IV Pasqua: Il “pastore” oltre le “immaginette”

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Due delle tre letture di oggi mettono al centro l’immagine del “pastore”, che ha finito per dare il titolo a questa domenica. La prima cosa che mi viene alla mente è che si tratta di un’immagine che rischia di diventare “immaginetta”, nel senso non del tutto positivo che si dà a questo termine!

Nessuno, credo, sa più cosa significhi nella realtà la vita del pastore. È probabile che prevalgano le immagini idilliche del salmo 22, che curiosamente viene subito dopo il salmo 21, quello che incomincia con il grande grido del Crocifisso e – come si vedrà – la seconda lettura e il vangelo non ci lasciano dimenticare che il momento più alto della vita di Gesù come pastore, che «dà la sua vita per le pecore» (Gv 10,11), è stato vissuto sulla collina del Calvario.

Mi pare inutile ricordare che è cruciale avere nella testa un’idea precisa e corretta di cosa è contenuto in questa immagine, operazione che magari può essere favorita da qualche sguardo sul suo contrario, così straordinariamente dipinto in Ezechiele 34. Se ne capisce facilmente l’importanza quando solo si pensi che l’attività della Chiesa è tutta riassunta nel termine “pastorale”, che non può essere capito in tutte le sue implicazioni se non rifacendosi continuamente al «pastore e custode delle nostre anime».

A difetto di questa continua e pacata rimessa in questione, tale attività potrebbe ridursi e strozzarsi in una gestione burocratica dell’esistente, con le conseguenze che sono ben note. Ma andiamo con ordine.

“Quel Gesù”

Pietro, nel giorno di Pentecoste, parte dall’enunciazione di un “fatto”, che è insieme una denuncia e una promessa (At 2,14a.36-41). La lettura, dopo una mezza frase che serve a inquadrare il momento e intende rispondere allo stupore della gente davanti al prodigio della Pentecoste, è fatta della conclusione del discorso dell’apostolo, che supponiamo sia una sintesi delle prime catechesi.

Comunque, nel punto di partenza di questa sintesi c’è quello che conta, un “fatto”, che è riassunto così: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». In mezzo c’è “quel Gesù”, le cui parole e i cui gesti avevano suscitato già tanto stupore da almeno tre anni, da quando, uscito dalla vita anonima di Nazaret, se n’era andato per il territorio della Palestina e oltre, uno stupore che poteva essere di positiva meraviglia, ma anche di totale incomprensione, due reazioni che appaiono anche nello stesso gruppo dei discepoli.

Ora, il fatto della risurrezione, che lo ha immesso in una vita totale, certificato dall’abbondante effusione del suo fiato vitale, cioè del suo “Spirito”, metteva tutti davanti a un scelta: Per Pietro e per gli Undici che stanno accanto a lui, quel “fatto” rivela che “quel Gesù” è in realtà “Signore e Cristo”, è cioè qualcuno che ha la stessa autorità di Dio ed è il Profeta annunciato come Messia.

La reazione della gente appare un po’ brusca: «Che cosa dobbiamo fare?», che segue alla sensazione del sentirsi trafiggere il cuore. Peccato che sia stato saltato un anello decisivo del percorso fatto da Pietro: «Voi, per mezzo di senza legge, l’avete ucciso inchiodandolo al patibolo» (At 2,23). Questo è il punto. Certo, è cosa buona e naturale commuoversi davanti al Crocifisso, ma forse sarebbe meglio che ci fosse in noi, a completare questo sentimento di compassione, una successiva reazione che dovrebbe diventare quasi automatica: a uccidere Gesù non sono stati solo i sacerdoti e i farisei, ma nella folla, che è passata così facilmente dall’applauso al crocifiggilo, ci siamo tutti noi.

La cattiveria, la gelosia, l’invidia e tanti altri mali che si sono come rovesciati su Gesù, e che continuano a rovesciarsi su tanti altri crocifissi della storia, ha radici in ciascuno di noi fin dall’origine, perché, come recita un salmo famoso: «peccatore mi ha concepito mia madre» (Sal 150,7).

Non ho nessuna intenzione di volgere questa riflessione al pessimismo, e men che meno di distruggere l’immagine del pastore buono o bello (il termine greco vuol dire tutte e due le cose). Oltretutto il discorso di Pietro ci apre alla speranza: di essere “perdonati” e ricolmati dei “doni” dello Spirito santo, perché questo ci ha guadagnato “quel Gesù” che ha fatto della sua vita un dono di amore fino alle ultime conseguenze. Ed è solo attaccandoci a lui che possiamo salvarci «da questa generazione perversa», non per arroccarci nella cittadella dei “puri”, ma per rimanere come lievito in mezzo alla pasta umana, non «quello dei farisei che è l’ipocrisia» (Lc 12,1), è neanche «quello vecchio di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità» (1Cor 5,8) come testimoni di una possibilità diversa di concepire la vita.

Sofferenza e santità

Dopo di che possiamo abbandonarci alla gioiosa visione del pastore del salmo 22, che segue la lettura, perché ci fa bene fissare gli occhi nella bellezza, che ci dà il supporto necessario a capire e sopportare le durezze che comporta il lasciarci guidare dal Pastore buono, e/o l’essere pastori a nostra volta.

A questo discorso si aggancia bene la seconda lettura (1Pt 2,20b-25), un testo che sembra un bel commento all’invito a convertirsi e a farsi battezzare già espresso nel discorso dell’Apostolo appena sentito. La situazione di chi, pur vivendoci in mezzo, ha uno stile di vita che lo tiene lontano dalla “generazione perversa”, diventa inevitabilmente fonte di incomprensioni, che possono tradursi in derisioni, prese in giro, giudizi malevoli, quando non – accade, purtroppo, anche se di solito lontano da noi – di vera e propria persecuzione. Ma Pietro arriva a dire che “alla sofferenza da sopportare con pazienza” siamo stati “chiamati”! È parte della nostra vocazione.

Detta così la cosa non può non sorprendere. In tempi ormai lontani, nella catechesi si insisteva molto su questo, fino a creare una sorta di equazione tra sofferenza e santità e, al contrario, tra piacere e peccato. È noto che dal Vaticano II in qua teologia e spiritualità hanno fatto un qualche sforzo per spostare l’accento un po’ più sul positivo, e questo si vede anche solo osservando come è cambiato il linguaggio delle collette, da dove immagini come quelle di un “mondo malato” e il lessico della “lotta e della militanza” si sono un po’ stemperati, e l’accento quasi unilaterale sul “lassù” è stato volentieri addolcito e temperato con il “quaggiù”.

Avendo vissuto tutte e due le stagioni, mi preoccupo spesso di mantenere un giusto equilibrio tra i due poli, perché vedo il rischio di gettare il bambino con l’acqua sporca. Ma l’esortazione di Pietro è molto efficace: «Cristo patì per voi (cioè “per causa vostra” e insieme “a vostro vantaggio”), lasciandovi un esempio perché ne seguiate le orme», e in ogni caso, l’immagine del «pastore e custode delle nostre anime» è pur sempre legata a quella di noi come “pecore erranti”, che vagano senza una meta precisa, inseguendo desideri e curiosità non sempre sane, esattamente che “errano commettendo errori”! Ancora una volta segnalo che un’immagine chiama l’altra, e che pastore e pecore funzionano solo se stanno insieme.

“Pastore” e “porta”

Nel vangelo Gesù si presenta sia come porta sia come pastore (Gv 10,1-10). Il legame tra la figura del pastore e la croce appare presto nell’iconografia cristiana. Già nelle catacombe, nei sarcofaghi e nei mosaici del III secolo, in tempi in cui era difficile rappresentare Gesù sulla croce (si ricordi il graffito delle catacombe irridente a un cristiano che adora un asino crocifisso), fu facile sostituire il Cristo portacroce con l’immagine del pastore che porta sulle spalle la pecora ritrovata.

La cosa appare anche in un inno, oggi usato per l’ora di Terza, che letteralmente dice: «Condotto all’ora terza / a patire da vittima, / portò la croce, e riportò / la pecora perduta (crucis ferens suspendia / reduxit ovem perditam)». La traduzione purtroppo ha dovuto omettere che la “pecora” prende il posto del crucis suspendium, che era il palo traverso al quale erano appesi i crocifissi.

Il logo del giubileo della misericordia di p. Rupnik ha riportato l’immagine all’attenzione di tutti. Il brano evangelico fonde, dunque, due immagini. Gesù è la “porta” ed è insieme il “pastore”. La porta ha un ricco significato: immette nella sicurezza del recinto, ma non per chiudervi le pecore, perché da quella stessa porta le pecore «entrano ed escono per trovare pascolo», anzi, per la precisione, il pastore le «spinge fuori e cammina davanti a loro».

La Chiesa in uscita, di cui oggi si parla tanto, ha origini lontane: non è una serra calda dove stare riparati al chiuso, ma è un luogo dove trovare risorse per uscire a fermentare la pasta, come si è detto. Ancora una volta troviamo le due dinamiche complementari, già splendidamente descritte nella storia dei due di Emmaus: la strada e la mensa, sulla strada incontrano il viandante anonimo, con il quale si siedono poi a mensa, per ricevere un impulso che li fa ritornare sulla strada onde raggiungere la comunità della mensa. C’è migliore immagine di quella che dovrebbe essere la “pastorale”? Ma per far questo ci deve essere una relazione intensa di reciprocità: le pecore conoscono la voce del pastore e la ascoltano; il Pastore conosce e chiama le pecore «una ad una».

C’è altro da aggiungere? Forse sì. Parrebbe tutto chiaro, e invece si dice che quelli che lo ascoltavano «non capirono di che cosa parlava loro». Chi erano costoro? Il vangelo non lo dice. Ma il brano appare dopo la guarigione del cieco nato e termina con la solita reazione giovannea: alcuni dicono che Gesù delira, altri invece si interrogano sulla sua figura. Forse per i primi un Dio che libera e conduce fuori, che ha un rapporto con le pecore di conoscenza e di affettuosa attenzione reciproca, non entrava nella loro visione religiosa. Il loro ideale restava il “recinto”, la “struttura” con le sue norme e i suoi “pesi”.

Non è il caso di chiedersi, pure noi, se la figura non sia stata ridotta a “immaginetta”?

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