IV di Pasqua: Il pastore “bello” depone la vita

di: Roberto Mela
Scontro

Dopo il miracolo della guarigione dello storpio alla Porta Bella, situata nel lato orientale della zona templare – attuata da Pietro (e da Giovanni) (At 3,1-8) –, l’uomo guarito può entrare nel tempio, mentre Pietro replica allo spavento di tutto il popolo con un discorso esplicativo del fatto (3,11-26), pronunciato sotto il portico di Salomone, anch’esso situato nella parte orientale della spianata templare.

Il miracolo e la predicazione susseguente, incentrata sull’annuncio in Gesù della risurrezione dei morti, hanno come effetto l’arresto dei due apostoli e la loro messa “in custodia/eis tērēsin” per la notte.

Il giorno dopo, le autorità componenti il sinedrio (sommo sacerdote in carica ed esponenti di famiglie sommosacerdotali ricordati per nome, scribi, aristocratici e possidenti della classe sadducea) fanno comparire i due per inquisirli in virtù di quale “potere/exousia” o in quale “nome/onoma” abbiano compiuto il gesto.

Si tratta della prima scena di un conflitto con le autorità che segna un crescendo vertiginoso (4,3; 4,18; 5,33; 5,40-41) nella sezione che descrive la vita della comunità a Gerusalemme (At 3,1–5,42).

In contrasto a ciò, l’autore di Atti sottolinea la crescita numerica della comunità (4,4; 5,14) e quella dell’attività taumaturgica degli apostoli (3,7-8; 4,33; 5,12-16).

Questa doppia gradazione corrisponde alla ridondanza letteraria impiegata da Luca che sottolinea il motivo, mentre l’escalation tende la molla drammatica.

La potenza dello Spirito pasquale

Gesù aveva previsto che la testimonianza apostolica avrebbe avuto anche dei tratti drammatici di persecuzione e di scontri giudiziari con le autorità civili e religiose: cf. Mc 13,9-11 «Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe e comparirete davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro. Ma prima è necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le nazioni. E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi prima di quello che direte, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: perché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo». Per questo, nei “quaranta giorni” di iniziazione apostolica e discepolare pasquale, aveva comandato ai suoi di rimanere in Gerusalemme fino al loro battesimo nello Spirito Santo: «Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, “quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo”… riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,4-5.8).

La testimonianza è possibile per la forza dello Spirito che ispira non parole umane di convincimento, ma parole teologiche di forza interiore che inquadrano gli eventi nel progetto più grande della violenza degli uomini, un progetto divino di salvezza che passa attraverso la malvagità, assumendola e vincendola con la forza dell’amore trinitario.

L’apostolo Paolo riflette a fondo sulla testimonianza apostolica e – probabilmente dalla galera di Efeso – annuncia ai carissimi filippesi la paradossale gioiosa connotazione martirale della fede cristiana e della testimonianza a Gesù Cristo: «Perché, riguardo a Cristo, a voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1,29).

La comunità cristiana di tutti i tempi non potrà pretendere di testimoniarne Cristo senza mai dover subire persecuzioni, emarginazioni, irrisioni e insignificanza civile. Benché ingiuste, tutte queste situazioni sono da mettere in conto e manifestano la veracità e la qualità della fede cristiana della Chiesa di Cristo.

Nel nome di Gesù Cristo

Battezzato nello Spirito pasquale, a nome di tutti i Dodici, Pietro risponde alla domanda sulla radice profonda della loro potenza carismatica e terapeutica che ha guarito l’uomo paralizzato alle soglie del tempio e in virtù di quale nome/persona abbiano fatto questo.

Pietro riconosce di essere sotto inchiesta giudiziaria/anakrinometha, ma è sereno perché è un beneficio/euergesia a favore di un uomo malato/anthrōpou asthenous quello da lui compiuto e per il quale viene processato.

Pietro unifica in un unico articolo i capi di imputazione: en tini houtos sesōtai/in virtù di cosa (= potenza) – in virtù di chi (= nome) questi è stato salvato/guarito compiutamente e in modo permanente, fino al livello salvifico (<sōizō)?

Pietro risponde che è “nel/per virtù/grazie a/nel luogo costituito da/en” nome di Gesù Cristo che l’uomo sta in piedi alla loro presenza, “sano/hygiēs”, situazione radicalmente opposta a quella di “malato/asthenēs”. È “dentro il luogo/en” costituito da Gesù Cristo, luogo spaziale di potenza salvifica pasquale, che quell’uomo è stato inserito ricevendone guarigione e salvezza integrale.

Pietro rinfaccia con carità, ma nella verità, il comportamento omicida delle autorità nei confronti di Gesù Nazareno.

Nei confronti delle autorità, ma anche rispetto alla coscienza dell’intero popolo d’Israele, Pietro adempie con sobrietà e semplicità il difficile comandamento della correzione fraterna ingiunto dalla Torah e ripreso da Gesù: «Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore» (Lv 19-17-18; Sap 2,12; Sir 20,2; Lc 17,3; Ap 3,19: «Tutti quelli che amo, li rimprovero»).

Pietra angolare “risvegliata”

Le autorità religiose (per mezzo della mano politica romana) hanno crocifisso Gesù. Nel discorso fatto al popolo sotto il portico di Salomone il giorno precedente, Pietro aveva già riconosciuto, rinfacciato e “scusato” questo comportamento delittuoso, attribuendolo all’“ignoranza/agnoia” (At 3,17). Paradossalmente, attraverso e per mezzo di questa “ignoranza”, il Padre ha realizzato il suo piano di salvezza e ha risvegliato/egeiren dai morti Gesù Cristo, il Nazareno.

Pietro vede in questo “risveglio” il compiersi a livello vero, ma più profondo, quello che il Sal 118,22 aveva preannunciato. Pietro lo cita, inserendo però volutamente un “voi” che identifica chiaramente il soggetto indeterminato dell’azione, e identifica chiaramente in Gesù (“questo” è [Gesù]) l’oggetto disprezzato e riabilitato radicalmente dai “costruttori”: «Questo [Gesù] è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo».

Quelli che dovevano essere i “costruttori” del popolo di Israele non hanno riconosciuto in Gesù Nazareno, vivo, la pietra angolare sulla quale solamente poteva avere successo pieno e vero la loro azione educativa, fatta di sacrifici, preghiera e di insegnamento.

Solo in lui la “salvezza”

Pietro conclude la sua difesa annunciando apertamente ed enfaticamente – negando la negazione – la decisività unica, escatologica, della persona/“nome”/onoma di Gesù, nome “donato definitivamente/dedomenon” sulla terra fra gli uomini, “immettendosi nel quale/in virtù del quale/en (locale e causale)” “rientra nel piano divino/dei” “che noi veniamo salvati/sōthēnai hēmas”.

Pietro non si colloca orgogliosamente in una posizione diversa od opposta al suo popolo. Tutti “noi” (e tutti i popoli che vivono “sotto il cielo”) “dobbiamo/rientra nel piano del Padre” che siamo salvati integralmente in Cristo.

La paralisi dell’uomo malato, che giaceva mezzo morto e immagine di Dio sfregiata proprio sulla soglia della spianata del tempio dove – in teoria – avrebbe potuto e dovuto incontrare YHWH della salvezza, è la stessa paralisi che colpisce tutto il popolo di Israele e i popoli del mondo.

YHWH, il cui nome risiede nel tempio e nella città di Gerusalemme (cf. Dt 12,5; 12,21; 16,6; 26,2; 2Sam 7,13: 1Re 3,2; 8,16; 9,3; 11,36; 14,21; 2Re 21,4Sal 74,7; Sir 47,13; Ger 7,10.30) ha manifestato la sua forza di salvezza “risvegliando” dai morti Gesù e facendo sì che questi estendesse la vita e la “salvezza” pasquale integrale al paralitico.

In futuro – se lo vorranno – questa sarà la sorte felice di tutti coloro che si apriranno alla forza della pietra “risvegliata”, ponendola nella fede alla base della propria vita, fondamento solido sul quale costruire la vita personale, familiare e quella di popoli interi.

La “porta”

Con questa pericope (Gv 10,11-18) si avvia alla conclusione (10,19-21) il blocco letterario raccolto attorno alla Festa delle Capanne (Gv 7,1–10,21). Gran parte delle azioni, dei discorsi e delle discussioni avvengono nella spianata templare (hieron) dove si trova tempio (naos).

Senza soluzione di continuità, si passa dalla guarigione del cieco nato (Gv 9), conclusa con la sua espulsione/cacciata fuori/exebalon (9,35) dalla zona templare da parte di chi crede di vederci e invece è e resta cieco, alle parole di Gesù all’inizio del c. 10. Egli pronuncia la similitudine/paroimia (10,6) del pastore/poimēn e dell’estraneo/allotrios(10,1-6) e prosegue con quella della porta/thyra delle pecore (10,7-10) – identificandosi con essa (10,7.9) – attraverso la quale entrare, pena essere un ladro/kleptai (vv. 8.10) o un brigante/lēistai (v. 8).

Il pastore “depone” la vita

In Gv 10,11-18 viene narrata un’altra parabola/similitudine, quella del “pastore bello/buono/kalos (non “buono/agathos”). Gesù si identifica con questa figura. Egli è tale perché “depone/tithēsin” la propria vita/psychēn a favore/vantaggio/hyper delle pecore. Nessun pastore di questo mondo dà la vita per il suo gregge, per quanto prezioso esso sia. Gesù lo fa non con un atto sacrificale (“offre” nella traduzione CEI 1974) ma con un atto di donazione esistenziale, una pro-esistenza prolungata fino al limite estremo.

Gesù non sacrifica nulla del suo desiderio, ma compie perfettamente la sua vita, con il suo desiderio fondamentale di amore totale che la realizza pienamente. Un’autorealizzazione oblativa responsabile, non anarchica e sciolta da responsabilità in un puro autodeterminismo vuoto di riferimenti, valori, traguardi. La sua vita è per agli altri. Un donazione vissuta a favore delle persone e, talvolta, anche fino a spingersi alla morte al posto di altri. La particella hyper, che normalmente significa “a favore di”, nel greco ellenistico puoi assumere talvolta – nell’oscillamento tipico della lingua di questo periodo 200 a.C.-200 d.C., la cosiddetta “koinē/comune”) – la connotazione sostitutiva “al posto di”.

Quando Gesù “depone” le vesti (simbolo antropologico per la persona) al momento della lavanda dei piedi, anticipo rituale della donazione cruenta sulla croce che seguirà da lì a pochi giorni (Gv 13,4, seguendo l’ipotesi della cena “pasquale” consumata al martedì sera in casa di amici esseni), dimostrerà di essere proprio il pastore “bello/buono” di Gv 10,11ss, il quale “depone” (Gv 10,14.17.18 tithēsin; tithēmi) la propria vita per gli uomini, per poi riprenderla con libertà nella risurrezione (cf. Gv 13,12 elaben con Gv 10,17 [labō].18 [labein]).

Nessuno forza il pastore “bello/buono” nel dono della sua vita. Egli è sovranamente libero, dominatore degli eventi, non uno sprovveduto e illuso che finisce stritolato negli ingranaggi della malvagità degli uomini e della storia.

L’autodonazione totale a favore delle pecore/uomini salvifica, redentiva (hyper) distingue Gesù, il pastore “bello/buono” dal “mercenario/misthōtos”. Egli non è il pastore, le pecore non sono le proprie. Solo al vedere venire il nemico, il lupo, egli non organizza minimamente la difesa personale e del gregge con qualche mezzo già previsto e che dovrebbe già avere a sua disposizione – ad esempio, un grosso bastone – ma rinuncia in partenza alla lotta. Abbandona le pecore e fugge, perché le pecore non sono sue, non gli interessano/non ne ha cura (ou melei), non gli occupano il cuore.

Il lupo “rapisce/arpazei” e “disperde/skorpizei” le pecore. Nessun lupo può “rapire” le pecore. Ma il Nemico, il Malvagio, l’Avversario lo può, e Gesù già indica il referente extradiegetico, fuori del racconto, che ha teoricamente il potere di farlo. Se però le pecore corrispondono all’azione e all’amore attento del pastore, nessuno, neppure il lupo/il nemico potrà rapirle dalla mano del pastore-Gesù (v. 28 ouch arpasei) né da quella del Padre suo (v. 29 oudeis dynatai arpazein).

Il pastore “conosce”

La ragione profonda del comportamento fedifrago del mercenario sta nel fatto che egli non “conosce” le pecore con un amore intimo, personale, come invece è prerogativa del pastore “bello/buono” (v. 14 ginōskō).

Quella del pastore è una conoscenza esperienziale, ottenuta con la verifica e la sperimentazione, fatta sul campo e frutto di amore, interessamento, cura, attenzione personalizzata. La “conoscenza” di Gesù nei confronti delle pecore/uomini è il prolungamento della conoscenza reciproca intratrinitaria col Padre nello Spirito Santo.

Questa “conoscenza” tra Padre e il Figlio diventa una comunione/compartecipazione d’amore di un’intensità tale che, per il Figlio, è spontaneo corrispondere al “desiderio profondo, intenso/comando/entolēn” del Padre, perché la vita trinitaria è comunione relazionale di amore oblativo interpersonale.

Pecore di un altro “recinto”

Il pastore “bello/buono” possiede anche altre pecore che “non sono/non provengono da questo recinto/ha ouk estin ek tēs aulēs tautēs. Esse non traggono (“sono da/estin ek”) la loro vita, la loro linfa vitale di preghiera e di rapporto col Padre a partire dal frequentare il recinto/aulē costituito dalla zona templare di Gerusalemme.

Nella versione greca dei LXX aulē traduce perlopiù il termine ebraico ḥāṣēr, traducibile con “recinto, atrio, androne, cortile, spianata”, oltreché con “villaggio”.

Il cortile del tempio è così denominato in Es 27,9; 38,9; Is 1,12; Ger 19,14; Ez 40,16; ecc. «L’anima mia anela e desidera gli atri del Signore», canta il salmista (Sal 84[83],3a), che prosegue: «Sì, è meglio un giorno nei tuoi atri che mille nella mia casa» (v. 10 LXX). «Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano; piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio», è convinto un altro salmista (Sal 92[91], 13-14 [12-13 LXX]). La gioia esplode all’arrivo del pellegrino alla soglia del tempio: «Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore!”. Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte (LXX en tais aulais sou), Gerusalemme!».

Beati coloro che possono abitare giorno e notte negli atri del tempio del Signore, a stretto contatto col Nome Santo di YHWH che vi abita! «Alleluia. Lodate il nome del Signore, lodatelo, servi del Signore, voi che state nella casa del Signore, negli atri della casa del nostro Dio» (Sal 135[134], 1-2).

I farisei e le altre autorità religiose hanno espulso dall’aulē il cieco nato guarito da Gesù (Gv 9,35). Egli crede in Gesù, tempio rinnovato, “atrio” nuovo in cui ora incontrare YHWH/Il Padre. Ora Gesù invita a entrare dalla porta che è lui stesso per accedere al recinto rinnovato che è la sua comunità (cf. Gv 10,1).

Ma egli ha anche altre pecore che non “sono da” questo recinto ed egli, da pastore “bello/buono”, deve “guidare/agagein” (10,16) anch’esse. Provenienti da altri “recinti”, di altri popoli e nazioni, ascolteranno la sua voce e “diventeranno un solo gregge, un solo pastore (heispoimēn” [!]).

Gesù, il pastore “bello/buono” ha un cuore attento, grande, desideroso di vedere formarsi il suo gregge da ogni dove. Gli uomini formeranno un gregge unito, rinnovato, messianico, radunato nel “recinto” rinnovato, del tempio rinnovato. Esso è “nuovo” solo in quanto porta a compimento pieno la funzione del precedente. Esso potrà continuare ad esistere, ma il gregge sarà di dimensioni universali, si radunerà nel tempio del corpo risorto di Gesù, radunandosi come comunità in tanti templi umani diversi, ma tutti in comunione fra loro.

Il sangue dell’Agnello sgozzato e risorto continuerà a uscire dal lato destro del tempio e risanerà tutti i mari morti del mondo (cf. Ez 47,1-12). Dove giungerà il suo sangue e la sua acqua sparirà la morte e tornerà la vita per il gregge ormai raccolto da tutta la terra.

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