IV Pasqua: Nessuno rapirà

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Tradizionalmente la quarta domenica di Pasqua è posta sotto il titolo di “Domenica del Buon pastore” e dedicata alla preghiera per le vocazioni. Oltre al Vangelo di Giovanni, la prima lettura propone, come di consueto in tempo pasquale, un brano riportato negli Atti degli Apostoli.

La promessa è realizzata

Dal 46 al 48 ca. d.C. Paolo (e Barnaba) compiono il primo dei cosiddetti tre “viaggi missionari” presso le nazioni (At 13,1–14,28). Insieme all’accordo di Gerusalemme (15,1-35) forma il contenuto del resoconto della terza sezione degli Atti degli Apostoli.

Inviati dalla Chiesa di Antiochia di Siria dopo la preghiera, il digiuno e l’indicazione dello Spirito Santo (At 13,1-3), dopo aver visitato l’isola di Cipro (At 13,4-12), Paolo e Barnaba si imbarcano per la regione dell’odierna Anatolia. Sbarcati ad Antalya, e lasciato sul posto Giovanni-Marco, salgono a Perge di Panfilia e quindi ad Antiochia di Pisidia (At 13,13-14).

Di sabato, nella sinagoga, Paolo rivolge ai presenti giudei, ai proseliti, ai “timorati di Dio” e probabilmente anche a qualche “simpatizzante” il primo grande discorso missionario registrato da Luca (omesso dalla liturgia). Paolo riassume la storia della salvezza culminante in Gesù. Egli riconosce che è ai giudei (“noi”) che questa parola di salvezza è stata mandata (v. 26). Gli abitanti di Gerusalemme e i loro capi hanno chiesto la morte dell’innocente Gesù, e dopo la sua morte, Dio lo ha risuscitato. Apparso a molti, ha reso testimoni molti discepoli.

Paolo quindi può annunciare che «la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù» (vv. 32-33). I salmi 2,16 e i profeti (Is 55,3) testimoniano di tutto ciò e invitano alla conversione, per ottenere quel perdono che la legge di Mosè è stata incapace di dare, e così realizzare la giustificazione delle persone (v. 38). Paolo invita i presenti a non respingere beffardi questi fatti, anche se eclatanti (cf. v. 41 con citazione di Ab 1,5).

Il gruppo presente nella sinagoga è descritto in modi diversi da Luca. È composto da giudei e da “timorati di Dio/phoboumenoi ton theon” secondo il v. 16 (cf. v. 26). Questi ultimi sono forse da intendersi in modo generico come “veneratori di Dio” e non in senso socio-religioso di “tementi Dio” (cf. 16,14; 17,4.17). Al v. 42 coloro con il quali Paolo e Barnaba parlano sono chiamati “adoratori proseliti/sēboumenōn prosēlytōn”.

Sono le stesse persone? Attorno ai giudei veri e propri, si riunivano per simpatia del loro modo di vivere e dell’alta qualità etica del loro comportamento benefattori e simpatizzanti generici, oltre ai proseliti. Questi erano persone che invece aderivano espressamente all’insegnamento della Torah, con o senza l’accettazione della circoncisione (su questo punto le opinioni degli studiosi sono diverse).

Zelo e frattura

Ricevuto l’invito a “rivolgere una parola di consolazione” su queste parole/fatti anche il sabato successivo, Paolo e Barnaba continuano a parlare ai molti giudei che li seguono fuori della sinagoga. Cercano di “convincerli/epeithon” a “permanere attaccati” alla “grazia di Dio”, cioè all’offerta di perdono legata alla fede in Gesù Cristo (cf. v. 38), restando nello stato di grazia prodotto dall’annuncio della “parola di salvezza” (cf. v. 26). “Persuadere/convincere” rimanda alla decisione vicina alla conversione (cf. At 14,1-2; 17,4; 28,23-24).

Al vedere la moltitudine di gente che al sabato successivo si raccoglie attorno ai missionari-testimoni provenienti da Antiochia di Siria – «quasi tutta la città» dice, forse esagerando, Luca –, i giudei si accendono di “gelosia teologica/zēlos”, non psicologica. È zelo sacro, ardore sacro, che può giungere fino al fanatismo pio.

Nell’AT YHWH è presentato come un “Dio geloso”, per indicare l’ardore divino nel distogliere Israele dalla frequentazione di altri dèi (cf. Es 20,5; Dt 4,24; 5,9; 6,15, ecc.). Elia è pieno di zelo in difesa dell’onore di YHWH (1Re 19,10.14) e Saulo nella persecuzione dei discepoli della Via (At 22,3; Gal 1,14). Positivamente, il termine può indicare lo zelo per la Torah (At 21,20). Questo spiega l’accusa di bestemmia rivolta ai missionari nel momento in cui i giudei li contraddicono, e non solo per il numero degli ascoltatori.

Con la sua iperbole («quasi tutta la città»), Luca allude all’universalità della Parola, al compimento della promessa (v. 39), secondo la quale la salvezza è ormai aperta a tutti, e non solo ai giudei per nascita o per conversione. L’indignazione religiosa è dovuta al fatto che, nell’annuncio di Paolo, si percepisce che l’alleanza non è più riservata al solo Israele e che la Torah è insufficiente per ottenere il perdono e la giustificazione. Un’eresia teologica, per orecchie giudaiche (e difficoltà che perdura anche oggi).

Luca descrive la drammatica frattura che lentamente si sta operando fra la Sinagoga e il gruppo giudaico che è diventato discepolo di Gesù Messia, creduto Figlio di Dio, morto e risorto. Gruppo messianico, giudeo-cristiano che, lentamente, in un processo che durerà dal 30 al 135 d.C., darà forma alla Grande Chiesa dei “cristiani”.

Precedenza e rifiuto della luce

La precedenza storico-salvifica è sempre rispettata da Paolo: l’annuncio della Parola riguardante Gesù è sempre rivolto per primi ai giudei, eredi della promessa e appartenenti al popolo santo di Dio. In seguito anche alle genti, chiamate a partecipare all’eredità di Abramo per la fede in Gesù.

A livello teologico, la promessa di YHWH/Il Padre è universale fin dall’inizio (cf. Gen 12,1ss): Abramo diventerà una benedizione per tutte le famiglie dei popoli (cf. Gen 12,3; 18,8; 22,18). Di fatto, lo svolgersi storico del compimento della promessa passa anche attraverso il rifiuto della maggioranza dei giudei di credere alla parola evangelizzatrice dei testimoni: “non vi ritenete degni della vita eterna”.

Solo dopo il loro rifiuto Paolo si volgerà alla genti (“pagani” è un termine anacronistico da evitare). Questo non significa che l’evangelizzazione delle “nazioni/genti/ethnē” sia un ripiego! La loro evangelizzazione è voluta da sempre da parte di YHWH/Il Padre. «Nonostante la tagliente smentita che le infliggono i giudei di Antiochia, la vocazione di portare la salvezza dono ai confini della terra è inscritta nel cuore stesso del destino di Israele. Rifiutare il principio è contravvenire alla speranza profetica. Il lettore degli Atti ricorda l’annuncio del Risorto in occasione della conversione di Paolo a Damasco: “Costui è l’oggetto della mia scelta, per portare il mio nome davanti alle nazioni, nonché ai re e ai figli di Israele”» (D. Marguerat).

Da una parte, teologicamente, “era indispensabile, si doveva per forza maggiore/ēn anagkaion” che la parola di Dio fosse annunciata (da Dio e da Gesù Cristo) attraverso i suoi testimoni “per prima cosa/prōton” ai giudei (v. 46). È una precedenza storico-salvifica che Paolo conosce bene e rispetta.

Di fronte al rifiuto, egli si rivolge ora alle genti. Paolo chiamerà “mistero/mysterion” il rifiuto e la frattura che stanno accadendo (Rm 11,25). Anche oggi, a livello teologico, ci si domanda: “Forse che Israele ha rifiutato Gesù per obbedire a YHWH, per rimanere cioè fedele ai comandi di YHWH circa il rigido monoteismo?”.

Applicato dal profeta Simeone a Gesù luce per la rivelazione alle nazioni (Lc 2,32), il versetto di Is 49,6 relativo alla missione del servo di YHWH descritta nel secondo carme, viene ora applicata a Paolo. È lui ora la luce scelta da Dio per illuminare le genti. Nessuno stravolgimento dei testi: la missione passa dal Servo di YHWH al Cristo, e quindi ai suoi discepoli-testimoni, quale compimento espanso del senso insito fin dall’inizio nella parola originaria.

Persecuzione e gioia

L’esito della predicazione di Paolo (e di Barnaba?) è duplice, come Luca descriverà continuamente negli Atti.

Il termine “gioia” forma un’inclusione che lascia nel lettore un senso positivo degli eventi, seppur venato di tristezza umana e “teologica” ad un tempo. La gioia sommerge le “genti/nazioni” che ascoltano la parola di Paolo relativa a Gesù e che essi “portano intorno” in tutta la regione (v. 48). La gioia pervade anche i “discepoli”, in quanto collegata alla presenza dello Spirito Santo che li invade (v. 42).

Tutto questo nonostante la “persecuzione/diogmon” che nasce da parte dei giudei che sobillano sia le pie donne di alto rango, veneratrici di Dio, sia “i primi/protous” della città, i responsabili della sua ordinata vita civile e amministrativa. Questi espellono da Antiochia di Pisidia gli apostoli missionari. Ad essi non resta che osservare la parola di Gesù, registrata nel vangelo scritto dallo stesso autore degli Atti (cf. Lc 9,5; 10,11). Scuotere la polvere dai calzari della città che rifiuta il messaggio evangelico è segno di distinzione assoluta di responsabilità.

L’annuncio è stato fatto. Ognuno si prenda le proprie responsabilità. Nessun giudizio amaro. Senz’altro tristezza spirituale e umana per il rifiuto opposto dai primi depositari della promessa. Si pensi al “grande dolore” e alla “sofferenza continua” di Paolo testimoniati in Rm 9,1, scritta dieci anni dopo i fatti di At 13, insieme al suo desiderio di essere “separato/anatema” da Cristo a vantaggio dei suoi fratelli.

La gioia nello Spirito Santo non comporta irrisione o condanna nei confronti di coloro che, per il momento, rifiutano il vangelo di Gesù Cristo.

È gioia per il piano di Dio, il quale ha i suoi tempi e le sue movenze avvolte nel “mistero”.

Non siete mie pecore

Verso la conclusione del Libro dei Segni (Gv 1,19–12,50) dedicata alla Festa delle Capanne (Gv 7,1–10,21), con la grande rivelazione di Gesù quale acqua e luce per gli uomini, che si trovano in situazione disastrosa (il cieco nato) e che hanno bisogno del “Pastore bello/buono”, una porzione più breve del Vangelo di Giovanni è dedicata agli eventi occorsi durante la Festa della Dedicazione (Gv 10,22-42).

Passeggiando al freddo invernale nella zona templare detta “Il portico di Salomone” che strapiomba sulla Valle del Cedron, i “giudei” – che in questo caso, come spesso nel Vangelo di Giovanni, indica l’insieme delle forze ostili a Gesù e chiuse al suo messaggio, in particolare le autorità religiose – circondano Gesù e lo interrogano sulla sua messianicità. Secondo l’evangelista Giovanni, nelle sue “opere” attuate durante le ore di luce (cf. Gv 9,4), Gesù compie dei “segni” e li illustra spesso con lunghi discorsi.

Gesù rinfaccia ai “giudei” di non credere alla sua testimonianza in quanto non sono sue “pecore” (10,26). Per comprendere qualcosa della persona di Gesù bisogna infatti fare un primo passo di concessione di fede/fiducia e mettersi alla sua sequela: «Venite e vedrete», risponde infatti Gesù ai due discepoli di Giovanni Battista che, all’inizio della sua comparsa sulla scena pubblica, lo interrogano circa il luogo della sua “dimora” (1,39).

Nel breve brano letto nella liturgia odierna Gesù riprende e integra le parole sul pastore e le pecore contenute nel discorso tenuto due mesi prima durante la festa delle Capanne (cf. 10,1-21), subito dopo la guarigione del cieco nato nel tempio (9,1-41).

II “giudei” non credono perché non fanno parte delle pecore di Gesù (ek partitivo e di provenienza). Le pecore di Gesù infatti ascoltano in profondità la sua voce e lo seguono (cf. Gv 10,3-5.16). Gesù le conosce per nome (cf. 10,14-15), per esperienza concreta (ginoskō), ed esse seguono lui, e solo lui.

Fra le pecore e Gesù si è instaurata una conoscenza e una fiducia reciproca. Il pastore-Gesù la concretizza nel dono della “vita eterna”, fatta di amore che viene dal Padre, conoscenza, intimità, parola portata nel profondo dallo Spirito, luce che mai si spegne. Le pecore hanno fin d’ora la possibilità di godere di questa vita “eterna” (non “futura”!) donata da Gesù. Non andranno assolutamente mai incontro alla perdita definitiva e completa di se stesse, del senso ultimo della loro esistenza, nel nulla del non senso escatologico. Il “ladro” può però indurle a questa perdita totale e definitiva di sé (cf. 10,10) e il lupo può rapire le pecore (10,12) che non permettono al pastore di tenerle ben strette nelle sue mani.

Nessuno rapirà!

Nessuno però potrà rapire le pecore che ascoltano il pastore, lo seguono, stanno saldamente nella sua mano forte. Il motivo viene spiegato nel v. 29a, difficile a livello testuale.

Per alcune scelte fatte, qualche traduzione parla della superiorità delle opere che il Padre ha dato a Gesù su ogni forza umana, per cui nessuno è in grado di strappare dalle mani del Padre le pecore che sono state affidate a Gesù. A differenza della traduzione CEI 2008, il testo critico di Nestle-Aland28, basato su scelte testuali che preferiscono lezioni attestate dal testo più antico, può essere così tradotto (cf. il commentario di J. Beutler): «Ciò che il Padre mi ha dato è più grande di tutto, e nessuno può strapparlo dalle mani del Padre mio».

Beutler, che è stato per anni docente al Pontificio Istituto Biblico di Roma, commenta: «In fondo non c’è una grande differenza tra le due lezioni. La fiducia espressa nel versetto presuppone effettivamente che tra Gesù e il Padre esista un pieno accordo nell’agire. Le pecore che sono affidate a Gesù, in definitiva sono condotte dalla mano del Padre e protette da lui. Da questa unità di azione scaturisce poi l’affermazione culminante del v. 30: “Io e il Padre siamo una cosa sola”». Non è però solo una comunità d’intenti ciò che lega il Padre e il Figlio. Essi sono uniti nell’essere. Non sono infatti “uno solo” – il greco dovrebbe avere il pronome personale maschile “heis” –, ma “una cosa sola/hen” – pronome personale neutro –, una cosa sola nell’essere.

L’atmosfera teologica di questo testo è la stessa del Prologo del Vangelo (Gv 1,1-18). I versetti che lo incorniciano (vv. 1.18) riflettono la stessa convinzione di fede, che poi si rispecchia anche nella professione di fede di Tommaso (Gv 20,28), confessione della divinità di Gesù.

Grande pastore

Al di là dell’oscurità di alcune espressioni, il brano evangelico letto nella liturgia testimonia la certezza granitica che il Padre ha inviato non solo un Rivelatore, ma anche un Pastore. Un pastore bello e buono insieme (kalos, Gv 10,11). Un vero “arcipastore/archipoimēn”! (1Pt 5,4). «Eravate erranti come pecore (cf. Is 53,6) – aveva constatato l’autore pochi versetti prima – ma ora siete stati ricondotti al pastore (poimena) e custode (episkopon) delle vostre anime» (1Pt 2,25).

Colui che insieme agli altri discepoli di Gesù sta saldo nell’ascolto della parola del pastore e gli dà credito nell’obbedienza della vita non potrà mai vedere il fallimento totale dei suoi giorni. Dopo eventuali e sempre possibili sbandamenti, le mani salde del Figlio mandato dal Padre lo sapranno sempre recuperare.

Basta solo lasciarsi trovare.

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