Natale: Luce per chi giace nelle tenebre

di:

Messa di Mezzanotte

Le tenebre ricoprivano l’abisso quando “Dio disse: sia la luce!” (Gn 1,2-3).

Luce è la prima parola che Dio pronuncia nella Bibbia, parola che segna l’inizio della creazione (Gn 1,3). E da quando “Dio ha visto che la luce era cosa buona” (Gn 1,4), l’uomo non ha più smesso di amarla, di ricercarla, mentre ha paura e rifugge dall’oscurità. La tenebra richiama la morte e da essa si desidera uscire.

Chi nasce viene alla luce, chi muore s’incammina verso la terra delle tenebre (Gb 10,21). “Dio – afferma Giobbe – svela le cose più profonde dell’oscurità e trasforma il buio in luce” (Gb 12,22). Nella concezione biblica le tenebre non sono che uno stato provvisorio della luce, sono destinate a diventare luce.

Dio è luce e impregna di luce ogni sua creatura: la rugiada diviene, nell’immagine poetica di Isaia, rugiada di luce (Is 26,19); anche le nubi, pur così oscure e minacciose, sono gravide di luce che rifulge, improvvisa, quando s’accende il fulmine (Gb 37,15).

Celebriamo la liturgia del Natale durante la notte per riprodurre, anche sensibilmente, l’oscurità vinta dalla parola del Creatore, la tenebra della nostra condizione umana illuminata dalla venuta del Salvatore.

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Su chi abita in terra tenebrosa, la luce di un Bambino rifulge”.

Prima Lettura (Is 9,1-6)

1 Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse.
2 Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia.
Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete
e come si gioisce quando si spartisce la preda.
3 Poiché il giogo che gli pesava e la sbarra sulle sue spalle,
il bastone del suo aguzzino tu hai spezzato come al tempo di Madian.
4 Poiché ogni calzatura di soldato nella mischia
e ogni mantello macchiato di sangue sarà bruciato,
sarà esca del fuoco.
5 Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il segno della sovranità
ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace;
6 grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine
sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare
con il diritto e la giustizia, ora e sempre;
questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

La lettura inizia – e come poteva essere altrimenti? – con l’immagine della luce: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.

Queste parole sono state pronunciate dal profeta in un momento drammatico della storia d’Israele. Gli Assiri hanno appena messo a ferro e fuoco la Galilea e la Samaria spargendo ovunque sangue e terrore. Il Paese è avvolto dalle tenebre e dall’oscurità della morte (v. l) quando Isaia interviene, in nome del Signore, per annunciare pace e infondere speranza: sta per spuntare – dice – un giorno di allegria e giubilo.

Per descrivere l’immensa gioia suscitata dall’apparire di questa luce, il profeta introduce due paragoni legati alla cultura e all’esperienza del suo popolo. Il primo è tratto dalla vita dei contadini, l’altro dall’esperienza bellica appena conclusa: la gente si rallegrerà come fanno gli agricoltori al termine della mietitura e della vendemmia, quando i granai sono colmi e i tini traboccano di vino nuovo; sarà felice come lo sono i soldati quando dividono il bottino (v. 2).

Qual è il motivo di tanta festa? È finita la guerra – è vero – ma ne potrebbe scoppiare un’altra. Il momentaneo allentarsi dell’oppressione assira non basta a giustificare l’esplosione di gioia. In un appassionante crescendo vengono presentate tre ragioni.

La prima: “Il giogo che gli pesava e la sbarra sulle sue spalle, il bastone del suo aguzzino tu hai spezzato come al tempo di Madian” (v. 3). È l’annuncio della fine di ogni forma di schiavitù. Il Signore interverrà in favore del suo popolo come fece a Madian dove gli israeliti non ebbero nemmeno bisogno di battersi contro i loro oppressori. Dio li mise in fuga seminando il panico nel loro accampamento (Gdc 7,16-23). Gioite – dice il profeta – perché si compirà una liberazione ancora più strepitosa: scompariranno l’orgoglio, la frenesia del potere, del successo e del dominio, la cupidigia dei beni. Più nessuno commetterà soprusi e angherie.

La seconda: “Ogni calzatura di soldato nella mischia e ogni mantello macchiato di sangue sarà bruciato, sarà esca del fuoco” (v. 4). Non verrà stipulato solo un armistizio precario, ma sarà dichiarata la fine irrevocabile di tutte le guerre. Le armi e tutti gli oggetti che avranno qualche richiamo alla violenza e all’uso della forza saranno dati in pasto alle fiamme.

Il terzo motivo di gioia: la nascita di un bambino che introdurrà nel mondo la liberazione e la pace (vv. 5-6).

“Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”. Il verbo al passivo – secondo il linguaggio biblico – indica che è Dio che lo offre. È inviato dal cielo.

Sarà un figlio dalle qualità eccezionali: accumulerà in sé le doti straordinarie che hanno caratterizzato e reso famosi i suoi migliori antenati.

Sarà un padre per il suo popolo, come lo sono stati i patriarchi, modelli di fedeltà e di attaccamento al loro Dio.

Sarà valoroso come Davide, “guerriero forte come un dio”. Sarà in grado di proteggere il suo popolo contro qualunque nemico.

Sarà saggio come Salomone. Sarà un “prodigio di consigliere”. Proferirà solo parole assennate e prudenti, parole di riconciliazione, di amore, di dolcezza, parole che infondono sempre fiducia e speranza (1 Re 12).

Sarà principe della pace. Non impedirà i conflitti armati con la forza di un potente esercito, con la paura dei castighi e delle ritorsioni, ma agirà sulle cause delle guerre: farà scomparire le tensioni sociali, le prevaricazioni, gli abusi. Il suo regno si consoliderà non con il ricorso alle astuzie, agli inganni, alle scaltrezze politiche, ma mediante “la giustizia e il diritto”.

Profezia misteriosa! Non è facile stabilire di quale bambino Isaia stia parlando. Egli pensa certamente a un discendente della dinastia davidica, forse al figlio di Achaz, Ezechia. Ma – lo abbiamo già detto domenica scorsa – Ezechia fu solo un buon uomo… nulla di eccezionale.

Non ci fu mai nella storia di Israele un re che corrispondesse pienamente a questa profezia, anzi, non ce ne fu alcuno che potesse anche solo vagamente assomigliargli. A questo si deve aggiungere che, nel 598 a.C., Nabucodònosor fece prigioniero e deportò a Babilonia Ioiachìn – l’ultimo discendente di Davide – e pose fine alla dinastia che aveva regnato in Gerusalemme per quattrocento anni.

Isaia si è dunque ingannato?

Il popolo d’Israele non fu mai nemmeno sfiorato da questo dubbio. Coltivò la ferma convinzione che Dio non si sarebbe smentito e seppe attendere, con pazienza. Anche nei momenti più difficili e drammatici della sua storia non perse la speranza, non dubitò della fedeltà di Dio.

Un giorno il vecchio Simeone – simbolo di tutti coloro che sono rimasti fedeli a Dio in questo popolo – benedirà Dio e prenderà fra le sue braccia il bambino inviato dal cielo per illuminare le genti (Lc 2,25-28).

Dio ha mantenuto la sua promessa, ma non ha assecondato le attese, i desideri meschini, i sogni ingenui degli uomini. Ha colto tutti di sorpresa: ha inviato un bambino fragile, debole, umile, indifeso, bisognoso di aiuto. Eppure è da lui che ha cominciato a riversarsi sul mondo la pace, come un fiume inarrestabile (Is 66,11).

Seconda Lettura (Tt 2,11-14)

Carissimo 11 è apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, 12 che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, 13 nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo; 14 il quale ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone.

“È apparsa la grazia di Dio!” – afferma l’autore della lettera a Tito.

È un incontenibile grido di gioia per ciò che Dio ha già compiuto inviando nel mondo suo Figlio. Grazia è un termine biblico che indica la tenerezza, l’amore, la bontà di Dio. Questa benevolenza di Dio si è resa visibile, si è manifestata in Gesù per annunciare la salvezza per tutti gli uomini (v. 11).

Se in questa notte santa il Figlio di Dio fosse venuto dal cielo per annunciarci un messaggio di salvezza per i buoni, per coloro che osservano fedelmente i comandamenti, non avremmo motivo per esultare, non verremmo inondati da una luce nuova. Avremmo sentito ribadire ciò che per secoli era stato ripetuto: chi rispetta la legge di Mosè e i suoi precetti è amato da Dio, gli altri sono spregevoli e abietti.

La gioia diviene invece incontenibile quando ci rendiamo conto che il Figlio di Dio parla di salvezza per tutti gli uomini. Abbiamo capito bene: salvezza per tutti, perché è grazia, è dono gratuito e non dipende dalla nostra fedeltà, ma dalla sua.

La lettura continua mostrando le conseguenze morali di questa manifestazione della benevolenza di Dio (vv. 12-14). Per molto tempo si è pensato che la paura di Dio fosse il miglior deterrente per impedire il male e spingere gli uomini al bene. Si è trattato di una pessima scelta pedagogica. Questa paura non ha mai prodotto nulla di buono ed è stata causa di patologie e di abbandoni della fede. Solo contemplando l’amore di Dio gli uomini imparano “a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo” (v. 12).

 La grazia infonde anche speranza. Il “nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo” si manifesterà certamente (v. 13), il rinnovamento della vita di tutti avrà luogo, anche se incombe il pericolo che il momento dell’adesione alla sua proposta di amore possa venire dilazionato.

Vangelo (Lc 2,1-14)

1 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2 Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. 3 Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. 4 Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, 5 per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. 6 Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.
8 C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. 9 Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, 10 ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11 oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. 12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. 13 E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva:
14 “Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e pace in terra agli uomini che egli ama”.

È quasi inevitabile che ascoltiamo il brano evangelico che ci viene proposto in questa notte condizionati dall’atmosfera natalizia che ci circonda: alberelli illuminati, suoni di zampogne, neve, pastorelli. Ci lasceremo probabilmente anche prendere dall’emozione. Non è un male, tuttavia questo brano non è stato scritto per commuovere e nemmeno per dare informazioni sulla nascita di Gesù. Se così fosse saremmo in diritto di lamentarci con Luca per essere stato troppo sobrio nei dettagli.

È stato composto, probabilmente, dopo che il resto del vangelo era già stato scritto ed è una pagina di teologia che, come uno stupendo preludio al resto dell’opera, vuole presentare ciò che i cristiani delle prime generazioni, guidati dallo Spirito, sono arrivati a capire del Signore Gesù, morto e risorto.

Il brano inizia con un’ambientazione storica e geografica ben precisa.

È il tempo in cui a Roma regna Cesare Augusto, il principe celebrato in tutto l’impero per la sua “audacia, mitezza, pietà e giustizia”. È lui che, dopo gli interminabili orrori delle guerre civili, ha finalmente ristabilito ovunque la pace. È l’epoca d’oro della storia di Roma cantata da Virgilio. In una famosa iscrizione collocata nell’anno 9 d.C. a Priene, in Asia Minore, si dispone che l’anno abbia inizio il 23 settembre, giorno della nascita di Augusto perché “ciascuno può considerare questo avvenimento come l’origine della sua vita e della sua esistenza, come il tempo a partire dal quale non si deve più piangere per la propria nascita. Donandoci Augusto, la Provvidenza divina ha inviato a noi e a quelli che verranno dopo di noi come salvatore colui che doveva porre fine alle guerre e riordinare tutto. Il giorno della nascita del dio (Augusto) è stato per il mondo l’inizio dei lieti annunci (lett. “vangeli”) ricevuti grazie a lui”.

È il tempo del censimento di tutta la terra, censimento che, dal punto di vista storico, presenta non poche difficoltà, ma che, nell’intenzione di Luca, assume un indubbio significato teologico. Gli serve per dichiarare solennemente che il Figlio di Dio si è inserito nella storia universale, che è divenuto cittadino del mondo.

Poi viene indicato il luogo in cui Gesù è nato: Betlemme, una città (in realtà un villaggio di pastori) dei monti della Giudea. Luca sottolinea che “Giuseppe era della casa e della famiglia di Davide” e che “salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme” (v. 4). Il riferimento a questo luogo è importante perché è da Betlemme che il popolo si attende il Messia (Gv 7,40-43). Il profeta Michea infatti aveva annunciato: “E tu, Betlemme di Efrata, da te uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele” (Mic 5,1).

Con queste annotazioni storiche e geografiche Luca vuole affermare anche che la nascita del Salvatore non è un mito da relegare nel mondo delle favole – come ne circolavano tante al suo tempo – ma è un avvenimento reale e concreto.

“Mentre si trovavano in quel luogo” Maria diede alla luce il suo figlio “primogenito”. Maria si comporta come tutte le mamme e Luca menziona i suoi gesti premurosi e attenti: fascia il bambino e lo depone nella mangiatoia. Non avviene alcun miracolo. La nascita di Gesù è identica a quella di qualunque altro uomo. Fin dal suo primo apparire in questo mondo condivide in tutto la nostra condizione umana.

“Non c’era posto per loro nell’alloggio”.

Se si tiene presente quanto sia sacra in Oriente l’ospitalità, è del tutto inverosimile che Maria e Giuseppe siano costretti a trovare riparo in una grotta perché rifiutati da tutte le famiglie del luogo.

 Il termine usato nel testo originale non si riferisce all’albergo o al caravanserraglio, ma ad una camera (probabilmente l’unica) della casa in cui Giuseppe e Maria sono stati accolti. Non era conveniente che il parto avvenisse in una stanza che non offriva un minimo di riservatezza ( È questo il senso dell’espressione: “non c’era posto per loro”). Come doveva accadere alle partorienti povere di tutta la Palestina, anche Maria fu introdotta nell’angolo più interno e recondito dell’abitazione, quello in cui solitamente trovavano posto anche gli animali.

Anche se il testo evangelico non parla del bue e dell’asino (che sono stati suggeriti alla pietà popolare da un testo di Isaia: “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del suo padrone” – Is 1,3), non è improbabile che vi fossero.

Luca sottolinea questi dettagli per mostrare che Dio – com’è solito fare – sovverte i valori e i criteri di questo mondo. Il Dio che gli uomini, anche oggi, si aspettano è forte e terribile, capace di seminare il panico e di farsi rispettare. Ma questo non è Dio, è un idolo, è la proiezione dei nostri sogni meschini di grandezza e potere. Il Dio che si manifesta in Gesù è esattamente l’opposto: debole, indifeso e tremante, si affida alle mani di una donna. Questo non è un momento di passaggio della sua rivelazione, una parentesi infelice in attesa di riprendere poi tutto il suo abbagliante splendore e tutta la sua forza. In Gesù adagiato nella mangiatoia è invece presente in pienezza il vero, eterno Dio, “scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani” (1 Cor 1,23).

Nella seconda parte del vangelo (vv.  8-14) la scena cambia completamente. Non siamo più nell’intimità di una casa, ma all’aperto, nei campi e i personaggi sono altri: i pastori e gli angeli.

“C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge”. Se questa vuole essere anche un’informazione, allora Gesù non è nato in inverno perché il gregge era custodito all’aperto da marzo a fine ottobre. Ma a noi non interessa molto sapere in quale mese Gesù è nato. Più importante è identificare chi sono coloro che per primi riconoscono nel bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia il Salvatore, il Messia, l’atteso figlio di Davide. Sono i pastori.

Come mai proprio loro? Non perché spiritualmente meglio disposti. Tutt’altro. I pastori non erano affatto gente semplice, buona, innocente, onesta, stimata da tutti. Erano catalogati fra i più impuri degli uomini e c’erano buone ragioni per ritenerli tali. Conducevano una vita non molto diversa da quella delle bestie, non potevano entrare nel tempio per pregare, non erano ammessi a testimoniare in un tribunale perché inattendibili, falsi, disonesti, ladri, violenti. I rabbini dicevano che i pastori, i pubblicani e coloro che riscuotevano le tasse ben difficilmente si potevano salvare perché avevano fatto tanto male, avevano tanto rubato che nemmeno loro erano in grado di ricordare chi avevano danneggiato. Quindi, non potendo restituire, erano destinati alla perdizione.

È a costoro che è inviato il messaggero celeste. “Ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, per voi, è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore” (vv. 10-11).

Si sente nelle parole dell’angelo l’eco dell’iscrizione di Priene. Non era Augusto – sembra insinuare Luca – il salvatore che doveva inondare il mondo di gioia e instaurare la pace. Non è stata la sua nascita, ma quella di Gesù che ha segnato “l’inizio delle buone novelle ricevute grazie a lui”.

Fin dal suo primo apparire nel mondo Gesù si è collocato fra gli ultimi. Sono loro, non i “giusti”, che si attendono da Dio una parola di amore, di liberazione e di speranza.

Cresciuto, Gesù continuerà a vivere accanto a queste persone: parlerà il loro linguaggio semplice, userà i paragoni, le parabole, le immagini prese dal loro mondo, parteciperà alle loro gioie e alle loro sofferenze, starà sempre dalla loro parte contro chiunque tenti di emarginarli.

Il segno dato ai pastori per riconoscere il Salvatore è sorprendente, paradossale. Non viene detto loro che troveranno un bambino avvolto di luce, col viso d’angelo, con un’aureola sul capo, circondato da schiere celesti. Nulla di tutto questo; il segno è… un bambino del tutto normale, con una sola caratteristica: è povero e tra i poveri.

I due gruppi che troveremo durante la vita di Gesù sono dunque già ben definiti al momento della sua nascita: da un lato i poveri, gli ignoranti, la gente disprezzata che lo riconosce immediatamente e lo accoglie con gioia. Dall’altro i saggi, i ricchi, i potenti, coloro che vivono isolati nei loro palazzi, lontani dal popolo e dai suoi problemi, convinti di possedere già tutto ciò che rende felici. Costoro non hanno bisogno di nessun salvatore, anzi, un Messia che non corrisponda alle loro attese, che disturbi i loro progetti è un personaggio scomodo, da eliminare al più presto.

Le donne che a Betlemme hanno assistito Maria durante il parto, osservando quel bambino non si sono certamente rese conto che la storia del mondo sarebbe stata divisa in due parti: prima e dopo quella nascita.

Messa del giorno
Dio ha rivelato la sua giustizia

Fin dai suoi inizi, la storia dell’umanità – ci dice la Bibbia – è stata un susseguirsi di peccati. Già al capitolo 6 del libro della Genesi l’autore sacro, con un audace antropomorfismo, afferma: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo” (Gn 6,5-6).

Nella pienezza dei tempi, Dio è intervenuto per fare giustizia o, come dice il Salmo responsoriale propostoci oggi dalla liturgia, per rivelare agli occhi dei popoli la sua giustizia.

Noi conosciamo una sola giustizia, quella forense, quella retributiva amministrata dai giudici nei tribunali dove si comminano castighi proporzionati alle colpe commesse. Non è questa la giustizia di Dio. “Egli è Dio e non un uomo” (Os 11,9). Al peccato non risponde con ritorsioni e vendette, ma dando la maggior prova del suo amore, donando al mondo suo Figlio.

Una certa teologia del passato ha applicato sconsideratamente a Dio la nostra giustizia e lo ha presentato come un giustiziere. Ne è nato un cristianesimo dispensatore di paura, non annunciatore del Regno che è “giustizia, pace e gioia” (Rom 14,17).

Nel Natale Dio manifesta l’immensità del suo amore incondizionato. Questa è la sua giustizia. Tutti i popoli sono invitati a contemplarla con stupore e a lasciarsi liberare dalla paura perché “nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (1 Gv 4,18).

Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Com’è diversa dalla mia, Signore, la tua giustizia!”.

Prima Lettura (Is 52,7-10)

7 Come sono belli sui monti
i piedi del messaggero di lieti annunzi
che annunzia la pace,
messaggero di bene che annunzia la salvezza,
che dice a Sion: “Regna il tuo Dio”.
8 Senti? Le tue sentinelle alzano la voce,
insieme gridano di gioia,
poiché vedono con gli occhi
il ritorno del Signore in Sion.
9 Prorompete insieme in canti di gioia,
rovine di Gerusalemme,
perché il Signore ha consolato il suo popolo,
ha riscattato Gerusalemme.
10 Il Signore ha snudato il suo santo braccio
davanti a tutti i popoli;
tutti i confini della terra vedranno
la salvezza del nostro Dio.

In un drammatico giorno del mese di luglio dell’anno 587 a.C. i soldati di Nabucodònosor aprono una breccia nelle mura di Gerusalemme ed entrano in città, bruciano il tempio, la reggia e le case, fanno prigionieri e deportano a Babilonia gli uomini validi. Lasciano in vita nel paese solo alcuni fra i più poveri come vignaioli e contadini (2 Re 25,8-12).

 A Babilonia i primi anni sono duri, penosi, tristi. Ne sono una malinconica eco le parole del famoso canto dell’esiliato: “Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion” (Sal 137,1). All’amarezza, all’umiliazione per la sconfitta, al dolore per la perdita delle persone care, alla nostalgia per la propria terra si aggiunge un inquietante interrogativo: come mai il Signore ci ha abbandonato nelle mani dei nostri nemici?

I primi responsabili della sciagura – concludono unanimi – sono i sovrani ottusi e insensati che ci hanno governato. Essi non hanno dato ascolto ai profeti e ci hanno condotto alla rovina. Ma anche noi siamo colpevoli: ci siamo lasciati ingannare e abbiamo commesso troppe iniquità. Chi ora ci potrà liberare dalla schiavitù? Il Signore rimarrà per sempre sdegnato con noi? Ha ripudiato per sempre la sua sposa Israele?

La risposta del Signore non si fa attendere: “Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? – dice il tuo Dio – Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore… Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto” (Is 54,6-10).

Difatti un giorno il Signore “si ricordò del suo amore e della sua fedeltà alla casa d’Israele” (Sal 98,3) e decise di andare a liberare il suo popolo. È a questo punto della storia che si inserisce la nostra lettura.

A Babilonia compare un profeta inviato da Dio ad annunciare parole di consolazione al suo popolo. Egli è così convinto della fedeltà del Signore che parla come se l’esilio fosse già concluso. Il futuro per lui è già realtà: vede la carovana degli esiliati dirigersi verso Gerusalemme, un messaggero la precede, corre, è come se avesse le ali ai piedi perché vuole essere il primo a dare la lieta notizia dell’arrivo dei deportati.

Il profeta immagina di contemplare la scena dall’alto del monte che domina Gerusalemme ed esclama: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi, che annuncia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza” (v. 7).

Poi il “sogno” continua: ecco che in città esplode la gioia. Che succede? Osserva meglio e scorge le sentinelle che dall’alto delle mura scrutano lontano. All’improvviso ecco che corrono ad annunciare a tutti una lieta notizia: nella colonna di persone che si sta avvicinando hanno riconosciuto gli esiliati che ritornano da Babilonia.

A questo punto la scena diviene grandiosa: in testa alla carovana che incede trionfale le sentinelle vedono il Signore. È lui che riconduce il suo popolo a Gerusalemme (v. 8). Egli non lo aveva mai abbandonato. In visione, il profeta Ezechiele aveva visto la gloria del Signore allontanarsi dalla città santa distrutta e seguire il suo popolo condotto in esilio (Ez 10,18-19; 11,22-23). Ora ritornano insieme.

La schiavitù è finita, le sofferenze, le umiliazioni sono terminate, i capi e i re malvagi, i pastori cattivi che avevano sfruttato ed oppresso il popolo sono scomparsi per sempre. Inizia un’era nuova, un regno in cui il Signore si porrà saldo alla guida del suo popolo.

La lettura si conclude con l’invito rivolto dal profeta alle rovine di Gerusalemme: “Prorompete in canti di gioia” (v. 9). Le mura diroccate verranno ricostruite e tutti i popoli della terra contempleranno stupiti l’opera incredibile che il Dio d’Israele ha saputo realizzare (v. 10).

Questo è il “sogno” del profeta raccontato nella lettura. Cos’è realmente accaduto in seguito?

Verso l’anno 520 a.C. un gruppo di esiliati partì da Babilonia, ma quale non fu la delusione! Al loro arrivo non ci fu alcuna esplosione di gioia, il loro ritorno fu tutt’altro che un trionfo, l’accoglienza fu molto fredda, scoppiarono dissidi fra i residenti e i neo‑arrivati. Il profeta aveva dunque preso un abbaglio, si era ingannato?

Il popolo cominciò a capire: il ritorno da Babilonia era solo l’immagine di un’altra liberazione che Dio intendeva realizzare.

Israele avrebbe preferito che la profezia si attuasse immediatamente e alla lettera. L’aveva intesa in senso materiale. Aveva pensato che Dio avrebbe messo la propria forza a disposizione dei suoi sogni di gloria. Aveva capito male. Era un altro il “ritorno” sorprendente che Dio aveva in mente. Questo sì avrebbe provocato una gioia universale, incontenibile.

Seconda Lettura (Eb 1,1-6)

 1 Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, 2 in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. 3 Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli, 4 ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.
5 Infatti a quale degli angeli Dio ha mai detto: “Tu sei mio figlio; oggi ti ho generato?”.
E ancora: “ Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio?”
6 E di nuovo, quando introduce il primogenito nel mondo, dice: “Lo adorino tutti gli angeli di Dio”.

Non si parla solo con la lingua. Un volto rabbuiato, un sorriso, un semplice sguardo, una carezza, una stretta di mano, comunicano spesso meglio delle parole ciò che si ha nella mente e nel cuore. Un regalo è carico di messaggi, anche quando non è accompagnato da un biglietto. Persino il silenzio può essere “parola”. Nel famoso racconto dell’incontro di Elia con Dio sull’Oreb, dopo aver detto che Dio non era nel vento impetuoso, nel terremoto e nel fuoco, il testo sacro continua: “Dopo il fuoco ci fu una voce di leggero silenzio” (1 Re 19,12). Era Dio che si manifestava… nel silenzio.

Egli interviene nel mondo solo attraverso la sua parola e la lettura ci dice che si è rivolto agli uomini in diversi modi.

Nei tempi antichi ha parlato attraverso il creato.

Che il creato parli di Dio è del tutto normale perché ha avuto origine dalla sua parola. In tutti gli avvenimenti, in tutti i fenomeni della natura, nel sole che sorge, nella pioggia che irrora i campi, nel volgere armonioso e regolare degli astri è possibile ascoltare il messaggio di Dio.

Chi – magari perché distratto o incantato dalla bellezza delle cose – non riesce a cogliere questa voce è chiamato nel linguaggio biblico “stolto”. Non malvagio o colpevole, ma “stolto”, cioè infelice perché, nella sua ottusità, si lascia sfuggire il senso di tutto ciò che esiste e accade. Osserva l’autore del libro della Sapienza: “Davvero stolti per natura tutti gli uomini che sono vissuti nell’ignoranza di Dio e dai beni visibili non hanno riconosciuto colui che è. Non hanno riconosciuto l’artefice, pur considerandone le opere… Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dei, pensino quanto è superiore lo stesso autore della bellezza” (Sap 13,1.3).

Questo modo di comunicare attraverso il creato, tuttavia, è il meno perfetto. Il popolo d’Israele ha avuto il privilegio di udire la voce del Signore in modo più nitido rispetto ai pagani: l’ha ascoltata attraverso i profeti (v. 1). Il Signore manifestava a questi uomini santi il suo pensiero affinché essi lo comunicassero al popolo. “Il Signore non fa cosa alcuna – diceva Amos – senza aver prima rivelato la sua decisione ai suoi servitori, i profeti” (Am 3,7).

Negli ultimi secoli prima di Cristo, a causa delle infedeltà dell’uomo, il Cielo però si chiude. Dio non invia più i suoi profeti e il popolo fa la dolorosa esperienza del silenzio di Dio. Il profeta Amos lo aveva predetto: “In quei giorni gli uomini andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno” (Am 8,12).

Fino a quando Dio non rivolgerà la parola al suo popolo? Rimarrà per sempre adirato? (Sal 79,5). Il pio israelita lo supplicava: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,20).

Quando giunse la pienezza dei tempi, mentre noi eravamo ancora suoi nemici (Rm 5,6), Dio squarciò i cieli e mandò nel mondo il suo stesso figlio: la sua immagine perfetta, la sua “Parola”, il suo “Verbo” (vv. 2-3).

Gesù è la rivelazione più elevata, più chiara, più eloquente del Padre. Vedendo lui si vede il Padre (Gv 14,9). Egli è il fulgore irradiato dal Padre – come afferma anche Paolo – “E Dio che disse: ‘Rifulga la luce dalle tenebr È rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulse sul volto di Cristo” (2 Cor 4,6).

L’ultima parte della lettura (vv. 4-6) insiste sulla superiorità incomparabile della rivelazione ottenuta attraverso Gesù. Gli Ebrei sostenevano che Dio aveva parlato loro persino servendosi degli angeli. L’autore della lettera ribatte: Gesù è immensamente superiore agli angeli. Come prova cita tre testi della Scrittura e conclude: “Lo adorino tutti gli angeli di Dio”.

Vangelo (Gv 1,1-18)

1 In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2 Egli era in principio presso Dio:
3 tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
4 In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5 la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l’hanno accolta.
6 Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
7 Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8 Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce.
9 Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10 Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
11 Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l’hanno accolto.
12 A quanti però l’hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13 i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14 E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15 Giovanni gli rende testimonianza
e grida: “Ecco l’uomo di cui io dissi:
Colui che viene dopo di me
mi è passato avanti,
perché era prima di me”.
16 Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
17 Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18 Dio nessuno l’ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato.

Tutti gli autori curano con particolare impegno la prima pagina dei loro libri perché costituisce il foglio di presentazione di tutta l’opera. Deve essere non solo piacevole e accattivante, ma è bene che accenni anche ai temi essenziali che verranno trattati in seguito. È un modo per stuzzicare l’interesse e la curiosità del lettore.

Per introdurre il suo vangelo, Giovanni compone un inno così sublime, così elevato da meritargli, giustamente, il titolo di “aquila” fra gli evangelisti. In questo prologo, come nell’“ouverture” di una sinfonia, è possibile cogliere i motivi che saranno poi ripresi e sviluppati nei capitoli successivi: Gesù inviato del Padre, sorgente di vita, luce del mondo, pieno di grazia e di verità, Unigenito nel quale si rivela la gloria del Padre.

Nella prima strofa (vv. 1-5) Giovanni sembra spiccare il volo da un’immagine cara alla letteratura sapienziale e rabbinica: la “Sapienza di Dio” raffigurata come una donna incantevole e deliziosa. Ecco come la “Sapienza” si autopresenta nel libro dei Proverbi: “Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività, prima di ogni sua opera. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata; prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io sono stata generata. Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando stabiliva al mare i suoi limiti, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui” (Prv 8,22-29).

Si tratta di una personificazione ripresa anche nel libro del Siracide, dove si afferma che la Sapienza si è come incarnata nella Toràh, nella Legge, e ha fissato la sua tenda in Israele (Sir 24,3-8.22).

Giovanni conosce bene questi testi e – forse anche con un filo di polemica nei confronti del giudaismo – li riprende e li applica a Gesù.

 È lui – dice – la Sapienza di Dio venuta a porre la sua tenda in mezzo a noi, è lui, e non la legge mosaica, che rivela agli uomini il volto di Dio e la sua volontà. Egli è il Verbo, la Parola ultima e definitiva di Dio, è quella stessa Parola mediante la quale Dio, in principio, ha creato il mondo.

Non solo. A differenza della Sapienza personificata (Sir 24,9), la Parola di Dio – che in Gesù si è fatta carne – non è stata creata, ma “era” presso Dio, esisteva dall’eternità ed era Dio.

Per Israele la Sapienza è “un albero di vita per chi ad essa si attiene” (Prv 3,18). Giovanni chiarisce: la Sapienza di Dio si è manifestata pienamente nella persona storica di Gesù. È lui, non più la Legge, la sorgente della vita.

La venuta di questa Parola nel mondo divide la storia in due parti: prima e dopo Cristo, tenebre senza di lui, luce dove c’è lui. Parola che, come una spada, penetra nell’intimo di ogni uomo e separa in lui ciò che è “figlio della luce” da ciò che è “figlio della tenebra”. La tenebra cercherà di sopraffare questa luce, ma non vi riuscirà. Anche la risposta negativa dell’uomo non potrà soffocarla e alla fine la luce avrà la meglio nel cuore di ognuno di noi.

La seconda strofa (vv. 6-8) è un primo intermezzo narrativo che introduce la figura del Battista. Di lui non si dice che “era presso Dio”. Giovanni è un semplice uomo suscitato da Dio per una missione. Doveva essere il testimone della luce. Il suo ruolo è tanto importante che viene sottolineato per ben tre volte.

Egli non era la luce, ma seppe riconoscere la luce vera e indicarla a tutti.

La terza strofa (vv.  9-13) sviluppa il tema di Cristo-luce e la risposta degli uomini di fronte al suo apparire nel mondo.

L’inno si apre con un grido di gioia: “Veniva nel mondo la luce vera”. Gesù è la luce autentica, in contrapposizione ai luccichii illusori, ai fuochi fatui, ai miraggi, ai bagliori ingannevoli proiettati dalla sapienza degli uomini.

A questo grido entusiastico si contrappone però subito un lamento: “il mondo non lo riconobbe”. È il rifiuto, l’opposizione, la chiusura alla luce. Gli uomini preferiscono l’oscurità perché affezionati alle loro opere malvagie (Gv 3,19).

Neppure gli israeliti – “la sua gente” – la accolgono. Eppure avrebbero dovuto riconoscere in Gesù la manifestazione ultima, l’incarnazione della “Sapienza di Dio”, di quella Sapienza che “fra tutti i popoli aveva cercato un luogo di riposo nel quale stabilirsi” e proprio in Israele aveva trovato la sua dimora. Il Creatore dell’universo le aveva dato quest’ordine: “Fissa la tua tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele” (Sir 24,7-8).

Sorprende il rifiuto della luce e della vita da parte degli uomini, anche dei più preparati e ben disposti. Anche Gesù si meraviglierà un giorno dell’incredulità dei suoi stessi conterranei (Mc 6,6). Questo significa che la luce che viene dall’alto non si impone, non fa violenza, lascia liberi, ma pone di fronte ad una decisione ineludibile: bisogna scegliere fra “benedizione e maledizione” (Dt 11,27), fra “ vita e morte” (Dt 30,15).

La strofa si conclude con la visione gioiosa di coloro che hanno creduto nella luce. Credere non significa dare il proprio assenso intellettuale ad un pacchetto di verità, ma accogliere una persona, la Sapienza di Dio che si identifica con Gesù.

A coloro che si fidano di lui viene concesso “un diritto” inaudito: divenire figli di Dio. È la rinascita dall’alto di cui Gesù parlerà a Nicodemo (Gv 3,3), rinascita che non ha nulla a che vedere con la nascita naturale che è legata alla sessualità, al volere dell’uomo. La generazione da Dio è di un altro ordine, è opera dello Spirito.

La quarta strofa (v.  14): “E il Verbo si fece carne e fissò la sua tenda in mezzo a noi”. È il punto culminante di tutto il prologo e sono le parole del vangelo che oggi ascolteremo in ginocchio. Sono ancora cariche dell’ammirazione gioiosa e stupita dei cristiani delle prime comunità di fronte al mistero di Dio che per amore si spoglia della sua gloria, annienta se stesso e prende dimora sotto la nostra tenda.

“Carne” nel linguaggio biblico indica l’uomo nel suo aspetto di essere debole, fragile, perituro. Si percepisce qui la drammatica contrapposizione fra “carne” e “Parola di Dio” espressa in modo così efficace nel famoso testo di Isaia: “Ogni carne è come l’erba e tutta la sua gloria è come il fiore del campo. Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura per sempre” (Is 40,6-8).

Quando Giovanni dice che la “Parola” divenne carne non afferma semplicemente che prese un corpo mortale, che si rivestì di muscoli, ma che divenne uno di noi, che si fece in tutto simile a noi (compresi i sentimenti, le passioni, le emozioni, i condizionamenti culturali, la stanchezza, la fatica, l’ignoranza – sì, anche l’ignoranza – e poi le tentazioni, i conflitti interiori…). In tutto simile a noi fuorché nel peccato.

“E noi vedemmo la sua gloria”. L’uomo biblico era cosciente che l’occhio umano è incapace di vedere Dio. Di lui si può solo contemplare la “gloria”, cioè, i segni della sua presenza, le sue opere, i suoi gesti di potenza in favore del suo popolo: “Dimostrerò la mia gloria sul faraone e su tutto il suo esercito, i suoi carri e i suoi cavalieri” (Es 14,17).

Si sentono riecheggiare in questa frase del prologo le espressioni colme di intensa commozione della prima lettera di Giovanni: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta” (1 Gv 1,1-4).

Giovanni parla al plurale perché intende riferire l’esperienza dei cristiani delle sue comunità che, con lo sguardo della fede, sono riusciti a cogliere, al di là del velo della “carne” di Gesù umiliato e crocifisso, il volto di Dio.

Il Signore ha manifestato spesso la sua gloria con segni e prodigi, ma mai si era rivelato in modo così chiaro e palese come nel suo “Unigenito, pieno di grazia e di verità”. “Grazia e verità” è un’espressione biblica che significa “amore fedele”. La troviamo nell’AT quando il Signore si presenta a Mosè come “il Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà” (Es 34,6). In Gesù è presente la pienezza dell’amore fedele di Dio. Egli è la dimostrazione inconfutabile che nulla potrà mai sopraffare la benevolenza di Dio.

La quinta strofa (v. 15) è il secondo intermezzo. Ricompare il Battista e questa volta egli parla al presente: “rende testimonianza” in favore di Gesù. “Grida” agli uomini di tutti i tempi che egli è unico.

La sesta strofa (vv.  16-18) è un canto di gioia dal quale trabocca la riconoscenza a Dio della comunità per il dono ricevuto. Dono incomparabile. Anche la legge di Mosè era un dono di Dio, ma non era definitiva. Le disposizioni esterne che essa conteneva non erano in grado di comunicare “la grazia e la verità”, cioè, la forza che permette all’uomo di corrispondere all’amore fedele di Dio. La “grazia e la verità” sono state donate per mezzo di Gesù. Compare qui, per la prima volta, il suo nome.

Dio nessuno l’ha mai visto. È un’affermazione che Giovanni richiama spesso (5,37; 6,46; 1 Gv 4,12.20). La si ritrova già nell’AT: “Tu non potrai vedere il mio volto – dice Dio a Mosè – perché nessun uomo può vedermi e restare vivo” (Es 33,20).

Le manifestazioni, le apparizioni, le visioni di Dio raccontate nell’AT non erano delle visioni materiali, erano un modo umano di descrivere le rivelazioni dei pensieri, della volontà, dei progetti del Signore.

Ora invece è possibile vedere realmente, concretamente Dio osservando Gesù. Per conoscere il Padre non si devono fare ragionamenti filosofici o perdersi in sottili disquisizioni. Basta contemplare Cristo, osservare quello che fa, cosa dice, cosa insegna, come si comporta, come ama, chi preferisce, chi frequenta, da chi va a cena, chi sceglie, chi rimprovera, chi difende. Basta, soprattutto, contemplarlo nel momento più alto della sua “gloria”, quando viene innalzato sulla croce. In quella manifestazione somma di amore il Padre ha detto tutto.

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