Sacro Cuore: Il più grande dei tesori

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Uno dei più grandi frutti del concilio Vaticano II è stato il ritorno alle fonti – sacra Scrittura e padri della Chiesa – quale solido ancoraggio su cui rifondare più saldamente la propria fede, la liturgia e la devozione popolare.

Se la devozione al Cuore di Gesù, nata e sviluppatasi nell’800 sull’onda delle apparizioni di Paray-le-Monial, ha avuto il grandissimo merito di nutrire abbondantemente la fede del popolo cristiano, diffondendosi capillarmente nelle comunità e nelle famiglie (in ognuna troneggiava – spesso nella camera nuziale – la classica immagine del Sacro Cuore del Batoni), la riscoperta delle radici bibliche ha ridato linfa e slancio alla devozione, alla spiritualità e a una teologia del Cuore di Gesù rinnovata.

Non si può negare, nella storia della devozione, una certa nota di sdolcinatura, di riparazione sostituzionista, unita a sfruttamenti politici reazionari del simbolo, innalzato sugli scudi quale difesa suprema della civiltà cristiana.

Attenuata quasi completamente nell’Europa attuale, la teologia del Cuore di Gesù, che ispira la spiritualità e la devozione, mantiene intatti i suoi elementi che attingono al centro del messaggio biblico. Non è una devozione da altare laterale, ma una spiritualità – che tocca certamente anche gli affetti – centrata sul Cuore di Dio Padre e di Gesù, che rende ragione ultima del loro agire verso l’umanità sfiancata dalla debolezza della sua malattia mortale, l’egoismo narcisista.

Innamorato

Quasi al centro del suo secondo grande discorso rivolto a Israele (Dt 5,1–11,32) e pronunciato nelle steppe di Moab prima della sua entrata nella Terra del Santo – da cui personalmente lui sarà escluso – Mosè spiega le ragioni dell’elezione di Israele da parte del Signore. Un tema ostico anche per molti credenti di oggi, che non comprendono l’elezione di un popolo particolare da parte di YHWH.

Le parole di Mosè sono illuminanti. Israele (teologico, evidentemente: non si tratta del governo israeliano…) ha uno statuto unico perché unica e totale è la sua appartenenza. Esso è un popolo che non si appartiene, non può autodeterminarsi a piacere in tutte le direzioni storiche possibili. Esso è un popolo “consacrato/qādôš”: sottratto alla logica mondana delle politiche umane fondate sull’autodeterminazione e spesso difese con la potenza delle armi, esso appartiene nella struttura profonda del suo essere a YHWH, il Totalmente Altro. Sottratto alla mondanità e destinato all’appartenenza particolare a YHWH, perché egli lo “ha scelto (ar be)”, eletto con una funzione particolare di testimonianza a favore di tutti i popoli.

Israele non ha avuto nessuna qualità particolare da avanzare a YHWH per ricevere la sua preferenza. YHWH ha agito in modo preveniente, immeritato, sovranamente libero. Non ha seguito logiche di potenza numerica, anzi, al contrario, ha voluto scegliere uno popolo “piccolo/me‘a”, il più piccolo fra i popoli, per far risaltare la sua grazia e la sua logica. Sempre, nella storia di questo popolo e nell’invio del suo Figlio, YHWH sceglierà dei “mezzi deboli” per confondere i forti e ciò che è ignobile e disprezzato dagli uomini per far avanzare il suo regno di amore, la sua sovranità salvifica (cf. 1Cor 1).

Ciò che ha mosso YHWH a questa scelta è stato il suo “innamoramento”: egli “si è innamorato/āšaq” di questo popolo, in vista di farne la sua sposa. La connotazione amorosa del verbo āšaq, resa forse un po’ debolmente con “legato” dalla traduzione CEI, è chiara se si consultano alcuni passi biblici in cui viene impiegato.

Il compianto biblista Alonso Schökel suggerisce come significato di base quello di “innamorarsi”. In Gen 34,8 Camor confessa a Giacobbe che suo figlio Sichem si è “innamorato” di sua figlia Dina, l’ultima della famiglia. Purtroppo, dopo averla notata, Sichem l’aveva rapita e probabilmente violentata (cf. Gen 34,1-5), per poi innamorarsene e far chiedere al padre Camor la sua mano a Giacobbe. La vendetta dei figli di Giacobbe – in specie Simeone e Levi – sarà tremendamente cruenta (cf. Gen 34, 6-31).

La scelta del popolo di Israele da parte di YHWH è ripetuta quasi con le stesse parole in Dt 10,15 (qui la CEI traduce con “predilesse”). Nelle parti ritrovate del testo ebraico del Siracide, si menziona inoltre in Sir 40,19 il fatto che è apprezzata una donna “innamorata/nšqt” (la traduzione CEI “irreprensibile” rende il greco della LXX amōmos).

Come ultimo esempio – non esemplare invero – dell’impiego del verbo si può citare Dt 21,11-14: «Se vedrai tra i prigionieri [di guerra] una donna bella d’aspetto e ti sentirai legato a lei (“te ne innamorerai” /weāšaqtā bāh) tanto da volerla prendere in moglie, te la condurrai a casa. Ella si raderà il capo, si taglierà le unghie, si leverà la veste che portava quando fu presa, dimorerà in casa tua e piangerà suo padre e sua madre per un mese intero; dopo, potrai unirti a lei e comportarti da marito verso di lei e sarà tua moglie. Se in seguito non ti sentissi più di amarla, la lascerai andare per suo conto, ma non potrai assolutamente venderla per denaro né trattarla come una schiava, perché tu l’hai disonorata». Una pratica orrenda, che ben riconosciamo nelle violenze contro le donne perpetrate nel corso dei conflitti bellici dei nostri tempi.

YHWH si è “innamorato” di questo piccolo popolo, lo ha scelto “per amore/mē’ăhabat”, per consacrarlo a sé come segno di quello che lui avrebbe inteso compiere per tutti i popoli: essere segno e strumento di benedizione (cf. Gen 12,1-3).

Tutta la terra è proprietà di Dio, suo possesso. Ma Israle è “il giardino del re”, la sua “proprietà particolare/popolo particolare/‘am segullâ” (v. 6). YHWH ha agito da innamorato, per amore, ma espresso con azioni concrete, fatte di fedeltà al giuramento fatto con i padri e di azione liberatrice/riscattatrice (pādâ) (verbo esodico) dalla “casa degli schiavi/prigione” dell’Egitto. Israele deve riconoscere con tutto se stesso, esperienzialmente (yāda‘), che il suo Signore è un Dio “affidabile/fedele/solidamente stabile (ne’ĕmān)”, che “custodisce/mantiene/osserva in continuità (šāmar al part.)” l’alleanza e l’“amore misericordioso/fedele/stabile/virilmente continuo/esed)”.

L’amore fra alleati nell’Israele antico e nel mondo circonvicino era compreso come fedeltà fattiva concreta agli impegni pattuiti per un aiuto reciproco. L’amore fedele fra alleati comporta serietà, fedeltà (“amore = fedeltà alle clausole pattizie”) e chi non è fedele (“odiare”) sarà punito severamente.

L’amore è una cosa seria, sulla quale non si può scherzare, perché Dio impegna tutto se stesso, nel suo affetto più profondo, concreto ma anche affettivo.

Mite e umile di cuore

Visto l’impegno affettivo e concreto mostrato da YHWH nel corso della giovinezza di Israele, non ci si meraviglia che gli stessi sentimenti, di affetto ma anche di stabile volontà di alleanza, dominino anche l’intimo del Figlio di Dio, Gesù.

Dopo un aspro giudizio sulla generazione incredula del suo tempo (Mt 11,16-19) e una cascata tremenda di “guai” rivolta alle città del lago – Corazìn, Betsàida e Cafàrnao – che hanno visto tante opere di salvezza operate da Gesù, restando incredule e chiuse al suo messaggio, Gesù esplode in un “inno di giubilo” di forte tono giovanneo, rivolto al Padre. Gesù gioisce immensamente di trovarsi sulla stessa linea d’onda del cuore del Padre, nella sua scelta preferenziale dei “piccoli” nel rivelare il suo volto.

Di fatto, chi non è ricco di sé ma aperto al dono e anche alla dipendenza da altri, apprezza grandemente che una persona importante si prenda cura di lui, lo custodisca nel cuore e venga incontro alle sue necessità.

YHWH ha scelto il “piccolo” Israele per amore, e Gesù ha constatato a sua volta che i “piccoli” sono quelli che, di fatto, si sono aperti con fiducia al suo messaggio e alla sua opera di salvezza integrale, che ha nei “poveri” il centro della scelta preferenziale. È un mistero d’amore e di scelta che il “mondo” – il modo di ragionare e di agire degli uomini “mondani” – non afferra e neanche riuscirebbe a farlo.

Ciò che muove il cuore del Padre, il suo “potere” di salvezza, è stato conferito totalmente al Figlio. Solo lui può “rivelare” chi è e ciò che muove in profondità la persona del Padre. Ma chi guarda con apertura di cuore ai gesti e alle parole di Gesù entrerà in profonda comunione anche con colui che lo ha inviato. Gesù invita a sé gli “affaticati” della storia e quelli “oppressi dai pesi/oberati dai pesi” che la vita e gli uomini addossano a loro, senza che loro li tocchino nemmeno con un dito. Gesù promette riposo interiore, respiro profondo di accoglienza e di vita, che rianima gli oppressi.

In tutto il suo agire Gesù ha mostrato con i fatti ciò che predicava e la scelta preferenziale che lo muoveva nel profondo. Senza escludere nessuno, egli ha preso su di sé il peso della vita, dell’emarginazione, del “peccato” della gente più povera. Il suo “giogo” abbraccia e porta a perfezione il “giogo” della Legge, che l’ebreo osservante prende con gioia su di sé nella vita e nella preghiera.

Nella pienezza dei tempi, il giogo è ormai la persona di Gesù. Egli non è violento ma mite e umile di cuore. Nella Bibbia il cuore è ciò che muove l’intelligenza, la volontà e gli affetti di una persona. La persona di Gesù è un “giogo” pieno di dolcezza, di grazia e leggero. Tutta la sua persona è riassunta nel suo cuore, che dà accoglienza, misericordia, riconciliazione, leggerezza di vita, perché ci si sente compresi da lui, sostenuti, accompagnati e custoditi. Nessun giudizio legalistico, ma accompagnamento misericordioso.

Tutte le congregazioni religiose che si ispirano al Cuore di Gesù hanno come carisma proprio quello di mostrare nella vita la preferenza del Cuore di Gesù. Il “Cuore” diventa la cifra, il simbolo riassuntivo della persona di Gesù, anche nei suoi affetti.

Affidabile, accogliente, umano e umanizzante, Gesù-Cuore è la cifra del Dio dei cristiani. È lui che porta i pesi degli uomini, è lui che “espia” le lontananze e le ferite lavandole col sangue della sua vita donata. È lui che “ripara” donando senza misura lo Spirito, perché la sua vita divina ricostruisca le brecce di un’umanità che si sente perduta, senza difese umanizzanti condivise e difese da tutti in modo concorde.

Gesù-Cuore non è sdolcinatura, non è una devozione da altare laterale. Gesù-Cuore è la cifra di un Dio che ama l’umanità e per essa si spende anche con l’intimità dei suoi sentimenti. La sua scelta è chiara, lui prende sempre la parte del peccatore, del debole, del ferito. È l’amabile scuola della piccolezza, della solidarietà redentrice.

Gesù-Cuore è redenzione, riconciliazione, “riparazione”, umanizzazione. L’amore misericordioso e fedele di Gesù-Cuore è il centro della nostra fede, il centro del messaggio biblico. A ragione quindi p. Dehon (1843-1925), fondatore nel 1878 della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù – più conosciuti come “dehoniani” – lasciava scritto nel suo Testamento spirituale: «Vi lascio il più grande dei miei tesori: il Cuore di Gesù».

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