IV Avvento: Quale messia?

di: Fernando Armellini

Il messianismo è radicato in noi più di quanto immaginiamo. È alimentato dallo smarrimento e dall’angoscia che proviamo di fronte a un mondo segnato da contraddizioni, tragedie e morte ed è tenuto vivo dalla trepidante attesa dell’intervento di qualcuno che lo possa radicalmente cambiare.

Ogni epoca ha avuto il suo messianismo.

Gli uomini del Rinascimento erano convinti di aver posto fine al sonno medioevale, a un millennio segnato dall’ignoranza e dalla barbarie e di aver dato inizio all’età dell’oro, con il ricupero dei valori classici. Poi venne il messianismo della scienza, creatrice di progresso e sviluppo; la si riteneva capace di risolvere ogni problema, tranne quello della morte. Nel ‘700 gli illuministi erano persuasi di aver acceso la luce della ragione, dopo secoli di oscurità in cui gli uomini si erano lasciati acriticamente guidare da verità rivelate dal cielo e tradotte in dogmi. Poi spuntarono i messianismi ideologici della giustizia, della libertà e della democrazia, tutti apportatori di istanze umanizzanti, fintanto che non pretesero un culto divino e, divenuti idoli, si ritorsero contro l’uomo.

Sono tramontate tutte le ideologie e il mondo continua ad attendere un salvatore. Il bisogno di cambiamento provoca in alcuni l’impazienza, che porta facilmente al fanatismo e al ricorso alla violenza, in altri genera la rassegnazione e il ripiegamento sull’angusto interesse privato.

C’è un messia che riemerge ogni volta che i sapienti, i vincitori, i dominatori di questo mondo sono costretti a dichiarare il loro fallimento; propone un regno di pace e giustizia che, secondo la saggezza di questo mondo, non si realizzerà mai. Eppure un messaggero celeste lo ha garantito: è lui il messia di Dio e il mondo nuovo sarà portato a compimento, perché “nulla è impossibile a Dio”.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Il figlio della vergine Maria è l’unico messia che non mi ha mai deluso”.

Prima Lettura (2 Sam 7,1-5.8-12.16)

Avvenne che, 1 quando il re, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato tregua da tutti i suoi nemici all’intorno, 2 disse al profeta Natan: “Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto una tenda”. 3 Natan rispose al re: “Va’, fa’ quanto hai in mente di fare, perché il Signore è con te”.
4 Ma quella stessa notte questa parola del Signore fu rivolta a Natan: 5 “Va’ e riferisci al mio servo Davide: Dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? 8 Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo d’Israele mio popolo; 9 sono stato con te dovunque sei andato; anche per il futuro distruggerò davanti a te tutti i tuoi nemici e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. 10 Fisserò un luogo a Israele mio popolo e ve lo pianterò perché abiti in casa sua e non sia più agitato e gli iniqui non lo opprimano come in passato, 11 al tempo in cui avevo stabilito i Giudici sul mio popolo Israele e gli darò riposo liberandolo da tutti i suoi nemici. Te poi il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore. 12 Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. 14 Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. 16 La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre”.

Non furono né facili né tranquilli gli ultimi anni della vita di Davide. Il regno, costruito a prezzo di tanto sangue, era ancora unito, ma già si cominciavano a scorgere i primi segni dei conflitti che stavano per riesplodere fra le tribù del sud e quelle del nord. La forza e il prestigio del grande sovrano, ormai in declino, non erano più in grado di contenere le tensioni. I popoli vicini, gli ammoniti, i moabiti, soggiogati con la violenza, sottoposti a tributi esorbitanti e costretti ai lavori forzati (2 Sam 12,31), attendevano solo il momento opportuno per riprendere le ostilità e liberarsi del giogo insopportabile. Il cruccio maggiore di Davide era però la sua famiglia, le rivalità fra i suoi figli: Amnon, l’amato primogenito, era stato assassinato dal fratello Assalonne che, a sua volta, rivoltatosi contro il padre, era stato ucciso da Ioab. Un altro figlio, Chiliab, era probabilmente perito durante la stessa faida familiare; il regno sarebbe spettato al quartogenito, Adonia, ma gli intrighi dell’ambiziosa Betsabea, la favorita, e di Natan, il profeta di corte, indussero Davide a designare Salomone come successore. La lotta per il trono si concluse con un nuovo crimine, l’uccisione di Adonia per ordine di Salomone.

È in questo ambiente che va collocato il brano che ci è proposto oggi e che costituisce il cuore di tutta la storia di Davide e il punto di riferimento di tutto il seguito della storia d’Israele.

Per rafforzare l’unità del regno, Davide pensò di costruire un tempio al Signore, ma, per porre in atto un progetto tanto ambizioso, aveva bisogno dell’approvazione e del sostegno di Natan, l’unico che, con la sua autorità morale, poteva convincere il popolo a collaborare all’impresa. Assunto l’atteggiamento devoto delle persone più pie, Davide gli comunicò le sue intenzioni: “Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca del Signore abita sotto una tenda” (v. 2).

Colto un po’ di sorpresa, Natan si lasciò convincere e approvò l’idea, ma in quella stessa notte, riflettendo meglio, si rese conto che i sacrifici imposti al popolo erano già troppi e che non era il momento di intraprendere una simile costruzione. Il giorno seguente si recò spontaneamente dal sovrano e gli comunicò la rivelazione che aveva avuto da Dio. Nella versione dell’episodio tramandataci dal libro Cronache, è riferita anche la ragione addotta dal profeta: “Tu hai versato troppo sangue e hai fatto grandi guerre; per questo non costruirai il tempio al mio nome, perché hai versato troppo sangue sulla terra davanti a me. Ecco ti nascerà un figlio, che sarà uomo di pace. Egli costruirà un tempio al mio nome” (1 Cr 22,8-10).

Dopo aver negato il permesso di costruire il tempio, Natan pensò che era giunto il momento di dare una risposta a un altro angosciante dubbio del sovrano: quale il destino dell’incipiente dinastia? Davide sapeva che c’erano tutte le premesse perché, dopo la sua morte, si scatenasse nella sua famiglia una lotta, senza esclusione di colpi, per impossessarsi del trono. I nemici ne avrebbero certo approfittato e avrebbero spazzato via la giovane dinastia.

Natan fece al re una promessa inaudita: non sarai tu a costruire una casa per Dio, ma sarà Dio a costruirti una casa, stabile, so­lida, eterna (vv. 11-16).

Nella Bibbia, il termine casa non indica solo l’edificio materiale, ma an­che il casato, la posterità ed è in questo senso che fu usato dal profeta. In nome di Dio egli assicurò Davide che suo successore sarebbe stato un suo figlio e che la sua dinastia non sarebbe mai stata annientata.

Conosciamo dinastie che sono rimaste al potere per centinaia e anche mi­gliaia d’anni, ma poi sono scomparse. Chi ha udito Natan pronunciare l’oracolo deve aver pensato a una pietosa bugia, dettata dalla deferenza e dalla compassione per il vecchio sovrano. Per bocca del profeta invece, Dio stava impegnando la sua fedeltà in una solenne promessa: la dinastia davidica sarebbe durata per sempre. È così che Israele la intese e, nei momenti più difficili, ad essa fece sempre riferimento, certo che il Signore sarebbe stato di parola.

Un triste giorno di luglio del 587 a.C. accadde però un fatto drammatico: i babilonesi distrussero Gerusalemme e posero fine al regno davidico. Non si trattò solo di una sconfitta militare, ma di una dura prova per la fede del popolo che si chiedeva: “Il Signore si è forse dimenticato della sua promessa?”. Furono anni di smarrimento, finché Israele non riuscì a convincersi che le parole di Dio sono irrevocabili. Doveva guardare al futuro, aspettare la venuta di un discendente di Davide, di colui che avrebbe ricevuto dal Signore un regno eterno. Fu l’inizio dell’attesa messianica.

Il compimento della profezia superò ogni aspettativa. Sia Davide che Natan sognavano un regno di questo mondo, ma il Signore non si adegua ai progetti dell’uomo, che sono sempre meschini, li sconvolge, li sostituisce con i suoi e chiede che gli si accordi fiducia.

Dio fece sorgere, nella famiglia di Davide, un re, Gesù, il figlio di Maria. Israele si aspettava un conquistatore di imperi, il Signore rispose inviando un bambino debole, povero, indifeso. Sono le sorprese di Dio. Beati coloro che, come Maria, sono in grado di capirle e di accoglierle!

Seconda Lettura (Rm 16,25-27)

Fratelli, 25 a colui che ha il potere di confermarvi secondo il vangelo che io annunzio e il messaggio di Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni, 26 ma rivelato ora e annunziato mediante le scritture profetiche, per ordine dell’eterno Dio, a tutte le genti perché obbediscano alla fede, 27 a Dio che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Con il termine mistero Paolo intende il piano di salvezza che, da tutta l’eternità, Dio ha in mente e che, progressivamente, è stato rivelato agli uomini (v. 25).

Dio ha cominciato a svelarlo nella creazione: il mondo da lui portato all’esistenza mediante la parola – E Dio disse… – è, in certo qual modo, rimasto “impregnato” di questa divina parola ed è in grado di comunicarla a chiunque lo contempli con occhi limpidi e cuore puro. Fin da principio, infatti, egli “non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendo dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendo cibo e riempiendo i cuori di letizia” (At 14,17).

Poi ha parlato con maggior chiarezza per bocca dei profeti, inviati per illuminare il suo popolo (v. 26).

Infine, in Cristo, ha portato a compimento la sua rivelazione: “Ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1,1-3).

Quando, sulla croce, Gesù ha esclamato: “Tutto è compiuto” (Gv 19,30), non intendeva dire: “Per me è finita”, ma: “Questo è il momento più glorioso della mia vita”, quello in cui il Padre ha manifestato fin dove arriva il suo amore per l’uomo, ora non gli rimane altro da aggiungere, il “mistero” è pienamente svelato.

Nei pochi versetti contenuti nel brano di oggi, che costituisce la conclusione della Lettera ai romani, Paolo ringrazia Dio per questa rivelazione. Ora è chiaro a tutti che egli coltiva pensieri di pace e progetti di salvezza per ogni uomo e vuole che tutti siano, in Cristo, “un solo uomo nuovo”, distruggendo ogni inimicizia (Ef 2,14-18).

Vangelo (Lc 1,26-38)

26 Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”.
29 A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. 30 L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.
34 Allora Maria disse all’angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”. 35 Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. 36 Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: 37 nulla è impossibile a Dio”.
38 Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l’angelo partì da lei.

Fin dai primi secoli, il saluto dell’angelo a Maria ha ispirato gli artisti cristiani ed è un tema figurativo presente in ogni chiesa. Tutte grazia e dolcezza sono le annunciazioni del Beato Angelico e celeberrima è quella di Simone Martini, con l’angelo Gabriele, creatura incorporea che quasi si dissolve nella luce del fondo dorato, mentre Maria, turbata, si ritrae senza perdere la serenità del suo splendido volto. Sono incantevoli le sensazioni suscitate da questi capolavori ed è intensa l’emozione che si prova leggendo la pagina evangelica. Tuttavia, dopo un primo approccio al sublime mistero dell’incarnazione del figlio di Dio, è necessario procedere alla ricerca del messaggio che l’evangelista intende comunicare. Per questo si deve, anzitutto, tenere distinto il racconto di Luca dai vangeli apocrifi in cui compaiono molti tratti leggendari che, a partire dal V secolo, gli artisti hanno riprodotto nei loro dipinti. Poi va definito con esattezza il genere letterario del brano, mettendo in evidenza il fatto che non ha nulla in comune con le fiabe.

Partiamo da una constatazione: nella Bibbia non è la prima volta che viene annunciata la nascita straordinaria di un bambino e, se si confrontano queste annunciazioni, si nota che i personaggi chiamati a svolgere una missione straordinaria nascono spesso in modo anormale: Isacco è concepito quando sua madre Sara, sterile, ha novant’anni e suo padre, Abramo, ne ha cento (Gn 17,17); le madri di Sansone (Gd 13,3) e di Samuele (1 Sam 1,5) sono sterili; i genitori del Battista sono vecchi ed Elisabetta è sterile; non sorprende che, nei vangeli apocrifi, la nascita di Maria sia presentata secondo lo stesso schema: Anna e Gioacchino sono vecchi e la mamma è sterile. Anche la nascita di Gesù avviene in modo straordinario: Maria è vergine e non ha avuto rapporti con il marito.

La Bibbia mette in risalto la componente prodigiosa di queste nascite per mostrare che esse non sono frutto naturale della fecondità umana, ma un dono del cielo. La salvezza, la liberazione o la speranza che questi personaggi sono destinati a introdurre nel mondo provengono da Dio.

Se a questi annunci di nascite straordinarie aggiungiamo anche le vocazioni di Mosè (Es 3,2-12) e di Gedeone (Gd 6,12-22), verifichiamo un altro dato significativo: tutti questi racconti sono strutturati allo stesso modo, seguono lo stesso schema, contengono gli stessi elementi, insomma, si assomigliano, come mattoni usciti dallo stes­so stampo. Anzitutto è introdotto in scena l’angelo del Signore; poi chi riceve il messaggio divino è colto da timore; l’angelo annuncia la nascita di un bambino, ne indica il nome e specifica la missione cui è destinato; viene sollevata una difficoltà o presentata un’obiezione cui l’angelo risponde dando un segno che, puntualmente, si realizza.

L’annunciazione a Maria segue, fin nei dettagli, questo schema, per questo risulta difficile stabilire quali sono, nel racconto, i dati storici reali e quali gli elementi che dipendono dall’artificio letterario. I fatti potrebbero essersi svolti esattamente come sono stati riferiti e, in tal caso, l’evangelista non poteva narrarli in modo diverso; ma, quand’anche l’annunciazione fosse stata un’esperienza mistica interiore di Maria, il racconto sarebbe stato lo stesso. Per farsi comprendere dai suoi lettori, Luca doveva attenersi allo schema fisso impostogli dalla Bibbia.

Ciò che si può affermare, senz’ombra di dubbio, è che Luca non intendeva redigere un freddo reportage dell’accaduto e che, a differenza degli artisti che sembrano orientare l’attenzione su Maria e sul messaggero celeste, egli voleva che gli sguardi fossero fissi sul figlio di Maria. Ai credenti, più che le emozioni interiori della Vergine, interessa, infatti, sapere chi è Gesù.

Fatte queste puntualizzazioni, veniamo al messaggio.

Il solenne oracolo pronunciato da Natan ha segnato profondamente la storia e la spiritualità d’Israele. Ad esso si sono richiamati, nei momenti più bui, i profeti Isaia, Geremia, Amos, Zaccaria e – fatto ancora più sorprendente – perfino quando la dinastia davidica era scomparsa, Gerusalemme era distrutta e il tempio raso al suolo, un salmista ripropose al popolo la promessa di Dio: “Ho giurato a Davide mio servo… la sua discendenza durerà per sempre e il suo trono come il sole davanti a me, come la luna salda per sempre, testimone fedele nel cielo” (Sl 89,4.37-38).

In una situazione ormai irreparabilmente compromessa, come credere che il Signore non si sarebbe smentito? Eppure il salmista era convinto che, se Dio aveva mostrato di poter rendere feconda Sara, certo sarebbe stato capace di far nascere, dal grembo sterile della vergine Israele, il messia promesso.

Ecco però la sorpresa: mentre gli occhi di coloro che attendevano l’intervento salvifico del Signore erano rivolti verso Gerusalemme, Dio posò il suo sguardo su un minuscolo villaggio, sperduto tra le montagne della Galilea, un villaggio tanto insignificante da non essere neppure nominato nell’Antico Testamento. Era abitato da gente semplice, poco istruita e ritenuta anche impura perché viveva in contatto con i pagani. A Filippo che, entusiasta, dichiarava la sua ammirazione per Gesù di Nazaret, Natanaele rispose irridente: “Ma da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46).

Le sorprese non sono finite. A chi si rivolse Dio? Chi scelse? Non un liberatore valoroso come Gedeone, non un eroe come Sansone o un sovrano potente come Salomone, ma una donna, una vergine.

La verginità per noi è segno di dignità e motivo di onore, ma in Israele era apprezzata prima del matrimonio, non dopo. Per una ragazza era un’infamia rimanere vergine per tutta la vita, era giudicata incapace di attirare su di sé gli sguardi di un uomo. La donna senza figli era un albero secco che non dava frutti. Al termine vergine era dunque legata una connotazione dispregiativa: nei momenti più drammatici della sua storia, Gerusalemme sconfitta, umiliata, distrutta e senza speranze, è chiamata vergine Sion (Ger 31,4; 14,13), perché in lei la vita si era interrotta, era incapace di generare.

Maria è vergine non solo dal punto di vista biologico, come la chiesa ha sempre creduto, ma anche in senso biblico: è povera ed è cosciente di esserlo, si trova nella condizione di colei che può solo essere “riempita di grazia” da Dio. Nell’annunciazione non celebriamo la sua integrità morale, di cui certo nessuno dubita, ma contempliamo le “grandi cose” che in lei ha operato colui che è “Potente” e “Santo è il suo nome”.

Chi considera le meraviglie compiute dal Signore nella “sua serva” non può più abbattersi per la propria indegnità, perché comprende che tutti sono destinati a divenire, nelle mani di Dio, dei capolavori della sua grazia.

Luca è l’evangelista dei poveri nei quali vuole infondere gioia e speranza, per questo, fin dalla prima pagina del suo vangelo, mette in risalto le preferenze di Dio per gli ultimi, per chi non conta nulla, per tutto ciò che è disprezzato dagli uomini. Rendendo fecondo il grembo desertico della vergine Sion e di Maria, ha mostrato che non c’è condizione di morte che il Signore non sappia recuperare alla vita. Anche i cuori aridi come le sabbie del deserto egli trasformerà in lussureggianti giardini e, irrigati dall’acqua del suo Spirito, i giardini diverranno foreste (Is 32,15).

A questo punto siamo in grado di cogliere il messaggio cen­trale del brano.

Rallegrati, o amata da Dio, il Signore è con te (v. 28). Sono le parole che il messaggero celeste ha rivolto a Maria. Non le ha improvvisate al suo arrivo a Nazaret, né gli sono state insegnate in cielo, prima di partire. Questo saluto era ben noto a Maria perché i profeti lo avevano già rivolto alla vergine Sion. Il primo a formularlo era stato Sofonia, in un momento di decadenza morale del popolo. Indignato per la corruzione esistente, aveva pronunciato terribili oracoli di condanna contro i popoli stranieri e contro la città santa, divenuta “ribelle, contaminata, prepotente” (Sof 3,1). Poi, ecco la sorpresa, un giorno cambia tono e, dalle minacce di castighi, passa al linguaggio dolce, alle parole consolanti: “Gioisci, o fi­glia di Sion, esulta Israele, rallegrati con tutto il cuore o figlia di Gerusalemme… non avere paura” (Sof 3,14-18; Zc 9,9).

Perché questo improvviso cambiamento? La città si era forse convertita? Affatto, solo un piccolo resto, un popolo umile e povero si era rivolto al Signore e aveva cominciato a confidare in lui, la maggioranza aveva continuato lontana da Dio. Se si fosse limitata a considerare il proprio peccato, Sion avrebbe avuto tutti i motivi per perdersi d’animo e attendere la rovina. Ma Sofonia la invitò a sollevare gli occhi e a contemplare l’amore del suo Dio. Ecco la ragione dell’esultanza: “Il Signore è in te, salvatore potente”.

Ponendo sulla bocca dell’angelo l’invito a gioire, Luca identifica Maria con la vergine Sion che si rallegra perché in lei è presente il Signore.

Se scorriamo la Bibbia, verifichiamo che, quando Dio si rivolge a qualcuno, in genere lo chiama per nome. Nel nostro racconto il nome di Maria è sostituito da un epiteto: amata da Dio. Se Dio le cambia il nome, significa che la destina a una missione particolare. Abram è divenuto Abraham perché doveva diventare padre di una moltitudine di popoli (Gn 17,5) e Sarai è stata chiamata Sara, principessa, perché destinata ad essere madre di re (Gn 17,15).

Qual è allora la missione affidata all’“Amata da Dio”? Quella di pro­clamare al mondo ciò che il Signore realizza nei poveri che si affidano al suo amore.

Dopo il saluto, l’angelo annuncia a Maria la nascita di un figlio al quale il Signore Dio darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine (vv. 32-33).

Anche queste parole non sono state inventate da Luca, si trovano, quasi identiche, sulla bocca di Natan (2 Sam 7,12-17). Ponendole sulle labbra dell’angelo, l’evangelista dichiara che, nel figlio di Maria, si è compiuta la profe­zia fatta a Davide: è Gesù l’atteso messia destinato a regnare in eterno.

È ripreso, nelle parole del messaggero celeste, il tema dei piccoli, resi grandi dalla benevolenza di Dio. Davide era un pastore, il più piccolo dei suoi fratelli; Dio lo ha preso dai pascoli dove custodiva il gregge e ne ha fatto un re glorioso. Ora il Signore riparte da una situazione di povertà: la famiglia di Davide è decaduta, il regno è distrutto, ma il “Potente” interviene, prende un germoglio, un figlio di Davide e a lui consegna un regno che non avrà fine.

È l’invito a non lasciarsi sedurre da altri messia, a non attendersi altri salvatori perché nessuno mai potrà sostituire Gesù. Molti verranno dopo di lui e si presenteranno dicendo: “Sono io il Cristo!” (Mt 24,4) e “compiranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti” (Mt 24,24). Avranno un momentaneo successo, ma – assicura l’evangelista – solo a Gesù è stato promesso un regno eterno.

All’obiezione di Maria l’angelo risponde: La forza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra (v. 35). Nell’Antico Testamento l’ombra e la nube sono segni della presenza di Dio. Durante l’esodo Dio precedeva il suo popolo in una colonna di nube (Es 13,21), una nube co­priva la tenda dove Mosè entrava per incontrare Dio (Es 40,34-35) e, quando il Signore scendeva sul Sinai per parlare con Mosè, il monte era coperto da una nube densa (Es 19,16).

Affermando che su Maria si è posata l’ombra dell’Altissimo, Luca dichiara che in lei si è reso presente lo stesso Dio. Siamo di fronte a una professione di fede di questo evangelista nella divinità del figlio di Maria.

Le ultime parole dell’angelo sono: Nulla è impossibile a Dio (v. 37), le stesse che il Signore rivolse ad Abramo quando gli annunciò la nascita di Isacco (Gn 18,14). Sono un’affermazione che va richiamata spesso e che va ripetuta con tenerezza, soprattutto a coloro che si sentono troppo poveri, troppo indegni e pensano che per loro non ci sia più speranza di recupero e di salvezza. “Nulla è impossibile a Dio”.

Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto (v. 38). È la risposta di Maria alla chiamata di Dio.

In molti dipinti traspaiono, dal volto della Vergine, la sorpresa e, a volte, quasi il suo sbigottimento, cui segue però sempre l’accettazione della volontà del Signore.

Avvenga, però, non significa accondiscendenza rassegnata. Il verbo greco génoito è un ottativo ed esprime un desiderio gioioso di Maria, un’ansia di vedere presto realizzato in lei il progetto del Signore.

Dove giunge Dio, lì arriva sempre anche la gioia. Il racconto, iniziato con il “Rallegrati”, si conclude con il grido di gioia della Vergine.

Nessuno aveva capito il progetto di Dio, non l’avevano capito Davide, Natan, Salomone, i re d’Israele. Tutti gli avevano contrapposto i loro sogni e da lui si aspettavano soltanto l’aiuto per realizzarli. Maria non si comporta come loro, non contrappone a Dio alcun suo progetto, gli chiede soltanto qual è il ruolo che intende affidarle e, lieta, accoglie la sua iniziativa.

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