III Avvento: La gioia di chi attende l’aurora

di: Fernando Armellini

La lingua ebraica è piuttosto povera di sinonimi, eppure, per esprimere la gioia, nella Bibbia sono impiegati ben ventisette vocaboli. Nelle sacre Scritture ci sono le grida disperate di chi non trova risposta al mistero del dolore, ma più spesso risuonano i “canti di gioia di una moltitudine in festa” (Sl 43,5) e gli inni di riconoscenza a Dio: “Gioisca il mio cuore nella tua salvezza e canti al Signore che mi ha beneficato” (Sl 13,6).

Nei vangeli c’imbattiamo in persone dal volto triste: il giovane ricco che non ha il coraggio di staccare il cuore dai beni (Mt 19,22), i due discepoli in cammino verso Emmaus (Lc 24,17). In certi momenti si rabbuia anche il volto di Gesù (Mc 3,5; Mt 26,38). Ma un clima di gioia pervade tutte le pagine evangeliche, dalla promessa di un figlio a Zaccaria “Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita” (Lc 1,14), alla “grande gioia” annunciata ai pastori (Lc 2,10-11), alla gioia di Zaccheo che accoglie il Signore nella sua casa (Lc 19,6), fino alla gioia incontenibile dei discepoli nel giorno di pasqua (Gv 20,20).

C’è però un personaggio che ci riesce difficile immaginare col volto ilare: è Giovanni, figlio di Zaccaria, il predicatore incaricato di prepararci all’avvento del Signore. Viveva nel deserto e, quando usciva, pare lo facesse solo per incutere paura, minacciando fuoco dal cielo, scure alla radice degli alberi, tremendi castighi (Mt 3,7-12). Eppure anch’egli, una volta, si è rallegrato. Quando riconobbe la voce dello sposo che stava per arrivare esclamò: “L’amico dello sposo esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è giunta al colmo” (Gv 3,29).

La venuta di Gesù è sempre accompagnata dalla gioia e nessun volto – nemmeno quello del Battista – può rimanere triste.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Rallegriamoci ed esultiamo, perché sono giunte le nozze dell’Agnello”

Prima Lettura (Is 61:1-2a.10-11)

1 Lo spirito del Signore Dio è su di me
perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione;
mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri,
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
a proclamare la libertà degli schiavi,
la scarcerazione dei prigionieri,
2 a promulgare l’anno di misericordia del Signore.
10 Io gioisco pienamente nel Signore,
la mia anima esulta nel mio Dio,
perché mi ha rivestito delle vesti di salvezza,
mi ha avvolto con il manto della giustizia,
come uno sposo che si cinge il diadema
e come una sposa che si adorna di gioielli.
11 Poiché come la terra produce la vegetazione
e come un giardino fa germogliare i semi,
così il Signore Dio farà germogliare la giustizia
e la lode davanti a tutti i popoli.

Nella prima lettura della scorsa domenica abbiamo ascoltato l’invito accorato del profeta anonimo che, a Babilonia, invitava gli esuli a preparare la via al Signore che stava per venire a liberarli, a ricondurli nella terra dei loro pa­dri. Prometteva prodigi: fiumi d’acqua fresca sgorgati nel deserto, grida di gioia e canti di festa avrebbero accompagnato il ritorno a Gerusalemme.

Passarono pochi anni e gli eventi politici gli diedero ragione: nel 538 a.C. Ciro entrò trionfante in Babilonia ed emanò l’editto di libertà per tutti i deportati (Esd 6,3-5).

Fi­duciosi nelle parole del profeta, un gruppo di israeliti, l’anno seguente, intraprese la via del ritorno. Fu un viaggio difficoltoso, pieno di asprezze e pericoli, che si concluse con la più sgradita delle sorprese: l’accoglienza fredda, anzi, ostile, da parte degli israeliti rimasti in patria.

Sorretti dal­l’entusiasmo e dalla speranza, i rimpatriati riuscirono comunque a superare le prime diffi­coltà, ma poi le delu­sioni si susseguirono a ritmo incalzante, sempre più amare: la città era indifesa e senza mura, le case cadenti, i terreni dei loro padri tutti occupati; ci furono anche alcuni anni di siccità che ridussero all’indigenza numerose famiglie. I nuovi arrivati finirono per caricarsi di debiti e divennero schiavi di proprietari terrieri senza scrupoli e approfittatori. Erano dunque ingannevoli le promesse udite a Babilonia?

In questa situazione difficile ecco sorgere un altro profeta. La let­tura di oggi riporta le parole con cui si presenta a questi israeliti scoraggiati e affranti. Sono stato inviato – dichiara – per infondere coraggio e speranza in chi è deluso, per curare chi ha il cuore spezzato, per portare una lieta notizia a coloro che soffrono, per annunciare la libertà agli schiavi e promulgare, da parte del Signore, un anno di grazia (vv. 1-2).

Non ha armi, non denaro, non potere politico per imporsi; possiede solo la parola, è latore di una promessa, sicura, perché formulata da Dio: è giunto l’anno giubilare, quello in cui “ognuno tornerà in possesso della sua proprietà” (Lv 25,10). Nessuno deve più rassegnarsi a vivere nella miseria e nella schiavitù, per i poveri è il momento di alzare il capo e di recuperare la propria dignità.

Si realizzarono queste promesse? Ci fu, sì, qualche leggero miglioramento, ma le ingiustizie, la corruzione, le angherie andarono avanti come prima.

Difficile continuare a credere e a sperare di fronte a delusioni così cocenti. C’erano tutte le ragioni per abbandonare la fede, invece il popolo non si perse d’animo, convinto che non sarebbe stato tradito dal suo Signore e che, anche se non immediatamente, certo la parola di Dio si sarebbe poi adempiuta.

Nella sinagoga di Nazaret, all’inizio della sua vita pubblica, dopo aver letto le promesse conso­lanti di questo profeta, Gesù proclamò solennemente: “Oggi si è com­piuta la parola della Scrittura che avete appena udito” (Lc 4,21). Era l’annuncio che era giunto il giorno atteso da secoli, quello che segnava la fine di ogni schia­vitù, miseria e dolore.

Eppure, neanche con Cristo si è adempiuta pienamente la profezia, come non si era realizzata, cinquecento anni prima, al tempo del ritorno dall’esilio.

Chi non entra nell’ottica dei profeti è indotto a pensare che essi scambino i miraggi con la realtà e prendano per certezze quelle che sono solo velleità o speranze. Non è così. I profeti erano dotati di uno sguardo nuovo, vedevano il mondo in modo diverso e sapevano scorgere, già nello spuntare dell’aurora, lo splendore del giorno pieno. Come i profeti, anche Gesù guardava lontano e contemplava il mondo nuovo, già pienamente realizzato, dove “non ci sarà più né lutto né lamento” (Ap 21,4).

Solo chi ha occhi come i suoi non si scoraggia di fronte alla realtà, a volte assurda e crudele, crede nella realizzazione delle promesse di Dio e offre il suo contributo affinché il seme del regno dei cieli, posto nella terra da Cristo, si sviluppi e giunga presto a maturazione.

Nella seconda parte della lettura (vv. 10-11) il profeta intona un canto di lode: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta”. Sono le parole che troviamo anche sulla bocca di Maria (Lc 1,46).

Come mai questi israeliti che si trovano in mezzo ad afflizioni, sono colpiti da sventure, si muovono in mezzo a tante difficoltà, innalzano a Dio un inno di lode? Perché possiedono lo sguardo del credente. Sono così certi della fedeltà del loro Dio, sono così sicuri che egli libererà i poveri, consolerà gli afflitti, medicherà i cuori affranti, che vedono già realizzate le sue promesse.

Il profeta prende la parola a nome di Gerusalemme e pone sulla bocca della città, ancora in rovina, il canto di gioia della sposa. Deposto l’abbigliamento triste della vedova, essa è rivestita dal Signore con un abito dalle stoffe pregiate: le “vesti di salvezza” coprono le ferite della violenza, “il manto della giustizia” ha preso il posto degli stracci logori dei soprusi e delle vessazioni, “i gioielli” hanno sostituito le catene della schiavitù.

Non è ancora accaduto nulla, eppure lo sguardo del profeta spazia lontano, oltre gli orizzonti angusti delle meschinità umane. Invita a coltivare, anche nelle situazioni più drammatiche, l’ottimismo e la speranza, fondati sulla certezza che Dio porterà a compimento il suo progetto sul mondo.

L’immagine del seme che spunta e cresce fino a divenire un grande albero chiude la visione: tutti i popoli contempleranno Gerusalemme, divenuta un giardino in cui germoglia e da cui si diffonde la giustizia (v. 11).

Seconda lettura (1 Ts 5,16-24)

Fratelli 16 State sempre lieti, 17 pregate incessantemente, 18 in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.
19 Non spegnete lo Spirito, 20 non disprezzate le profezie; 21 esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. 22 Astenetevi da ogni specie di male.
23 Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. 24 Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!

Siamo alla fine della Lettera ai tessalonicesi e Paolo, prima dei saluti, introduce alcune esortazioni conclusive riguardanti la vita comunitaria.

Raccomanda: “Siate sempre lieti!” (v. 16). La gioia è uno dei segni caratteristici della presenza dello Spirito di Dio nel cuore dell’uomo (Gal 5,22).

È facile confonderla con il piacere, il piacere dell’alcool, della droga, della vita immorale. Paolo indica ai tessalonicesi la sorgente della vera gioia. Essa nasce dalla preghiera: “Pregate incessantemente, rendete grazie” (v. 17-18).

La gioia è il frutto dell’apertura del cuore agli impulsi dello Spirito che arricchisce dei suoi doni la comunità ed è accordata da Dio a chi conduce una vita irreprensibile (vv. 19-22).

Una comunità che tiene presente queste esortazioni dell’Apostolo diviene “santa” (vv. 23-24), cioè completamente diffe­ren­te da altri gruppi, associazioni e sette. Questa santificazione è opera di Dio.

Vangelo (Gv 1,6-8.19-28)

6 Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni.
7 Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8 Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce.
19 E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: “Chi sei tu?”. 20 Egli confessò e non negò, e confessò: “Io non sono il Cristo”. 21 Allora gli chiesero: “Che cosa dunque? Sei Elia?”. Rispose: “Non lo sono”. “Sei tu il profeta?”. Rispose: “No”. 22 Gli dissero dunque: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?”. 23 Rispose:
“Io sono voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia”.
24 Essi erano stati mandati da parte dei farisei. 25 Lo interrogarono e gli dissero: “Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?”. 26 Giovanni rispose loro: “Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, 27 uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo”.
28 Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

“Dolce è la luce e agli occhi piace vedere il sole” (Qo 11,7). Alla luce sono associate risonanze positive ed emozioni piacevoli; “venire alla luce” è sinonimo di nascere (Gb 3,16), “vedere la luce” equivale a “essere vivo” (Gb 3,20).

Questo simbolismo, presente in tutta la Bibbia, è ripreso, nel Nuovo Testamento, soprattutto dall’evangelista Giovanni. Fin dal prologo egli presenta la venuta di Cristo nel mondo come l’apparire della luce: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1,4-5).

Anche la figura del Battista è introdotta con la stessa immagine. Nella prima parte del brano di oggi (vv. 6-8) egli è identificato come l’uomo mandato da Dio per rendere testimonianza alla luce. Ha una missione così importante che, in soli due versetti, è richiamata per ben tre volte.

Alla fine del I secolo d.C., quando Giovanni scrive il suo vangelo, erano ancora molti coloro che si professavano discepoli del Battista e si rifacevano a lui come al sommo modello di vita, addirittura in opposizione a Gesù. È per questo che all’evangelista preme mettere in chiaro la posizione del precursore rispetto a Cristo. Non era il Battista la luce del mondo, egli fu solo il primo che riconobbe “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9). Non si lasciò ingannare dalle lusinghe di chi, stupito dai suoi insegnamenti e ammirato per la sua rettitudine, era convinto che fosse lui il messia. Rimase al suo posto, si mantenne fedele alla sua missione.

Durante l’Avvento ci viene proposta la sua testimonianza. Come ha fatto con i suoi contemporanei, egli addita oggi ad ogni uomo la luce del mondo, Cristo: chi segue lui non cammina nelle tenebre, ma avrà la vita (Gv 8,12). È opportuno questo suo richiamo perché gli sfavillii delle proposte di vita ingannevole sono innumerevoli e seducenti, ma sono bagliori che presto si affievoliscono e si rivelano lucignoli di morte. Solo la luce di Cristo indica i valori autentici, quelli su cui non ci si rammaricherà mai di avere puntato la vita.

Nella seconda parte del brano (vv. 19-23) viene introdotta una commissione, composta da sacerdoti e leviti, inviata dall’autorità religiosa per avere spiegazioni dal Battista riguardo alla sua identità e al suo comportamento. A Gerusalemme si cominciava ad essere preoccupati per il suo crescente prestigio, per le emozioni che suscitava e le speranze che risvegliava con la sua predicazione. Per tre volte le guide spirituali del popolo gli rivolgono ansiose la stessa domanda: “Chi sei?”. Sul suo conto si stanno diffondendo molte voci: c’è chi lo considera il messia, chi lo ritiene “il profeta” che, secondo la promessa di Mosè, Dio avrebbe suscitato per gui­dare Israele (Dt 18,1-5), c’è anche chi sostiene che egli sia Elia redivivo.

Il Battista è leale, non accetta identificazioni, onori, titoli che non gli spettano; dichiara di non essere né il Cristo, né Elia, né il grande profeta, si definisce semplicemente voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore.

Difficile immaginare qualcosa di più labile e caduco della voce che, non appena ha comunicato il messaggio, si dissolve senza lasciare traccia. Il Battista non vuole che gli occhi siano puntati su di lui, ma su Cristo: “Egli deve crescere, io invece diminuire” – dirà in seguito (Gv 3,30). Svolta la sua missione, è lieto di farsi da parte, fa in modo che non nascano equivoci, rifugge da ogni forma di “culto della personalità”.

Per riconoscere Cristo-luce è necessaria la testimonianza di qualcuno che, come il Battista, sia riuscito a scoprirne l’identità. La fede non nasce da ragionamenti o da pseudorivelazioni, ma dall’ascolto: “Come potranno credere – si chiede Paolo – senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? La fede dipende dunque dalla predicazione” (Rm 10,14-17).

Anche il Battista ha compiuto un cammino di fede. Riconosce di essere arrivato progressivamente alla scoperta di Cristo: “Io non lo conoscevo”, ma dopo averlo visto cominciai a rendergli testimonianza e a indicarlo come il figlio di Dio (Gv 1,29-34).

Questo cammino spirituale si ripete nella vita di ogni credente: si comincia dalla scoperta della vera identità di Cristo, poi si giunge alla convinzione che merita piena fiducia e infine si diviene testimoni della propria fede, come affermava Paolo: “Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo” (2 Cor 4,13).

Nella terza parte (vv. 26-28) c’è anzitutto il richiamo del Battista: “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”. Questo disconoscimento appare inspiegabile.

Da secoli Israele attendeva il messia, eppure quando lo vide arrivare non lo riconobbe. Un velo impediva agli occhi di questo popolo di cogliere la vera identità di Gesù di Nazaret. Una fitta nebbia, costituita dalle convinzioni religiose inculcate dalle guide spirituali, offuscava le menti e appesantiva i cuori. Israele era persuaso di costituire una comunità santa, viveva separato e disprezzava gli altri popoli, considerava l’elezione un privilegio, non una vocazione al servizio, attendeva un messia che si sarebbe schierato al suo fianco, non per portare la salvezza ai pagani, ma per annientarli.

Il Battista è riuscito ad aprire gli occhi ad alcuni suoi contemporanei e, in questo tempo di Avvento, rivolge ad ognuno di noi l’invito a riconoscere in Gesù l’unica luce e ad evitare “la via degli empi, che è nebbia fitta” (Pr 6,23).

L’ultima affermazione del precursore: “Viene uno, dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo” (v. 27) è comunemente intesa come una dichiarazione di umiltà. Si tratta invece di un’immagine, un po’ enigmatica per noi, ma chiara per gli interlocutori del Battista che conoscevano la legge e le tradizioni. Togliere il sandalo era un gesto contemplato dalla legislazione matrimoniale d’Israele: significava appropriarsi del diritto di sposare una donna che spettava ad un altro (Dt 25,5-10; Rt 4,7).

Dichiarando di non poter sciogliere il legaccio dei sandali, il Battista afferma di non avere alcun diritto di sottrarre la sposa a Cristo. È lui il messia, è lui il Dio-con-noi venuto per celebrare le nozze con l’umanità. In seguito il precursore si esprimerà con chiarezza, senza più ricorrere a metafore: “Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta” (Gv 3,28-29).

L’Avvento è il tempo in cui la sposa (l’umanità, la chiesa) si prepara ad accogliere lo sposo e il Battista è l’amico dello sposo, incaricato di favorire questo incontro d’amore.

Per molti israeliti Gesù è stato un personaggio insignificante, è passato senza che si rendessero conto che egli era venuto per portare loro la gioia, per dare inizio alla festa. Il pericolo di accorgersi in ritardo della sua presenza incombe anche oggi.

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