Pasqua: Testimoni del Visibile

di: Roberto Mela

Siamo nel cuore del mistero. E il cuore scoppia per l’abbondanza dell’amore, il debordare della vita. Il geiser fa esplodere la sua forza compressa, getta in alto la potenza del suo calore. È il mistero centrale della vita cristiana. È la Pasqua del suo Signore e la Pasqua del suo corpo, la Chiesa. Il frutto maturo del mistero pasquale, con i suoi tre spicchi turgidi vita, effonde il suo contenuto di vita paradossale.

È la risurrezione del Figlio dell’uomo, è la risurrezione dell’uomo. La morte è sconfitta dalla vita, la tomba svuotata della sua preda. La Chiesa celebra e gioisce, nel tempio e nella vita degli uomini.

Il buon annuncio spinge per essere proclamato a una società distratta, rancorosa, ripiegata sui propri problemi, indifferente. Il Cristo della Pasqua raggiunge tutti i suoi fratelli, i fratelli del Risorto. La gioia regna sovrana.

Nessuna preferenza

Seguendo il suggerimento dello studioso D. Marguerat, dopo il Prologo (Dal Vangelo agli Atti: 1,1-14), la prima delle cinque tappe che scandiscono il libro degli Atti degli Apostoli si sofferma a Gerusalemme, descrivendo la comunità con i dodici apostoli (At 1,15–8,3).

La seconda segue la corsa della Parola da Gerusalemme ad Antiochia, con un momento di apertura (At 8,4–12,25).

La terza tappa copre il primo viaggio missionario di Paolo verso le nazioni e dall’accordo di Gerusalemme (At 13,1–15,35).

La quarta è interamente dedicata a Paolo missionario (At 15,36–21,24), mentre l’ultima, la quinta, ci trasferisce da Gerusalemme a Roma, con Paolo, un testimone sotto processo (At 21,15–28,31).

L’incontro di Pietro col centurione Cornelio e la sua casa occupa il centro della seconda tappa (10,1–11,18). In un primo atto (10,1-8), a Cesarea Cornelio è visitato. In un secondo atto (10,9-23), a Joppe Pietro è interpellato. In un terzo atto (10,24-48), a Cesarea Pietro e Cornelio si incontrano. Nell’ultimo atto, il quarto (11,1-18), a Gerusalemme Pietro è davanti alla comunità.

Con coraggio Pietro, primo protagonista di quello che potrebbe essere chiamato anche “Gli Atti dei due Apostoli”, ha accolto il comando del Signore a seguire fino a Cesarea Marittima i messaggeri inviatigli da Cornelio. Egli è un “timorato di Dio”, cioè una persona proveniente dalle “genti” ma simpatizzante del giudaismo e suo mecenate finanziario con il supporto delle sue generose e regolari elemosine. È pure un uomo di grande preghiera (cf. At 10,2).

Pietro ha assimilato il significato della visione della tovaglia imbandita di cibi proibiti calata dal cielo perché lui se ne cibasse (cf. At 10,9-16), superando le proprie ritrosie giudaiche (comandate da YHWH attraverso Mosè in un primo momento della sua storia con Israele).

Gesù aveva detto una parola chiara circa la purezza di ogni cibo (cf. Mc 7,11-23, in specie v. 19), ma questo insegnamento penetrò molto lentamente e a fatica nella Chiesa per gran parte giudeo-cristiana dei primi tempi.

Dio non guarda all’apparenza (cf. per Davide 1Sam 16,7) e non fa preferenza di persone/ouk… prosōpolēmptēs (10,34; cf. Dt 10,17) e chiunque pratichi la giustizia è a lui “accettabile/gradito/dektos”, a qualunque nazione appartenga. Dio ha aperto il cuore a Pietro, ha allargato i suoi orizzonti, facendogli ricordare – e ampliare ulteriormente – l’universalismo dell’azione salvifica di YHWH e l’elezione inclusiva che segna il suo popolo testimone nel mondo (cf. Gen 12,1ss), due tratti originari di YHWH e di Israele, caduti forse un po’ nel dimenticatoio al tempo di Gesù e della prima comunità cristiana.

Pietro diventa il primo testimone di Gesù, il «Signore di tutti» (10,36), presso “le genti/i gentili/ta ethnē”, in questo caso un “gentile” simpatizzante del giudaismo – romano o appartenente alle truppe ausiliarie locali che fosse.

Passò beneficando e guarendo

Cornelio e la sua “famiglia/casa/oikia” (10,22) sono pronti “davanti a Dio” ad ascoltare tutto ciò che a Pietro è stato prescritto di annunciare (cf. 10,33). Pietro proclama il kerygma proprio della Chiesa primitiva, incentrato su Gesù di Nazaret.

Davanti a un uditorio proveniente dalle “genti/etnē”, gentilico – seppur simpatizzante del giudaismo –, Pietro riassume la vita di Gesù in modo sintetico ma accattivante. Gesù “ha attraversato/è passato/diēlthen” tutta la regione della Giudea (comprendendo in questo titolo, come spesso si faceva, tutta la regione: Giudea, Samaria, Galilea) «“facendo del bene/euergetōn” e “guarendo/iōmenos” tutti coloro che erano tiranneggiati dal diavolo» (10,38).

Lui è la parola inviata da “Dio (Padre)/ho theos” (cf. 10,34.38) a Israele, una buona notizia di pace incarnata. Il benefattore e il guaritore degli uomini agiva per la potenza dello Spirito con il quale era stato unto nel momento del battesimo al Giordano. Con l’unzione dello Spirito, Dio Padre “era con lui”, come lo era stato in passato con i suoi grandi inviati a liberare il suo popolo Israele.

L’evangelista Matteo – che registra la predicazione di Pietro – ricorda che l’identità profonda di Gesù/Iēsous, salvatore del popolo dai suoi peccati, è quella di essere presenza incarnata e potentemente efficace di Dio in mezzo al suo popolo. Gesù è, di fatto, l’“Emmanuele/Emmanouēl/Meth’ hēmōn ho theos/‘immānû ’ēl”, predetto da Isaia (Mt 1,23; cf. Is 7,14). Gesù è la dolce e forte compagnia di Dio fra i suoi figli, specialmente i più fragili e oppressi.

Testimoni del Visibile

«Noi – dice Pietro a Cornelio, facendo corpo unico con gli altri undici apostoli – siamo testimoni» della persona (“di me sarete testimoni”, At 1,8) e della vicenda tragica ma salvifica di Gesù. Un soggetto plurale indeterminato ha eseguito l’uccisione ignominiosa di Gesù tramite crocifissione, ma Dio Padre/ho theos l’“ha risvegliato /ēgeiren” il terzo giorno con la risurrezione e “gli ha fatto il dono di diventare visibile/edōke auton emphanē genesthai”. È il dono di una potenza che ha origine dal Padre ma che diventa interna a Gesù, endogena.

Egli “divenne visibile” (At 10,40) solo a una cerchia di testimoni prescelti, con i quali condivise il pasto “dopo essere risorto dai morti/meta to anastēnai auton ek tōn nekrōn” (S. Fausti: «dopo che egli risorse dai morti»; CEI 2008, L.T. Johnson, J. Roloff, F. Mosetto, C. L’Éplattenier: «dopo la sua risurrezione dai morti»; G. Rossé: «dopo la risurrezione dai morti»; J.A. Fitzmyer: «dopo che era risuscitato dai morti»; R. Fabris: «dopo che fu risuscitato dai morti»; D. Marguerat: «dopo che è stato rialzato dai morti»).

Gli apostoli prescelti del Visibile hanno ricevuto il comando di annunciare da banditori/kēryxai e a testimoniare (con la vita)/diamartyrasthai – e a farlo con decisione (dia-) –, la risurrezione di Gesù, la sua carica e dignità escatologica decisiva e i suoi doni pasquali: il suo essere stato costituito giudice dei vivi e dei morti e il fatto che, sulla scia di quanto preannunziato da tutti i profeti, è possibile per chi crede in lui di ricevere il perdono dei peccati.

Nel libro degli Atti degli Apostoli, la testimonianza assumerà una connotazione tutta particolare: gli apostoli, Pietro e Paolo in testa, diventeranno essi stessi oggetto della testimonianza, venendo a far parte del vangelo stesso da annunciare. Il Risorto ha assunto in sé in suoi testimoni.

Hanno portato via il Signore!

Inizia il ciclo pasquale del Vangelo secondo Giovanni (20,1-29): la scoperta della tomba vuota (20,1-10), , l’apparizione del Risorto a Maria Maddalena (20,11-18), l’apparizione del Risorto ai discepoli (20,19-23), l’apparizione del Risorto a Tommaso (20,24-29).

Maria Maddalena, la discepola fedele e che vigila nell’amore, giunge al sepolcro il primo giorno della settimana, l’ottavo giorno, il giorno della risurrezione dei giorni. Molto presto, mentre ancora ci sono le tenebre inizia la sua ricerca: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amore dell’anima mia; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amore dell’anima mia. L’ho cercato, ma non l’ho trovato».

La “tenebra/skotia” ha sempre un significato negativo nel Vangelo di Giovanni. La tenebra ha tentato di afferrare, catturare e spegnere la luce, ma non v’è riuscita (1,5), avvolge la barca della Chiesa che arranca nella traversata del lago, in assenza di Gesù (6,17). Chi non cammina nella luce che è Gesù, perde il suo cammino nelle tenebre (8,12). Gesù è il giorno in cui camminare, poi viene la notte, in cui nessuno può agire e fare il bene (9,49). Chi cammina nella notte dell’incredulità inciampa, perché la luce che è Gesù non è in lui (11,10). Chi cammina nelle tenebre non sa dove va (12,35). Mentre si ha la luce, bisogna credere nella luce (12,36). Chiunque crede in Gesù, venuto nel mondo come luce, non rimane nelle tenebre dell’incredulità. Nella notte agisce “colui che consegna” Gesù ai nemici mortali (13,30). La notte però può acuire – con tentennamenti vari – i sensi spirituali di Nicodemo (Gv 3,2; 19,39), la vista del cuore.

L’Amata non si arrende all’evidenza, avanza nella notte. E, alla fine, trova. Trova solo un’assenza. Rinviene solo con tristezza e incomprensione una pietra “tolta/alzata/ērmenon” e scopre solo che “hanno tolto/alzato/ēran” il suo Signore. Il suo cuore di Amata esprime la voce smarrita della comunità di fronte alla novità di Dio: «Non sappiamo dove l’hanno posto!». In lei vi sono amore e ancora assenza di fede. Ha una vista e un giudizio ancora mondani sui fatti. Nel suo cuore, ella guarda ancora all’indietro. Corre da Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava. Corre a trasmettere il vuoto, l’assenza, il rapimento. È ancora notte.

Entrò, vide e credette

Escono e corrono insieme i due verso il sepolcro: Pietro, il principio petrino della continuità apostolica nella testimonianza della fede ecclesiale e dell’unità del corpo comunitario del Risorto; “l’Altro Discepolo”, il “Discepolo Amato”, il Principio Amante che arde nella Chiesa come vedetta lungimirante e testimone verace che at-testa la verità non smentibile da nessuno (cf. Gv 21,15-23; 19,35) e che deve permanere nella Chiesa. Prima arriva il più giovane, l’amore. Per secondo arriva l’anziano, la radice stabile e dinamica. L’amore che precede nella vista attende il corpo dei fratelli.

Il più anziano deve ancora essere riabilitato pienamente dal Risorto, col triplice credito riaffermato sulla base dell’amore e di una sequela personale impegnativa solo di Lui (cf. Gv 21,15-19). Ed è lui a entrare per primo a ispezionare la tomba. «Il principe degli apostoli resta il primo testimone pasquale» (J. Zumstein).

La tomba è vuota, “i panni giacenti/ta othonia keimena”, il sudario “arrotolato/avvolto/piegato in un mucchio ordinato/entetyligmenon”, a parte. L’ordine presente nella tomba vuota smentisce il furto e il trafugamento frettoloso. Pietro è «il testimone che constata un fatto, senza però averne una profonda conoscenza» (ib.).

Entra l’Amato, e per lui la condizione in cui si trova il sepolcro è un segno «e i segni parlano chiaro: le bende e il sudario abbandonati in quel modo significano che il Crocifisso non è rimasto prigioniero della morte, ma è vivente» (ib.).

Il suo vedere suscita la fede. «La sua ispezione segna la nascita della fede pasquale – una fede pasquale compiuta, poiché il discepolo amato crede senza che gli appaia il Risorto, crede semplicemente vedendo la tomba vuota, ovverossia alla sola vista della radicale assenza di Cristo. Egli comprende la morte del Cristo come innalzamento e glorificazione» (ib.). È la fede che crede senza vedere. «La fede del discepolo amato costituisce il primo approdo della rilettura giovannea della tradizione pasquale» (ib.).

La sua fede è esaltata nel difficile v. 9. Il discepolo amato ha una fede compiuta, perché «senza poter contare sulla testimonianza della Scrittura, ha saputo interpretare il messaggio della tomba vuota. Dall’altra, però, [il v. 9, ndr] spiega il silenzio di Pietro; il principe degli apostoli non disponeva ancora del sostegno della Scrittura che gli avrebbe permesso di decifrare il senso di quanto scoperto» (ib.).

Nel cristianesimo primitivo, la Scrittura è «il registro ermeneutico che consente di dire il senso della fine terrena di Gesù di Nazareth» (ib.; cf. 1Cor 15,4; Lc 24,25-27). «Senza contestare la fondatezza di una simile prassi scritturistica, il narratore lascia tuttavia intendere che non è la Scrittura in quanto tale a fondare la fede, ma l’esperienza. L’esperienza della tomba vuota per il discepolo amato, l’esperienza delle apparizioni per gli altri!» (ib).

La luce della fede pasquale brilla nel Discepolo Amato.

La morte è vinta.

Il Crocifisso è vivente.

L’Amata troverà l’Amore della sua vita.

Noctem vicit lux.

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