III di Pasqua: Sono io, toccatemi!

di: Roberto Mela

Nei cinquanta giorni del tempo pasquale la Sposa degusta con calma piena di gioia il mistero pasquale del suo Sposo, nel quale anch’essa viene risucchiata per avere la vita.

La pasqua – passaggio di Gesù più che sua passione – dispiega tutta la sua potenza di vita raccolta nel nocciolo del triduo pasquale e lo distende in un tempo di grazia, di contemplazione e di immersione vitale.

La Chiesa si incendia del fuoco d’amore dell’Agnello vittorioso e assapora il mondo nuovo di relazioni e di dono che da Gesù risorto è donato da vivere. La Chiesa è stupita della gloria dello Sposo e lo supplica con amore: “Prendimi con te, fammi totalmente tua, trasformami in te”!

Ha glorificato il suo servo

Nella prima delle cinque scene degli Atti degli Apostoli (At 1,15–8,3) l’azione sosta in Gerusalemme e di descrive la comunità con i dodici apostoli. All’inizio (3,1-26) della terza sottosezione (3,1–5,42) vengono riportati la guarigione dello storpio al tempio per opera di Pietro (e di Giovanni) e il successivo discorso esplicativo di Pietro.

Nel suo discorso (At 2,13-26) pronunciato sotto il lato orientale della spianata templare – il Portico di Salomone –, Pietro chiarisce con precisione che la guarigione dello storpio non è frutto della forza terapeutica propria dei Dodici, rappresentati dal loro capo e portavoce, Pietro. Essa non è effetto del loro “potere/exousia” o della loro “pietà religiosa/eusebeia, ma effetto della risurrezione di Gesù operata dal Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei “nostri” padri. Espressione che riprende Es 3,6.15.16, che sarà ripresa nella parte iniziale della preghiera delle Diciotto Benedizioni ed entrerà come formula fissa nella liturgia sinagogale.

Il Dio dei padri ha “glorificato il suo servo/edoxasen ton paida autou” Gesù. Nella coscienza della Chiesa primitiva, che esprime qui la più antica delle sue formulazioni teologiche con le quali tentava di interpretare e di esprimere il mistero pasquale, il Padre ha glorificato Gesù facendolo risorgere dalla morte umanamente ingloriosa e infame alla quale era stato condannato.

Gesù è il “servo/pais” del Padre, un titolo riservato ai grandi inviati scelti da YHWH per un importante compito nella storia della salvezza.

Servi di YHWH furono Abramo, Giosuè, Mosè, Davide (cf. At 4,25). Un titolo di tono “ebraico” che la Chiesa conservò per Gesù ancora nel II secolo, ma che fu poi abbandonato perché nella Chiesa a maggioranza gentile/dalle genti aveva perso la sua risonanza biblica di tenore elevato.

Il Padre risvegliò/egeirō il Figlio, il Padre “glorificò/doxazō” il suo servo, Gesù “risorse/anistēmi” per virtù propria. I tre linguaggi pasquali impiegati dalla Chiesa primitiva convergono a illustrare la dimensione trinitaria della risurrezione (come del resto lo fu in precedenza la passione).

Avete rinnegato il Giusto, l’iniziatore della Vita

Il Dio dei padri ha glorificato qualcuno che era stato ingiustamente umiliato, straziato, disprezzato e rigettato. Un “rinnegato/ērnēsaste” (vv. 13.14) dal suo stesso popolo. Pietro è franco nel rinfacciare al “popolo/laos” (vv. 11.12), agli “uomini israeliti/andres israēlitai” (v. 12) il fatto di aver “tradito/consegnato/paredōkate” e “rinnegato/ ērnēsaste” il servo di Dio, Gesù, davanti a Pilato, proprio nelle circostanze (temporali) e benché (concessivo) questi “fosse del parere/aveva giudicato/krinantos” di rilasciarlo.

I contrasti descritti da Pietro sono prolungati e impressionanti per la loro forza intrinseca. Il prefetto romano aveva deciso di rilasciare Gesù, il “santo/hagion” e il “giusto/dikaion”; il popolo invece lo “tradisce”, lo “rinnega” e chiede che, al suo posto, “gli sia fatta la grazia/sia graziato/charisthēnai” di un “uomo assassino/andra phonea”.

Gesù, che Dio ha risvegliato dai morti, è “l’iniziatore della vita/archēgōn tēs zōēs” che il popolo “ha ucciso/apekteinate”. Un verbo forte, crudo. Il popolo ha preferito un assassino che spegne la vita degli uomini a colui che è l’iniziatore della “vita piena/vita divina/zōē”.

Gesù è la causa prima, il fondatore, l’iniziatore, il capo della vita divina. Egli infatti è il primo risorto dai morti (cf. At 26,23), «esemplarmente liberato da Dio dal potere della morte [2,24]. Ora gli attori della passione hanno “ucciso” colui che Dio destinava a incarnare il suo progetto di vita per i suoi» (Marguerat). Ma Dio lo ha risvegliato dai morti, «cosa di cui siamo testimoni» afferma Pietro. Siamo garanti della vita di Gesù (10,39) ma soprattutto dell’evento di Pasqua (1,22; 2,32; 5,32).

Forte è il contrasto morte-vita contenuto in questi versetti. Pietro vuol sottolineare soprattutto questo: proprio perché è stato risuscitato dai morti, Gesù possiede la capacità di compiere dei miracoli di vita fra gli uomini.

La fede nel Nome

Non basta però il dato oggettivo della risurrezione di Gesù dai morti. Il paralitico giaceva rassegnato e “dipendente/succube” («era portato e ogni giorno lo deponevano verso la porta del tempio», 3,2) sulla soglia del luogo dove Dio aveva deciso di stabilire il suo nome (cf. Dt 12,5.21; 16,6; 26,2; 2Sam 7,13; 1Re 3,2; 5,17; 8,16.20; 9,3; 1Cr 22,7; Tb 13,13; Sal 74,7; Sir 47,13Ger 7,10.30), un nome di vita.

Ciò che lo ha rimesso in piedi è stata la sua fede soggettiva, personale nel Nome di Gesù, cioè la sua completa fiducia e il pieno affidamento alla persona di Gesù. Ha guardato con fiducia all’apostolo che gli rivolgeva la parola.

Il Nome che abitava il tempio si è mostrato essere colui che ha inviato il suo servo Gesù, nel cui Nome unicamente si può avere la vita e la salvezza (cf. At 4,12). Per la fede nel Nome/Persona di Gesù, il Nome di Gesù “ha reso solido il nome/la persona/estereōsen” che il popolo vede e ben conosce da lunga data.

Il Nome di Gesù risorto “consolida” la vita paralizzata degli uomini, la renda salda, risorta, autonoma, non più succube dell’umiliante necessità quotidiana dell’aiuto di terzi. Una vita completamente sana, sanata nella sua interezza olistica (holoklēria).

La vita del Nome del Risorto diventa vita dell’uomo che cercava la vita come elemosina alle soglie del tempio, dove risiedeva stabilmente il nome di YHWH. Tutti lo possono vedere e costatare. La fede del paralitico nel Risorto rimette ora in piedi una vita spezzata, paralizzata, “deposta” come un oggetto alle soglie del tempio di YHWH, il Dio della vita.

Dio l’ha compiuto così

Nessuna ideologia antigiudaica sulle labbra di Pietro. Il suo discorso esplicativo del miracolo giunge alla svolta decisiva (“e ora/kai nyn”, v. 17). Il “voi/hymeis” (v. 13) accusatorio – nella verità – è un’accusa fatta “in famiglia”, un litigio chiarificatore che non dimentica il fatto di essere tutti figli del «Dio dei nostri padri» (v. 13).

Il “popolo/laos” (vv 11.12) è teologicamente connotato come popolo santo, popolo di Dio, popolo di Israele composto di “fratelli/adelphoi” (v. 17) e Pietro si riconosce pienamente inserito in esso, nella sua famiglia. “capi/hoi archontes” compresi. Pietro non ha altri padri, non ha un altro Dio!

«Avete agito per ignoranza/kata agnoian praxete» (v. 17), confessa al popolo di sapere molto bene (oida). La sua non è una conoscenza acquisita per esperienza pratica (ginōskō), ma una conoscenza frutto di “visione (oida < perfetto di horaō, vedere)”, di contemplazione e di acquisizione teologica donata dall’alto. Il piano della salvezza, preannunciato dai profeti assistiti da YHWH secondo le loro prospettive storiche e progressive, «Dio lo ha portato a compimento in tal modo/ho theoseplērōsen houtōs». Rientra nel piano salvifico voluto e abbracciato dall’amore preveniente del Padre che il suo Cristo/Unto/Messia dovesse “soffrire = morire/pathein”.

L’amore è venuto incontro alla storia. Il Padre è venuto ad abbracciare e salvare i suoi figli dall’interno della loro malvagità e della loro violenza.

Nella sua benevolenza, egli non ha più scelto una via didattica, miracolistica o bellica. Ha abbracciato una scelta di amore disarmato, incarnato, debole. Un amore onnipotentemente debole. Ha scelto una “quinta colonna” che vincesse il male dall’interno: una modalità inaspettata nei suoi particolari, ma efficace in pienezza. Ha donato il Figlio alla storia di violenza e di peccato degli altri suoi figli. «Questo è il modo/houtōs» scelto dal Padre per il compimento pieno del suo progetto, preannunciato da tutti i profeti, ma non dettagliato nei suoi particolari di esecuzione.

Convertire l’ignoranza

“Iniziate a cambiare mentalità/metanoēsate” (imperativo aoristo ingressivo) e “iniziate a invertire il senso di marcia/con-vertitevi/epistrepsate” (imperativo aoristo ingressivo), chiede Pietro ai suoi “fratelli”, capi per primi.

Il campo di battaglia storico ha visto confrontarsi un piano salvifico divino che forse in parte eccedeva – nelle sue paradossali modalità esecutive – le possibilità di comprensione e di accettazione da parte degli uomini. Era necessaria la fede, l’abbandono incondizionato a una modalità nuova di azione di Dio nell’instaurazione della alleanza nuova/rinnovata preannunciata dai profeti (cf. Ger 31,31ss; Ez 11,19; 18,31; 36,26).

La Torah nel cuore, un cuore di carne e non di pietra, lo spirito di YHWH dentro l’uomo. Un preannuncio esaltante, decisivo, risolutivo. L’assunzione incarnata della violenza umana che non percepisce e non accetta l’offerta paradossale di YHWH in Gesù è però la modalità nuova escogitata da YHWH/dal Padre per il compimento pieno del suo progetto di salvezza. La fedeltà di Israele ai comandi di YHWH – specialmente a quello di mantenere il monoteismo – è ammirevole.

Israele ha forse rifiutato Gesù e disobbedito a YHWH per obbedire ai comandi di YHWH stesso? Il suo peccato è tale fino in fondo? In ogni caso, ora è aperta generosamente la via della conversione dall’“ignoranza” teologica. L’amore crocifisso e risorto può parlare a tutti i cuori. Quel “fratello” rigettato ma ora glorioso è venuto per tutta la sua famiglia, il suo popolo, per tutta la famiglia dei popoli.

Accogliete l’amore onnipotentemente debole…

Sono io, toccatemi

Gesù risorto viene incontro agli Undici, riuniti nel cenacolo con i due discepoli di Emmaus e altre persone. Nel suo incontro pasquale egli prende l’iniziativa e si pone in mezzo alla comunità stranita e colta da travisamenti di persona. Gesù dona ai suoi la pace pasquale/eirēnē hymin, il benessere integrale, il compimento della totalità dei beni messianici.

Fra i presenti regna lo sconvolgimento/ptoēthentes e la paura/timore/emphoboi. Sono scosse psicologiche continue/tetaragmmenoi e ragionamenti falsi/dialogismoi che sono comprensibili in quei frangenti che fanno combaciare i lembi della storia con il mondo definitivo di Dio, fuori del tempo, dello spazio e della sensibilità umana.

Gesù risorto insiste, però, nel confermare la permanenza della sua identità anche nel passaggio dal mondo degli uomini a quello del Padre.

Il Gesù della storia è identico al Cristo della fede. Egli invita i suoi a guardare le mani e i piedi trafitti dai chiodi, a toccare e constatare che egli non è puro spirito, un fantasma, ma un corpo vivente integrale, seppur trasfigurato dalla Pasqua.

Gesù risorto non è un fantasma: si può vedere, toccare. Egli chiede addirittura di poter mangiare con i suoi e lo fa alla loro presenza. Un realismo che Luca sottolinea con forza, perché per lui è decisivo sottolineare la continuità e l’identità della persona di Gesù prima e dopo la pasqua di morte e risurrezione.

Gli apostoli sono increduli per la gioia e pieni di meraviglia. La gioia del riconoscimento e la partecipazione al cibo ricorre anche nel momento in cui l’angelo Raffaele rivela sua identità a Tobi e a Tobia al momento del felice ritorno a casa: «Allora furono presi da grande timore/etarachtēsan tutti e due; si prostrarono con la faccia a terra ed ebbero una grande paura/ephobēthēsan. Ma l’angelo disse loro: “Non temete: la pace sia con voi/eirēnē hymin estai. Benedite Dio per tutti i secoli. Quando ero con voi, io stavo con voi non per bontà mia, ma per la volontà di Dio: lui dovete benedire sempre, a lui cantate inni. Quando voi mi vedevate mangiare, io non mangiavo affatto/ouk ephagon: ciò che vedevate era solo apparenza/horasin”» (Tb 12,16-19).

L’evangelista Luca mostra di conoscere bene gli ultimi scritti elaborati dagli ebrei e adottati dai discepoli di Gesù, scritti direttamente in greco verso la fine del secondo tempio e tuttavia non accettati nel canone ebraico. Li conosce, li sfrutta, ma introduce con libertà le sue modifiche per descrivere la novità di Gesù risorto.

Aprì la loro mente per comprendere le Scritture

Gesù risorto ricorda ai presenti la corrispondenza perfetta tra gli avvenimenti che sono successi e le parole che egli aveva detto/rivelato/elalēsa loro chiaramente almeno tre volte mentre era ancora con essi lungo la salita decisiva verso Gerusalemme (cf. Lc 9,22: «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno»; Lc 9,44-45: «“Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini”. Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento»; Lc 18,31-33: «Poi prese con sé i Dodici e disse loro: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e si compirà tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo: verrà infatti consegnato ai pagani, verrà deriso e insultato, lo copriranno di sputi e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà”. Ma quelli non compresero nulla di tutto questo; quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto».).

Il suo progetto di vita e di donazione era già stato preannunciato nei tre corpi vivi della letteratura ebraica che andarono a formare l’Antico Testamento ebraico (e cristiano): la Torah, i Profeti/Nebi’îm e i Salmi (= cioè gli Scritti/Ketûbîm).

Il progetto divino è espresso da Luca con la sua particolare espressione: “è/era necessario/dei”. Non è una necessità cieca, un fato ineluttabile che, come una spada di Damocle, pende inesorabile sul collo di Gesù. È un piano divino di salvezza in cui tutto si tiene: anticipi in persone ed eventi, riprese con slanci e ritorni all’indietro, inizio di realizzazione piena, compimento escatologico definitivo.

Gesù “apre/spalanca/diēnoixen” la mente/intelligenza/noun degli Undici e degli altri presenti perché comprendano/synienai le Scritture, la mirabile connessione e intersecazione di annunci e di realizzazioni che connette intimamente la sua persona e la sua vicenda all’insieme della storia della salvezza fin qui attuata dal Padre.

Conversione e perdono

Per autocomprendersi, Gesù si immergeva quotidianamente nella preghiera e nella lettura delle Scritture. Più o meno chiaramente vi era abbozzato un disegno, una logica con la quale il Padre procedeva nel suo dialogo con Israele e tutte le genti.

La salvezza sarebbe stata attuata non con la violenza, ma con strumenti deboli, impari, paradossali (cf. Gedeone e i filistei [Gdc 7,16-22]; Davide e Golia [cf. 1Sam 17,12-54] ecc.).

La salvezza sarebbe giunta attraverso l’assunzione della sofferenza ingiusta e della morte immotivata inflittagli dall’autorità romana spalleggiata da quella giudaica.

La Scrittura prevedeva il piano salvifico che doveva realizzarsi per volontà d’amore del Padre.

Dopo la morte e la risurrezione di Gesù, esso prevede anche la necessità di annunciare la conversione/il cambiamento di mentalità/metanoian in vista del perdono dei peccati. E questo a tutte le genti/eis panta ta ethnē, appoggiandosi sulla base sicura del Nome/Persona di Gesù /epi tōi onomati autou.

L’universalismo della salvezza era già previsto e insito nella vocazione ed elezione inclusiva di Abramo al momento dell’appello a uscire da Harran (cf. Gen 12,1-3), ma era andato illanguidendosi nella coscienza di Israele. L’apostolo Paolo lo avrebbe fatto rivivere con forza.

Cominciando da Gerusalemme

L’annuncio della conversione in vista del perdono dei peccati dovrà essere iniziato da persone (cf. v. 47 arxamenoi, participio presente continuativo maschile plurale), a cominciare da Gerusalemme. Essa sarà l’inizio geografico dell’annuncio ma soprattutto il suo inizio teologico, storico-salvifico.

Gerusalemme ha il diritto, il privilegio storico-salvifico di sentirsi annunciare per prima la possibilità della conversione in vista del perdono dei peccati. La madre che accoglie con forza centripeta irresistibile la “salita” delle genti, l’alta marea dei popoli che vi affluiscono per imparare la Torah della pace (cf. Is 2,1-5) dovrà essere la prima a sentirsi annunciare la possibilità della pace messianica escatologica attuata dal suo figlio migliore, «la tua [ = di YHWH] salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (così l’anziano Simeone nel tempio, mosso dallo Spirito: cf. Lc 2,30-32). Dopo il peccato, alla madre vengono annunciati la conversione e il perdono.

«“Di questi fatti/toutōn” voi (siete) testimoni», afferma Gesù. All’inizio della seconda parte della sua opera, Luca scriverà negli Atti degli Apostoli concentrando l’oggetto ed espandendo il campo di attuazione: «… “di me/mou” sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8).

Gli apostoli diventeranno testimoni del Gesù della storia identico al Gesù della fede, diventano essi stessi – con la parola e le traversie della loro vita – parte dell’annuncio pasquale rivolto a tutta l’oikoumenē (cf. At 24,5) e a tutte le genti/eis panta ta ethnē viventi sotto la luce del sole (Lc 24,47).

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