guerriero, liberatore e giudice implacabile, annientatore dei nemici.

È un messia strano, un messia “evangelista”, uno che viene per “annunciare buone notizie/lebaśśēr.

Le buone notizie non sono riservate ai ricchi – che se le fabbricano da soli, senza aspettare niente da nessuno, self made men –.

Le buone notizie sono per i poveri, gli “spezzati di cuore” con emorragie devastanti, gli schiavi del mercato globale, dei mercanti di esseri umani, della loro stessa miseria morale di cui avvertono la tristezza e il peso schiavizzante.

Le buone notizie sono per i prigionieri, i sequestrati, i carcerati con una pena “senza fine”.

L’evangelista “unto” dal Signore YHWH con uno spirito/rûa potente di liberazione viene ad annunciare l’anno giubilare, l’anno di grazia/šenat rāôn del Signore. La liberazione è il suo modo di “fare vendetta” (cf. 61,2b, non letto nella liturgia); non c’è da aver paura di faide e di tremende vendette più o meno trasversali. La sua “vendetta” consiste nel “consolare gli afflitti” (61,2c).

Il curriculum del candidato è ben fatto e molto interessante. Ma al colloquio di lavoro ci si deve presentare bene, senza trasandatezza ma anche senza eccessiva presunzione.

L’evangelista “unto” descrive l’abito che ha ricevuto in dotazione dal Signore YHWH. Nel cuore c’è una gioia divina, un’esultanza sovrumana che non si potrà nascondere a lungo. Le sue caratteristiche caratteriali e culturali fanno corpo unico con la sua persona.

Le qualità intime dell’evangelista sono rappresentate simbolicamente, a livello antropologico, da un elegantissimo mantello di “salvezza/yeša‘”, che nessun altro candidato può offrire, perché viene da Dio. È la pienezza di vita, la salvezza dal non senso, l’integratore introvabile che fa ricuperare tutte le forze perdute, trasformandole in energia pura.

Il vestito è quello perfetto usato per il matrimonio appena celebrato; i capelli sono tagliati in modo splendido, “divino”. Piace tanto alla sua sposa…

L’evangelista “unto” espone con chiarezza e sinteticità i propri progetti, le linee lavorative che gli piacerebbe elaborare qualora fosse assunto. Il suo intento operativo nel campo giuridico può essere paragonato ad un impegno ecologico.

Gli piace molto l’“ecologia umana”, l’“ecologia integrale”, l’“ecologia culturale” (Laudato si’ 137-162). È stata l’argomento della sua tesi di dottorato e di due master fatti in una ditta leader a livello mondiale. Le idee elaborate in quel pensatoio di cervelli – un ristrettissimo think thank, una Trilaterale ben nascosta alla “concorrenza” umana –, non sono ancora conosciute. Sono nuovissime.

Si tratta di far fiorire l’umanità come un “giardino/gan”, facendo crescere ben robuste le piante della “giustizia/edāqāh” interumana e intergenerazionale. Una giustizia che parte da quella umana, ma che la supera in maniera strabordante perché ricupera con il perdono, include in un patto interpersonale, fonda le uniche basi sicure per la pace. Il progetto potrebbe non piacere alle ditte fabbricanti di armi; tanto peggio per loro. Che convertano la loro produzione, se vogliono, perché hanno ormai nauseato i clienti con le loro prodotti.

Certo le idee che il candidato propone costituiscono un progetto di largo respiro, di medio e lungo termine. Se ben finanziato e rifinanziato, rivoluzionerà il modo di vivere della gente. Scopriranno di essere fatti per cose più grandi di quelle che pensano di elaborare a livello tecnologico. Anzi, forse capiranno che non tutto quello che è possibile fare tecnicamente è anche eticamente sostenibile, perché ritorna a vantaggio dell’uomo nella sua integralità.

C’è un cielo alto sopra le teste e i cuori degli uomini. Un cielo amico dell’uomo e del creato. Il candidato si propone un’ecologia umana integrale che renderà felici tutti i clienti che acquisteranno i nuovi prodotti. Li si produrrà in quantità enormi, industriali. Verranno a costare pochissimo, praticamente niente. Come prospettiva di fondo il candidato si propone di convertire il rancore della gente (cf. Rapporto CENSIS 2017) in amicizia, serenità, “lode”, ovverossia la capacità di ritornare a essere empatici, solidali, sorridenti.

La gente è in pace, si aiuta, il mondo è un giardino. C’è un cielo che ci vuole bene, lassù.

Giovanni, il testimone della luce

Sul cammino dell’Avvento del Veniente troviamo un altro caro compagno di viaggio, Giovanni Battista. Più che “il Battezzatore”, nel Vangelo secondo Giovanni egli è visto più in profondità come Giovanni il testimone. Nel flusso della storia, ma sul piano dell’essere, il Verbo era presente da sempre, anche prima dell’incarnazione.

A differenza della sua presenza continua, l’irruzione di Giovanni avviene in un punto preciso della storia, presentandosi come inviato da parte di Dio, con una missione che parte dall’alto per scendere sulla terra. La “grazia” espressa nel suo nome (“YHWH è/fa grazia”) si inserisce nel Prologo di Giovanni al suo Vangelo, tutto dedicato alla parabola del Verbo che, da Dio, si è incarnato per spiegare il Padre e per tornare a lui (insieme ai suoi fratelli).

La sua grazia è quello di essere testimone. Fiaccola che arse per un momento, della cui luce il popolo ebraico volle rallegrarsi solo per poco tempo (cf. 5,35), Giovanni trae in anticipo la sua stessa luminosità dalla Luce alla quale rende testimonianza perché tutti, attraverso di lui – il Verbo, con tutta probabilità – giungano alla fede (1,7).

Testimone è colui che vede i fatti, ne esperimenta gli effetti, è presente alla scena di cui si parla, espone la sua versione dei fatti nel tribunale che deve accertare la verità. Tutto il Vangelo di Giovanni è un processo a Gesù, il Verbo incarnato. Ma il Processato, l’Imputato mostrato per burla alla folla denigrante (cf. Gv 19,14), in realtà è – per l’ironia drammatica dell’evangelista – la Verità in persona, colui davanti al quale bisogna decidersi come una discriminante decisiva.

La testimonianza del primo giorno

Nel primo giorno (Gv 1,19-28) della settimana inaugurale (1,19–2,12) dell’attività del Messia, inizio di un mondo nuovo, una delegazione ufficiale scende da Gerusalemme a Betania oltre il Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Le autorità religiose di Israele (sommi sacerdoti, farisei e sadducei), spesso indicate dall’evangelista con la sigla simbolica de “i giudei”, compiono un’inchiesta ufficiale ispettiva circa i riti di purificazione attuati dal Battista.

Nell’identificarsi, egli nega decisamente di essere il messia/Cristo, o uno dei grandi profeti (Elia…). Il Battista ama presentarsi più come una pura voce che nel deserto grida a tutti di raddrizzare la via del Signore; la voce misteriosa che apre il Secondo Isaia (Is 40,3) annuncia la Parola. Quando la Parola, il Verbo, è pronunciato, la voce avrà terminato il suo compito e diminuirà fino a sparire.

Il Testimone dello Sconosciuto

Il testimone resta umilmente dentro i suoi limiti. Egli aiuta a raddrizzare la Via del Signore, la Via al Signore. La strada è sua, gli ostacoli e le curve sono degli uomini. E vanno rimossi e raddrizzati, perché il Veniente non faccia fatica a trovare cuori accoglienti e un popolo ben disposto.

L’evangelista Giovanni scrive il suo vangelo verso il 90 d.C., quando ancora serpeggiavano nelle comunità le discussioni su chi fosse il più grande fra Gesù e Giovanni Battista (cf. At 19,1-7: a Efeso il gruppetto di “circa” dodici giovanniti non conoscono lo Spirito Santo e hanno ricevuto solo “il battesimo di Giovanni”).

Il testimone sta al suo posto, con gioia e umiltà. Fa la propria professione di fede (hōmologeō v. 20[bis]), che nel 90 d.C. costava l’espulsione dalla sinagoga (aposynagogos; i genitori del cieco nato guarito temevano questo, cf. 9,22).

L’ultima ricorrenza del verbo, in 12,42, riguarda addirittura la paura dei farisei: «Tuttavia, anche tra i capi, molti credettero in lui, ma, a causa dei farisei, non lo dichiaravano (ouch hōmologoun), per non essere espulsi dalla sinagoga (hina mē aposynagogoi genōntai). L’evangelista commenta con triste ironia: “Amavano infatti la gloria degli uomini più che la gloria di Dio».

Il Battista riconosce di operare solo un gesto di purificazione esterna con l’acqua, segno esterno della confessione dei propri peccati, della volontà interiore di cambiare vita e cuore, di “raddrizzare la Via del Signore”. Il Testimone indica però una presenza misteriosa. Tra il popolo è già presente uno che è ancora sconosciuto, e che in tutta la narrazione evangelica sarà al centro di un processo: “Di dove (pothen) sei?” gli si chiede, più o meno esplicitamente, in tutto il suo cammino.

Alla Festa delle Capanne la gente afferma: «Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia». Al che Gesù, insegnando nel tempio risponde esclamando: «… Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete» (7,28).

Gesù, l’“l’Inviato Imputato”, conosce benissimo la sua provenienza, anch’essa purtroppo sconosciuta ai suoi interlocutori. Per questo insegna nel tempio e dice ai farisei: «Anche se io do testimonianza di me stesso, la mia testimonianza è vera, perché so da dove sono venuto e dove vado. Voi invece non sapete da dove vengo o dove vado» (8,14). Ai giudei – cifra riassuntiva del popolo ebraico, talvolta delle sue autorità religiose, alcune volte con sfumatura negativa di forze ostili a Gesù – che chiamano per la seconda volta il cieco nato guarito a testimoniare su chi lo abbia sanato, egli risponde: «“Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia”. Rispose loro quell’uomo: “Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi”».

E il Vangelo secondo Giovanni si volge verso la sua conclusione drammatica con la domanda ancora irrisolta, stavolta posta sulle labbra di Pilato: «Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: “Di dove sei tu?”. Ma Gesù non gli diede risposta» (Gv 19,9).

Tempo scaduto. Non servono più le parole. Parlerà silente la Parola. Parleranno l’amore delle piaghe, la ferita sanguinante (cf. 19,31-34): «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate».

Il testimone dello Sposo

Il Battista rende la sua ultima testimonianza alla delegazione ispettiva nel “primo giorno”. C’è una persona – risponde – «che viene dopo di me; a lui io non sono “degno/axiosi” di slegare il laccio del sandalo» (v. 27). Il Battista non esprime solo un animo di grande umiltà e bassezza sociale. Sciogliere i sandali del padrone non poteva essere infatti richiesto neppure all’ultimo degli schiavi ebrei. Il Battista rende una testimonianza molto più profonda.

Secondo la legge del levirato (cf. Dt 25,5-11), il fratello maggiore doveva sposare la moglie lasciata vedova e senza figli dal proprio fratello defunto. Egli avrebbe in tal modo assicurato la continuità della discendenza alla famiglia ed evitato la dispersione dei beni familiari. Se il fratello si fosse rifiutato di compiere il proprio diritto/dovere, avrebbe dovuto togliersi un sandalo e consegnarlo a un altro che aveva il diritto/dovere del levirato in seconda battuta (cf. Rt 4,10).

Secondo Dt 25,9 la scena si svolgeva però in maniera più drammatica: «Allora gli anziani della sua città lo chiameranno e gli parleranno. Se egli persiste e dice: “Non ho piacere di prenderla”, allora sua cognata gli si avvicinerà in presenza degli anziani, gli toglierà il sandalo dal piede, gli sputerà in faccia e proclamerà: “Così si fa all’uomo che non vuole ricostruire la famiglia del fratello”. La sua sarà chiamata in Israele la famiglia dello scalzato».

Il Battista riconosce con umiltà la sua incapacità giuridica di arrogarsi il ruolo di sposo del popolo di Israele. Egli è solo un testimone, lo Sposo è un altro, uno Sconosciuto al popolo e a lui stesso (cf. Gv 1,33). Lo Sposo è Gesù (cf. 2,1-12 “Le nozze di Cana”, a conclusione della settimana inaugurale del Messia, 1,19–2,12) e il Battista è solo l’“amico dello sposo” che gioisce e diminuisce: «Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire».

Il Veniente Sconosciuto nell’Avvento, l’Inviato Imputato, è lo Sposo della Chiesa e Giovanni Battista ne è il suo testimone ardente e luminoso.

Egli gioisce alla voce dello Sposo e con la Chiesa tutta invoca: Maranà Thà/Signore nostro, vieni!”.

 

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