Le Palme: “osanna” prima del “crucifige”

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Ancora una settimana di preparazione, detta “delle palme”, e poi ci sarà offerta la grazia di celebrare la pasqua del Signore: sarà il Signore Gesù che passerà tra di noi mostrando i segni della sua morte sacrificale, ormai vinta e superata dal grande evento della sua risurrezione.

Questa sesta domenica di quaresima la vogliamo vivere, perciò, nel modo migliore possibile, liberando la nostra mente da tanti pensieri futili o inutili, per concentrarci invece sulla meditazione della passione di Gesù nel desiderio di fare nostri i sentimenti che erano in lui (cf. Fil 2,5ss). Nello stesso tempo, desideriamo metterci in profonda sintonia con quanti stanno vivendo il tempo quaresimale come dono squisito di Dio per tutti noi pellegrini verso la patria.

1. La prima lettura ci riporta ad uno dei canti del “servo sofferente di JHWH”, che un discepolo del profeta Isaia ha composto al fine di sostenere le sofferenze e le speranze di un popolo che viveva in esilio e attendeva il grande evento della liberazione promessa.

A costoro il profeta annuncia sì una liberazione, ma del tutto diversa da tutte le altre liberazioni: questa avverrà non per mezzo di un re condottiero, ma attraverso un servo, ricco solo dell’aiuto di Dio e armato solo della parola di Dio. Siamo perciò di fronte ad un messaggio inusuale, che gli israeliti faranno fatica non solo ad accettare ma anche a comprendere. Ma la missione di questo servo viene descritta in termini molto precisi dal profeta.

Questo liberatore offrirà anzitutto parole di consolazione: «Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato». Non sarà forse questo uno dei momenti più significativi dell’attività del futuro Messia? Gesù è venuto per dare, con parole nitide, l’annuncio di una liberazione che non ha mai trovato né mai troverà simili nella storia dei popoli e delle religioni.

Lo stesso personaggio dovrà soffrire molto a causa di tanti che gli vorranno male: «Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba». Ricordiamo che il futuro Messia dovrà patire la flagellazione e l’incoronazione di spine. Il confronto tra la pagina profetica e le pagine evangeliche non è, dunque, solo di tipo letterario ma riguarda la storia.

Il servo sofferente, tuttavia, sarà sempre sorretto dalla fiducia nella continua assistenza di Dio: «Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato». Avremo modo di constatare come, proprio nel racconto lucano della passione di Gesù, emergano sentimenti e atteggiamenti di grande fiducia nel Padre: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito».

2. Il salmo responsoriale corrisponde a una delle lamentazioni individuali di cui è assai ricco il salterio. Questa può essere considerata come una vera e propria profezia della passione di Gesù, a motivo dei molti paralleli che vi si riscontrano.

Anche qui troviamo svariate somiglianze con molti dettagli della passione di Gesù così come la raccontano gli evangelisti. In questo modo la Chiesa intende prepararci alla celebrazione della pasqua di nostro Signore.

I nemici di Gesù iniziano con lo scherno: «Si fanno beffe di me quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: Si rivolga al Signore; lui lo liberi, lo porti in salvo, se davvero lo ama!». Dobbiamo ricordare che Gesù sulla croce soffrì dolori morali non meno dei dolori corporali.

In un secondo momento, lo circondano quasi per soffocarlo con la loro presenza: «Un branco di cani mi circonda, mi accerchia una banda di malfattori». Non ci vuole molta fantasia per immaginare come Gesù sia stato trascinato e travolto nel suo cammino sul monte Calvario verso la croce.

Poi gli stessi personaggi lo feriscono mortalmente: «Hanno scavato le mie mani e i miei piedi. Posso contare tutte le mie ossa». È sempre impressionante e commovente contemplare il crocifisso in tutti i suoi dettagli: la nudità, le ferite alle mani e ai piedi, il costato squarciato, il volto reclinato, la corona di spine e la madre ai piedi della croce.

Infine, gettano la sorte sulla veste inconsutile di Gesù: «Si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte»: un dettaglio forse di secondaria importanza, ma tale da confermare la storicità del fatto.

3. La seconda lettura ci offre il grande “inno cristologico” della lettera dell’apostolo Paolo ai cristiani di Filippi: un inno che forse Paolo ha preso dalla prassi liturgica dei primi cristiani, ma che egli utilizza per suscitare o risvegliare nei cristiani di Filippi sentimenti di mutua accoglienza e di autentica fraternità.

Per questo è necessario rileggere alcuni versetti che precedono l’inno: «… se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri…».

Possiamo stabilire un confronto diretto tra questa esortazione apostolica e l’inno che segue. Anzitutto: l’invito a coltivare sentimenti di amore e di compassione richiama l’inizio dell’inno: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù»: non si tratta di semplici sensazioni umane, ma di piena disponibilità a com-patire, cioè a fare propri i pensieri offertoriali che Gesù coltivava durante la sua passione.

L’invito ad agire con tutta umiltà, considerando gli altri superiori a se stessi, richiama quell’abbassamento o svuotamento di sé che Gesù ha sperimentato nella sua umanità.

Infine, l’invito a non cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri, rimanda alla finalità della missione di Gesù, tutta protesa verso il bene altrui.

4. La pagina evangelica corrisponde al racconto della passione di Gesù secondo Luca. Come abbiamo fatto per Matteo e per Marco, ora lo faremo in riferimento a Luca, mettendo in risalto le caratteristiche che differenziano il terzo evangelista dagli altri due sinottici.

Mentre Marco e Matteo ci danno un’interpretazione drammatica, anzi tragica, della passione-morte di Gesù, e Giovanni un’interpretazione gloriosa, Luca ce ne offre un’interpretazione serena, nel senso che in essa, per lo più, dominano i toni della pace, del conforto, della misericordia. La figura di Cristo è sempre descritta in atteggiamento paziente e misericordioso, dimostrazione della pietà divina che si effonde sugli uomini.

La passione di Gesù, però, Luca la presenta anche come lo scontro frontale tra Gesù e Satana. Alla fine del racconto delle tentazioni, Luca aveva scritto che Satana si allontanò sì, ma «fino al momento fissato» (kairòs). Questo “momento” scatta ora, all’inizio del racconto della passione di Gesù (cf. Luca 22,3.31.53) e agisce attraverso Giuda, Pietro e il potere delle tenebre.

Secondo una “rilettura” suggestiva sembra che Luca utilizzi un genere letterario speciale, quello del martirio, dato che le caratteristiche della letteratura dei martiri (cf. i quattro libri dei Maccabei) ritornano puntualmente nel racconto lucano e precisamente in quei brani che sono esclusivi di Luca. In questo caso, l’intenzione dell’evangelista sarebbe quella di presentare ai cristiani suoi contemporanei, provati dalla persecuzione, l’ideale perfetto di ogni martire, Gesù.

 

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