Trinità: Il Triangolo d’oro

di: Roberto Mela

Oggi la Chiesa non celebra un particolare evento accaduto nella storia della salvezza, reso presente nella celebrazione sacramentale. Si sofferma invece a celebrare e adorare il mistero della radice che sta a fondamento di tutto il dipanarsi nella storia della rivelazione del Dio cristiano verbis gestisque intrinsece inter se connexis (Dei Verbum 2/873).

La Chiesa celebra il fuoco divino che ha forgiato a sua immagine e somiglianza (iniziale) l’uomo e la donna nella loro diversità intrinsecamente complementare, paritetica in dignità, in cui l’uomo e la donna sono posti “come di fronte” per essere ciascuno un partner da guardare negli occhi, non un tanto come un aiuto, quanto come un partner/alleato che si realizza nell’unità comunionale, ma non fusionale. Essi sono stati creati a immagine della ss. Trinità, unità dei diversi.

Padre, Figlio e Spirito Santo ritrovano nell’unità comunionale non la fusione delle loro caratteristiche, ma la sinfonia delle loro relazioni come ciò che li costituisce nella loro stessa identità personale. Persone come relazione, persone in quanto relazione in se stesse sussistenti. Persone che esistono solo in quanto si relazionano!

Questo è il mistero profumato, non matematico ma relazionale, che esala non solo dalla Trinità e dalla profondità della storia ma anche dall’identità di ciascun essere umano, che si esalta nella comunione familiare e in quello della società più vasta.

Lo stampo infuocato della ss. Trinità si riverbera in tutte le manifestazioni umane e – si potrebbe dire – nelle meraviglie stesse del creato, nell’immensamente piccolo e nell’immensamente grande. Tutto si tiene, tutto sussiste in quanto in relazione con ciò che lo circonda e ogni danno alla relazione tocca in profondità la vita dell’essere singolo, e di ogni elemento del creato.

Un Dio vivace

Già nell’Antico Testamento/Primo Testamento il Dio biblico si rivela un Dio unico ma non solitario, geloso e “caloroso”, non gelido e appartato. Gli sta stretto il cielo ed egli “ha bisogno” dell’uomo per avere qualcuno con cui dialogare e da salvare qualora usasse male la sua libertà.

A Dio non piacciono le monadi; egli ama la gente. Per questo si sceglie un popolo che sia il suo testimone privilegiato, anche con le lacrime e il sangue, in mezzo a tutte le sue creature, le genti sparse nelle “isole” lontane, in attesa della rivelazione del suo nome.

Dopo il peccato originale del vitello d’oro (Es 32), peccato di idolatria manipolatoria e di volontà di visibilizzazione e di dominio anche sul divino, compiuto da Israele nel deserto della liberazione, Dio si “vendica” rinnovando il patto dopo la supplica di intercessione da parte di Mosè. Questi vuole addirittura vedere la “gloria” di YHWH (Es 33,18), il suo “peso” di salvezza, il suo volto di liberatore, il suo nome di salvatore. Sa che non potrebbe rimanere in vita, dopo questa legittima e sublime esperienza, e YHWH lo protegge dal suo stesso desiderio “mistico” nascondendolo in una grotta, coprendolo con la sua “mano” potente e rivelandogli solo le potenti “spalle” (Es 33,23).

Mosè sale per la seconda volta sul Sinai, per ascoltare la voce dell’Alleato che si vendica con la pazienza del perdono e che rinnova con indulgenza l’alleanza scritta nelle Dieci Parole (cf. Es 34,10ss).

Prima di esprimere la sua volontà di vita, di protezione della vita del suo popolo, Dio però si presenta, fa scorrere dinanzi agli occhi di Mosè i fotogrammi del film che compongono il suo nome: tredici attributi di fuoco, per il Dio vivace nell’amore e sempre in movimento dietro i passi incerti del suo popolo.

 

I tredici attributi di YHWH

Due volte si rivela a Mosè come YHWH: “YHWH, YHWH”. Non è una pura ripetizione, ma un chiaro segnale che la sua identità è insondabile nella sua pienezza.

Segue una “formula di grazia” che si ritroverà varie volte nei testi sacri (Gl 2,13; Gn 4,2; Sal 86,15; 103,8; 145,8, Ne 9,17).

Egli un Dio “raûm/misericordioso”, dalle viscere materne/raămîm (cf. Is 49,15) e paterne (cf. Sal 103,13).

Egli “fa grazia/annûn” generosamente e gratuitamente, in modo preveniente e immeritato.

Egli è “’erek ’appayim/lungo di narici/lento all’ira” perché il “thymos/animosità” della sua ira gelosa abbia tempo di raffreddarsi prima di uscire dalle sue “narici/naso” e giungere a colpire il popolo fedifrago, indocile e infedele all’alleanza.

Egli è un Dio «rab esed/grande nell’amore misericordioso-fedele nell’allleanza-“maschile”».

Egli è un Dio «(rab) ĕmet/(grande) in solidità affidabile, inamovibile e vera».

Sono tutti attributi del nome di Dio, qualità intrinseche al suo essere dinamico-salvifico, espressi con aggettivi. Poi ci sono gli attributi espressi con un participio presente, segno di un’attitudine voluta e costante.

Scandalosamente il v. 7 è stato tagliato nella lettura liturgica, troncando e abbreviando mortalmente la presentazione che Dio fa di se stesso! Le cose un po’ difficili si spiegano, non si tagliano!

Il Dio biblico è «er esed lā’ălāpîm/colui che in continuità custodisce, vigilante e sempre all’erta come sentinella, la sua qualità di esed per mille generazioni».

Egli è un Dio «nōśē’ ‘āwôn /che con atteggiamento voluto e costante porta (su di sé e allontanando) la colpa/perdona la colpa»; lo stesso fa con il «peša‘/delitto/crimine/ribellione» e con lo «aṭṭāh/peccato».

Si può ben capire che due attributi riguardino anche l’aspetto della giustizia divina, in parte retributiva ma soprattutto giustizia alla maniera “divina”, cioè “biblica/salvifica”.

Egli è un Dio «naqqēh lō’ yenaqqēh/che con atteggiamento voluto e costante non assolve/non lascia impunito/castiga» e infine un Dio che «pōqēd ‘āwôn/castiga la colpa» dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione (v. 7). Un Dio giusto e non arbitrario chiede conto del male.

Anche il Dio biblico non è indifferente di fronte alla malvagità. Il peccato ha delle conseguenze intergenerazionali da non sottovalutare per nulla. Il linguaggio impiegato è quello giuridico degli uomini, ma in Dio non esiste la giustizia puramente forense/retributiva, tipica degli uomini: a ciascuno il suo/unicuique suum. La giustizia del Dio “biblico” è, invece, la fedeltà alla propria alleanza e nella Bibbia Dio fa di tutto per riportare all’alleanza il partner che se ne fosse allontanato. Egli ricorre a tutti le armi dell’amore appassionato e geloso che ha nella faretra, ma per lo più la punizione di fatto è un’autopunizione che l’uomo infligge a se stesso (agli altri e al creato) con le sue scelte sbagliate.

Il contesto globale in cui si muove il Dio biblico è quello solidale/salvifico verso l’uomo ed entro questo contesto si comprende anche il “rîb/la lite giudiziaria a due”, nella quale Dio ha come scopo riportare l’alleato fedifrago alla fedeltà, all’alleanza, alla vita.

La “punizione” è menzionata come referentesi al massimo a quattro generazioni, un tempo limitato, l’arco temporale di una famiglia patriarcale, aperto alla possibilità del ravvedimento e della conversione.

L’uomo orientale è colpito dalla sproporzione “pochi/tanti”, non tanto dalla precisione “uno/dieci”, ad esempio. Nel testo biblico (scandalosamente tagliato nella lettura liturgica!) c’è l’assoluta sproporzione fra le mille generazioni lungo le quali si esplicita lo «esed/amore fedele e misericordioso» di Dio e le tre/quattro generazioni in cui si esercita la punizione salvifica, che ha come unico scopo quello di far “tornare a casa” l’alleato. Dio ama 250 volte di più di quanto “punisce”…!

Nei testi profetici più tardivi è espresso chiaramente il concetto che, secondo Dio, la responsabilità morale è personale e la colpa dei padri non cade ingiustamente sui figli (cf. Ez 18!). I profeti attestano che, se i figli si convertono, non verranno puniti (cf. Ger 31,29-30; Ez 18; 33,10-20). Se un uomo si mozza un dito anestetizzato, morirà dissanguato senza saperlo, senza avvertire nulla. Se invece avverte il “provvidenziale” dolore, correrà al pronto soccorso, si salverà/“tornerà a casa”… E Dio vuole che “torniamo a casa”, non che moriamo sotto anestesia!

Dinanzi a questo Dio dai tredici attributi giustamente Mosè si prostra prontamente e lo supplica che, anche per la sua intercessione, continui ad accompagnare il popolo fedifrago nel zizzagante cammino di liberazione. E YHWH certamente non potrà tirarsi indietro, dopo quello che ha rivelato…

Triunità d’amore

Il monoteismo è radice e motivo del terrorismo? È fonte naturale di violenza e di intolleranza fra le religioni degli uomini? C’è forse un legame necessario fra monoteismo e violenza? Una domanda non peregrina, vista la sequela di atti terroristici compiuti in nome di una presunta difesa della vera religione contro i presunti “miscredenti”. Non sarebbe meglio ammettere un politeismo tollerante?

Il 6 dicembre 2013 la Commissione teologica internazionale ha presentato un importante documento (ignorato dai più) proprio su questo argomento: Dio Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza. Dissipati i primi malintesi, la Commissione presenta l’iniziativa di Dio nel cammino degli uomini, facendo rilevare come la Bibbia insegni a praticare l’amore e a custodire la giustizia. Per salvarci dalla violenza, Dio Padre invia il suo Figlio, per amore degli uomini e per salvarci attraverso la croce di Gesù, il Figlio, superando in lui la violenza e destinando la carne dell’uomo dalla gloria di Dio.

Il monoteismo trinitario cristiano, un monoteismo di amore, nasce dall’amore e conduce all’amore, e non alla violenza.

Anche la ragione dell’uomo deve compiere il proprio lavoro (cf. la lezione Benedetto XVI a Ratisbona). Dio sostiene la passione per la giustizia, riapre la speranza della vita e la missione della Chiesa è la forza della pace con Dio.

Nel suo dialogo con Nicodemo, Gesù illustra al maestro di Israele proprio la natura di amore che connota la figura di Dio Padre. Egli non odia gli uomini, il creato e, alla fin fine, neanche le forze a lui ostili. Egli non ama le ideologie antiumane e antidivine, professate e imposte in nome di idoli che massificano, umiliano e annientano l’uomo e la società con la violenza della sopraffazione e dell’azzeramento della ragione.

Già nel Primo Testamento Dio si è rivelato progressivamente, in maniera pedagogica paziente e comprensiva verso il suo popolo, come un Dio vivace e “dinamico” in se stesso.

Dio si è rivelato come fonte della sapienza e in possesso di uno spirito che egli intende comunicare agli uomini perché assimilino dall’interno la sua volontà d’amore e la possano vivere con la naturalezza, la spontaneità e la gioia propria dei figli.

Dio vuole salvare il mondo, gli uomini e il creato dal processo entropico di autodissolvimento nella malvagità umana che annienta se stessi e i propri compagni di viaggio.

Gesù, Figlio di Dio, Verbo incarnato, si rivela tutto recettivo rispetto al Padre e comunicante agli uomini nello Spirito tutto quello che appartiene al Padre. Il Verbo di Dio rivela di essere pura relazione, e di trovare gioia e pace in questo.

Nella Trinità vige la legge dell’amore, dell’autocomunicazione piena, nella gioia dello spossessamento in favore dell’altro e nella pace, nonché di vivere nella recettività pienamente accogliente e aperta alla comunione.

Nella Triunità cristiana vige l’unità comunionale e non fusionale, e su questo modello è stato creato l’uomo e la donna, e il creato intero.

Il mistero inaccessibile della Triunità, che la Chiesa celebra oggi nell’adorazione pensosa ed eucaristica, è il fondamento dell’unità e della comunione di ogni uomo rispetto dell’altro, che sola può essere fondamento di una vita personale e comunitaria degna dell’essere umano, creato a immagine del Dio vivace e dinamico, “familiare”, e tendente a raggiungere la piena somiglianza con lui.

«… tutti siano uno, come noi siano una sola cosa – supplica Gesù nella Grande Preghiera –; come tu, Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21).

«In questo si conosce che noi rimaniamo in lui [= Dio] ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito» (1Gv 4,13).

«E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: “Abbà, Padre!”».

La Triunità è il grembo da cui tutti siamo nati e l’approdo felice in cui tutti vogliamo ritrovarci, camminando insieme nella sinfonia delle diversità pacificate.

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