V di Pasqua: Vogliamo vedere Dio!

di: Roberto Mela

La cena dell’intimità, la cena pasquale, l’Ultima Cena per Gesù prima della sua offerta totale, entra nel profondo dei lasciti testamentari. Il cuore si apre alle domande, ai dubbi, ai sentimenti più caldi, alle prospettive più promettenti.

L’amaro comincia però già a serpeggiare fra gli Undici rimasti. Uno si è già allontanato nella notte, a “consegnare” l’Inviato. Il portavoce degli altri, Pietro, promette di seguire il suo Maestro ovunque “ponendo la propria vita” per lui, come il Buon pastore ha già promesso che farà per i suoi. Ma la risposta di Gesù gela le ossa a tutti, annunciando il triplice rinnegamento di Pietro nel giro di una manciata di minuti, quando l’alba manderà i primissimi bagliori di fuoco sul Cenacolo, ascendendo da dietro il Monte degli ulivi e risvegliando i galli insieme alle persone che devono andare a lavorare. L’atmosfera non è fra le più liete, gli animi sono un po’ depressi e pensosi, le ore a venire poco promettenti.

Vado a prepararvi un posto

Gesù si era già turbato (tarassō) profondamente prima di annunciare il tradimento di Giuda (Gv 13,21) e ancora di più, dopo aver vibrato nelle sue più intime corde al veder piangere le sorelle e gli amici di Lazzaro (Gv 11,33), la sua anima si era turbata di fronte all’ora tragica e dolorosa della passione che lo attendeva (Gv 12,27).

Ma Gesù aveva calmato il suo cuore riandando alla sorgente della sua missione, al seno di quel Padre da cui era partito per glorificarlo sulla terra, mostrando a tutti l’amore con il quale egli amava gli uomini. Proprio per quest’ora egli era venuto nel mondo e, se il suo cuore tremava, la sua anima si rasserenava progressivamente nell’abbandono al Padre dell’amore. Per questo motivo Gesù ora può invitare gli Undici a non lasciare che il loro cuore sia turbato (14,1) oltremodo. Invita i suoi ad abbandonarsi con tutto se stessi a lui e al Padre, che non li inganneranno e non verranno meno all’alleanza eterna. “Eterno è il suo amore per noi” (Sal 136).

Gesù non sparirà per sempre dall’orizzonte vitale degli apostoli, di sua madre, delle apostole, dei suoi amici. Non sparisce, ma precede. Precede i suoi nel “perfezionamento” sacerdotale della sua umanità (cf. Eb 5,9), resa totalmente trasparente e aderente a quella del Padre, nella sua volontà d’amore. Mediante quella volontà – quella del Padre partecipata al Figlio sommo sacerdote dei beni futuri – siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre (Eb 10,10).

Gesù parte per il cielo, precede i suoi nel cammino verso il Padre. Ma chi ha detto che il cielo sia in alto, e non nella profondità delle cose, della realtà? Gesù non va in paradiso a prepararci un posto per poi venire a prenderci alla fine della nostra vita.

Gesù raggiunge il Padre nel compimento pieno della sua volontà, perché, dopo essere stato innalzato alla sua destra in piena dignità regale e divina, possa ricevere nella sua umanità glorificata lo Spirito Santo promesso ed effonderlo sui suoi fratelli (cf. At 2,33), i fratelli del Risorto (cf. Mt 28,10). La casa del Padre ha molte dimore, e un posto è preparato per tutti. Il “posto/luogo” nel Primo Testamento indicava spesso la terra promessa e spessissimo Gerusalemme, il luogo scelto da Dio per farvi abitare il suo nome (cf. Dt 12, 5.11.21.26; 14,23, 16, 6.15; 17,826,2…).

Nel giudaismo rabbinico posteriore a Gesù uno dei nomi con cui Dio sarà chiamato sarà appunto quello de “il Luogo”/Ha-Maqom). Dio padre è il luogo/posto dagli ampi spazi di vita. Ma le sue dimore, spaziose e numerose come quelle del tempio di Gerusalemme, ora sono le membra che compongono il corpo di Cristo risorto, glorioso. Il luogo dalle molte dimore è il corpo umano-divino della Chiesa, corpo di Cristo che cammina ancora in parte sulla terra, ma animata totalmente dallo Spirito del Risorto.

Io sono la via, la verità e la vita

Tommaso chiede la mappa precisa dei sentieri di Dio e di Gesù, dove passi e dove porti la via del Maestro. Molte sono le ideologie, le proposte, le scelte da fare, i mezzi di cui servirsi, e quando il Maestro non sarà più presente in modo visibile, chi guiderà i suoi “fratelli”? Non una dottrina certo, non un’estraneità dal vissuto della gente, non un’astrazione dalla terra (cf. At 1,11: “Uomini di Galilea, perché state a guardare [atenizontes = fissare attentamente] il cielo?”).

La via da seguire nella vita è la persona di Gesù, le sue parole, i suoi gesti, le sue scelte, il suo cuore. Lui è la verità che fa liberi perché rivela il cuore del Padre, che è la verità in quanto amore e bellezza. Gesù e il Padre sono una cosa sola. Le opere di Gesù sono quelle che il Padre opera per mezzo di lui.

La verità farà liberi, perché, liberando gli uomini dal delirio prometeico di una liberta ab-soluta, libera da ogni impegno e responsabilità, la collega ad una liberazione dal vizio narcisistico mortale per un impegno d’amore che è pienezza di vita veramente “realizzata”. Quando si cammina sulla via giusta, conoscendo nell’amore la verità, si gusta la vita piena, che è il dono generoso di sé.

Questo è la via, la verità e la vita che è Gesù. Lui si appresta a vivere per primo, anche in queste ore tremende che si preannunciano, come ha sempre fatto in tutti gli anni della sua vita, “nascosta” e pubblica: nella verità dell’amore che è la vita della via su questa terra.

Mostraci il Padre!

Anche in noi gorgoglia un’acqua viva che ci dice: “Vieni al Padre!”. Anche noi vogliamo avere l’esperienza viva, fresca dell’origine di ogni bene, di ogni bellezza, di ogni verità. Abbiamo voglia di sentirlo, di toccarlo, di vederlo vicino in tanti momenti difficili del nostro cammino. Padre, rivelaci il tuo volto, il tuo cuore, fatti sentire, dà luce ai miei occhi, forza alle mie braccia, coraggio al mio animo! Eppure, non ci resta che il grande lascito di Gesù. Che è sufficiente, per chi crede e per chi ama.

Il volto del Padre è riflesso in ogni volto crocifisso attaccato alle pareti delle nostre stanze, nel viso dei poveri, nella paura dei profughi, nell’abbandono dei contemplativi.

Il volto del Padre sono le piaghe di chi cerca una parola di presenza e di sostegno, un pezzo di cammino fatto insieme, la condivisione di una ferita, di una perdita, di un lutto.

Il volto del Padre è riflesso nelle opere del Figlio: annuncio della Parola, guarigione di malati, conforto dei delusi, gioia dei credenti.

Volto del Padre è la bellezza del creato custodito e curato con amore.

Volto del Padre è stare seduti tutti alla stessa mensa, con la stessa dignità.

Volto del Padre è la comunione d’amore degli sposi, le lacrime di chi piange, il sorriso disarmante dei bimbi.

Gesù va verso il Padre con la sua umanità gloriosa, riceve la pienezza dello Spirito e torna per effonderla sulla sua Chiesa. La Chiesa può essere il cielo sulla terra, se vive della vita “preparata” da Gesù, il suo Spirito di Figlio che fa vivere da fratelli.

Sette uomini per una Chiesa viva e unita

Il posto preparato da Gesù risorto ai suoi discepoli è il corpo vivo della Chiesa, il suo corpo glorioso che cammina in parte ancora sulla terra per raccogliere in unità tutti gli uomini per renderli figli nel Figlio. La comunità dei discepoli ha molti posti, molte lingue, molte culture.

La trascuratezza nei confronti delle vedove credenti grecofone al momento della distribuzione del cibo di sussistenza tradisce probabilmente problemi ben più gravi che scuotevano la Chiesa primitiva. La convivenza fraterna fra giudeo-cristiani che parlavano aramaico, quelli che parlavano greco e alcuni che avevano aderito alla “Via” provenendo direttamente dalle “genti” – ma dopo una catechesi ricevuta da fratelli giudeo-cristiani – che parlavano greco o latino non deve essere stata sempre facile.

La comunità ha una crisi di crescita. E la crisi viene risolta non a colpi di dottrina o di diktat degli apostoli, ma sollecitando la comunità a scorgere, favorire e proporre pubblicamente persone in possesso di carismi che possono aiutare la Chiesa a esprimere tutta la propria ricchezza carismatica e a poter vivere così al meglio la fraternità nella diversità sinfonica.

Gli apostoli si riservano la preghiera e la predicazione della Parola, ma anche “i Sette” eletti – conosciuti come i sette “diaconi” – si ritroveranno anch’essi a predicare la Parola e non solo a servire alle mense… (cf. Stefano in At 6,5 e c. 7; Filippo in At 6,5 e At 7,4-13.26-40).

Preghiera, annuncio della Parola, servizio di solidarietà concreta alle persone fanno corpo unico nel vissuto della Chiesa. Il carisma di ciascuno ricorda agli altri ciò a cui tutti sono chiamati, essere sulla terra presenza di Gesù, fonte di comunione e di vita fraterna. Gli apostoli riconoscono la scelta fatta “dal basso”, da parte della comunità coinvolta nella decisione delle scelte anche riguardanti la leadership ecclesiale.

Non si tratta di scopiazzare il metodo democratico dei vari tipi di elezioni, ma è in ballo la ricerca spirituale, fatta nella comunione, dei carismi di ogni genere già presenti nel tessuto ecclesiale e che vanno favoriti perché la Chiesa diventi in verità e pienezza ciò che essa è: convocazione di fratelli, uniti nello Spirito di Gesù, per una testimonianza contagiosa di una vita vissuta in modo “alternativo”.

Il servizio rende vera la predicazione, la preghiera e l’annuncio della Parola sono l’unica sorgente fresca di vita e di crescita che permette alla Chiesa di non appiattirsi sull’ideologia mondana globalizzata.

La gente chiede (quasi sempre implicitamente) alla Chiesa: mostraci Dio, mostraci Gesù, mostraci il cielo, mostraci il senso della vita, mostraci la gioia, mostraci il segreto della tua lunga vita!

La Chiesa guarda sempre al suo sole, Gesù, e come luna ne riflette con fedeltà la sua luce splendente. Non però una luce lunare smorta e languida, ma vivida e vivace, allegra: «… spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore» (At 2,46).

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