Commemorazione dei defunti: Nell’eternità

di: Carlo Ghidelli

Ogni anno la Chiesa ci offre l’opportunità di ricordare i nostri defunti con una speciale liturgia totalmente dedicata alla loro memoria. Ma qual è l’intenzione della Chiesa nel proporci questa solenne commemorazione di tutti i defunti?

Certamente quella di indurci a meditare sulla sorte che essi hanno avuto e quindi di prestare loro l’aiuto delle nostre preghiere di suffragio, ma anche quella di indurre ciascuno di noi a pensare alla propria morte: non certo per spaventarci quanto piuttosto per prepararci il meglio possibile. Le letture bibliche, prese dal terzo schema proposto dalla liturgia odierna, ci aiutano a perfezionare la nostra meditazione.

1. La prima lettura proviene dal libro della Sapienza nel quale, oltre ad una rilettura teologica della storia della salvezza pregressa, vengono formulate – segnatamente in questa pagina – anche alcune riflessioni sul destino personale di ciascuna persona.

Colpisce subito la nostra attenzione il grande contrasto che si stabilisce tra due categorie di persone: i giusti, da un lato, e gli stolti, dall’altro. È un tratto caratteristico dei libri sapienziali, questo, che ci induce a riflettere da che parte stiamo, soprattutto se pensiamo al nostro destino eterno.

Le espressioni con le quali si descrive la sorte dei giusti sono di una chiarezza inequivocabile: «Sono nelle mani di Dio (…), essi sono nella pace (…), la loro speranza resta piena d’immortalità». Tutto porta a dire che costoro sono chiamati “giusti” non tanto per quello che hanno fatto nella loro vita terrena, quanto piuttosto per la speranza che hanno riposto in Dio, nel Dio delle promesse. Sotto questo profilo, possiamo dire che la virtù della speranza, come dono di Dio, è estremamente importante e qualifica profondamente la nostra vita di fede.

Nulla invece si dice della sorte degli stolti, di coloro che si prendono gioco dei giusti, ritenendo la loro fine «una sciagura», la loro partenza da noi «una rovina». Ma, per comprendere il messaggio dell’autore ispirato, basta il fatto che l’autore li qualifica come «stolti», non di una stoltezza qualunque, attribuibile ad una scelta sbagliata, ma di una stoltezza globale, che incide sulla sorte eterna dei singoli. Una stoltezza pericolosa e temibile.

2. Il salmo responsoriale è un “salmo di fiducia”, uno dei più belli, che facilitano molto la nostra preghiera.

Questo salmo inizia con la bella icona della cerva che «anela ai corsi d’acqua»: simbolo dell’orante che vive lontano dal tempio di Gerusalemme e brama rivedere la sua patria. Per questo non può non manifestare tutto il suo dolore nel considerare che la distanza che lo separa dal Tempio non è solo fisica ma anche spirituale.

Per esprimere lo stesso concetto, il salmo ricorre ad altre immagini, come quella della sete: «L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?». Pensiamo ad un pellegrino che si trova sperduto nel deserto e non ha di che dissetarsi.

Ma è soprattutto l’icona del volto di Dio quella che qualifica questo salmo: «Perché ti rattristi, anima mia, perché ti agiti in me? Spera in Dio; ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio».

3. La seconda lettura ci presenta un’altra pagina del libro dell’Apocalisse dell’apostolo Giovanni. Anche qui viene riferita una visione dell’apostolo: «Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una nuova terra». Ma di quale cielo e di quale terra parla l’apostolo? Se ricordiamo che il mare è simbolo del male, allora comprendiamo che la visione di Giovanni è profezia di liberazione.

Ad un certo punto, la visione prende contorni più precisi: «E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio». Il messaggio è chiaro: Dio viene ad abitare tra noi: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli».

Le sembianze di questa città santa sono quelle della sposa: «Pronta come una sposa adorna per il suo sposo». Ciò significa che il nostro Dio ci verrà a visitare, cioè a salvare, nelle vesti di uno sposo: ci libererà dalla misera situazione di donna abbandonata e ci introdurrà nelle mistiche gioie di una unione sponsale del tutto speciale.

Sarà come una nuova creazione: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Alla fine dei tempi, come al termine della nostra vita terrena, Dio manifesterà nuovamente la sua potenza creatrice: la storia della salvezza non si ripete ma si rinnova continuamente.

4. La pagina evangelica ci presenta di nuovo la versione matteana delle beatitudini. Nel meditarle noi cercheremo di mettere in risalto altri aspetti del messaggio che Gesù ha voluto affidare a questo suo grande dono: un dono del quale non riusciremo mai a cogliere la preziosità.

Potremmo considerare le beatitudini evangeliche come un itinerario verso la nuova Gerusalemme (cf. seconda lettura), un cammino di fede che, senza voli pindarici ma passo dopo passo, ci conduce alla meta desiderata: una sempre più spiccata somiglianza con Gesù di Nazaret. È indubbio, infatti, che egli stesso ha inteso offrire le beatitudini come carta di viaggio per tutti i suoi discepoli, oltre che come la sua carta di identità.

Dicendo: «Beati i poveri in spirito», Gesù ha certamente voluto presentare se stesso come modello della vera povertà e indicare la via maestra che ogni discepolo deve percorrere se vuole raggiungere la meta che gli è stata proposta.

Dicendo: «Beati gli afflitti», Gesù anticipa per i suoi discepoli la sua esperienza di «uomo dei dolori», che avrà il suo culmine nella sua passione e morte.

Dicendo: «Beati i miti», Gesù non fa altro che anticipare quello che dirà di se stesso: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Una mitezza, quella di Gesù, che si coniuga perfettamente con la fortezza d’animo.

Dicendo: «Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia», Gesù invita i discepoli a condividere la sua stessa passione nel coltivare e nel fare la volontà del Padre suo.

Dicendo: «Beati i puri di cuore», Gesù lancia un chiaro messaggio a favore di una vita vissuta nel segno della retta intenzione e della più perfetta coerenza tra fede e condotta di vita.

Dicendo: «Beati gli operatori di pace», se è vero che la pace è figlia della giustizia, comprendiamo il nesso profondo che esiste tra questa beatitudine e la precedente.

Dicendo: «Beati i misericordiosi», Gesù ricorda ai suoi discepoli tutti i gesti di misericordia che egli ha posto durante il suo ministero pubblico, a favore di tanti malati e peccatori.

Dicendo «Beati i perseguitati per causa della giustizia», Gesù non poteva non pensare a se stesso, vittima volontaria di tanti soprusi e di una totale incomprensione .

Aggiungendo ad ogni beatitudine una promessa, Gesù intendeva aprire un varco alla prospettiva dei suoi discepoli, una prospettiva che sconfina verso l’eternità. Veramente le beatitudini evangeliche sono una lezione forte di vita vissuta nell’imitazione di Cristo.

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