IV Quaresima: Ora ci vedo!

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La 4ª domenica di quaresima dell’anno liturgico, tipica del cammino del catecumeno che sarà battezzato nella grande veglia pasquale, ci porta al cuore del percorso. Nei primi tempi della Chiesa antica il battesimo era denominato phōtismos/illuminazione e, allora come oggi, veniva fatta l’unzione del catecumeno. È il forte messaggio della parola di Dio di questa domenica: Gesù apre alla luce gli occhi del cieco nato. Il battesimo è illuminazione, è luce per gli occhi che brancolano nel buio. Il battesimo è anche unzione regale, sacerdotale e profetica, come avverrà per Davide, «il piccolo». Proprio il più piccolo fra i suoi fratelli.

Piccolo, buono e con occhi belli

Basta piangere il re Saul – dice il Signore YHWH al profeta Samuele – io l’ho «rifiutato» (cf. v. 1, lett.) e l’ho detronizzato, per vari motivi. Voglio inviarti (‘ešlāăkā) a Betlemme perché in casa di Iesse «ho visto fra i suoi figli per me un re» (v. 1, lett.). Iesse fa sfilare davanti a Samuele il meglio dei suoi figli, i primi sette. La perfezione, il meglio che un padre possa avere. Il Signore YHWH indica a Samuele il suo unico criterio di selezione per scegliere il suo māšîa/christos/unto/Messia.

Per l’assunzione del suo personale il Signore non ha gli stessi criteri di selezione seguiti normalmente dai direttori del personale di un’azienda. L’uomo bada molto all’aspetto, all’altezza e agli occhi. L’uomo vede solo l’esterno dell’uomo, e questo quasi sempre gli basta. Il Signore YHWH «rifiuta» (v. 7, lett.) di “ungere/consacrare” uno dei primi sette figli di Iesse. Il Signore YHWH invece vede “il cuore”, la coscienza, la sede dell’intelligenza e delle scelte ponderate. Rimane un ultimo figlio, che sta a pascolare il gregge (ō’n), il bestiame minuto, forse perché quello grosso (bāqār) ancora non lo sa governare. È “il piccolo (haqqaōn)” di famiglia, e questo nomignolo gli resterà sempre appiccicato addosso. Samuele dice a Iesse di «inviare» (v. 11, lett.) a prenderlo e Iesse «inviò» (v. 12, lett.) uno dei suoi per farlo tornare a casa. «E lui (era) fulvo, con bellezza di occhi e buono/bello l’aspetto» (v. 12, lett.).

Il Signore YHWH non ha dubbi e ordina a Samuel di «ungerlo/ mešāēû/chrison», perché è l’uomo giusto per l’incarico regale. E Samuele immediatamente si alzò e lo unse/lo “messianizzò”/wayymša ‘ōtô/ echrisen auton) in mezzo ai suoi fratelli.

Sì, a essere pignoli, si può scoprire una leggera incoerenza anche in YHWH. Anche lui non è immune dalla bellezza degli occhi e dell’aspetto di Davide, ma non lo sceglie per quello, ma perché è «piccolo» e «buono», e questo lo vede solo Dio, conoscitore dei cuori (cf. At 1,24; 15,18), senza bisogno di elettrocardiogramma o di scintigrafia cardiaca. Lo «spirito di YHWH/rûa YHWH» irrompe su Davide e perfezionerà l’opera di unzione compiuta dal profeta. Ora Davide è pronto per la sua missione regale: unto sul capo, pieno di Spirito, con occhi belli (e aperti) e aspetto (e cuore) buono. La missione dell’«inviato» (cf. v.1) Samuele è compiuta e il nuovo re è «unto».

Andò, si lavò, e tornò e ci vedeva

La cecità congenita di un uomo che Gesù incontra uscendo dal tempio (cf. 8,59) colpisce al cuore i suoi discepoli. Qui la colpa è di qualcuno, se il Signore ha colpito così duramente. Colpa del cieco dalla nascita o dei suoi genitori?

Gesù risponde con una frase liberante che molte volte è scordata da tanti credenti. Certamente la malattia e il male sono la spia di un mondo fratturato, incrinato, un mondo in cui qualcosa è andato storto fin dall’inizio nel progetto di Dio e ora esso non è ancora perfetto come lo sarà il regno di Dio. C’è sicuramente un legame fra il male morale, fisico e naturale e la frattura immessa nel mondo dall’orgoglio dell’umanità degli inizi e di sempre. Ma il collegamento non è ferreo e soprattutto non collega direttamente il male sofferto da una persona (pensiamo a un bambino piccolo…) a una sua colpa morale ben precisa. Questo è molto liberante (anche se non toglie le lacrime e i drammi di tante persone), perché in questo mondo incrinato soffrono i bambini innocenti e gli uomini, ma anche Dio!

E Gesù è l’Inviato del Padre proprio a essere luce del mondo (cf. Gv 8,12) e la guarigione del cieco nato può provvidenzialmente servire a manifestare le opere liberatrici che il Padre vuole compiere per l’umanità.

Senza chiedere nulla al malato, per pura grazia preveniente e gratuita, Gesù mescola la sua saliva (ritenuto il suo spirito condensato) con la terra da cui ogni uomo è tratto, alla quale torna, ma dalla quale può anche essere “ri-umanizzato” uomo nuovo. Gesù «spalmò (epechrisen) il fango sugli occhi del cieco», facendo un gesto che sarà ripetuto nella Chiesa primitiva nell’unzione illuminatrice dei catecumeni.

Samuele aveva unto (echrisen, cf. 1Sam 16,13) Davide «il piccolo», facendolo diventare re. Gesù procede nella guarigione del cieco nato e lo fa scendere con un ripido sentiero dai 785 metri sul livello del mare, dove è situato il tempio (cf. Gv 8,59), alla piscina di Siloe, situata a 640 metri sul livello del mare. Una vera “discesa/immersione/morte” simbolica, del cieco nato, accompagnato probabilmente da amici e fratelli della comunità. Lì deve lavarsi, “immergersi” nelle acque che sono insieme tomba e sorgente, per risalire dalla morte alla vita, e tornare rinnovato con “occhi” nuovi alla vita quotidiana.

«Quegli andò, si lavò, tornò che ci vedeva» (v. 7). Una raffica di vita che nasce dall’obbedienza e termina con la visione. Ora egli ci vede, non perché si sia immerso nella piscina di Silōam, ma perché il nome di questa vasca fa assonanza con l’«Inviato» (Apestalmenos in greco, ma Šālîa in aramaico). Gesù “invia” il cieco nato a se stesso, l’Inviato del Padre (cf. Gv 3,17; 5,36; 6,29.57; 7,29; 8,4210,36; 11,42, 17,3.8.18.21.23.25; 20,21). «Unto» sugli occhi con lo Spirito rappreso di Gesù, immerso e lavato nell’acqua dell’«Inviato», il cieco nato acquista la vista, nasce a vita nuova.

Un cieco nato non può lavorare e, di conseguenza, per sopravvivere dovrà dipendere dalla famiglia e dagli amici. Senza ammortizzatori sociali finirà ben presto umiliato sulla strada a mendicare. Difatti, era conosciuto come uno che «era un prosaitēs/un mendicante di professione» (v. 8). Ma ora il cieco nato guarito, “illuminato”, “immerso e riemerso” dalle “acque” dell’Inviato, prende il suo posto da protagonista nella vita sociale e diventa – forse suo malgrado ma non contro natura – un testimone coraggioso, tenace e persino ironico di quel che gli è successo. Testimonierà la vita, ciò che l’Inviato gli ha fatto nella vita.

E il suo percorso sboccerà nella luce piena, nella fede verso l’Inviato-Signore (pisteuō kyrie, v. 38). E solo dinanzi a lui – l’Inviato-Luce-Vita Nuova-Signore-Re – potrà prostrarsi senza umiliazione, ma con la gioia di un uomo “battezzato”, “illuminato”, rinnovato nel profondo.

Volete forse anche voi diventare suoi discepoli?

Diavolo di un cieco nato guarito! La luce nuova che è in te ti fa vedere adesso tante cose che prima non vedevi. E non puoi non vederle, e non puoi non testimoniare ciò che tutti possono vedere, a meno che – stupidamente – vogliano chiudere gli occhi da soli e poi dire che il sole non c’è… Il cieco nato guarito, illuminato, battezzato non può evitare il processo.

Nel Vangelo secondo Giovanni, Gesù è venuto nel mondo per portare un discernimento, ma di fatto si trova lui stesso sempre sotto giudizio. E il cieco guarito deve per forza diventare testimone («Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?», v. 17?). E allora – prima con un po’ di timidezza, ma dopo sempre più coraggiosamente, anzi persino con l’ironia di chi ci vede nei confronti di quelli che, pur vedendoci, si rendono imperdonabilmente ciechi da soli (cf. vv. 39-41) – affronta con calma fermezza e saldezza di nervi le udienze di un processo che mai pensava di dover affrontare.

Dapprima deve testimoniare ai vicini e ai conoscenti la sua esistenza in vita e la coincidenza della sua identità con la persona che avevano conosciuto in precedenza come un povere mendicante. Deve testimoniare e dice quello che ha sperimentato: un uomo, Gesù, gli ha fatto avere la vista dopo un procedimento non troppo complicato.

Poi arriva l’udienza con i farisei e testimoni a carico. Ad essi testimonia che, secondo lui, l’uomo che lo ha guarito è un profeta, perché quell’uomo Gesù non pecca a guarire di sabato, anzi viene da Dio proprio perché compie ciò per cui il sabato era stato istituito: celebrare il fatto di essere a immagine e somiglianza di Dio (Gen 2,3; Es 8-11) e di essere stati liberati dalla schiavitù egiziana (Dt 5,12-15).

Poi c’è una udienza dolorosa per il cieco nato guarito: quella delle forze ostili a Gesù («i giudei», v. 18) che convocano i genitori a testimoniare sul fatto. Essi riconoscono la loro genitorialità, ma sospendono il giudizio sul fatto avvenuto e abbandonano il figlio alle proprie responsabilità di adulto vaccinato. L’evangelista Giovanni (rispecchiando probabilmente una prassi della fine del I secolo) dice che essi avevano paura di essere espulsi dalla sinagoga se avessero riconosciuto Gesù come il Cristo/Messia/l’Unto (cf. v. 22). Il cieco nato guarito non ha la gioia di festeggiare in famiglia il suo «battesimo/illuminazione» e deve ingoiare il rospo amaro della solitudine nella testimonianza.

Segue una terza udienza, con tutto l’establishment religioso testimone a carico, in cui si bolla Gesù come «peccatore» ancora prima di richiedere l’ennesima versione dei fatti. Il cieco guarito diventa allora sottilmente e coraggiosamente ironico e chiede se, per caso, questa loro insistenza sulla sua vicenda non nasconda una voglia inconscia di diventare anch’essi discepoli di Gesù… A loro invece è sufficiente essere discepoli di Mosè, e bollare di peccaminosità chi guarisce di sabato, pur non sapendo di dove provenga quell’uomo… E l’Inviato viene da lontano, prima di Mosè, prima di Abramo, che pure appartengono al suo DNA.

Il cieco guarito testimonia che Gesù non può essere peccatore, perché, se non venisse da Dio, non avrebbe potuto guarirlo. Il cieco guarito sta ai fatti e dai fatti risale a quello che la sua (relativa forse) preparazione religiosa gli permette di capire. Contra factum non valet argumentum.

Credo, Signore!

E allora, se in precedenza, di fronte all’Inviato e al suo coraggioso testimone, si era prodotto (dolorosamente ma inevitabilmente!) uno schisma/scisma/divisione (v.16) fra i farisei, ora c’è l’espulsione sdegnosa da parte dei presunti competenti insegnanti di religione nei confronti dell’irrispettoso pezzente di strada, che però ragionava a partire dai fatti della vita e ne tirava le conseguenze.

Sbattuto “fuori” dalla vasta area templare (cf. v. 34.35; 10,3), il cieco guarito e illuminato è trovato da Gesù e affronta con serenità la domanda decisiva della sua vita. «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?», gli chiede Gesù. Colui che era atteso come giudice glorioso alla fine dei tempi è ora presente davanti a lui, nelle vesti semplici di un uomo (v.11), Gesù (v.11), un profeta (v. 17), uno che viene da Dio (v. 33).

E il cieco guarito e illuminato chiede il battesimo con la sua domanda personale di far esperienza profonda («chi è») della persona che lo ha guarito: «E chi è, Signore, perché creda in lui?». E Gesù/Il Signore risorto (per l’evangelista Giovanni e per noi) risponde al cieco guarito e illuminato: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Una risposta simile a quella data da Gesù alla Samaritana (cf. Gv 4,26).

E il cieco unto, lavato, immerso, riemerso dalle acque della piscina battesimale di Siloam/l’Inviato, testimone tenace e coraggioso, fa la sua professione di fede: «Credo, Signore! E si prostrò dinanzi a lui», come si addice di fronte a un re e a Dio stesso. “Mi affido a te – pregava forse tra sé e noi con lui –, Luce del mondo, acqua di vita che illumini l’uomo, che senza di te è cieco da sempre e per sempre. Tu lo immergi nell’acqua e nel sangue del tuo cuore e della tua vita di Figlio. Fai morire l’uomo vecchio che è in lui, cieco testardo e supponente perfino dinanzi all’evidenza, e gli offri una vita altra, veramente gustosa e nutriente”.

E infatti Gesù è il pastore bello/buono che conduce le sue pecore fuori dal recinto (exagei ex tēs aulēs) del tempio (Gv 10,3; cf 9,34.35) e deve guidare anche quelle che non appartengono a questo recinto (aulē, Gv 10,16). Alla fine del “processo”, parte della folla tirerà anch’essa delle sagge conclusioni: «… può forse un demonio aprire gli occhi ai ciechi?» (10,21).

La testimonianza tenace e coraggiosa di un incontro personale con Colui che gli ha cambiato la vita e che gli ha aperto “gli occhi” sulla vita reale attira per contagio altre persone. Sono convocati nella comunità, nel gregge per cui il pastore bello/buono «depone» la sua vita (10,17). Siamo fuori dal recinto, abbiamo attraversato la porta (10,17). Possiamo vivere («andare e venire») e trovare pascolo in abbondanza (cf 10,9; cf. Sal 23,1-3).

“Volete forse diventare anche voi suoi discepoli? Io mi sono trovato bene…”.

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