Santa Famiglia: Dilatare i confini, vivere la “paternità”

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Se ci si guarda attorno, in un panorama dove molte idee diventano fluide, ci si accorge presto che una visione della famiglia che la descrive nel triangolo uomo, donna e figli, non appare più così ovvia.

Mi è capitato di leggere recentemente un articolo che dava conto di una ricerca fatta a partire della domanda: che idea hai di famiglia? Sono uscite una decina di risposte con le relative percentuali messe in graduatoria, che erano la dimostrazione patente di una sorta di esplosione del concetto, impossibile da inglobare in frontiere diventate “liquide”. Peraltro, già prima si usava indicare comunità di monaci, frati e suore come “famiglie religiose”, così come per altre aggregazioni si aveva, e si ha, l’abitudine di esortare allo “spirito di famiglia”.

Immagino che, davanti alle tante separazioni, insieme al calo del matrimonio sacramento, oltre a proposte di “matrimoni” tra persone dello stesso sesso, sia istintivo arroccarsi sulla difesa di quello che potremmo chiamare il matrimonio tradizionale, ma questo non risolve tutti i problemi, e non rende giustizia alla varietà di situazioni che vanno “evangelizzate”.

Credo che ci sia una via d’uscita al dilemma, e che questa consista nel lasciare un po’ sullo sfondo l’idea di matrimonio per mettere a fuoco quella di “famiglia”, che, in quanto “aggregazione”, presenta uno spettro di significato più aperto e più ampio, tale da doversi riflettere con effetto benefico sulla stessa idea di matrimonio. I testi proposti oggi possono guidarci a scoprire quali debbano essere le qualità di tali aggregazioni perché possano essere vissute in spirito di famiglia.

Fecondità, amore, amicizia

La prima lettura (Gen15,1-6; 21,1-3) mette a fuoco la figura di Abramo, che deve affrontare un problema di fondo, il primo obiettivo, sembra, di ogni famiglia che si rispetti: la “discendenza”. La cosa è certamente rilevante perché è il primo criterio che permette all’umanità di continuare ad esistere. Non per niente la crisi di natalità di cui soffriamo è denunciata con toni sempre più allarmati. Su questo non c’è niente da dire.

Mi permetto però – e spero mi si capisca – che c’è un altro aspetto da considerare, che dilata a dismisura il concetto di discendenza, ed è quello di “fecondità”, che va ben oltre l’aspetto puramente biologico della faccenda. Detto in termini crudi: non basta un parto per dire di aver messo al mondo, o “dato alla luce”, un bambino.

I genitori sono i primi ad accorgersi che, nei suoi confronti, c’è tutta una “fecondità” che deve crescere, misurarsi con difficoltà e problemi, richiedere anche sacrifici quanto più si prende coscienza, il marito con la moglie, i coniugi con i figli, che tra le persone esiste un’alterità irriducibile, e che l’altro non è mai fatto sulle proprie misure, per cui la relazione va continuamente negoziata e, se offre gioie, chiede anche inevitabilmente rinunce. Tutto questo esige che lo si impari mediante un atteggiamento di gratuità, che non è mai scontata né definitiva.

Nella vita di Abramo, cui Dio promette una discendenza «numerosa come le stelle», frutto dell’unico figlio chiamato per questo Isacco, cioè “sorriso”, viene poi incredibilmente richiesto il sacrificio di quel medesimo figlio, cosa che avrebbe mandato all’aria il beneficio garantito. La cosa viene poi impedita, e si rivela essere stata un test per mettere alla prova la fede di Abramo. Superato il test, che dimostra come Abramo si è fidato, sia della promessa sia nella prova, ne risulta che egli è fatto «padre di una moltitudine di nazioni» (Gen 17,4), non tanto per via di generazione biologica, ma anzitutto “padre nella fede”, padre di tutti, circoncisi e incirconcisi (Rm 4,17-18).

Sarebbe bello che le tre religioni abramitiche, ebrei, cristiani e musulmani, ricordassero nei fatti questa comune radice. In questo la figura di Abramo diventa esemplare per illustrare i vari tipi di “fecondità” che sono generati dal vivere in una “relazione”, a cominciare dell’atteggiamento di “ospitalità” verso chiunque, che ha la sua icona nell’incontro alle Querce di Mamre (Gen 18,1-8), nell’ottica della Fratelli tutti di papa Francesco. Solo questo rende possibile una riflessione sulla famiglia che vada oltre gli schemi potenzialmente angusti suggeriti dalla sua identificazione pura e semplice con il matrimonio.

Penso che si intenda questo superamento di prospettiva quando si dice che in una vita di relazione l’amore, caratterizzato da un forte elemento passionale, con le potenzialità e i rischi del caso, deve gradualmente trasformarsi in affetto, e inglobare il linguaggio e lo stile di ciò che chiamiamo amicizia.

Ricordo che quando proposi a un gruppo di famiglie che seguivo pastoralmente la lettura in comune dell’Amicizia spirituale di Aelredo di Rievaulx. Ci fu chi obiettò chiedendo cosa avrebbe potuto servire tale scelta a un gruppo di “famiglie”. L’obiezione si spense strada facendo, e non so quanti mi ringraziarono per aver fatto loro conoscere quel capolavoro.

Non la faccio lunga. Cito solo una serie di affermazioni: «L’amicizia è la gloria di chi è ricco, la patria di chi è in esilio, la ricchezza di chi è povero, la medicina di chi è malato, la vita di chi è morto, la grazia di chi è sano, la forza di chi è debole, il premio di chi è forte. […] L’amicizia è a un passo della perfezione, che consiste nell’amore e nella conoscenza di Dio, così che un uomo, in virtù dell’amicizia che ha verso un altro uomo, diventa amico di Dio» (Am. Spir. 2,14, p. 138).

Ci può essere “fecondità” più grande? E tutto perché l’amore di amicizia è esperienza intensa di “gratuità”, ricevuta e ricambiata, che è la garanzia più alta di relazioni riuscite.

Oltre ciò che si vede

La seconda lettura, tratta dallo straordinario capitolo di Ebrei 11, vero trattato sulla fede basato sugli esempi offerti dai protagonisti della storia della salvezza (Eb 11,8.11-12.17-19), è una sintesi che illustra la fede di Abramo dimostrata in tre prove in cui, pur senza vedere ciò che gli viene chiesto o promesso, egli obbedisce a Dio:

  1. l’invito a partire per una terra sconosciuta;
  2. la promessa di una discendenza in un matrimonio sterile;
  3. la richiesta di offrire a Dio in sacrificio il figlio unico Isacco.

Egli fece «come se vedesse l’invisibile», come sarà detto più avanti di Mosé (Eb 11,27). E questo è un altro ingrediente necessario per la vita della famiglia così come per l’efficacia di ogni relazione: saper avere uno sguardo che va oltre ciò che si vede, che è un orizzonte troppo angusto, centrato fondamentalmente sul “proprio” modo di vedere le cose, origine della maggior parte di incomprensioni e litigi che guastano l’atmosfera della relazione. È il caso di ricordare lo stretto legame che esiste tra fede e fiducia, che è un modo di “aver fede” anche nell’altro.

Silenzio e stupore davanti al progetto di Dio

Il vangelo ci presenta la Santa Famiglia in azione nel brano della Presentazione al Tempio (Lc 2,22-40). Ora, la Famiglia di Nazaret sarà anche santa, ma è certamente una famiglia “anomala” secondo i criteri correnti, a cominciare da un padre che non è tale per ragioni biologiche, al quale per primo è richiesta una “fede” per credere in ciò che è avvenuto alla sua sposa. Però, paradossalmente, proprio tale anomalia può aiutare ad allargare i confini dell’idea di famiglia, che, senza un confronto con quelle che in questa storia sembrano “stranezze”, rischia di ridursi a una prospettiva angusta e alla fine soffocante. Già il caso di Abramo ci ha aperto a una visione della fecondità che va ben oltre i meri confini della realtà biologica per aprirci agli orizzonti ben più aperti dell’amore di amicizia.

Ora cosa fanno Maria e Giuseppe con il loro bambino? Vanno al tempio per offrirlo al Signore, la cui presenza è ricordata per ben tre volte in tre righe. La loro fede compie il primo e più importante passo, per ricordare che, prima di essere loro, i figli sono di Dio. E questo dovrebbe bastare per guarire ogni rischioso istinto di “possesso” che è l’esatto opposto della “gratuità”, circa la quale quel bambino diventato grande darà la regola d’oro: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).

Lo stesso, peraltro, arriverà a fare di una anomalia una “regola” quando dirà, rispondendo ai parenti che lo cercano e girando lo sguardo su quelli che stanno seduti attorno a lui: «Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre» (Mc 3,35).

Ora, cos’altro ci comunica il vangelo di oggi sulla famiglia di Gesù? Davanti alle grandi cose, alcune meravigliose e altre inquietanti, che si sentono dire da Simeone e Anna sul loro bambino, la loro reazione è il silenzio e lo stupore. Silenzio e stupore che potremmo tradurre in un atteggiamento di ascolto in attesa degli eventi che potranno aiutare a capire.

Questo fu certamente il percorso di Maria, davanti ai pastori, ai magi, al Calvario, ma che ritroviamo alla fine nel cenacolo con i discepoli in attesa dello Spirito del Risorto (At 1,14).

Di Giuseppe non ci è dato di conoscere il destino, ma il suo esempio è sufficiente per portare al nostro discorso sulla famiglia un altro decisivo ingrediente: quello della custodia. Di Giuseppe non conosciamo neanche una parola, ma nel vangelo di Matteo abbiamo un profilo sufficiente.

Nell’accogliere Maria come sua sposa e il bambino che sarebbe nato da lei, nel difendere il bambino dalla minaccia di Erode fuggendo in Egitto, nel tornare in Palestina per vivere a Nazaret, egli, che «era giusto» (Mt 1,19), riceve «in sogno» gli ordini di Dio e fa ciò che gli viene chiesto. Figura sommessa, si direbbe, ma quanto basta per vivere ed esprimere una “paternità” vera, profonda, e generosa.

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