2 novembre: Insegnaci a contare i nostri giorni

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Usciamo dal grembo materno ed entriamo in questo mondo; dopo l’infanzia facciamo il nostro ingresso nell’adolescenza; lasciamo l’adolescenza per la giovinezza, la giovinezza per l’età matura e la vecchiaia. Infine viene il momento di partire da questo mondo al quale ci siamo forse affezionati al punto da ritenerlo la dimora definitiva e di non volerlo più abbandonare.

Eppure su questa terra la nostra aspirazione alla pienezza della gioia e della vita viene continuamente frustrato.

Quando, con disincanto, consideriamo la realtà, verifichiamo ovunque segni di morte – malattie, ignoranza, solitudine, fragilità, fatica, dolore, tradimenti – e concludiamo: no, non può essere questo il mondo definitivo, è troppo ristretto, troppo segnato dal male.

In noi affiora allora il desiderio di spaziare al di là dell’orizzonte angusto in cui ci moviamo; sogniamo perfino di essere rapiti su altri pianeti dove forse si è liberi da ogni forma di morte.

Nell’universo che conosciamo, il mondo al quale aneliamo non esiste.

Per appagare il bisogno di infinito che Dio ci ha messo in cuore è necessario lasciare questa terra e intraprendere un nuovo esodo.

Ci viene chiesta una nuova uscita, l’ultima – la morte – e questa ci spaventa.

Anche i tre discepoli che, sul monte della trasfigurazione, hanno udito Gesù che parlava del suo “esodo” da questo mondo al Padre (Lc 9,31) sono stati colti da paura: “Caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: ‘Alzatevi e non temete!” (Mt 17,6-7).

A partire dal III secolo compare, nelle catacombe, la figura del pastore con la pecora in spalla. È Cristo che prende per mano e stringe fra le sue braccia l’uomo che ha paura di attraversare da solo la valle oscura della morte. Con lui, il Risorto, il discepolo abbandona sereno questa vita, certo che il pastore al quale ha affidato la propria vita lo condurrà “in prati verdeggianti e verso fonti tranquille” (Sl 23,2) dove troverà ristoro dopo il lungo e faticoso viaggio nel deserto arido e polveroso di questa terra.

Se la morte è il momento dell’incontro con Cristo e dell’ingresso nella sala del banchetto di nozze, non può essere un evento temuto. È attesa.

L’esclamazione di Paolo: “Per me morire è un guadagno. Desidero essere sciolto dal corpo per stare per sempre con Cristo” (Fil 1,21.23) dovrebbe essere proferita da ogni credente.

Per interiorizzare il messaggio, oggi ripeteremo:
Insegnaci, Signore, a contare i nostri giorni.

I Messa

Prima lettura (Gb 19,1.23-27a)

1 Giobbe allora rispose:
23 Oh, se le mie parole si scrivessero,
se si fissassero in un libro,
24 fossero impresse con stilo di ferro sul piombo,
per sempre s’incidessero sulla roccia!
25 Io lo so che il mio Vendicatore è vivo
e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!
26 Dopo che questa mia pelle sarà distrutta,
senza la mia carne, vedrò Dio.
27 Io lo vedrò, io stesso,
e i miei occhi lo contempleranno non da straniero.

Il peccato incrina l’equilibrio interiore dell’uomo ponendolo in conflitto con le sue aspirazioni più intime; infrange il rapporto con Dio che non è più considerato amico, ma un intruso, un despota da cui liberarsi; rompe l’armonia con i fratelli: non amore e reciproco aiuto, ma asservimento; distrugge il legame di vita con il creato: da giardiniere l’uomo si trasforma in bracconiere e predatore.

Se queste sono le disarmonie introdotte dal peccato, Giobbe ne è immune.

Il libro che da lui prende nome lo introduce così: “C’era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe: uomo integro e retto, timorato di Dio e alieno dal male” (Gb 1,1).

Integro significa senza incrinature, non dissociato, contrario a qualsiasi compromesso con la coscienza; retto, cioè in armonia con gli altri, incorruttibile e irreprensibile; timorato di Dio e alieno dal male, vuol dire in pace con se stesso, con il Cielo e con la terra.

Il risultato di una vita guidata da questi principi morali non può che essere la gioia e infatti Giobbe è pienamente felice. Lo merita perché si è mantenuto fedele al Signore.

Eppure, malgrado la sua integrità, ecco che un giorno è colpito dalla sventura.

Per la teologia tradizionale d’Israele – che interpreta la sofferenza come la conseguenza di un agire perverso, come punizione per il peccato – ciò che accade a Giobbe è un mistero inspiegabile. Come può Dio castigare una persona onesta, generosa e benvoluta da tutti?

Non c’è spiegazione possibile se non questa: Giobbe ha commesso qualche peccato occulto.

È ciò che pensano i suoi amici che cercano di convincerlo ad ammettere i propri errori.

La sua risposta è quasi blasfema. Lancia a Dio una sfida: si dichiara disponibile a confrontarsi con lui in tribunale, certo di avere la meglio e di riuscire a provare la propria innocenza.

Il brano di oggi riporta le parole che – conscio di essere ormai giunto alla fine dei suoi giorni – detta come suo testamento.

Con uno stilo di ferro – chiede agli amici – scrivete la mia storia in un libro, anzi, scolpitela sulla roccia, come i grandi sovrani dell’Oriente hanno inciso le loro imprese sulle steli. Rimanga impressa a futura memoria. La morte non cancelli il ricordo della mia integrità! (vv. 23-24).

Non gli basta. Non si accontenta che il suo nome sia inciso sulla roccia. All’apice della disperazione fa appello a un “Vendicatore” (v. 25).

Chi è questo personaggio e come attuerà? Il testo non lo spiega, dice solo che “ultimo si ergerà sulla polvere”.

L’interpretazione più immediata è la seguente: perse le speranze di sopravvivere al suo immenso dolore, Giobbe affida la sua difesa a un “Avvocato” che, durante il processo di fronte al falso dio difeso a oltranza dai suoi amici, si alzerà per perorare la sua causa e sostenere il suo diritto. Parlerà “per ultimo”, avrà lui l’ultima parola e costringerà tutti ad ammettere la sua innocenza.

A questo punto del processo – Giobbe ne è certo – entrerà in scena il vero Dio (vv. 26-27) e, dopo la morte, quando la sua pelle sarà distrutta, vedrà il Signore, lo contemplerà egli stesso, con i suoi occhi, non da straniero.

Non sarà il dio dei suoi amici, il dio giustiziere che si avvicina pericolosamente alla concezione satanica, il dio che è giusto secondo i criteri degli uomini ed è sempre pronto a punire. Sarà il vero Dio, quello in cui Giobbe ha sempre fermamente creduto.

Mancandogli la luce della Pasqua, egli non poteva ancora immaginare il destino ultimo dell’uomo, tuttavia in lui affiora la speranza che la morte non avrà l’ultima parola. Un giorno leggerà gli eventi in cui è stato coinvolto con occhi diversi e anche il mistero insondabile del dolore innocente gli sarà svelato.

Questo brano sapienziale è un invito a riconoscere la finitezza della nostra intelligenza e a rinunciare alla pretesa di voler tutto comprendere.

Su questa terra è necessario convivere con l’enigma del male e del dolore: non può essere capito, può soltanto essere accettato.

Per noi è più facile che per Giobbe perché Dio è venuto tra noi: non per darci spiegazioni, ma per vivere – senza sconti o privilegi – la nostra condizione umana e insegnarci ad amarla.

Seconda lettura (Rm 5,5-11)

5 La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
6 Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito.
7 Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene.
8 Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
9 A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. 10 Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. 11 Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione.

La prospettiva di dover morire è angosciante.

Ciò che abbiamo costruito, il bene fatto, le gioie che abbiamo gustato e le pene sopportate, i gesti d’amore che ci siamo scambiati saranno un giorno tutti fatalmente azzerati?

È questo l’interrogativo che chiunque – anche chi non professa alcuna fede religiosa – si pone quando si sofferma a riflettere, almeno per qualche istante, sul senso del suo esistere.

Non meno inquietante è il secondo interrogativo che interessa solo il credente, non l’ateo: Quale sarà il mio destino dopo questa vita, dato che esiste un Dio che mi aspetta per valutarla?

Il veggente dell’Apocalisse assicura che la storia dell’umanità si concluderà con una festa di nozze, parla di nuovi cieli e di una nuova terra, di Dio che passerà a tergere le lacrime dagli occhi di ognuno dei suoi figli e di un mondo dove “non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,1-4).

Sono immagini affascinanti, ritraggono la realtà meravigliosa che “occhio non vide, né orecchio udì, né mai cuore d’uomo ha immaginato” e che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (1 Cor 2,9).

La domanda che subito affiora nel credente è: Ci sarò anch’io fra i commensali del banchetto eterno o il Signore e i giusti faranno festa anche senza di me?

Se l’ingresso nella casa del Padre è condizionato dal nostro comportamento, il rischio di rimanere esclusi è elevato, per chiunque.

Chi può vivere sereno con in cuore questo angosciante interrogativo?

La stupenda pagina della lettera ai romani che ci viene proposta rassicura tutti coloro che ripongono la loro fiducia in Cristo. Nulla deve intaccare la loro gioia.

La loro speranza non sarà delusa perché non è fondata sulla loro fedeltà e sulle loro opere buone, ma sull’amore incondizionato e indefettibile di Dio (v. 6).

Quando il Signore prende l’iniziativa di salvare il suo popolo non si scoraggia se incontra degli ostacoli, non si ferma a metà, non si abbatte di fronte alle infedeltà degli uomini, porta sempre e comunque a compimento la sua opera.

L’uomo – è vero – può anche ostinarsi nel suo peccato. Ma Dio che ama infinitamente non si rassegna al fallimento e non ha bisogno di suggerimenti su come liberare tutti, anche i più cocciuti, dal loro attaccamento al male.

L’amore di Dio – assicura Paolo – non è debole, incostante come quello degli uomini. Questi amano solo i propri amici e possono, raramente, persino giungere a donare la vita per coloro cui vogliono bene.

Dio va oltre ogni orizzonte: ama tutti, anche i suoi nemici. Proprio mentre gli uomini erano lontani da lui, egli ha mostrato il suo immenso amore donando il tesoro più prezioso che aveva: il proprio Figlio.

Se Dio ci ha amati quando eravamo suoi nemici, quanto più ci amerà ora che siamo stati resi giusti. Non è possibile che i nostri peccati possano rivelarsi più forti del suo amore.

Anche se noi lo abbandoniamo, egli non ci abbandona: “Se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2 Tm 2,13).

Vangelo (Gv 6,37-40)

37 Tutto ciò che il Padre mi dá, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, 38 perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
39 E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno.
40 Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

Quanto vale un uomo?

Conta solo per quello che produce, per la sua efficienza, per il denaro che accumula?

Per qualcuno un uomo vale meno di una pecora – ha dichiarato Gesù (Mt 12,12).

Proviene dalla povere (Sir 33,10), di nulla può gloriarsi davanti al Signore (1 Cor 1,29), ma è pur sempre immagine di Dio.

Colmo di stupore di fronte alle meraviglie del creato, un pio israelita con cuore di poeta ha consegnato in un salmo la sua riflessione: “Quando contemplo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che hai fissato, cos’è l’uomo perché di lui ti ricordi e l’essere umano perché di lui ti prenda cura? Lo hai fatto poco meno di un dio, di gloria e onore lo hai coronato” (Sl 8,4-6).

Noi definiamo l’uomo a partire dal basso: animale ragionevole, un gradino al di sopra degli animali; il salmista lo vede un gradino al di sotto… di Dio.

È in questa prospettiva biblica che va valutato l’uomo e il suo destino.

Come appare l’uomo allo sguardo di Dio? In che considerazione lo tiene?

Ecco la risposta che egli rivolge a ognuno: “Tu sei prezioso ai miei occhi, hai un valore immenso e io ti amo” (Is 43,4).

È a partire da questa affermazione che possiamo comprendere ciò che Dio ha progettato per questa sua meravigliosa creatura, l’uomo.

Nel brano evangelico di oggi, il suo piano, il suo disegno d’amore è chiamato da Gesù volontà del Padre e su questa volontà insiste, richiamandola ben quattro volte.

Qual è?

Affidare a lui, alle sue premure l’intera umanità. Questa si accosterà a lui, come il gregge si volge verso il proprio pastore: ogni pecora conosce la sua voce, si fida di lui e si sente chiamata per nome.

Gesù non enuncia condizioni per ottenere la salvezza, constata solo un fatto: il destino di tutta la comunità umana è di andare a lui.

Andare a lui significa accogliere la sua parola, fidarsi della sua proposta di vita. Nessuno di chi si affiderà a lui sarà respinto (v. 37).

Questo è il sogno che Dio ha in mente fin dalla creazione del mondo.

Viene spontaneo chiedersi: si realizzerà oppure ci sarà qualcuno che si orienterà verso Gesù e qualche altro invece – la maggioranza a giudicare da quanto finora si è verificato nel mondo – che rifiuterà Cristo e la sua parola e si allontanerà definitivamente da lui?

La risposta è contenuta nella seconda parte del brano: “È questa la volontà del Padre che mi ha mandato: che io non perda niente di tutto quello che egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno” (v. 39).

Nel progetto di Dio non sono contemplate defezioni o fallimenti. Il suo programma si realizzerà infallibilmente perché è impensabile che Cristo non sia in grado di portarlo a compimento.

Senza fare violenza alla libertà dell’uomo, egli attirerà tutti a sé, in modo irresistibile, risusciterà tutti nell’ultimo giorno.

Questa espressione è stata erroneamente intesa come un riferimento alla fine del mondo.

Nel vangelo di Giovanni l’ultimo giorno è quello in cui Gesù, sulla croce, chinato il capo, dona all’umanità il suo Spirito (Gv 19,30). È quello il giorno ultimo al quale mirava tutto il disegno di Dio, giorno senza tramonto, giorno in cui è stato immesso nel mondo il germe di vita nuova, la vita stessa di Dio.

Con un ultimo richiamo alla volontà del Padre (v. 40) Gesù spiega che il disegno di Dio si realizza in tre momenti.

È necessario anzitutto vedere il Figlio.

Il ricordo dell’incontro con Gesù di Nazaret è rimasto indelebile nella mente, nel cuore e anche negli occhi di Giovanni, come traspare fin dalle prime parole della lettera che scrive ai cristiani delle sue comunità dell’Asia Minore: “Ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi” (1 Gv 1,1-3).

Questa esperienza visiva dell’uomo Gesù non ci è più possibile, si è realizzata in un momento irripetibile della storia del mondo. Ma lasciarci aprire gli occhi dalla sua parola e riconoscere in lui il Figlio, il Dio che si è reso presente nel mondo, che è venuto a portarci il pane della vita, è il primo passo per disporci ad accogliere il suo dono.

A questo riconoscimento segue poi l’adesione personale.

Non basta conoscere Gesù, averlo visto. Tanti lo hanno incontrato lungo le strade della Palestina, eppure non tutti si sono lasciati coinvolgere dalla sua proposta.

Il secondo passo è credere.

Vede realmente Gesù solo chi, dopo averlo conosciuto sulla testimonianza di coloro che l’hanno visto e udito, gli dà la propria adesione.

Il momento conclusivo del cammino verso la salvezza è la comunicazione da parte del Padre della vita divina a chi crede in Cristo.

Raccolti in comunità, oggi non ricordiamo i morti – per un cristiano non esistono i morti, perché chi crede in Gesù non muore (Gv 11,26) – ma i viventi, tutti i fratelli che, conclusa la loro gestazione in questo mondo, sono entrati nella luce, nascendo alla vita definitiva dalla quale è esclusa ogni forma di tenebra e di morte.

In questo mondo, molti di loro forse hanno faticato a “vedere” in Gesù il Figlio di Dio e a “credere” in lui. Alcuni gli hanno dato la propria adesione solo all’ultimo istante, altri per tutta la vita non hanno voluto né “vederlo” né accoglierlo.

Quale sarà il loro destino e come possiamo essere loro vicini e mostrare loro il nostro amore?

Nel momento della loro nascita alla nuova vita, tutti sono stati certamente accolti dal Padre con le uniche parole che egli rivolge a ogni uomo che, anche se peccatore, rimane suo figlio: “Tu sei prezioso ai miei occhi, hai un valore immenso e io ti amo” (Is 43,4).

La nostra preghiera, il nostro amore e forse anche il nostro perdono li aiutano a completare quel cammino che non hanno concluso in questa vita verso l’abbraccio definitivo con il Padre.

Il lieto messaggio che ci consegnano le letture di questa prima messa è che per nessuno Gesù lascerà incompleta la sua missione di salvatore.

II Messa

Prima lettura (Is 25,6-9)

6 Preparerà il Signore degli eserciti,
su questo monte,
un banchetto per tutti i popoli.
7 Egli strapperà su questo monte
il velo che copriva la faccia di tutti i popoli
e la coltre che copriva tutte le genti.
8 Eliminerà la morte per sempre;
il Signore Dio asciugherà le lacrime
su ogni volto;
la condizione disonorevole del suo popolo
farà scomparire da tutto il paese,
poiché il Signore ha parlato.
9 E si dirà in quel giorno: “Ecco il nostro Dio;
in lui abbiamo sperato perché ci salvasse;
questi è il Signore in cui abbiamo sperato;
rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza”.

Molti anni prima di Cristo, un saggio, già avanti negli anni, riflettendo sulla caducità della vita, arriva a concludere che l’uomo è “come l’erba: al mattino fiorisce, germoglia, alla sera è falciata e dissecca” (Sl 90,6).

Una constatazione amara e sconsolata la sua.

Che fare allora?

Se la vita è così breve – concludono gli stolti – “godiamoci i beni presenti, inebriamoci di vino squisito e di profumi, coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano, nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza” (Sap 2,6-9). “Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche” (Qo 2,24).

Il saggio salmista non si lascia sedurre da simili proposte e, di fronte all’evento ineluttabile della morte, rivolge al Signore l’accorata invocazione: “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore” (Sl 90,12).

Non ci comportiamo da persone sagge quando cerchiamo in tutti i modi di rimuovere il pensiero della morte, quando evitiamo persino di impiegarne il termine. Preferiamo parlare di dipartita, di scomparsa, di decesso, di trapasso. Eppure la morte è la compagna della nostra vita. Dolori, delusioni, tradimenti, sventure, malattie sono diminuzioni di vita e ci mettono continuamente di fronte alla precarietà della nostra esistenza in questo mondo. Ci richiamano la transitorietà di tutte le realtà terrene.

Oggi la liturgia fa memoria di tutti i defunti, non per spaventarci, ma per condurci “alla sapienza del cuore”, per farci scoprire il vero senso di questa vita e richiamarci la verità gioiosa su cui è fondata la nostra fede: la risurrezione.

Diceva Tertulliano – uno dei padri della Chiesa dei primi secoli: “La speranza cristiana è la risurrezione dei morti; tutto ciò che noi siamo, lo siamo in quanto crediamo nella risurrezione”.

È dunque la gioia, non la paura e l’angoscia, che oggi la parola di Dio ci vuole comunicare, la gioia di chi ha ricevuto dall’alto la luce della Pasqua che rischiara ogni sepolcro.

La lettura inizia con un lieto annuncio: Dio ha deciso di preparare un sontuoso banchetto; organizzerà una splendida festa sul monte Sion.

Chi sanno gli invitati?

Dio è un sovrano ineguagliabile per ricchezza e potenza. Non convocherà soltanto alcuni notabili, ma riunirà alla stessa mensa tutti i popoli della terra, nessuno escluso; gioiranno insieme coloro che si sono odiati, hanno commesso violenze, hanno lottato per sottrarsi terre e beni.

Si assisterà a eventi straordinari, accadranno fatti inauditi: il Signore farà cadere il velo, la coltre che copre gli occhi degli uomini (v. 7) e tutti potranno contemplare lui, seduto a mensa accanto a loro; poi egli “distruggerà la morte per sempre e asciugherà le lacrime da ogni volto…” (v. 8).

Come mai è stato imbandito questo banchetto?

Perché Dio, il Signore della vita e della gioia, ha sbaragliato tutti i nemici. È stato sconfitto anche l’ultimo, il più terribile, quello che più di ogni altro incuteva spavento, la morte.

Il profeta non era così ingenuo da pensare che un giorno non sarebbe più esistita la morte biologica; annunciava la scomparsa di ciò che per l’uomo è morte e sconfitta: la vita senza senso e senza ideali, la beffa del fallimento e del dolore, la fame, la malattia, l’emarginazione. Tutto ciò che è “non vita” verrà eliminato, “lo ha detto il Signore” (v. 8).

In nessun altro testo dell’AT si trovano promesse tanto straordinarie.

Il banchetto sarà allietato da musiche, canti, danze.

La lettura è conclusa dal testo di un inno che pare composto per essere eseguito in coro dai partecipanti: “Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la voce del Signore si poserà su questo monte” (vv. 9-10).

Il profeta alludeva ai tempi messianici, ma non si rendeva conto della portata delle promesse che, in nome di Dio, stava facendo; non immaginava che un giorno il Signore avrebbe davvero distrutto la morte e per sempre.

Lo capirà invece Paolo che, illuminato dagli avvenimenti della Pasqua, scriverà ai corinti: “Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria” (1 Cor 15,54).

Lo capirà il veggente dell’Apocalisse che, all’apparire dei cieli nuovi e della terra nuova, scorgerà Dio nell’atto di tergere le lacrime dagli occhi di ogni uomo (Ap 21,4), come Isaia aveva preannunciato.

Seconda Lettura (Rm 8,14-23)

14 Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. 15 E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”.
16 Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. 17 E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.
18 Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi.
19 La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; 20 essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza 21 di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
22 Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; 23 essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.

Paolo conosce la storia del suo popolo; ricorda che, condotti da Mosè, gli israeliti sono passati dalla schiavitù dell’Egitto alla terra promessa.

Divenuto discepolo di Cristo, l’Apostolo ha compreso che il cammino di Israele nel deserto era una pallida immagine del vero esodo, quello che introduce l’umanità intera nella terra della libertà.

All’inizio del brano (v. 14), indica la guida incaricata di condurre i figli di Dio verso la casa del Padre: lo Spirito.

Mosè ha consegnato a Israele la legge di Dio, dono prezioso che indicava al popolo il cammino della vita, ma aveva un limite: non comunicava la forza per praticare i precetti in essa contenuti. Era come la segnaletica per un maratoneta: gli mostra la via da seguire, ma non lo aiuta, non lo spinge, non lo porta al traguardo.

Lo Spirito non è una legge che, dall’esterno, traccia l’itinerario da percorrere. È una forza che guida e illumina il cuore, è un impulso interiore che non addita solo la meta, ma comunica anche la forza per raggiungerla.

La meta è la condizione di figli di Dio. Chi si lascia introdurre dallo Spirito in questa nuova realtà diviene un uomo libero.

Chi non è guidato dallo Spirito, anche se ritiene di essere libero, è asservito ai propri capricci, alla smania di avere, di dominare, di apparire. Non è lui che gestisce la sua vita, ma gli istinti che la fanno da padroni su di lui.

Liberato dallo Spirito che gli è stato donato, guidato da un cuore nuovo, il cristiano – assicura Paolo – può rivolgersi a Dio chiamandolo Padre, anzi, Abbà (v. 15).

Al tempo di Gesù si era piuttosto restii a chiamare Dio Padre. Questo titolo – impiegato nella conversazione familiare quotidiana – era ritenuto troppo umile e forse anche un po’ irriverente. Sorprende quindi che, sulla bocca di Gesù, Padre diventi la definizione abituale di Dio.

C’è di più. Per rivolgersi a Dio Gesù ha introdotto un’espressione ancora più familiare. Ha insegnato a chiamarlo Abbà, parola che apparteneva al linguaggio infantile. Era usata dai bambini fino all’età di 12-13 anni, poi era abbandonata. Veniva ripresa dai figli adulti quando volevano far sperimentare di nuovo al loro padre, ormai decrepito, la tenerezza che gli avevano manifestato durante la loro infanzia.

Adottando il termine abbà, Gesù ha voluto che i suoi discepoli assimilassero un modo nuovo di concepire Dio, un modo semplice e affettuoso di rapportarsi con lui.

Per rendere l’intimità e la confidenza presenti in questa parola non dovremmo tradurla con Padre, ma con papà o, meglio ancora, con un diminutivo o un vezzeggiativo, per esempio papy, come gridano i bambini mentre corrono fra le braccia del papà per farsi coccolare.

A noi papy suona poco dignitoso, banale, pare un’espressione di dimestichezza troppo disinvolta con il divino; per questo preferiamo Padre che è più serio. Ma così perdiamo la sfumatura di tenerezza che Gesù voleva inculcare: Dio non è il Signore lontano che mantiene le distanze, pretende rispetto e adorazione, stabilisce ordini e divieti, ma qualcuno che ci è sempre affettuosamente accanto.

Chi ha scoperto che Dio è abbà – conclude Paolo – non può ricadere nella paura: da un abbà ci si può attendere solo carezze.

Nessuna delle persone care che ci hanno lasciato era senza peccato. Di alcune ricordiamo forse anche errori molto gravi, tanto da suscitare il timore possano essere state rifiutate da Dio.

Chi coltiva ancora questi pensieri insensati, dimentica che Dio è abbà, non un giustiziere.

Paolo sente il bisogno di chiarire la differenza fra la filiazione dell’Unigenito, Cristo, e la nostra (vv. 16-17).

Lo fa ricorrendo all’immagine della figliolanza adottiva, un’istituzione sconosciuta in Israele, ma diffusa nel mondo greco-romano dove chi veniva adottato godeva degli stessi diritti dei figli naturali, compresa la partecipazione all’eredità familiare.

In modo simile, anzi, molto più vero – chiarisce Paolo – l’uomo è introdotto da Dio nella sua “famiglia”: gli è offerta gratuitamente una figliolanza piena e la stessa “eredità”, la stessa beatitudine di cui gode l’Unigenito del Padre.

La condizione dei figli di Dio è meravigliosa, tuttavia – come ricorda Giovanni nella sua lettera – “fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1 Gv 3,2).

Ora viviamo in una condizione in cui sperimentiamo tante sofferenze, tuttavia – come ricorda Paolo – esse “non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (v. 18). Derivano dal fatto che la creazione è stata sottomessa alla caducità, alla schiavitù e alla corruzione, per questo grida il suo dolore (vv. 19-22).

È stata coinvolta in un progetto assurdo, opposto a quello per cui è stata fatta.

L’uomo che l’ha stravolta ora è colto dallo spavento di fronte alle conseguenze dei suoi errori: vede minacciate la fertilità della terra, la salubrità dell’aria, la sanità dell’acqua; constata i danni provocati alle piante e agli animali, sa di aver riempito i fondali marini di rifiuti tossici e di bombe.

Questa creazione attende di essere redenta, di essere ricondotta nel progetto di Dio che, all’inizio, aveva contemplato con compiacimento quanto aveva fatto, perché tutto “era molto buono” (Gn 1,31).

Paolo invita a non disperare e a non interpretare il grido di dolore del creato come quello di un agonizzante, ma piuttosto come quello della partoriente che sta per dare alla luce una nuova creatura.

Vangelo (Mt 25,31-46)

31 Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 32 E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, 33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
34 Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.
41 Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 42 Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 43 ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.
44 Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 45 Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. 46 E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”.

Un Dio che condanna in modo spietato è, per un cristiano, oltremodo imbarazzante. Non si capisce come le terribili minacce riferite nei vv. 41-46 possano essere considerate “vangelo”, cioè “buona notizia”, “annuncio di salvezza”.

C’è una difficoltà ancora maggiore: come mettere d’accordo il Dio severo che compare nel brano di oggi con il Padre di cui si parla in tutto il vangelo? Egli che “fa sorgere il sole e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”, che esige dai suoi figli che non facciano distinzioni fra buoni e cattivi (Mt 5,43-48), come può, ad un certo punto, operare una separazione che a noi ordina di non fare mai? Se scaglia nel fuoco eterno i suoi nemici non può esigere da noi che li amiamo (Mt 5,44). Gesù che è venuto a “cercare ciò che era perduto” (Lc 19,10) e che si gloriava di essere “l’amico dei pubblicani e dei peccatori” (Lc 7,34) potrà un giorno schierarsi contro di loro?

Anche la “giustizia” di questo Dio non soddisfa: potrà il peccato dell’uomo (creatura fragile, limitata, finita) essere punito con un castigo infinito, “eterno”? Non c’è alcuna proporzione fra la colpa e la pena. Se poi l’uomo – com’è certo – rimane libero per tutta l’eternità, perché mai coloro che hanno agito male dovrebbero ostinarsi nel loro errore? Che cosa li renderà così testardi, forse l’incontro con Dio?

Sono alcuni degli interrogativi che, di fronte a questo brano di vangelo, molti si pongono. Sono interrogativi seri, ma potrebbero avere origine da una interpretazione non corretta del testo.

Il dubbio sorge non appena si considera il contesto in cui la descrizione del “giudizio” è collocata. Basta leggere il seguito. Dopo la scena grandiosa in cui il Figlio dell’uomo fa sfoggio – per così dire – di tutto il suo potere, ecco cosa accade: “Fra due giorni – dice Gesù – è Pasqua e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso” (Mt 26,2). C’è da rimanere allibiti: dalla celebrazione del trionfo si passa alla più ignobile delle sconfitte. Sembrano due situazioni opposte, inconciliabili, invece si tratta di due momenti gloriosi di una medesima vittoria, quella dell’amore. Il Cristo che “giudica” è lo stesso che si consegna nelle mani di coloro che ama ed è proprio come “vittima per amore” che diviene giudice: egli è “l’uomo riuscito” secondo Dio, l’uomo autentico, quello con cui tutti si devono confrontare per stabilire – già fin d’ora – se stanno costruendo la vita o se pongono le basi per un fallimento. Riprenderemo l’argomento, prima esaminiamo il testo.

In Palestina, quando giunge la sera, i pastori sono soliti separare le pecore dai capri. Questi, più sensibili al freddo, hanno bisogno di essere collocati al riparo, mentre le pecore, coperte di lana come sono, amano il fresco della notte e stanno volentieri all’aperto. Gesù si serve di questa immagine, presa dalla vita di tutti i giorni, per trasmettere il suo messaggio.

Per coglierlo è necessario anzitutto fare attenzione al genere letterario. Una lettura affrettata, superficiale, forse anche un po’ ingenua del brano espone al rischio di ricavarne conclusioni teologiche che, ad uno studio più attento e accurato, si rivelano infondate, anzi, fuorvianti.

Il linguaggio è quello tipico dei predicatori del tempo che, per scuotere i loro ascoltatori, erano soliti ricorrere ad immagini impressionanti: castighi tremendi, fuoco inestinguibile, pene eterne. Si diceva, per esempio: “Si affligga la stirpe umana, ma le bestie si rallegrino: per esse le cose vanno molto meglio che per noi; poiché non hanno da attendere alcun giudizio”. Ma facciamo attenzione: quando i rabbini parlavano di “fuoco della Geenna”, non si riferivano all’inferno, ma al fuoco che ardeva perennemente nella valle che sta attorno a Gerusalemme e che serviva da immondezzaio della città. L’aggettivo “eterno”, poi, non aveva i connotati filosofici che ha assunto da noi oggi, ma era usato in un’accezione popolare piuttosto generica: significava semplicemente “lungo”, “indefinito”.

Questo brano è considerato generalmente una parabola, ma non è esatto; appartiene al genere letterario detto scena di giudizio che si ritrova sia nella Bibbia (Dn 7) che nella letteratura rabbinica. Lo schema secondo cui è strutturato è sempre lo stesso: c’è l’intronizzazione del giudice, accompagnato dagli angeli che fungono da assistenti e da guardie del corpo; poi ci sono la convocazione di tutte le genti e la separazione in due gruppi; viene pronunciata la sentenza e infine i giusti sono premiati e i malvagi puniti.

Scopo di questo genere letterario – diciamolo subito chiaramente – non è informare su ciò che accadrà alla fine del mondo, ma fornire insegnamenti sul come comportarsi oggi.

Per fare un esempio, riportiamo, da un’opera rabbinica, una scena di giudizio che ha un’impressionante analogia con il nostro testo. Eccola: “Nel mondo futuro verrà chiesto a chi è giudicato: ‘Quali sono state le tue opere?’. Se risponderà: ‘Ho dato da mangiare a chi aveva fame’, gli verrà detto: ‘Questa è la porta del Signore, entra attraverso di essa’ (Sl 118,20). Se risponderà: ‘Ho dato da bere agli assetati’, gli verrà detto: ‘Questa è la porta del Signore, entra attraverso di essa’. Se risponderà: ‘Ho vestito gli ignudi’, gli verrà detto: ‘Questa è la porta del Signore, entra attraverso di essa’. Lo stesso avverrà con chi ha allevato gli orfani, con chi ha fatto elemosine e con chiunque ha compiuto opere d’amore” (Midrash del Salmo 118,17).

È chiaro che, riferendo questo dialogo, i rabbini non avevano la pretesa di svelare le parole che Dio pronuncerà alla fine del mondo, ma volevano inculcare i valori su cui puntare la vita in questo mondo.

Esaminiamo ora la struttura del brano di Matteo. È facile da definire. Si inizia con un’introduzione (vv. 31-33) seguita da due dialoghi (vv. 34-40; 41-46) che si sviluppano in modo identico e parallelo: il re pronuncia la sentenza (di approvazione in un caso e di condanna nell’altro) e ne dà la giustificazione. In ambedue i casi viene sollevata un’obiezione e ogni volta il giudice risponde.

È semplice anche stabilire il messaggio che Gesù intende dare: gli anni della vita dell’uomo sono un bene prezioso, sono un tesoro che va investito. Non si può sbagliare perché la vita è una sola: egli suggerisce come impiegarla.

I rabbini dicevano: il mondo presente è come la terra asciutta, il mondo futuro è come il mare; se un uomo non prepara il cibo sulla terra asciutta, che cosa mangerà sul mare? Questo mondo è come la terra coltivata, il mondo futuro è come il deserto; se un uomo non prepara il cibo sulla terra coltivata, cosa mangerà nel deserto? Digrignerà i denti e morderà la sua carne, disperato si straccerà le vesti e si strapperà i capelli.

Più dei rabbini, Gesù ritiene la vita dell’uomo importante, per questo rivela ai discepoli i valori su cui si deve puntare sicuri. Quali? Non sono difficili da scoprire perché occupano metà del racconto e sono così importanti che Gesù, a costo di apparire monotono, li ribadisce ben quattro volte: si tratta di sei opere di misericordia.

La lista delle persone da aiutare – l’affamato, l’assetato, il forestiero, l’ignudo, il malato ed il carcerato (vv. 35-36.42-43) – era nota in tutto il Medio Oriente antico (cf. Is 58,6-7). Celebre è quanto è scritto nel capitolo 125 del Libro dei morti, il testo che in Egitto, fin dal II millennio a.C., era collocato accanto al defunto. Ecco ciò che costui doveva dichiarare davanti al tribunale di Osiride: “Io ho fatto ciò che fa gioire gli dèi. Ho dato il pane all’affamato, ho dato acqua all’assetato, ho vestito chi era nudo, ho offerto un passaggio a chi non aveva una barca”. Unica novità apportata da Gesù è che egli si identifica con queste persone: qualunque cosa sia fatta a uno di questi piccoli è fatta a lui.

I valori che suggerisce non assomigliano a quelli per i quali la maggioranza degli uomini perde la testa, ma sono quelli che contano agli occhi di Dio.

Qual è l’ideale di uomo proposto dalla nostra società? È colui che detiene il potere, chi è ricco, chi può permettersi di soddisfare ogni capriccio, chi è sempre inquadrato dalle telecamere. “Uomini di successo” sono l’atleta che fa impazzire gli stadi, la star televisiva e chiunque sia riuscito a diventare un personaggio per notorietà o carriera.

Come la pensa Dio?

Quando per ogni uomo si concluderà la sua storia sulla terra, quando ognuno rimarrà solo con se stesso e con il Signore, un solo bene risulterà prezioso: l’amore. La vita sarà considerata riuscita o fallita a secondo dell’impegno profuso per eliminare sei situazioni di sofferenza e di povertà: la fame, la sete, l’esilio, la nudità, la malattia, la prigione.

Un particolare viene accuratamente sottolineato nel racconto: nessuno di coloro che ha compiuto le opere di misericordia si è reso conto di averle rese a Cristo. L’amore è autentico solo se è disinteressato, se è esente persino da ogni forma di autocompiacimento; chi agisce in vista di una ricompensa, foss’anche quella celeste, non ama ancora in modo genuino.

E la condanna?

I rabbini erano soliti ripetere due volte i loro insegnamenti per imprimerli meglio nella mente dei discepoli. Spesso presentavano il loro messaggio prima in forma positiva, poi in forma negativa. Ricorrevano al noto artificio letterario detto “parallelismo antitetico”, usato anche da Gesù (Lc 6,20-26; Mt 7,24-27; Mc 16,16…).

Il nostro brano ne è un esempio: la seconda parte (vv. 41-45) non aggiunge assolutamente nulla alla prima; costituisce un espediente stilistico utilizzato per ribadire il concetto già espresso. Ciò che preme a Gesù non è incutere terrore agitando lo spauracchio dell’inferno, ma indicare – con immagini forti, perché il pericolo di sprecare la vita è molto serio – ciò che realmente conta. Non intende annunciare ciò che accadrà alla fine del mondo, ma far riflettere, aprire gli occhi, svelare il giudizio di Dio sulle scelte da fare oggi.

Un semplice esempio può aiutare a capire. In una gioielleria sono esposti due monili, uno di oro zecchino anche se un po’ consumato dall’uso, l’altro di ottone ben lucidato. Entra un acquirente inesperto che rimane affascinato dal luccichio del monile di ottone. Per sua fortuna compare un intenditore che lo mette in guardia: attento – gli dice – non sprecare i tuoi soldi per quella patacca! Questo giudizio lo salva, gli impedisce di commettere un errore. Anche se l’intenditore usasse espressioni dure e minacciose, le sue parole sarebbero comunque un messaggio di salvezza.

Sostenere che la scena di giudizio descritta da Gesù si riferisca alla condanna dei peccatori alle pene dell’inferno è per lo meno azzardato. L’inferno esiste, ma non è un luogo creato da Dio per punire, al termine della vita, chi si sarà comportato male. È una condizione di infelicità e di disperazione creata dal peccato. Dall’inferno del peccato è però possibile uscire: si viene liberati da Cristo e dal suo giudizio di salvezza.

Ma Dio, alla fine, non castigherà i malvagi?

A noi un giudice appare giusto quando, dopo aver valutato il male commesso, punisce con equità. Ma non è questa la giustizia di Dio. Egli è giusto non perché premia o castiga conforme ai nostri criteri e alle nostre attese – in tal caso non avremmo speranza e saremmo tutti rovinati – ma perché riesce a rendere giusti coloro che sono malvagi (Rm 3,21-26). La questione dunque non è: chi sarà considerato pecora e chi capro alla fine del mondo, ma in quali occasioni oggi siamo pecore e in quali ci comportiamo da capri. Siamo pecore quando amiamo il fratello, siamo capri quando lo trascuriamo.

E alla fine?

È davvero difficile sostenere che il buon pastore – cui nessuno riuscirà a strappare di mano alcuna pecora (Gv 10,28) – dopo averci lasciato saltare come capretti un po’ a destra e un po’ a sinistra, non trovi comunque il modo di farci diventare tutti… suoi agnelli.

III Messa

Prima lettura (Sap 3,1-9)

1 Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà.
2 Agli occhi degli stolti parve che morissero;
la loro fine fu ritenuta una sciagura,
3 la loro partenza da noi una rovina,
ma essi sono nella pace.
4 Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,
la loro speranza è piena di immortalità.
5 Per una breve pena riceveranno grandi benefici,
perché Dio li ha provati
e li ha trovati degni di sé:
6 li ha saggiati come oro nel crogiuolo
e li ha graditi come un olocausto.
7 Nel giorno del loro giudizio risplenderanno;
come scintille nella stoppia, correranno qua e là.
8 Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli
e il Signore regnerà per sempre su di loro.
9 Quanti confidano in lui comprenderanno la verità;
coloro che gli sono fedeli
vivranno presso di lui nell’amore,
perché grazia e misericordia
sono riservate ai suoi eletti.

Alessandria d’Egitto, l’opulenta metropoli dei Tolomei, evoca tanti ricordi: il suo fondatore Alessandro Magno, il faro che era una delle sette meraviglie del mondo, la celebre biblioteca che attirava sapienti e letterati da tutto il mondo e, non ultime, le vicissitudini politiche e sentimentali di Cleopatra.

È proprio al tempo di questa regina che vive l’autore del libro della Sapienza, l’ultimo in ordine di tempo dei libri dell’Antico Testamento.

In questa città si sono stabiliti da oltre tre secoli numerosi ebrei. Hanno le loro sinagoghe dove si leggono, nella traduzione greca, le sacre Scritture, conservano la loro identità culturale e le loro tradizioni, ma subiscono anche il fascino irresistibile della cultura ellenistica. Molti, specialmente i giovani, si lasciano sedurre dalle tentazioni dell’idolatria e dai costumi morali dei pagani.

Preoccupato per il pericolo di apostasia che incombe sui suoi correligionari, l’autore espone, in un appassionato discorso, posto sulla bocca degli empi, le proposte di vita godereccia dalle quali ogni pio giudeo deve stare in guardia: “Sragionando, dicono: la nostra vita è breve, siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati. Su, godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con ardore giovanile! Inebriamoci di vino squisito e di profumi, non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera. Coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano. Spadroneggiamo sul povero, non risparmiamo le vedove, nessun riguardo per la canizie ricca d’anni del vecchio. La nostra forza sia regola della giustizia, perché la debolezza risulta inutile” (Sap 2,1-11).

Coloro che si ispirano a questi principi non possono sopportare a lungo il giusto che vive al loro fianco. La sua integrità morale è per loro un tacito rimprovero per cui, se non riescono a coinvolgerlo nella loro vita corrotta e a farlo deviare dalla sua rettitudine, lo devono eliminare.

Ecco infatti la risoluzione con cui gli empi concludono il loro discorso: “Tendiamo insidie al giusto perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni, ci rimprovera… condanniamolo a una morte infame” (Sap 2,12-20).

È a questo punto che inizia il brano riportato dalla nostra lettura.

Riusciranno i progetti degli empi? Togliendolo di mezzo avranno definitivamente chiuso i conti con il giusto?

L’autore ha già anticipato il suo giudizio: sragionano (Sap 2,1). Sbagliano i loro calcoli perché pensano che, con la discesa del giusto nel sepolcro, il contenzioso sia chiuso per sempre, invece non è così: “I giusti sono nelle mani di Dio”. La gente insensata riteneva che morissero, che il loro transito fosse una sciagura e la loro partenza un annientamento. Invece sono nella pace (v. 1).

Erano secoli che i sapienti d’Israele cercavano una risposta allo scandalo del dolore dell’innocente. Di fronte a questo enigma, anche il saggio Qoelet brancolava nel buio e amaramente era costretto ad ammettere: “Ho visto di tutto nella mia vita priva di senso: gente onesta perire malgrado la sua giustizia e gente malvagia prosperare malgrado la sua iniquità” (Qo 7,15); e il Salmista: “Io ho invidiato i prepotenti, vedendo prosperare i malvagi” (Sl 73,3). A chi sosteneva che Dio ripagava con giustizia il bene fatto e il male commesso, Giobbe – che non credeva in un’altra vita – rispondeva irridente: “I malvagi sono potenti e gagliardi e la loro prole prospera… concludono felici i loro giorni e scendono tranquilli nell’Ade” (Gb 21,7-13).

In questo inquietante dibattito, l’autore del libro della Sapienza introduce finalmente una rivelazione nuova e illuminante: con la morte non tutto è finito; esiste un aldilà. La morte dei giusti non è una disfatta, un annientamento, ma il momento di arrivo alla meta: la beatitudine con Dio.

“La gente pensava che subissero castighi, invece essi si attendevano l’immortalità”.

È la prima volta che nella Bibbia compare questo termine, nel senso di vita senza fine (v. 4).

Alla luce dell’immortalità è possibile cogliere il significato delle sofferenze che i giusti hanno dovuto sopportare. Non erano punizioni, ma prove attraverso le quali hanno potuto di dimostrare il loro attaccamento a Dio e alla sua legge.

Le hanno sostenute con coraggio, per questo il Signore “li ha trovati degni di sé… e li ha accolti come sacrificio d’olocausto” (vv. 5-6).

Nel momento della resa dei conti la loro giustizia brillerà davanti a tutti e la loro rettitudine sarà riconosciuta (v. 7).

Nel mondo nuovo saranno con Dio e regneranno per sempre con lui (vv. 8-9).

Seconda lettura (Ap 21,1-5a.6b-7)

Io Giovanni, 1 vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più.
2 Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
3 Udii allora una voce potente che usciva dal trono:
“Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno suo popolo
ed egli sarà il “Dio-con-loro”.
4 E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;
non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate”.
5 E Colui che sedeva sul trono disse:
“Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.
6 Io sono l’Alfa e l’Omega,
il Principio e la Fine.
A colui che ha sete darò gratuitamente
acqua della fonte della vita.
7 Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;
io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.

Nella Bibbia è impiegato spesso il termine nuovo – 347 volte nell’Antico Testamento e 44 nel Nuovo Testamento – e con questo aggettivo si intende un cambiamento radicale rispetto a ciò che esisteva prima.

Il nuovo operato da Dio è qualcosa di inatteso, di inimmaginabile, di sorprendente.

Quando, ad esempio, egli promette una “nuova legge” (Ger 31,31-34), non si riferisce a una nuova serie di prescrizioni, a un “aggiornamento” del decalogo, ma al dono di una legge radicalmente diversa, al dinamismo interiore che porta a compiere la volontà di Dio, all’impulso che muove il cuore a scegliere il bene.

Nell’Antico Testamento sono annunciate molte realtà nuove che il Signore attuerà: una nuova alleanza, uno spirito nuovo, un cuore nuovo e una creazione nuova: “Ecco, infatti, io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia e del suo popolo un gaudio” (Is 65,17-18).

La prima creazione era buona. Era “molto buono” tutto ciò che Dio aveva fatto (Gn 1,31), ma l’uomo, nella sua libertà, ha introdotto il peccato, ha usato per il male le creature e le ha orientate alla corruzione. Le conseguenze delle sue scelte sono sotto gli occhi di tutti: guerre, violenze, sopraffazioni, ingiustizie… È dunque irrimediabilmente fallito il progetto di Dio? Al Signore dell’universo è sfuggita di mano la sua creazione?

No – risponde il veggente dell’Apocalisse. Dio ha in mano i destini del mondo, nessun evento lo coglie di sorpresa, egli sta facendo nuove tutte le cose (v. 5). Non distrugge la prima creazione, ma sta preparando un nuovo cielo e una nuova terra. Solo il mare – simbolo di tutto ciò che è contrario alla vita (Ap 13,1) – sarà fatto scomparire per sempre, evaporerà fino all’ultima goccia (v. 1).

 La visione continua: “Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (v. 2).

In nessun momento della sua vita la donna è affascinante come nel giorno delle nozze. Il suo incedere con movenze graziose, il suo volto senza macchia né ruga sono motivo di ammirazione e oggetto di commenti lusinghieri da parte dei partecipanti alla festa.

La realtà del mondo che abbiamo sotto gli occhi è l’opposto, le previsioni sono fosche e nulla prelude a una trasformazione così sorprendente.

Ci vuole molta fede per credere che da una realtà così corrotta possa nascere un mondo nuovo.

Anche chi osserva un bruco non è indotto a pensare che stia per apparire una farfalla.

La conclusione della storia del mondo descritta dal Veggente dell’Apocalisse è da sogno: Dio dimorerà per sempre con gli uomini “e tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (vv. 3-4).

È il messaggio di gioia e di speranza che Giovanni rivolge ai cristiani delle sue comunità, tentati di abbattersi di fronte all’apparente e inarrestabile trionfo del male.

Alla fine – assicura – ci si renderà conto che, contro tutte le apparenze contrarie, gli eventi della storia non erano mai sfuggiti di mano al Signore.

Vangelo (Mt 5,1-12a)

1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
3 “Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4 Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
5 Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7 Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8 Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9 Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

Questa pagina evangelica è stata commentata nella festa di Tutti i santi.

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