Sacro Cuore: Il suo e i nostri cuori

di: Fernando Armellini

Il culto al Sacro Cuore ha origini molto antiche, ma si è diffuso nella chiesa a partire soprattutto dal secolo XVII per opera di una mistica francese, s. Margherita Maria Alacoque.

Nella sua autobiografia, questa suora visitandina racconta le rivelazioni avute e riferisce le famose dodici promesse del Sacro Cuore dalle quali è derivata la pia pratica dei primi nove venerdì del mese. È su ispirazione di questa santa che è stata istituita la festa del Sacro Cuore.

Come tutte le forme di pietà popolare, anche questa, dopo il Concilio Vaticano II, è entrata in crisi. La stessa immagine tradizionale del Sacro Cuore – quella che lo ritraeva “su di un trono di fiamme, raggiante come sole, con la piaga adorabile, circondato di spine e sormontato da una croce”, conforme alla descrizione fatta da Santa Margherita Maria alla quale era apparso – anche questa immagine, prima esposta in ogni casa, è stata gradualmente sostituita da altre che esprimevano una nuova concezione teologica e una nuova sensibilità spirituale.

Nel post‑concilio molte pratiche devozionali sono state abbandonate. Quella al Sacro Cuore invece ha ricevuto un impulso decisivo proprio dallo spirito conciliare che ha indotto a cercare il fondamento solido di ogni forma di spiritualità non in rivelazioni private, alle quali – giustamente – si è andati accordando un valore sempre più relativo, ma nella Parola di Dio.

Le esperienze mistiche di s. Margherita Maria hanno avuto, per tre secoli, una grande importanza e ripercussioni significative sulla vita della chiesa: hanno alimentato la spiritualità del Dio‑amore e favorito una vita morale virtuosa e impegnata. Tuttavia, sulle rivelazioni riferite da questa santa i teologi avanzano riserve e oggi non costituiscono più il fondamento della devozione al Sacro Cuore che invece è solidamente radicata nella parola di Dio.

Lo studio della Bibbia ha condotto a scoperte interessanti.

Ci si è subito resi conto che la devozione al Saro Cuore era diversa dalle altre. Non metteva in risalto uno dei tanti aspetti del messaggio evangelico, ma coglieva il centro della rivelazione cristiana: il cuore di Dio, la sua passione d’amore per l’uomo resasi visibile in Cristo.

Nella Bibbia il cuore non è inteso solo come sede della vita fisica e dei sentimenti, ma designa tutto l’uomo.

È considerato anzitutto come sede dell’intelligenza. A noi può risultare strano, ma i semiti pensano e decidono con il cuore: “Dio ha dato agli uomini un cuore per pensare” – afferma il Siracide (Sir 17,6). Al cuore l’israelita riferisce persino alcune percezioni dei sensi. Il Siracide, al termine di una lunga vita durante la quale ha accumulato le esperienze più disparate e ha acquisito molta saggezza, afferma: Il mio cuore ha visto molto (Sir 1,16)

In questo contesto culturale, l’immagine del cuore è stata applicata anche a Dio. La Bibbia infatti dice che Dio ha un cuore che pensa, decide, ama e può anche essere colmo di amarezza.

È proprio questo il sentimento che è richiamato quando, all’inizio del libro della Genesi, compare per la prima volta la parola cuore: “La malvagità degli uomini era grande sulla terra e ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male”.

Cosa prova Dio di fronte a tanta depravazione morale? “Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo” (Gn 6,5-6).

Egli non è impassibile – come pensavano i filosofi dell’antichità – non è indifferente a ciò che accade ai suoi figli. Gioisce quando li vede felici e soffre quando essi si allontanano da lui, perché li ama perdutamente. Anche se provocato dalle loro infedeltà, non reagisce mai con aggressività e violenza.

I disegni del Signore, i pensieri del suo cuore sono sempre e solo progetti di salvezza, per questo – commenta il salmista – è “beata la nazione il cui Dio è il Signore” (Sl 33,11-12).

Fino alla venuta di Cristo conoscevamo il cuore di Dio “solo per sentito dire” (Gb 42,5). In Gesù, i nostri occhi lo hanno contemplato.

“Chi vede me, vede colui che mi ha mandato” (Gv 12,45), ha assicurato Gesù che, durante l’ultima cena, nel discorso di addio, ha richiamato ai discepoli la stessa verità: “Se conoscete me, conoscerete anche il Padre… Chi ha visto me ha visto il Padre”  (Gv 14,7-9).

È dunque contemplando il suo cuore che noi possiamo giungere a conoscere il cuore del Padre.

Quando parliamo del cuore di Gesù, facciamo riferimento a tutta la sua persona, ma anche alle sue emozioni più intime e il vangelo riferisce spesso ciò che egli prova di fronte ai bisogni dell’uomo.

Il suo cuore è sensibile al grido dell’emarginato, sente il grido del lebbroso che, contravvenendo alle prescrizioni della legge, gli si avvicina e, in ginocchio, lo supplica: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Gesù – nota l’evangelista – si emoziona fin nel più profondo delle sue viscere. Ascolta il suo cuore, non le disposizioni dei rabbini che prescrivono l’emarginazione. Stende la mano, lo tocca e lo guarisce (Mc 1,40-42).

Il cuore di Gesù si commuove quando incontra il dolore. Condivide il turbamento che ogni uomo prova di fronte alla morte, sente compassione della vedova che ha perso il suo unico figlio ed è rimasta sola. A Nain, quando vede avanzare il corteo funebre si fa avanti, si avvicina alla madre, le dice: “Smetti di piangere!” e le ridona il figlio.

Nessuno gli ha chiesto di intervenire, nessuno lo ha pregato di compiere il miracolo. È il suo cuore che lo ha spinto ad avvicinarsi a chi era nel dolore.

Il vangelo ci riferisce anche una preghiera al cuore di Gesù.

Un padre ha un figlio con gravi problemi fisici e psichici: si irrigidisce, schiuma, si butta nel fuoco e nell’acqua. Con l’ultimo barlume di speranza che gli è rimasta va da Gesù, e, facendo appello ai sentimenti del suo cuore, gli rivolge una preghiera, semplice, ma stupenda: “Se tu puoi fare qualcosa, lasciati commuovere e aiutaci” (Mc 9,22).

“Lasciati commuovere!”. Non è l’espressione di un dubbio sui suoi sentimenti, ma è un richiamo a una consolante verità: egli è sempre in ascolto di chi soffre.

In Gesù abbiamo visto Dio piangere per la morte dell’amico e per il popolo incapace di riconoscere colui che gli offriva la salvezza, abbiamo visto Dio emozionarsi per le lacrime di una madre, commuoversi di fronte al malato, all’emarginato, a chi ha fame.

Il Dio che ci chiede fiducia non è lontano e insensibile, è colui al quale ognuno può gridare: “Lasciati commuovere!”. Il Dio che si è rivelato in Gesù non è quello impassibile di cui hanno parlato i filosofi, è un Dio che ha un cuore che si commuove, gioisce e si rattrista, piange con chi piange e sorride con chi è felice.

Un anonimo poeta egiziano scriveva, verso il 2.000 a.C.:  “Cerco un cuore su cui appoggiare la mia testa e non lo trovo, non ci sono più amici!”.

Noi siamo più fortunati: abbiamo un cuore – quello di Gesù – su cui posare il nostro capo per udire da lui, in ogni momento, parole di consolazione, di speranza e di perdono.

La festa di oggi vuole introdurci, attraverso la meditazione della Parola di Dio, nell’intimità del cuore di Gesù, affinché noi impariamo ad amare come egli ha amato.

Per interiorizzare il messaggio, oggi ripeteremo:
Donaci, Gesù, un cuore simile al tuo.

Prima lettura (Dt 7,6-11)

Mosè parlò al popolo dicendo:
6 Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra.
7 Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli -, 8 ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri, il Signore vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha riscattati liberandovi dalla condizione servile, dalla mano del faraone, re di Egitto.
9 Riconoscete dunque che il Signore vostro Dio è Dio, il Dio fedele, che mantiene la sua alleanza e benevolenza per mille generazioni, con coloro che l’amano e osservano i suoi comandamenti; 10 ma ripaga nella loro persona coloro che lo odiano, facendoli perire; non concede una dilazione a chi lo odia, ma nella sua stessa persona lo ripaga.
11 Osserverai dunque i comandi, le leggi e le norme che oggi ti dò, mettendole in pratica.

È indimenticabile per una donna l’emozione che prova quando il giovane che è destinato a divenire il suo sposo, aprendogli il proprio cuore, per la prima volta le sussurra: “Ti amo”.

Nemmeno Israele ha mai scordato il giorno in cui il suo Dio le ha fatto la prima dichiarazione d’amore. L’autore sacro ce l’ha conservata nella commovente pagina del Deuteronomio che oggi ci viene proposta: “Tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio” (v. 1).

È la formula con cui il Signore ha giurato amore eterno a Israele – l’amata – promettendole incrollabile fedeltà: “Il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra” (v. 1).

Israele, la favorita. Perché? – si chiedono tutte le altre nazioni –. Com’è riuscita ad attirare su di sé le attenzioni e l’affetto del Signore? Come ha potuto conquistare il suo cuore? Cosa c’è di così affascinante in lei?

L’esperienza ci suggerisce la risposta: il cuore dell’innamorato è imprevedibile, segue logiche tutte sue, ha delle ragioni che la mente non capisce.

Al cuore non si comanda e, difatti, neanche Dio è riuscito a comandare al proprio cuore.

Logica voleva che – data la sua posizione elevata – egli scegliesse di allearsi con un popolo famoso, potente, degno di lui. Invece si è innamorato di Israele, non perché fosse il “più numeroso di tutti gli altri popoli”, ma perché era il più piccolo, il più insignificante di tutti (vv. 7-8).

Dio non è attratto dai ricchi perché non necessita di nulla, possiede già tutto e nessuno lo può arricchire. Il suo cuore si volge irresistibilmente al povero perché solo al povero egli può consegnare se stesso e donargli ogni bene.

Israele ha questa missione da svolgere nel mondo: ricordare sempre e a tutti quali sono le preferenze del Signore. È l’immagine di tutti coloro che sempre richiameranno le attenzioni del cuore di Dio: gli emarginati, i miserabili, i peccatori, coloro che, agli occhi del mondo, non contano nulla.

Lo aveva compreso molto bene Paolo che ai corinzi scriveva: “Dio ha scelto quelli che per il mondo sono stolti per coprire di vergogna i sapienti; Dio ha scelto quelli che per il mondo sono deboli, per coprire di vergogna i forti; Dio ha scelto quelli che per il mondo sono ignobili e disprezzati e sono ritenuti delle nullità, per mostrare che, per lui, non contano nulla coloro che da tutti sono ritenuti gente di valore” (1 Cor 1,27-28).

In Gesù il cuore di Dio si è reso visibile e ha mostrato le sue preferenze per gli ultimi: è nato in una grotta di pastori, è cresciuto fra i poveri della terra, ha scelto la compagnia dei pubblicani e dei peccatori ed è tornato in cielo portando con sé un criminale che rappresenta l’umanità intera finalmente conquistata dal suo amore.

Nella seconda parte della lettura (vv. 9-11) Dio rivela a Israele – la sposa che si è scelto – ciò che si attende da lei: una risposta senza compromessi né riserve al suo immenso amore. Se lo rifiutasse decreterebbe la propria rovina, dichiarerebbe di preferire la propria miseria alla condizione la regina.

La drammaticità di questa scelta è presentata nel nostro brano – come in molte altre pagine della Bibbia – con l’immagine del castigo, della ritorsione da parte di Dio, l’innamorato non corrisposto (v. 10). Si tratta di un linguaggio letterario che vuole richiamare l’attenzione sulla responsabilità che si assume chi rifiuta la proposta del Signore.

Secondo i criteri degli uomini, la risposta spontanea all’ingratitudine è il castigo. Ma Dio non si comporta in questo modo perché egli non può non amare, come ha assicurato per bocca del profeta Osea: “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò mai sfogo all’ardore della mia ira, perchè sono Dio e non uomo”. (Os 11,8-9).

Seconda lettura (1 Gv 4,7-16)

7 Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. 8 Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.
9 In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui.
10 In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
11 Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.
12 Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi.
13 Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito. 14 E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. 15 Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio. 16 Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.

Più degli altri evangelisti, Giovanni è penetrato nei segreti del cuore di Gesù e ha scoperto l’immensità dell’amore di Dio. Colto da incontenibile gioia ha esclamato: “Guardate quale amore ci ha donato il Padre: ci ha messo in condizione di essere chiamati figli di Dio. E lo siamo realmente!” (1 Gv 3,1).

Nel brano di oggi riprende e sviluppa il tema della figliolanza divina che lo ha colmato di stupore.

Esordisce con un’esortazione: “Diletti, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio e chiunque ama è generato da Dio” (v. 1).

Gesù aveva fatto la stessa richiesta ai discepoli e presentandola come un comandamento, come il segno distintivo del discepolo: “Vi dono un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34-35).

Giovanni non parla di comandamento. Ai cristiani delle sue comunità rivela le meraviglie del cuore di Dio che ha contemplato in Gesù. Ha scoperto che “Dio è luce e in lui non ci sono tenebre”, per questo i cristiani devono camminare “nella luce, come egli è luce” (1 Gv 1,5-6). Poi il suo sguardo mistico è andato oltre e ha colto il cuore della vita divina: Dio è amore.

È da questa sorgente infinita che emana e si diffonde fra gli uomini l’amore.

Non si ama per una imposizione, ma per esigenza interiore, per l’impulso che proviene dal cuore nuovo, dal cuore di figli di Colui che “è amore”.

L’amore per il cristiano è un dato di fatto, è la manifestazione necessaria della realtà nuova presente nel suo intimo: il seme divino posto in lui.

Figli di Dio sono tutti coloro dalla cui vita traspare l’amore. “I costruttori di pace saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9); coloro che amano i nemici e pregano per i loro persecutori sono “figli del Padre che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni” (Mt 5,44).

Si tratta di una somiglianza dalla quale anche il più grande santo rimarrà infinitamente distante, ma verso la quale si deve continuamente tendere, infatti Paolo esorta: “Fatevi imitatori di Dio, quali figli carissimi” (Ef 5,1). Solo in Gesù, l’unigenito di Dio, si è manifestato in pienezza l’amore del cuore del Padre.

Nella seconda parte del brano (vv. 9-10) viene spiegato in che consiste l’amore.

Dio ha manifestato il suo amore donandoci ciò che aveva di più prezioso, il suo Unigenito. Lo ha inviato nel mondo come “vittima di espiazione dei nostri peccati”.

Ci ha amati, non perché eravamo buoni, ma ci ha resi buoni mandando suo figlio per coinvolgerci nel suo amore: “Mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi” (Rm 5,6).

Nell’ultima parte della lettura (vv. 11-16) Giovanni spiega cosa accade nella vita dell’uomo quando è presente lo Spirito che anima il cuore del Padre che sta nei cieli.

La figliolanza divina non è una ricompensa riservata a chi si comporta bene, è un dono gratuito. È però facile verificare dove e da chi questo seme divino è stato accolto: ovunque si scorga una scintilla d’amore lì si sta rivelando la presenza della vita divina, lì sta agendo lo Spirito del Padre celeste.

Vangelo (Mt 11,25-30)

25 In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.
27 Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
28 Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.

Il cuore di Dio non finirà mai di stupire, riserverà sempre sorprese anche se non tutti saranno in grado di coglierle. Nel vangelo di oggi Gesù suggerisce le disposizioni interiori necessarie per poter capire i gesti d’amore del Padre ed esserne coinvolti.

All’inizio della sua vita pubblica, lungo il lago di Galilea, Gesù ha suscitato parecchi entusiasmi e ha avuto un notevole successo. Colme di stupore per i prodigi da lui operati, le folle si chiedevano: “Chi è costui?” (Mc 3,41), “Da dove gli viene questo potere e che sapienza è mai questa che gli è stata donata?” (Mc 6,2).

Presto però sono iniziate le incomprensioni: la gente ha cominciato a far fatica a comprendere e ad accogliere il nuovo messaggio da lui annunciato; i farisei, custodi inflessibili della legge, lo hanno quasi subito avversato perché sovvertiva le sacre tradizioni del loro popolo. Anche molti discepoli, sconcertati dalle sue proposte, si sono fatti da parte e si sono allontanati da lui (Gv 6,66). Persino i suoi familiari si sono mostrati piuttosto freddi e diffidenti: “Neppure i suoi fratelli credevano in lui” – riferisce Giovanni (Gv 7,5).

Con Gesù è rimasto soltanto un gruppo sparuto di discepoli appartenenti alle classi più povere e disprezzate della società giudaica.

Il Maestro non si è scomposto e ai Dodici – confusi e disorientati dal suo discorso sul pane di vita – ha rivolto una domanda provocatoria: “Volete andarvene anche voi”. A nome di tutti Pietro non ha potuto che rispondere: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna” (Gv 6,67-69).

Non c’è da meravigliarsi di questo smarrimento generale: non è facile per nessuno capire il cuore di Dio che si è rivelato in Cristo.

Il nostro brano va collocato in questo momento difficile della predicazione di Gesù.

Il capitolo 11 del vangelo di Matteo dal quale è tratto, inizia introducendo la crisi di fede del Battista che invia alcuni discepoli a chiedere a Gesù: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (Mt 11,3), poi continua con il pesante giudizio di Gesù sulla sua generazione (Mt 11,16-19) e con le minacce: “Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida” (Mt 11,21-24).

A metà della vita pubblica il bilancio non poteva che essere considerato deludente.

Di fronte a un simile fallimento noi avremmo lasciato cadere le braccia, Gesù invece si rallegra per quanto è accaduto ed esclama: “Ti benedico Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti ed agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (v. 25).

I sapienti e gli intelligenti sono spesso citati insieme nella Bibbia e, molte volte, in senso peggiorativo. Sono coloro che si professano ricercatori devoti della sapienza, che pensano addirittura di averne il monopolio, mentre in realtà si arrovellano in stoltezze e si dilettano in vane disquisizioni. Contro di loro il profeta Isaia aveva sentenziato: “Guai a coloro che si credono sapienti e si reputano intelligenti” (Is 5,20-21).

Gesù non li dichiara esclusi dalla salvezza, si limita a constatare un fatto: i poveri, gli umili, le persone emarginate hanno accolto per primi la sua parola liberante.

È normale – dice – che questo accada perché sono i piccoli che, più d’ogni altro, sentono il bisogno delle tenerezze di Dio, hanno fame e sete della giustizia, piangono, vivono nel lutto e attendono che il Signore intervenga per sollevare il loro capo e colmarli di gioia.

Sono beati perché per loro è giunto il regno di Dio.

Poi aggiunge: questo fatto rientra nel progetto del Padre: “Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te” (v. 26).

È profondamente radicata la convinzione che Dio sia amico solo dei buoni e dei giusti, che prediliga chi si comporta bene e sopporti a fatica chi pecca.

Questo è il Dio creato dai “saggi” e dagli “intelligenti”, è il risultato dei ragionamenti umani.

Il Padre di Gesù invece va a riprendersi coloro che noi gettiamo nella spazzatura, predilige chi è disprezzato, chi non è considerato da nessuno, i peccatori pubblici (Mt 11,19) e le prostitute (Mt 21,31) perché sono i più bisognosi del suo amore.

I ricchi, i sazi, coloro che sono orgogliosi del proprio sapere non sentono il bisogno di questo Padre, si tengono stretto il loro Dio. Giungeranno anch’essi alla salvezza, certo, ma solo quando si saranno fatti “piccoli”. Il pericolo che corrono è quello di arrivare in ritardo, di perdere tempo prezioso.

Nella seconda parte del brano (v. 27) viene introdotta un’importante affermazione di Gesù: “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, come nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”.

Il verbo conoscere nella Bibbia non significa aver incontrato o contattato alcune volte una persona, vuol dire “avere avuto di lei un’esperienza molto coinvolgente”. Viene impiegato, per esempio, per indicare il rapporto intimo che intercorre fra marito e moglie (cf. Lc 1,34).

Una conoscenza piena del Padre è possibile solo al Figlio. Tuttavia, egli può comunicare questa sua esperienza a chi vuole.

Chi avrà la disposizione giusta per accogliere la sua rivelazione?

I piccoli, naturalmente.

Gli scribi, i rabbini, coloro che sono istruiti fin nei minimi dettagli della legge sono convinti di possedere già la piena conoscenza di Dio. Ritengono di saper discernere ciò che è bene e si presentano come guide dei ciechi, come luce di coloro che sono nelle tenebre, come educatori degli ignoranti, come maestri dei semplici (Rm 2,18-20). Costoro, finché non rinunceranno alla loro presunzione di essere “saggi” e “intelligenti”, si precluderanno la più gratificante delle esperienze: la lieta scoperta dell’amore immenso e incondizionato del cuore di Dio.

L’ultima parte del brano (vv. 28-30) si riferisce all’oppressione che i “piccoli”, il popolo semplice, i poveri subiscono ad opera dei “saggi e intelligenti”.

Questi (gli scribi e i farisei) hanno organizzato una pratica religiosa complicatissima, fatta di regole minuziose e di prescrizioni impossibili da osservare; hanno caricato sulle spalle della gente ignorante “pesi insopportabili che essi non toccano nemmeno con un dito” (Lc 11,46).

La legge di Dio è sì un giogo e il saggio Siracide raccomandava al figlio: “Introduci i tuoi piedi nei suoi ceppi, il collo nella sua catena; piega la tua spalla e portala… alla fine troverai in lei il riposo” (Sir 6,24-28). L’insegnamento dai maestri d’Israele l’ha però trasformata in un giogo opprimente. La loro predicazione ha indotto gli emarginati a ritenersi non solo disgraziati in questo mondo, ma anche rigettati da Dio ed esclusi dal regno futuro.

Incapaci di osservare le disposizioni dettate dai rabbini, i poveri si sono convinti di essere persone immonde da cui il Signore si tiene lontano. “Questa gente che non conosce la legge è maledetta” – dichiarerà stizzito il sommo sacerdote Caifa (Gv 7,49).

A questi poveri, smarriti e disorientati, Gesù rivolge l’invito a liberarsi dalla paura di Dio e dalla religione angosciante che sono state loro inculcate.

Accogliete – raccomanda – la mia legge, quella nuova che si riassume in un unico comandamento: l’amore, perché nel cuore di Dio c’è solo amore.

Non propone una morale più facile e permissiva, ma un’etica che punta diritta all’essenziale e non fa sprecare energie nell’osservanza di prescrizioni “che hanno una parvenza di sapienza”, ma che davanti a Dio non hanno alcun valore (Col 2,23).

Il suo giogo è dolce. Anzitutto perché è il suo: non nel senso che è stato lui ad imporlo, ma perché è stato lui ad averlo portato per primo. È alla volontà del Padre che Gesù si è sempre inchinato; l’ha liberamente abbracciata, mentre non si è mai lasciato imporre precetti umani (Mc 7). Il suo giogo è dolce perché solo chi accoglie la sapienza delle beatitudini sperimenta la vera gioia.

Infine l’invito: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore!” (v. 29).

Questa affermazione forse ci sorprende: sembra un’autocelebrazione, meritata, certo, ma poco opportuna.

È tutt’altro che una vanteria!

“Imparate da me” significa semplicemente: non seguite i maestri che la fanno da padroni sulle vostre coscienze, che predicano un Dio che non sta dalla parte dei poveri, dei peccatori, degli ultimi e prescrivono una pratica religiosa che toglie la gioia con le sue pignolerie e assurdità.

Gesù si presenta come mite ed umile di cuore.

Sono i termini che troviamo nelle beatitudini e che non indicano i timidi, i mansueti, i tranquilli, ma coloro che sono poveri e oppressi e che, pur subendo ingiustizie, non reagiscono ricorrendo alla violenza.

Gesù ha vissuto conflitti drammatici, ma li ha affrontati con le disposizioni di cuore che caratterizzano i “miti”. Non ha rinunciato a confrontarsi con le forze del male, non è fuggito lontano dal mondo e dai problemi degli uomini.

Egli ha un cuore mite perché si è fatto piccolo, ha scelto l’ultimo posto, si è messo a servizio dell’uomo e ha assunto l’atteggiamento dello schiavo.

Questo è il “giogo” che egli propone anche ai suoi discepoli.

Ai poveri della terra egli dichiara: io sto dalla vostra parte, sono uno di voi, sono anch’io un povero e rifiutato!

Questo brano evangelico invita a fare una verifica sia personale che comunitaria e a porsi degli interrogativi. Qual è il Dio in cui crediamo: è quello dei “sapienti” o quello rivelatoci da Gesù? Per chi è segno di speranza la nostra comunità: per chi è convinto di meritare i primi posti o per chi si sente indegno di varcare la soglia della chiesa? Testimonia la tenerezza del cuore di Dio o la rigidità del cuore dei legulei.

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