IV Per annum: Cosa cerchi se non la gioia?

di: Fernando Armellini

Vuoi essere felice per qualche ora? Inebriati di vino. Vuoi esserlo per qualche anno? Prenditi i piaceri che la vita ti offre. Lo suggerisce anche il Qoelet: “Va’, mangia con gioia il tuo pane, bevi il tuo vino con cuore lieto. Il profumo non manchi sul tuo capo. Goditi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace” (Qo 9,7-9).

Ma come essere felici sempre?

La gioia non si identifica con il piacere che, pur’essendo voluto e benedetto da Dio, è effimero, caduco e tante volte sfocia in tristezza e delusione: “Anche nel riso il cuore prova dolore e il godimento può finire in pena” (Pr 14,13).

La Bibbia attesta un paradosso: la gioia vera e duratura nasce dall’impegno, dalla rinuncia, dall’abnegazione, dal sacrificio e si accompagna al dolore. “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi” – dichiara Paolo ai filippesi (Fil 1,24). Ai cristiani perseguitati, Giacomo raccomanda: “Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove”( Gc 1,2) e Pietro: “Esultate di gioia indicibile e gloriosa” (1 Pt 1,8-9).

Qual è il segreto di questa gioia?

Lo rivela Gesù: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35). Beato non è chi accumula e trattiene egoisticamente per sé i beni, ma chi, condividendo, si fa povero per soccorrere chi è nel bisogno.

Una proposta sconcertante. Accettarla è un rischio, ma ce la garantisce lui.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Beato chi non conserva nulla per sé e si fa povero per amore”.
Prima Lettura (Sof 2,3; 3,12-13)

2,3 Cercate il Signore
voi tutti, umili della terra,
che eseguite i suoi ordini;
cercate la giustizia,
cercate l’umiltà,
per trovarvi al riparo
nel giorno dell’ira del Signore.
3,12 Farò restare in mezzo a te
un popolo umile e povero;
confiderà nel nome del Signore
13 il resto d’Israele.
Non commetteranno più iniquità
e non proferiranno menzogna;
non si troverà più nella loro bocca
una lingua fraudolenta.
Potranno pascolare e riposare
senza che alcuno li molesti.

Vi fu un tempo in cui Dio sembrava alleato dei ricchi: il benessere, la fortuna, l’abbondanza di beni, la posterità numerosa erano considerati segni della sua benedizione (Dt 28,1-14). Leggendo l’AT ci si rende conto che l’ideale dell’israelita è la ricchezza, non la povertà.

Un po’ alla volta però in Israele la mentalità cambia. Soprattutto in seguito alla predicazione dei profeti, si comincia a capire che la ricchezza, più che una benedizione di Dio, è spesso frutto di imbrogli, di soprusi, di sfruttamento degli operai, di angherie, di abili raggiri, di ingiustizie. I poveri non sono più considerati dei maledetti a causa della loro empietà, ma delle vittime in balìa dei potenti. Ai miseri – grida sdegnato Michea – “si strappa la pelle di dosso e la carne dalle ossa” (Mic 3,2).

Sofonia vive pochi anni prima della distruzione di Gerusalemme, quindi, in un periodo di caos sociale e politico. Pur essendo di estrazione borghese, egli si scaglia contro gli alti dignitari della corte, contro i commercianti, contro gli empi (Sof 1,8-12) e contro tutti coloro che commettono ingiustizie. Minaccia l’imminente castigo di Dio e, come ultima possibilità di salvezza, indica l’immediata “conversione al Signore”.

Nella lettura di oggi, il profeta chiarisce, con un invito, cosa implica il “ritorno al Signore”: “Cercate il Signore, come tutti gli umili del paese, cercate la giustizia, cercate l’umiltà” (v. 3).

Convertirsi significa divenire come gli umili, come i poveri.

È la prima volta che nella Bibbia la parola povero è impiegata con una connotazione nuova: non indica più solo una condizione sociale ed economica, ma un atteggiamento religioso interiore. Per Sofonia, povero è colui che, non possedendo alcuna sicurezza, si affida interamente a Dio e si sottomette alla sua volontà.

Nel giorno del castigo – assicura il profeta – Dio lascerà sopravvivere nel paese “un popolo umile (povero) e senza risorse, un resto d’Israele, che cercherà rifugio nel nome del Signore” (vv. 12-13).

Dopo Sofonia questo nuovo significato del termine “povero” ebbe molta fortuna. La spiritualità della “povertà” ebbe uno sviluppo sempre maggiore e fu all’origine di un grande numero di salmi in cui la parola “povero” è stata impiegata come sinonimo di pio, giusto, timorato di Dio. Nel contesto di questo movimento spirituale va collocato il messaggio di Gesù.

Seconda Lettura (1 Cor 1,26-31)

26 Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. 27 Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, 28 Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, 29 perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. 30 Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione, 31 perché, come sta scritto: “Chi si vanta si vanti nel Signore”.

Abbiamo accennato la scorsa domenica ai problemi della comunità di Corinto: discordie, divisioni, invidie, gelosie. Come aveva potuto una chiesa, inizialmente tanto fervente, cadere così in basso?

Risponde Paolo: è accaduto perché fra i cristiani si è infiltrato lo spirito devastante della competizione; ognuno cerca di dominare sugli altri, di essere superiore, di essere “ricco”.

Come giudica Dio chi si comporta in questo modo?

La lettura espone i suoi gusti: egli non sceglie i ricchi ma i poveri, gli emarginati, coloro che sono ritenuti senza valore. Per convincersene – dice Paolo – basta considerare la condizione della comunità di Corinto: non ci sono nobili, sono pochi i ricchi, gli aristocratici, gli uomini eruditi e dotati di grande cultura; quasi tutti sono poveri, a volte addirittura miserabili. È un segno delle preferenze di Dio che sceglie i piccoli, predilige coloro che sono insignificanti agli occhi del mondo, per arricchirli dei suoi doni.

Vangelo (Mt 5,1-12)

1 Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. 2 Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
3 “Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
4 Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
5 Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
6 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
7 Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
8 Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
9 Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
10 Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.

L’uomo ha sempre sentito un profondo bisogno di incontrare Dio, di interrogarlo, di conoscere i suoi pensieri, di scoprire i suoi disegni. Ma dove trovarlo? Dove fissare un appuntamento con lui? Nei tempi antichi si pensava che il luogo ideale fossero le cime dei monti, quelle, soprattutto, che la tradizione indicava come luoghi sacri. Anche Israele condivideva questa concezione religiosa. Abramo, Mosè ed Elia hanno fatto le loro esperienze spirituali più forti “sul monte”.

Matteo colloca il primo discorso di Gesù su un monte. La devozione cristiana lo ha identificato con la collina che domina Cafarnao. Le suore che la custodiscono l’hanno trasformata in un’oasi di pace, di raccoglimento, di riflessione, di preghiera. Passeggiando sotto gli alberi maestosi, accolti dal fruscio delle foglie mosse dalla brezza che scende dalle vette innevate del Libano, contemplando dall’alto il lago che tante volte è stato solcato dalla barca di Gesù e dei discepoli, ci si sente quasi naturalmente portati ad elevare lo sguardo al cielo e il pensiero a Dio.

Per quanto possa essere suggestiva questa esperienza, il monte di cui parla Matteo non va inteso in senso geografico, ma nel suo significato teologico. Più che un luogo reale, “monte” è qualunque luogo o momento in cui ci si apre alla parola di Dio.

Possiamo visualizzare la scena: Gesù abbandona la pianura. È come se uscisse dalla terra dove si muovono gli uomini “normali”, quelli che si regolano secondo la “saggezza”, l’astuzia di questo mondo, quella “scaltrezza” maligna che porta a ragionare così: “la salute è tutto”, “ciò che conta è il successo”, “beato chi ha un grosso conto in banca”, “felice chi può viaggiare, divertirsi, chi non si priva di alcun piacere”, “a me interessa solo il sesso”, “sacrificarmi, fare delle rinunce per gli altri? Non ci penso proprio!”…

Sarà un uomo riuscito colui che condivide simili proposte di vita? Cosa ne pensa Dio?

Per non correre il rischio di sprecare la nostra esistenza è necessario conoscere il suo giudizio. Oggi accompagniamo Gesù sul monte per ascoltare le sue proposte di felicità, di successo, di beatitudine. Saranno proposte sconcertanti, addirittura insensate per chi ha la mente frastornata dalle proposte suggerite dalla “saggezza” degli uomini. Ascoltiamole e cerchiamo di capirle.

Beati i poveri in spirito

Difficile dire in quanti modi sia stata interpretata questa beatitudine. Qualcuno l’ha banalizzata, sostenendo che essa è riferita ai miserabili, agli straccioni, ai mendicanti. Sarebbero loro le persone ideali delle quali Dio si compiace e dunque andrebbero lasciati nella loro condizione, anzi, bisognerebbe far sì che tutti diventassero come loro. Si tratta evidentemente di una interpretazione assurda, deviante, contraria a tutto il resto del vangelo. La comunità cristiana ideale non è quella in cui tutti sono indigenti, ma quella in cui “non c’è più alcun povero” (At 4,34).

Altri pensano che “poveri in spirito” siano coloro che, pur mantenendo il possesso dei loro beni materiali, riescono a non legarvi il cuore. Altri ancora ritengono che i poveri sono beati perché presto smetteranno di esserlo. Le ipotesi serie, sostenute da ottimi autori, sono almeno una dozzina. Qual è quella giusta?

Sappiamo bene cosa significa essere poveri: vuol dire non possedere nulla. Ma cosa significa in spirito?

Nei confronti della ricchezza Gesù non ha mai assunto un atteggiamento di disprezzo. Anche la “ricchezza disonesta” per lui diveniva buona quando era distribuita ai poveri (Lc 16,19), tuttavia, benché non l’abbia mai condannata, l’ha considerata un ostacolo pericoloso, insormontabile per molti, ad entrare nel regno dei cieli (Mt 19,23) e, a chi lo voleva seguire, ha chiesto la rinuncia a tutti i beni: “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14,33).

È nel contesto di questa esigenza irrinunciabile di distacco totale e di condivisione con i poveri di tutto ciò che si possiede che va letta la nostra beatitudine.

Gesù non esalta la povertà in quanto tale. Aggiungendo la specificazione in spirito, chiarisce che non tutti i poveri sono beati. Devono considerarsi tali solo coloro che, per libera scelta, si spogliano di tutto. Poveri in spirito sono coloro che decidono di non possedere nulla per sé e di mettere tutto ciò che hanno a disposizione degli altri.

Si badi bene: povero secondo il vangelo non è colui che non possiede nulla, ma colui che non trattiene nulla per sé.

Qualche esempio ci può aiutare a capire. Il proprietario di una grande ditta può essere ricco o povero. È ricco se impiega gli utili che ricava dalla sua attività per soddisfare i propri capricci o quelli dei suoi familiari; è povero (pur possedendo grandi capitali) se vive in modo dignitoso, ma non spreca nulla per il superfluo, se gestisce la ricchezza preoccupandosi dei bisogni dei più deboli, se investe i suoi soldi per creare altri posti di lavoro…

Chi ha raggiunto una posizione sociale prestigiosa è ricco se diventa altezzoso, umilia i meno fortunati, pensa solo a se stesso; se invece mette le proprie capacità e doti a servizio degli altri, se si rende disponibile per chiunque abbia bisogno del suo aiuto è povero in spirito.

Anche chi è miserabile può non essere “povero in spirito”. Non lo è se maledice se stesso e gli altri, se tenta di migliorare la propria condizione con la violenza e con l’inganno, se pensa di liberarsi da solo disinteressandosi degli altri, se sogna di divenire a sua volta ricco o di sostituirsi ai ricchi.

La povertà volontaria, la rinuncia all’uso egoistico di tutti i beni che si possiedono (intelligenza, bel carattere, conoscenze, diplomi, posizione sociale, denaro, tempo libero…) non è qualcosa di facoltativo, non è un consiglio riservato ad alcuni che vogliono essere eroici o più perfetti degli altri. È ciò che contraddistingue il cristiano.

Si noti che la promessa che accompagna questa beatitudine non rimanda a un futuro lontano, non assicura l’entrata in paradiso dopo la morte, ma annuncia una gioia immediata: di essi è il regno dei cieli. Dal momento in cui si sceglie di essere e di rimanere poveri, si entra nel “regno dei cieli”, nel mondo nuovo inaugurato da Cristo.

Questa beatitudine non è un messaggio di rassegnazione, ma di speranza: nessuno più sarà bisognoso quando tutti diverranno “poveri in spirito”, quando metteranno i doni che hanno ricevuto da Dio a servizio dei fratelli, come fa Dio che, pur possedendo tutto, è infinitamente povero: non trattiene nulla per sé, è dono totale, è amore senza limiti.

Beati coloro che soffrono

La sofferenza non è cosa buona. Dio non prova piacere quando gli uomini sono nel dolore, non è lui che invia sventure e tribolazioni. Egli non vuole che gli uomini patiscano.

Quando Gesù proclama beati gli “afflitti” impiega un termine ben noto a chi conosce la Bibbia. Nel libro di Isaia si parla degli “afflitti”: sono coloro che non hanno una casa in cui abitare, che non hanno campi da coltivare perché l’eredità dei loro padri è stata usurpata da estranei, che si devono mettere a servizio di proprietari terrieri senza scrupoli, che devono subire ingiustizie, soprusi, malversazioni, umiliazioni (Is 61,7).

A queste persone che hanno il cuore affranto, che siedono nella cenere e che vestono l’abito da lutto (Is 61,3) il profeta rivolge un messaggio di speranza. Dio sta per intervenire – assicura – e capovolgerà la situazione, toglierà le cause del lutto: “Allieterà gli afflitti di Sion, darà loro una corona invece della cenere, l’olio di letizia invece dell’abito di lutto, il canto di lode invece di un cuore mesto” (Is 61,3).

Nella sinagoga di Nazareth Gesù applica a sé questa profezia (Lc 4,21). Egli è venuto per dare compimento alle promesse di Dio. Gli “afflitti”, coloro che provano un profondo dolore di fronte a una società ancora dominata dall’ingiustizia, coloro che sono insoddisfatti e si attendono da Dio la salvezza, saranno consolati. La venuta del Regno ha iniziato a eliminare tutte le situazioni che sono causa di dolore e di lacrime.

Beati i miti

L’aggettivo “mite” richiama l’idea della persona rassegnata che non reagisce alle provocazioni, che accetta passivamente e senza lamentarsi le ingiustizie. È quest’uomo che rifugge da ogni conflitto (ma che rivela forse anche una personalità piuttosto debole) che viene proclamato beato?

Il termine “mite” usato da Gesù è ripreso dall’AT e, più precisamente, dal Salmo 37. In questo testo sono chiamati “miti” coloro che sono stati privati dei loro diritti, della loro libertà, dei loro beni. Sono poveri perché i potenti hanno sottratto loro il campo, la casa, i pochi risparmi e magari addirittura i figli e le figlie. Sopportano l’ingiustizia senza nemmeno poter protestare. Non si rassegnano, ma si rifiutano di ricorrere alla violenza per ristabilire la giustizia. Non si lasciano guidare dall’ira, non alimentano sentimenti di odio e di vendetta. Confidano in Dio e attendono la venuta del suo regno.

Gesù si è presentato come “mite” (Mt 11,29; 21,5), non nel senso di “debole, timido, pusillanime”. Egli ha vissuto conflitti drammatici, ma li ha affrontati con le disposizioni di cuore che caratterizzano i “miti”: ha rifiutato l’uso della violenza, è stato paziente, tollerante, si è fatto servo di tutti.

Beati sono coloro che, di fronte alle ingiustizie, assumono i suoi stessi atteggiamenti. Costoro riceveranno da Dio il possesso di una terra nuova, di una condizione nuova. In essa sbocceranno relazioni umane pacifiche e dunque sarà la fine delle sopraffazioni e delle violenze che caratterizzano il mondo ancora in balìa delle “beatitudini” della “pianura”.

Tutti conosciamo situazioni simili a quelle descritte nel Salmo 37. Sappiamo che nel mondo esistono angherie e soprusi cui bisogna porre fine. Vogliamo lasciare in eredità ai nostri figli “una terra” nuova, migliore di quella in cui viviamo. Purtroppo, l’ansia per la giustizia porta a volte a coltivare pensieri e sentimenti e a compiere azioni che non sono quelle dei “miti”. Gesù ricorda ai suoi discepoli che l’eredità della “terra” è promessa ai miti, non ai violenti.

Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia

La fame e la sete sono i bisogni più impellenti che l’uomo sperimenta. È con quest’ansia incontenibile che i discepoli di Cristo devono cercare “la giustizia”.

Ma di quale giustizia si tratta? Di quella che viene amministrata nei nostri tribunali? Beati sono forse coloro che godono quando a un criminale viene inflitta la meritata punizione?

Non è questa la giustizia di cui si deve aver fame e sete. Questa spesso non è altro che ritorsione, vendetta, rappresaglia, crudeltà, sadismo perché si gode a veder soffrire chi ha fatto del male. Gesù sta parlando di un’altra giustizia, quella di Dio.

Dio è giusto, non perché retribuisce secondo i meriti, ma perché, con il suo amore, “rende giusti” coloro che sono malvagi. È giusto perché “vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4).

Per noi “giustizia è fatta” significa: il colpevole è stato punito. Per Dio la “giustizia è fatta” quando un malvagio diviene giusto. La sua giustizia è sempre e solo salvezza, è il ricupero di chi si è fatto del male commettendo il peccato.

Chi prova questa fame e questa sete per la salvezza del fratello “sarà saziato”. Condividerà la gioia stessa di Dio “che non vuole che nessuno si perda” (Gv 6,39), “che non ha piacere della morte del malvagio, ma piuttosto vuole che si converta e viva” (Ez 18,23).

Beati coloro che compiono opere di misericordia

Questa beatitudine sembra inserirsi nella contrapposizione fra magnanimità e desiderio di punire i colpevoli. Pare un invito a far prevalere sempre la compassione e il perdono.

Questo è certamente uno degli aspetti della “misericordia” e si accorda bene con la raccomandazione di Gesù: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato” (Lc 6,36-37). Ma non esaurisce la ricchezza di questo termine biblico.

Nella Bibbia la “misericordia”, più che un sentimento di pietà, è un’azione in favore di chi ha bisogno di aiuto. L’esempio più chiaro è quello del samaritano che – dice il testo greco – ha compiuto la misericordia nei confronti dell’uomo aggredito dai banditi (Lc 10,37).

I rabbini del tempo di Gesù insegnavano che Dio è misericordioso perché compie opere di misericordia e specificavano: “Dio vestì gli ignudi – quando ricoprì con foglie Adamo ed Eva: Gn 3,21 – così voi dovete vestire gli ignudi. Egli visitò i malati – difatti andò a trovare Abramo quando soffriva per la circoncisione e visitò la sterile Sara: Gn 18,1 – così voi dovete visitare i malati. Egli confortò coloro che erano in lutto – quando consolò Isacco dopo la morte del padre: Gn 25,11 – così voi dovete confortare coloro che sono in lutto. Egli seppellì i morti – fu lui che seppellì Mosè: Dt 34,6 – così voi dovete seppellire i morti”.

Misericordiosi sono coloro che, come Dio, compiono opere di misericordia, sono coloro che si impegnano perché le persone bisognose trovino sempre ciò di cui necessitano.

Sono beati perché nel mondo nuovo, all’apparizione del Regno, anch’essi, quando avranno bisogno di aiuto, troveranno chi tenderà loro la mano.

Beati i puri di cuore

La purità è una delle caratteristiche più marcate della religiosità giudaica. Qualunque contatto con i culti pagani, con tutto ciò che richiama la morte, con tutto ciò che è immondo doveva essere evitato. Da questa esigenza di purità erano nati i divieti, le minuziose disposizioni dei rabbini, la vigilanza ossessiva, lo sforzo continuo di tenersi lontani da ciò che era percepito come contrario alla santità di Dio. Siccome però le trasgressioni erano inevitabili, ecco che i giudei si vedevano costretti a compiere incessantemente riti purificatori: abluzioni, aspersioni, lavaggi, sacrifici (Mc 7,3-4).

A Gesù non interessavano queste pratiche esteriori, a lui premevano la lealtà, la rettitudine.

Non c’è nulla di esterno all’uomo che lo possa contaminare: “Non capite – spiegava ai discepoli – che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna? Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo. Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l’uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende immondo l’uomo” (Mt 15,17-20).

I puri di cuore sono coloro che hanno un comportamento etico conforme alla volontà di Dio, coloro che hanno il cuore indiviso, coloro che non amano contemporanemente Dio e gli idoli.

Non ha il cuore puro colui che serve due padroni, colui che ha una condotta che non si accorda con la fede che professa, colui che ama Dio, ma mantiene nel cuore il rancore verso il fratello, colui che non commette l’azione cattiva, ma è adultero nel suo cuore (Mt 5,28).

I puri di cuore sono beati perché a loro, e solo a loro, è concesso di fare una profonda esperienza di Dio.

Beati coloro che si impegnano per la pace

Fra le opere di misericordia raccomandate dai rabbini del tempo di Gesù, la più meritoria era mettere pace, ricostruire l’armonia fra le persone. Ogni azione tesa a riportare la pace – si diceva – attira le benedizioni di Dio sull’uomo.

Beato è certamente colui che, senza ricorrere alla violenza e all’uso delle armi, si impegna con tutte le sue forze a porre fine alle guerre e ai conflitti; beato è colui che si frappone fra i contendenti e tenta di convincerli al dialogo, alla concordia, alla pace.

Ma nella Bibbia la parola “pace” (shalom) non significa solo assenza di guerre. Indica il benessere totale, implica l’armonia con Dio, con gli altri e con se stessi, la prosperità, la giustizia, la salute, la gioia.

Gli “operatori di pace” sono coloro che si impegnano affinché questa vita colma di ogni bene sia possibile per ogni uomo. Ad essi viene riservata la più bella delle promesse: Dio li considera suoi figli.

Beati i perseguitati per la giustizia

Ci sono sofferenze, tribolazioni, mali che colpiscono in modo imprevisto e senza che siano stati voluti. Ma ce ne sono altri che accompagnano necessariamente certe decisioni. Gesù non ha illuso i suoi discepoli, ha detto chiaramente che chi si schiera dalla parte “della giustizia” di Dio pagherà certamente cara la sua scelta. Non ha promesso una vita facile, agiata, colma di successi; non ha assicurato gli applausi e il consenso degli uomini. Con insistenza ha ripetuto che l’adesione a lui comporta la persecuzione: “È sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più i suoi familiari!” (Mt 10,24-25).

Della persecuzione dei giusti si parla spesso anche nell’AT. Nei Salmi ci si imbatte nel giusto che chiede a Dio: “Liberami dalla stretta dei miei persecutori” (Sal 7,2); “Quando farai giustizia dei miei persecutori? A torto mi perseguitano: vieni in mio aiuto” (Sal 119,84.86). Geremia è osteggiato, calunniato, rinchiuso in una cisterna.

Ci aspetteremmo di trovare, già nell’AT, la beatitudine che riguarda i perseguitati, invece niente. Questi vengono elogiati per la loro fermezza e rettitudine, a loro è promesso un glorioso destino futuro (Sap 2-5), ma non vengono mai proclamati beati.

Nell’AT la persecuzione è considerata un male e l’uomo che la subisce non può essere felice finché essa dura. Il giusto sarà benedetto, annunciano gli scrittori sacri, ma solo a partire dal momento in cui Dio interverrà per porre fine alle malversazioni cui è sottoposto.

Nel NT la prospettiva cambia. Colui che soffre per la sua fedeltà al Signore è proclamato beato nel momento e per il fatto stesso di essere perseguitato. La persecuzione non è il segno del fallimento, ma del successo. È un motivo di gioia perché prova che è stata fatta la scelta giusta, quella secondo la “sapienza di Dio”.

È inevitabile che coloro che portano avanti la proposta di una società basata sulla logica “del monte” siano perseguitati. Essi mettono in crisi le istituzioni in cui i forti prevalgono sui deboli, i ricchi sui poveri, i privilegiati sui meno favoriti, i padroni sui servi. Gli oppressori si rendono conto che la venuta del Regno minaccia la loro posizione, per questo aggrediscono con violenza chiunque si impegni per porre fine alla sopraffazione, all’arroganza, alla povertà, all’ingiustizia, alla discriminazione.

Gesù ha suggerito il comportamento da tenere nei momenti di persecuzione: “Ora io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5,44). A sua volta Paolo raccomanda: “Benedite coloro che vi perseguitano” (Rm 12,14). L’unica forza capace di rompere la spirale della violenza è quella dell’amore e del perdono.

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