Pentecoste: vento e fuoco

di: Carlo Ghidelli

Anche la memoria della Pentecoste, come quella dell’ascensione, ci è stata tramandata in modo del tutto speciale dall’evangelista Luca. Dobbiamo essergli grati, avendo egli raccolto questa informazione dalla viva tradizione della Chiesa nascente. Non si finisce mai di scoprire la preziosità della testimonianza di questo evangelista in ordine alla completezza delle informazioni evangeliche.

Esattamente cinquanta giorni dopo la pasqua e dieci giorni dopo l’ascensione, nel cenacolo di Gerusalemme, sugli apostoli, raccolti con Maria e altri pochi fratelli e sorelle nella fede, scende lo Spirito Santo, dono del Padre e del Figlio e forza donata alla Chiesa in vista dell’evangelizzazione.

1. La scelta della prima lettura è quasi obbligata: la Chiesa ci rimanda alla testimonianza di Luca circa la discesa dello Spirito Santo, che avvenne il cinquantesimo giorno dopo la risurrezione di Gesù. Praticamente oggi si chiude il ciclo pasquale, che non sarebbe completo se non includesse anche la discesa dello Spirito come dono del risorto Signore.

Siamo dinanzi ad una descrizione: cioè al tentativo di dire l’indicibile, perché quello che accade è un evento del tutto straordinario. Ciò non toglie a Luca la possibilità di riferire ciò che la tradizione evangelica gli aveva trasmesso.

Lo si evince anche da alcune espressioni assai pittoriche utilizzate dal narratore. Qui, infatti, si parla di «un fragore, quasi un vento» e poi anche di «lingue come di fuoco». È chiaro che non si tratta né di vento né di fuoco, ma di fenomeni indescrivibili, che inducono a pensare a qualcosa di straordinario.

La straordinarietà dell’evento viene indicata con un’espressione quanto mai essenziale: «e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi». Tutto viene ricondotto ad un intervento diretto di Dio, che si lascia riconoscere nel dono del “parlare in lingue”: un dono difficilmente decifrabile, comunque riconducibile al fatto che, pur parlando diverse lingue, tutti i presenti intendevano quello che diceva Pietro, che parlava solo l’aramaico.

Degno di nota è quanto si legge al termine della lettura: «E li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». Queste “grandi opere di Dio” non sono altro che il kerygma che Pietro sta per proclamare: l’evento di Gesù di Nazaret nella totalità del suo mistero di morte e di risurrezione.

2. Il salmo responsoriale è un inno di lode a Dio creatore che, mediante il suo Spirito, ha creato l’universo e che, nella forza dello stesso Spirito, rinnova la faccia della terra. In riferimento alla celebrazione che stiamo vivendo esso viene opportunamente introdotto dal ritornello: «Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra».

Il primo movimento dell’orante sale a Dio, del quale vuole esaltare la grandezza: «Sei tanto grande, Signore, mio Dio. Quante sono le tue opere, Signore!». Ovviamente la sua “grandezza” il Signore Dio l’ha manifestata e la manifesta tuttora nelle creature da lui volute e sostenute nell’esistenza. Un invito a risalire dalle creature al Creatore; non è forse questo un modo semplice ma sicuro di costellare le nostre giornate di autentica preghiera?

Colpisce profondamente quanto il salmista afferma: «Sia per sempre la gloria del Signore; gioisca il Signore delle sue opere». In questo versetto non possiamo non collegare “gloria” e “gioia”: due termini che, riferiti al Creatore, richiamano i primi due capitoli del libro della Genesi, nei quali ci viene detto esplicitamente che il Creatore contemplava la bellezza e la bontà delle varie creature man mano che le chiamava all’esistenza.

Anche l’augurio finale merita di essere commentato: «A lui sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore». Non tutte le preghiere sono gradite al Signore. Quelle che salgono da un cuore puro o purificato arrivano direttamente al cuore di Dio, che è sempre un cuore di padre.

3. La pagina della lettera dell’apostolo Paolo ai cristiani di Roma corrisponde alla parte centrale del capitolo ottavo, quello nel quale l’apostolo concentra il suo messaggio.

Occorre partire da un’affermazione apodittica dell’apostolo: «Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene». Le due frasi formulate al negativo non lasciano adito ad alcun dubbio: per appartenere a Cristo, cioè per essere partecipi del dono della salvezza che egli ha recato a tutta l’umanità, è assolutamente necessario avere lo Spirito di Cristo: in altri termini, il battezzato deve vivere secondo quella “legge dello Spirito” che dà vita in Cristo Gesù e che libera dalla legge del peccato e della morte.

La seconda affermazione, che si collega direttamente alla precedente, è questa: «Se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia». Il pensiero di Paolo è chiaro: Cristo e il suo Spirito sono gli operatori di quella “vita nuova” che coinvolge tutta la persona: spirito e corpo, anima e carne; non solo nella vita presente ma anche nella futura. Infatti, «colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi».

4. Il vangelo di oggi è preso da un passaggio centrale dei famosi “discorsi di addio” di Gesù, nel quale è abbastanza facile cogliere alcune espressioni vitali. Ma non è fuori luogo rilevare come il versetto dell’Alleluia invita a collegarci con la sequenza che caratterizza questa celebrazione e che è tutta un’invocazione allo Spirito Santo: «Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore».

Anzitutto, viene il duplice richiamo al rapporto tra amare e osservare i comandamenti: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti (…). Se uno mi ama, osserverà la mia parola». Il messaggio che si ricava da queste due frasi è di grande importanza: esso entra direttamente nel cuore della nostra fede. Se quello che facciamo non è dettato dall’amore, vale ben poco. Se la nostra vita non è ispirata all’amore, possiamo dire che è spesa invano.

Poi viene il cenno alla preghiera che Gesù rivolge al Padre per noi: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre». È Gesù stesso che anticipa in questo modo la sua opera di intercessione a nostro favore che eserciterà quando sarà salito al Padre.

Allo Spirito Santo sono dedicate anche le ultime parole di questa pagina evangelica: «Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». Insegnare e ricordare: in questi due verbi sta racchiusa tutta la missione dello Spirito Santo: così egli porterà a compimento la missione del Figlio.

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