Il dono di Dio

di: Roberto Mela

Per strada bisogna bere. Se l’impegno è molto pesante, bisogna reidratarsi più volte e assumere anche integratori e minerali. Gli anziani vanno costretti a bere, altrimenti si disidratano senza accorgersene, con serie conseguenze per i reni. Non si può vivere più di qualche giorno senza bere. Anche il catecumeno che si prepara al battesimo nella notte di Pasqua lo sa molto bene e deve sapere bene anche dove trovare l’acqua buona, fresca e abbondante. Dopo aver detto di no al male ed esserci deciso a vincerlo insieme e come Gesù, nel cammino quaresimale il catecumeno (e noi con lui) ha già intravisto la gloria della Pasqua nella trasfigurazione di Gesù sul monte.

Nell’aderire con tutto se stesso alla volontà di bene del Padre, Gesù trova tutta la verità di se stesso come Figlio, lo splendore dell’amore che riceve e ridona al Padre nello Spirito. Non può trattenere dentro di sé questa sua «gloria», che per un momento lo rende “trasparente”. Ora il catecumeno deve mettersi in cammino, cercando ogni giorno quell’acqua viva, fino a immergersi totalmente in essa nel battesimo…

Il Signore è in mezzo a noi sì o no?

Ottima cosa essere stati liberati dalla schiavitù del Faraone, ma per poi morire di sete nel deserto non ne valeva la pena… La schiavitù con la vita val quasi di più della libertà senza acqua da bere. Il popolo mormora, e lo farà più di una volta durante il cammino nel deserto. Diventare liberi richiede uscire dall’Egitto, attraversare il deserto ed entrare nella terra promessa. Non si può saltare uno stadio del percorso. E attraversare l’ignoto, col suo paesaggio arido e roccioso sfianca chiunque, e alla fine sale alto il mormorio della querela giuridica, una disputa giuridica bilaterale (rîb). Il popolo querela Mosè, ma il bersaglio grosso è YHWH, il Dio liberatore. Egli ha liberato la gente, egli deve anche mantenerla in vita. Essa sta lentamente prendendo coscienza di essere il popolo di Dio, ma YHWH deve dare prova concreta del suo essere liberatore.

Mosè intercede presso il Signore, perché sa che il referente ultimo della querela è lui. «Che cosa fare con questo popolo?». «L’ho forse messo al mondo io tutto questo popolo?», si lamenterà a sua volta Mosè col Signore (Nm 11,12). E il Signore con pazienza deve accogliere la querela (rîb) e la prova (massah) alle quali lo costringe il suo popolo. Il bastone di Mosè (ricevuto da YHWH, Es 4,2ss) ha colpito il Nilo, aprendo la strada della libertà (cf. Es 14,16). Lo stresso bastone colpirà la roccia del monte Horeb, sopra il quale sta YHWH.

L’acqua della morte da cui è scampato scaturirà ora come acqua di salvezza che disseterà per la vita. Acqua di morte e acqua di vita. Acqua di battesimo (baptisma da baptizō), acqua di “immersione”. Non posso vivere la vita nuova, con l’acqua nuova, se non passando per le acque della morte di una vita rinchiusa nella schiavitù dell’Egitto.

Sulla roccia ci sta YHWH, lui è la Roccia, lui è l’acqua che sgorga dalla roccia. Se tu sapessi chi hai percosso… hai percosso in anticipo il costato del Redentore, da cui sgorga acqua e sangue a torrenti (cf. Gv 19,34). «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37; Zc 12,10)…

Il popolo ha querelato YHWH e lo ha messo alla prova. La geografia della salvezza conserverà i nomi dei luoghi che testimoniano il percorso faticoso compiuto dai nostri padri nella fede. In fondo, il dubbio che li corrodeva è anche il nostro e, alla fine, deve scoppiare per mettere sì alla prova il Signore, ma soprattutto perché venga a galla ciò che noi abbiamo nel cuore (cf. Dt 8,2).

Se tu conoscessi il dono di Dio…

L’odiata ed eretica donna samaritana va al pozzo a mezzogiorno. Lei cerca a un’ora insolita l’acqua della vita. La cerca in solitudine, lontana dal resto delle donne della mattina presto. La cerca sotto il sole cocente, ma almeno così può restare sola con i suoi pensieri e i suoi crucci. La vita è stata dura con lei e il suo cuore è ormai disastrato dal tanto cercare un amore fedele e sereno, appagante e fecondo di vita.

Quell’uomo che intravede da lontano è un odiato giudeo, ma nella vita bisogna saper parlare con tutti, non negare il saluto a nessuno. A ben guardare non «sedeva presso il pozzo», ma «se ne stava seduto sulla fonte», proprio la fonte che il patriarca Giacobbe aveva dato a suo figlio Giuseppe. La donna cerca acqua ma non è quella che potrà soddisfarla in profondità, dissetare l’amore che cerca. Infatti aveva detto YHWH attraverso il suo profeta Geremia: «Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua» (Ger 2,13). Hanno abbandonato me, ma ora il mio Inviato è lì, seduto sulla fonte. Non è il pozzo (phrear) screpolato che la donna deve cercare, ma la fonte (pēgē) dell’acqua viva.

Una leggenda del popolo ebraico dice che i pozzi accompagnavano il cammino del popolo nel deserto e quando esso cantava «i canti del pozzo» e scavavano con il bastone della Torah (= L’Istruzione) questi facevano zampillare la loro acqua. Ora Gesù è seduto sopra la fonte e l’istruzione/Torah di YHWH passa ora attraverso il suo corpo, la sua vita e scaturisce dal suo cuore.

Per andare dal sud della Giudea al nord, in Galilea, si deve passare per la Samaria. Ma Gesù poteva evitare la strada pericolosa della cresta montagnosa e fare il tragitto, faticoso ma più sicuro, lungo la fossa del Giordano. Gesù vuole “uscire”, vuole incontrare quella gente considerata odiata ed eretica dai giudei per le loro origini imbastardite dalla pulizia etnica del 722 a.C. che aveva portato in quei luoghi sette popolazioni di città mesopotamiche diverse, ognuna con la propria divinità appresso (cf. 2Re 17,24-41).

Gesù è già stancato dalla fatica apostolica (cf. anche vv. 38, bis), eppure cerca l’incontro con chi è disastrato. Non sta bene che un pio rabbi emergente parli da solo con una donna, straniera, seppur in luogo aperto. Sì, era già successo varie volte che un incontro al pozzo avesse portato a un fidanzamento e a un matrimonio (Gen 2,11ss: il servo di Abramo incontra al pozzo Rebecca, che porterà in sposa a Isacco; Gen 29, 2ss: al pozzo Giacobbe incontra Rachele, che sposerà dopo tanto travaglio; in Es 2,15ss Mosè fa bere al pozzo il bestiame di Ietro e avrà in sposa Zippora).

Gesù cerca e accetta con cuore libero l’incontro con la donna straniera. Chiede da bere alla Samaritana, ma in fondo ha sete della sua fede. Fede in lui, che disseti per sempre il suo cuore in ricerca. «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva», le fa osservare Gesù. Il dono di Dio è Gesù, la parola di Dio che disseta per sempre. La sua parola è acqua viva perché lo Spirito che Gesù manderà sugli uomini la farà entrare all’interno della vita come fluido che rinnova, che risponde alle domande più riposte e sana le ferite più profonde.

Gesù intravede il cuore “scompensato” della donna, al limite dell’infarto. I cinque mariti possono alludere all’idolatria dei sette popoli importati a forza in Samaria, ma in prima battuta sono la pista d’amore della donna che lascia dietro di sé una scia di sangue e di lacrime perdute, che nessuno nota e nessuno raccoglie.

La donna vede che quell’uomo è sì un odiato giudeo, ma è anche una persona accogliente, gentile, che vede nel profondo. Dapprima la donna lo chiama «giudeo» (v. 9), poi «Signore» (v. 11), quindi «profeta» (v. 19), infine allude a «il Messia, chiamato il Cristo» (v. 25), atteso anche dai samaritani. Compie un percorso di fede, perché è stata incontrata da un uomo accogliente, grande di cuore, cercatore dei cercatori di Dio, amante della felicità degli uomini figli di Dio.

È un uomo di Dio che relativizza anche cose ritenute intoccabili e indispensabili: il tempio dove adorare Dio. Per Gesù non è importante il luogo, per quanto sacro sia e ricco di storia. Dio cerca adoratori che abbiano lasciato introdurre dallo Spirito di Dio nel proprio cuore la Verità della sua persona, cioè la rivelazione del volto del Padre che lui, Gesù, l’Inviato, è venuto a portare agli uomini. Chi assimila nello Spirito ciò che Gesù rivela del Padre con le sue parole e i suoi “segni” adora il Padre in Verità. La relazione col Padre avviene solo accettando cordialmente la Rivelazione portata dal Figlio e interiorizzata dallo Spirito. L’adorazione vera del Padre, l’incontro che porta alla vita nuova, non avviene su un monte o sull’altro (Gerusalemme o Garizim), non nel tempio sul Moria a Gerusalemme o sul tempio eretto in Samaria sul Garizim, ma nel cuore aperto e sintonizzato con la volontà del Padre.

Questa rivelazione è un volto, è un cuore, è una persona, è Gesù. Questa rivelazione è l’acqua viva che sgorga dal cuore di Gesù e si travasa nel cuore del credente, facendo sgorgare in lui una fonte di derivazione che zampilla portando alla vita «eterna», cioè vita da figli di Dio, piena e felice fin d’ora.

Mi ha detto tutto quello che ho fatto…

Bellissima e vera, la reazione della donna. Tra le tante cose dette e sentite, tra le cose capite e quelle troppo misteriose per essere comprese, lei testimonia l’impatto della persona di Gesù sulla propria vita. È un impatto di verità, che le porta verità. E questo è il primo passo per fare grandi cose nella vita, vere e quindi anche buone e belle. È stata colpita dal modo gentile e pieno di tatto di quel giudeo, profeta e anche qualcosa di più (lo ha intuito). Non gli ha puntato negli occhi un faro di luce accecante, non gli ha sbattuto in faccia un ideale, una regola, una norma, seppur buona e corretta.

Gesù ha incontrato la persona, le ha aperto una via di riscatto e di crescita, ha seguito una “legge della gradualità” nella sua situazione complessa e “imperfetta” che l’ha toccata nel cuore. Ella testimonia ai suoi compaesani quello che più l’ha colpita. Testimonia con la vita «incontrata/toccata». La sua parola (logos) li porta a un inizio di fede (episteusan, «cominciarono a credere», aoristo ingressivo, credo). Vanno da Gesù (vengono alla fede) e gli chiedono con insistenza ripetuta (imperfetto di durata) di «rimanere» presso di loro.

La dimora dove Gesù «rimane» normalmente è il Padre e il suo amore (cf Gv. 15,10), e il Padre normalmente «rimane» in Gesù (cf. Gv 14,10). Ma a Gesù piace incontrare le persone nella loro vita, nel loro lavoro, nelle loro case. Rimane perciò presso gli odiati ed eretici samaritani due giorni; al terzo giorno mi piace vedere nella loro fede crescente la luce della fede pasquale del catecumeno che sta facendo il percorso quaresimale. Egli ha sentito i discorsi (lalia, v. 42, da non deprezzare a discorsi/chiacchere-da-donne) dei suoi catechisti.

Quando il Vangelo di Giovanni fu composto nella sua forma definitiva (circa verso il 90-95 d.C.) la Samaria era già stata evangelizzata dalla fatica apostolica di tanti testimoni/catechisti (cf. v. 38). Ma, alla fine, ciò che è decisivo per il catecumeno, per ogni cristiano, per chi “ricomincia”, per chi è considerato “lontano” è l’incontro personale amoroso con Gesù Cristo.

Dicono i compaesani alla donna: «akēkoamen (perfetto)/“abbiamo ascoltato e ciò che abbiamo sentito è rimasto profondamente in noi anche ora nei suoi effetti”) e oidamen/ (perfetto con valore di presente)/“sappiamo per aver avuto e accettato una rivelazione” che questi è veramente il salvatore del mondo».

La Samaritana aveva lasciato al pozzo l’anfora della sua vita vecchia. Aveva potuto gustare un poco dell’acqua viva che Gesù le aveva dato in dono con la sua rivelazione («Sono io, che parlo con te», v. 26).

Che strada prenderà ora? Che cammini percorrerà il suo cuore in cerca di amore vero? Non lo sappiamo. Ciò che importa è il fatto che è stata accettata così com’era, ha potuto parlare liberamente e ascoltare con cuore aperto. Non è stata giudicata, disprezzata o mantenuta – neanche implicitamente – nella secolare emarginazione della scomunica. Ha una coscienza illuminata, da rispettare, da incoraggiare perché prenda le decisioni più giuste e feconde per la sua vita. Adesso ha un cammino davanti a sé, forse ancora un po’ di deserto da attraversare, ma ora ha una «fonte d’acqua viva» che la accompagna. E quando alla sera, nell’intimità della sua casa, canta a mezza voce «i canti del pozzo» sente gorgogliare dentro di sé un’acqua fresca, viva, nuova, che viene da lontano e che porta pace e vita…

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