V Pasqua: la croce trono di “gloria”

di: Carlo Ghidelli

Sappiamo che tutto il tempo pasquale può essere considerato come un unico giorno: giorno di luce e di gioia immensa; giorno che prelude a quel “giorno” che non finirà mai, nel quale saremo gratificati per sempre della vita stessa di Dio. La pasqua non può non accendere in noi un forte desiderio di paradiso, non certo per evadere dal tempo nel quale Dio ci chiama a vivere e a testimoniare la nostra fede, quanto piuttosto per completare il nostro itinerario terreno.

Le letture bibliche di questa domenica, in una sequenza strettissima, si incaricano di sottolineare questo concetto; soprattutto la pagina evangelica nella quale Gesù in persona parla della sua «gloria», alla quale, per un dono immenso e inimmaginabile della divina misericordia, parteciperemo anche noi.

1. La prima lettura di questa domenica ci presenta una pagina degli Atti degli apostoli nella quale si narra l’epilogo del primo viaggio missionario che Paolo ha fatto in compagnia di Barnaba. Uno dei tanti viaggi che Paolo farà: il più breve, ma già ricco di singolari esperienze missionarie degne di essere ricordate.

Paolo era partito da Antiochia in compagnia di Barnaba e ad Antiochia approda, dopo aver visitato Listra e Iconio.

A viaggio compiuto, Paolo e Barnaba tirano una conclusione che dà molto a pensare, «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Essi avevano sperimentato non poche difficoltà, soprattutto il rifiuto forte e palese di molti che non vollero dare alla Parola quella accoglienza che manifestasse la loro apertura alla fede.

 Prima di lasciare le comunità che avevano fondato, Paolo e Barnaba, esercitando la loro responsabilità di apostoli, si preoccupavano di lasciare un minimo di organizzazione: infatti, «designarono per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo aver pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto». Annotiamo: non solo preghiere, ma anche digiuno.

Infine, «riunirono la Chiesa», allo scopo di affermare la grande novità che avevano acquisito nell’esercizio della loro missione e verso la quale desideravano far convergere l’attenzione di tutti, apostoli compresi (lo si vedrà nello svolgimento del concilio di Gerusalemme: cf. At 15): Dio aveva aperto anche ai pagani «la porta delle fede»: una novità del tutto inedita, che non mancò di suscitare meraviglia e scandalo in alcuni, mentre in altri scatenò una gioia indicibile.

2. Il salmo responsoriale è un vero e proprio inno, nel quale prima si confessa chi è Dio e, poi in seconda battuta, si invitano tutte le creature a lodare Dio creatore.

È logico, perciò, aspettarsi una professione di fede simile a quelle che si incontrano spesso in molti libri dell’Antico Testamento; una professione di fede tutta centrata sulla bontà misericordiosa di Dio, con la quale egli manifesta la sua vera natura di un Dio abitato dalla pietà, dalla misericordia e dalla clemenza, un Dio che ama farsi conoscere nella sua tenerezza paterna: «Misericordioso e pietoso è il Signore… Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature».

Tuttavia, il popolo d’Israele non si accontenta di essere considerato privilegiato per aver ricevuto una rivelazione speciale su Dio, ma desidera che tutti i popoli, come lui e dopo di lui, arrivino alla stessa conoscenza di Dio. Anche questo entra nel suo “credo”: «Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli… Per far conoscere agli uomini le tue imprese e la splendida gloria del tuo regno».

Non dobbiamo dimenticare che la dimensione missionaria entra di diritto nella fede ebraica. È da questa verità che sgorga il proposito espresso nel versetto responsoriale messo in bocca a un pio israelita: «Benedirò il tuo nome per sempre, Signore». Benedire il nome del Signore per un israelita significa porre il Signore al di sopra di ogni suo interesse, senza limiti di tempo e di spazio.

3. La seconda lettura presenta uno stralcio del libro dell’Apocalisse che descrive il trionfo finale di Dio su tutte le forze avverse, rappresentate dalla Bestia: combattimento ampiamente descritto nei capitoli precedenti.

Questo trionfo è presentato per mezzo di immagini forti e incisive. Si parla anzitutto di «un cielo nuovo e una terra nuova», che rimanda sia al libro della Genesi (1-2) sia al libro del profeta Isaia (65,17); per dire che tutto ciò che il Signore Dio opera per mezzo di Cristo, pur realizzando le profezie del Primo Testamento, ha i caratteri della più assoluta novità.

Si parla anche della città santa, la nuova Gerusalemme, madre di tutti i popoli e non più solo appannaggio di un solo popolo. Per questo a Gerusalemme come alla loro patria guardano ormai tutti i popoli della terra. Chiamandola «nuova» l’apostolo intende indicarla non più nella sua consistenza materiale, bensì nel suo significato simbolico ma non irreale: quale patria escatologica che si apre e sempre si aprirà per l’ingresso di tutti i suoi figli.

L’apostolo Giovanni è anche testimone di una rivelazione nuova: «Udii allora una voce potente che veniva dal trono e diceva: “Ecco la tenda di Dio con gli uomini”». Letta alla luce di quanto è scritto nel quarto vangelo 1,14: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi», quella espressione significa che ormai l’umanità non ha più bisogno di avere una tenda materiale nella quale Dio venga a porre la sua dimora in mezzo a noi, perché egli si è reso e si rende presente a noi nella tenda della santa umanità del Figlio suo.

4. La pagina evangelica è tratta dal vangelo secondo Giovanni, una parte di quel discorso dell’ultima cena, nella quale Gesù offre una profonda rivelazione di sé. Egli parla della sua «gloria» e afferma di essere stato glorificato nella sua qualità di «Figlio dell’uomo», aggiungendo che anche «Dio è stato glorificato in lui».

Ma che cosa dobbiamo intendere per «gloria»? In che cosa consiste esattamente questa «gloria» che Gesù condivide con il Padre suo? Sono molte le spiegazioni che potremmo dare, ma forse una sola le riassume tutte: Gesù alludeva alla manifestazione dell’amore del Padre. Amore che spinse Dio ad annichilirsi fino a diventare uomo e poi spinse l’uomo-Dio a soffrire i tormenti di una morte in croce.

Questo amore Giovanni lo chiama «gloria»: non dobbiamo dimenticare, infatti, che, per il quarto evangelista, la croce di Gesù non è tanto uno strumento di supplizio quanto piuttosto un trono di gloria. Paradossale ma vero! Questo è la croce di Gesù, quando essa viene contemplata in tutta la sua potenza salvifica.

Questo amore, per l’evangelista Giovanni, costituisce anche la fonte e la motivazione di quell’amore fraterno, che è la quintessenza del cristianesimo. Questo è il «comandamento nuovo» che sgorga dalla alleanza nuova e richiede un modo nuovo di vivere i rapporti interpersonali: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri». È il modo più sicuro per farci riconoscere come discepoli di Gesù.

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