Il “sì” immacolato di Maria

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«Un uomo solo al comando!» urla spesso il (radio)cronista sportivo che segue un’importante gara ciclistica. Noi possiamo oggi aggiungere tranquillamente: «Una donna sola al suo fianco!». E in modo simile spesso si dice, anche ai nostri giorni: «Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna…».

Oggi contempliamo il mistero pasquale, riassunto in Gesù, raggiungerci nella liturgia con la figura della vergine Maria, la donna più vicina a lui e la più partecipe (addirittura in anticipo…) del frutto felice della sua impresa salvifica. Si trova implicata in questo perché tale è stata la sua vocazione personale, a cui ha risposto positivamente. Il brano evangelico ci racconta infatti la sua vicenda, che ha segnato i destini dell’intera umanità, in termini che più che di annunciazione a Maria si potrebbero definire il racconto della vocazione di Maria.

Il modello letterario è quello usato per narrare gli esordi spirituali di tanti profeti del Primo Testamento. Pensiamo solo al racconto della vocazione di Geremia (Ger 1,4-10). All’incontro fra i personaggi, normalmente chiamati col loro nome, da parte di Dio segue la richiesta dell’esecuzione di una missione profetica. Nel caso di Maria, la missione della sua vocazione particolare sarà quella di diventare la madre del Messia, il Figlio di Dio (vv. 30-33).

Racconti di vocazione

Nei racconti di vocazione, a questo punto, viene espressa dal protagonista umano una difficoltà, una reazione di paura, un dubbio, una richiesta di spiegazione o addirittura la richiesta di un segno di conferma. Il Signore risponde sciogliendo la difficoltà del candidato ed egli, alla fine, risponde in modo positivo. Il nome di Maria è nominato dall’evangelista Luca solo all’inizio e alla fine del brano odierno, ma nel saluto decisivo iniziale, il nome è sostituito da un verbo! «Rallegrati, tutta trasformata dalla grazia, il Signore è con te», si potrebbe tradurre. Il saluto è talmente ricco di rimandi biblici che sconcerta Maria nel profondo. Nella Bibbia il nome indica spesso la missione affidata al soggetto.

Oltre alla gioia annunziata a Sion, e all’enorme onore di essere posta fra i pochi grandi personaggi biblici ai quali il Signore promette la sua vicinanza totale per un’impresa normalmente molto impegnativa, è il verbo usato a meravigliare lei e noi: Kecharitōmenē. Un participio perfetto passivo che indica un’azione iniziata da qualcun altro nel passato, e i cui effetti perdurano nel presente di chi scrive e di chi legge. In questo caso un verbo fattivo: ad es. “rendere chiaro”, “rendere manifesto” ecc.

È di tale saluto straordinario che Maria si domanda la qualità. Si potrebbe tentare di parafrasare: «Rallegrati, tutta trasformata (da Dio) da quella grazia che ti ha reso “graziosa”, “colmata di grazia” non per merito tuo, ma per un dono (e in vista di un compito), da parte del tuo Signore, che sarà con te, al tuo fianco». Maria “perde” improvvisamente il proprio nome, per assumerne uno nuovo, decisivo per la storia della salvezza. Ella diventa memoria personale perpetua dell’opera della grazia preveniente di Dio. Il Signore la ara in profondità come un campo che deve diventare fertilissimo, la prepara, la libera dalle zolle e la bagna con le piogge perché possa rispondere liberamente, ma ben preparata, al grande compito previsto nella sua chiamata.

Il senso di timore provato da Maria non è dovuto all’apparizione (come nel caso di Zaccaria) ma alle parole sentite dall’angelo, troppo cariche di senso ai suoi orecchi abituati ad ascoltare, soppesare e custodire la parola di Dio. E l’espressione della sua difficoltà non è un dubbio e una volontà di controllare passo passo l’andamento della realizzazione della promessa, come nel caso di Zaccaria: «secondo cosa potrò conoscere questo?» (cf. 1,18).

La domanda di Maria

La domanda di Maria è la richiesta di illuminazione sulle modalità di compimento di una missione che, pur desideratissima da tutte le vergini di Israele, si allontanava molto probabilmente dai suoi normali pensieri e progetti del momento.  La traduzione CEI del 2008 ha ben tradotto la domanda di Maria: «Come avverrà questo?» (v. 34), correggendo un’inesattezza precedente («Come sarà possibile questo?) che la faceva assomigliare molto al dubbio leggermente inquisitorio di Zaccaria, a cui segue il mutismo per mancanza di fede…).

Maria non chiede un segno, come avviene in altri racconti di vocazione; si pensi a Gedeone (Gdc 6,11-24), specialmente v. 17: ««Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, dammi un segno che proprio tu mi parli». A Maria il segno di Elisabetta verrà offerto spontaneamente dal Signore stesso. Rispettando la ricchezza dell’uso delle particelle e dei casi grammaticali propri della lingua greca, le parole finali della risposta di Dio e dell’offerta del segno a Maria dovrebbero essere rese non in modo statico, ma dinamico: «Tutto è possibile a partire da presso Dio con un movimento discendente che raggiunge il beneficiario».

Maria risponde, infine, alla sua vocazione con un desiderio ardente (il modo verbale ottativo proprio del greco, qui impiegato nella forma passiva) che sia compiuto, da parte di Qualcun Altro, il contenuto proprio della sua chiamata, diventare cioè la madre del Messia, il Figlio dell’Altissimo: «Ecco la serva del Signore, avvenga per me, secondo la tua parola». E questo per opera dello Spirito Santo quale ombrosa potenza fecondante di Dio (cf. il popolo di Israele che in tal modo si forma e parte nel deserto, Es 40,34-38). Il cammino inizia, e non saranno assenti neanche per Maria le fatiche della notte della fede.

L’obbedienza di Maria

Il popolo cristiano guarda oggi con immensa gioia questa vocazione previlegiata della madre del Messia Figlio di Dio, a cui Maria ha risposto con convinta obbedienza. La bellezza dell’obbedienza preparata da Qualcuno, ma ben offerta liberamente. Un segno privilegiato certo, un soffio d’aria pura che raggiunge in anticipo il cammino di un popolo intero. Viene dal sì di Gesù sulla croce. L’obbedienza lo rende figlio bello e completo, sacerdote «con la mani piene», cioè ordinato tale grazie alla sua vita di obbedienza esistenziale, nella vita quotidiana, e non per la separazione dagli uomini e l’offerta di sacrifici animali. Un anticipo di grazia pasquale, un privilegio non esclusivo, ma inclusivo di tutti i compagni di viaggio di Maria. In Cristo «[Dio] ci ha predestinati prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» ci ricorda la seconda lettura (Ef 1,4).

Via la paura – provata da Eva – di un’obbedienza liberatrice e filiale; fine della disobbedienza – frutto dell’inganno dell’Avversario dell’uomo –, figlia della convinzione che libertà e bellezza siano mangiare tutto, possedere tutto, senza lasciare ad altri alcun spazio e margine di manovra.

Non più nudità vergognosa per libertà autofondata e autocreantesi, ma nudità splendente propria di una libertà accogliente, libertà gloriosa e filiale propria dei figli di Dio, il solo Libero e Liberatore. Di fatto, in tutta la Bibbia, Maria sarà la sola donna a essere chiamata col titolo altamente onorifico di «la serva del Signore», col suo bell’articolo determinativo davanti. Serva, cioè persona fidatissima destinata a grandissime missioni, membro di una famiglia di figli di Dio immacolati. Privilegio sì quello di Maria (preghiera dopo la comunione), ma privilegio inclusivo di tutti noi. Prima lei, e poi, tenuti per mano da lei, tutti noi, i figli redenti dal suo Figlio, novità del mondo proprio per il sì “immacolato” di Maria.

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