Venerdì santo: È compiuto!

di: Roberto Mela

Nel globo infuocato del triduo pasquale, un roveto ardente di mistero compatto e articolato – passione-morte-sepoltura-risurrezione – entriamo nella seconda delle tre sale del tempio/naos: l’“Hêkāl/Il Santo”. Anticamente vi si trovavano la tavola dell’offerta con i dodici “pani della proposizione” o “pani della presenza/ leem ha-Pānîm” (lett. “pane del Volto”) – che la Legge richiedeva che fossero costantemente alla presenza di Dio (cf. Es 25,30; cf. Mt 12,4 “i pani dell’offerta/tous artous tēs protheseōs”) – e l’altare dei profumi.

Com’è descritto in Es 30,1ss, esso si presenta simile a un parallelepipedo di legno d’acacia, alto un metro e di mezzo metro per lato, rivestito d’oro, con anelli per le stanghe del trasporto e con i corni ai quattro angoli, come per l’altare degli olocausti. L’altare era destinato alla combustione degli aromi vari e degli incensi offerti a Dio.

Ogni mattina e ogni sera il sacerdote, dopo aver controllato e alimentato le lampade del candelabro, offriva un sacrificio di incenso al Signore, simbolo della lode perenne di Israele. L’orante del Salmo 141,2 esclama: «La mia preghiera stia davanti a te come incenso, le mie mani alzate come sacrificio della sera».

Nella celebrazione della passione del Signore la Chiesa non celebra il sacramento dell’eucaristia, per soffermarsi invece in adorazione davanti al crudo evento della passione e morte del suo Signore, evento che sta all’origine della salvezza, ripresentato nei segni sacramentali durante la celebrazione eucaristica e anticipato nei segni anche da Gesù nell’ultima cena.

Torniamo alla fonte pura, contempliamo i dolori della passione e l’onerosità della morte del Signore Gesù, l’offerta del suo corpo e del suo sangue, ma contempliamo soprattutto l’amore del suo Cuore, la vera sorgente di redenzione universale. Non il sangue ci ha redenti, ma l’amore di Colui che l’ha versato per noi, mentre ancora eravamo deboli, empi, peccatori e nemici (cf. Rm 5,6-11). L’innocente Servo Messia del Signore YHWH «… ha spogliato se stesso fino alla morte ed è stato annoverato tra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli» (Is 53,12). «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Zc 12,10; Gv 19,37).

Il giusto mio servo giustificherà molti

Il quarto carme del servo di YHWH (Is 52,1–53,12) ammutolisce l’assemblea, tant’è accorato e insieme crudo il dialogo che intercorre tra YHWH, la voce narrante e un “noi” che è pienamente coinvolto nel dramma di questo servo innocente che muore a nome di tutti, riportando tutti a Dio grazie alla sua innocenza, al suo silenzio, al suo affidamento a Dio.

L’assemblea sente nelle viscere che la figura e il mistero di Gesù redentore sono stati giustamente compresi dalla Chiesa primitiva alla luce di questa vicenda, di questo brano del grande profeta del Primo Testamento, Isaia. Un testo che ha guidato dapprima l’annuncio e poi la stesura dei Vangeli.

Un oracolo introduttivo di YHWH (52,13-15) e un altro conclusivo (53,11-12) inquadrano il corpo centrale, una lamentazione collettiva (53,1-10) in cui si alterna una voce narrante e il lamento di un “noi” che non sono più le genti dell’oracolo introduttivo, ma il popolo di Israele che si riconosce partecipe del dramma del Servo e giunge a conversione. Il giusto servo di YHWH può essere una parte fedele del popolo di Israele, o uno dei giusti profeti del Signore perseguitati e uccisi.

In ogni caso, noi lo contempliamo come persona singola, in cui intravediamo chiaramente il volto del nostro Amato redentore, che dialoga, assume e invera la passione del suo preziosissimo precursore. Il Signore YHWH proclama fin da subito l’innalzamento e la gloria regale che sarà riservata al suo servo respinto e umiliato, cosicché i re della terra si chiudano la bocca di fronte al mistero della conversione e della redenzione del popolo di YHWH dapprima e poi di tutte le genti. Dall’orrore di una faccia dis-umana, s-figurata, allo stupore di sentir proclamare il destino glorioso nato da una così grande ingiustizia. E questo tramite un amore mite e debole, innocente e pro-esistente.

Nel corpo centrale del carme la voce narrante e il “noi” del popolo sempre più partecipe riconoscono l’estremo abbandono a cui è stato sottoposto il servo del Signore, uno del popolo, uno di loro. Tutti pensavano – come era stato loro insegnato fin da piccoli nella rigida legge della retribuzione – che egli soffrisse a causa dei propri peccati e dei propri sbagli. E Dio lo aveva giustamente prostrato con dolori; inflessibile, aveva fatto ricadere giustamente la sua “lezione/mûsār” sul colpevole (53,5b).

Questo era ciò che si vedeva, ciò che pensava la gente, il “noi”. Ma avevano visto anche la mitezza del servo, il suo silenzio colmo di abbandono in Dio, avevano constatato la sua innocenza, avevano deplorato un giudizio mal fatto – o addirittura non fatto –, concluso con un’ingiusta condanna.

Ma cosa ci dicono quegli occhi con cui ci guarda? Non ci disprezza, non ci condanna, non si separa da noi. Sta in mezzo a noi, ci prende con sé, dà una direzione a noi sicuri nella Legge ma sbandati nella vita. Sono degli occhi che “prendono in sé, su di sé” anche il nostro cammino.

Egli soffre, ma non ha fatto nulla. È innocente, e allora se soffre lo fa per noi, a causa nostra, dei nostri peccati. Soffre per noi, al posto nostro, come nostro rappresentante. Non si sostituisce a noi, ma ci prende con sé, nella sua innocenza sfregiata dal nostro male.

Quegli occhi miti e pacifici penetrano il nostro cuore e ci inchiodano dentro domande pesanti come montagne. Non ci saremo sbagliati sul suo conto? È possibile una sofferenza innocente – procurata da noi o misteriosamente presente nel mondo – che YHWH abbraccia col suo cuore facendola sua?

Una tale pazienza silenziosa e solidale non si è mai vista fra noi. Sembra divina, sembra che YHWH stia dalla sua parte e che tutti noi ci stiamo sbagliando sul suo conto. Non lascia cadere a terra niente della nostra malvagità, raccoglie tutto, abbraccia tutto, metabolizza tutto il nostro male e con quegli occhi ci attira a sé, e a YHWH che lo sostiene. In quegli occhi possiamo benissimo vedere il suo cuore, e il suo cuore è per noi. Non ci allontana, ma ci avvicina a sé, a YHWH, ci riporta ad aver un buon rapporto con lui.

YHWH gli dà la forza di renderci “giusti”, con un buon rapporto con il Signore fondato su buone coscienze, “convertite” nel giudizio e grate per una sofferenza così solidale e redentrice.

E il Signore YHWH conferma nell’oracolo finale (53,11-12) la sorte gloriosa che attende il suo servo, colui «ha preso su di sé e ha portato via» le iniquità di tanti suoi fratelli, la gente del suo popolo. È stato contato fra i peccatori, ha versato la sua vita fino a morire, ma in realtà portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori. Vedrà la luce, vedrà la discendenza, vedrà la risurrezione, farà bottino della vita di tutte le genti, per portarle nella sua regalità messianica, per compartecipare conoscenza di Dio e luce di vita. Per mezzo di lui si è compiuta in modo tragicamente paradossale la volontà di Dio.

Il Signore YHWH si è compiaciuto della solidarietà redentrice con la quale il suo servo è stato prostrato dai dolori inflittigli dagli uomini. «E invece lui era trafitto dalle nostre colpe, schiacciato dalle nostre iniquità» (A. Mello: “da/min” di agente, non di causalità). Il Signore ha abbracciato con sofferenza, nel suo piano di salvezza, anche queste strade violente degli uomini, cammini di morte e di sopraffazione, di errori contro Dio che sono in realtà gesti prometeici o narcisisti antiumani.

Dio non è violento, non prostra nessuno dei suoi figli con dolori e sofferenze. Rispetta i nostri cammini sbagliati, e si compiace quando un suo figlio riporta tutti a casa con la sua vita donata. Le genti volgeranno grate lo sguardo a colui che le ha riportate a Dio. I cuori dei figli sono convertiti. C’è gioia in cielo.

Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto

«Ecco il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente… i re davanti a lui si chiuderanno la bocca» (Is 52,13.15). Il servo messianico regale avanza con sovranità incontro alla sua passione e, di fronte a lui, le guardie del potere religioso e politico non possono che cadere a terra.

«Io Sono» (Gv 18,6.8), proclama Gesù, io sono l’Inviato di YHWH/«Colui che sarà con chi vorrà essere, e come vorrà essere, e ci sarà solo per stare al suo fianco e salvarlo» (cf. Es 3,14). Nel “giardino” – Gv 18,1.26 kēpos; F. Delistzsch traduce in ebraico gan; così anche la traduzione in ebraico moderno corrente; cf. Gen 2,8.15 gr. paradeisos/ebr. gan – entra il nuovo Adamo, ne prende possesso regalmente e si consegna volontariamente ai nemici.

L’evangelista Giovanni narra gli eventi con sguardo profondo, che sa cogliere la verità teologica dei fatti, senza per questo essere trascurato nei dati cronologici e topografici.

Gesù conosce e domina sovranamente gli eventi (cf. 18,6). Nessuno gli toglie la vita, ma è lui a “porla” e a “riprenderla liberamente” (cf. Gv 10,11.17; 13,4.12). Nella sua coscienza ha accettato di bere il calice che il Padre gli ha “donato” (così lett. 18,11). La passione è il dono paradossale che il Padre offre al Figlio perché egli possa mostrare al mondo la sua vita di Figlio, cosa lo muove nel cuore e quanto egli ami gli uomini e ami e obbedisca al Padre (Gv 14,31 «… bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco»).

L’evangelista ricorda (18,14) la profezia involontaria di Caifa riguardo alla sorte di Gesù: «È conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo». In 11,51 alla “profezia” seguiva il commento di Giovanni stesso: «Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi».

È compiuto!

La passione di Gesù è quella di un re. Gesù è re (cf. 18,37), perché egli è la Verità, rivela il Padre e il suo amore. In sette scene (18,28–19,16), disposte fra “dentro” e “fuori”, l’evangelista Giovani descrive il processo romano.

Il potere politico-militare, il prefetto, vuole giudicare il Re, ma è Gesù che è venuto per un giudizio, a far luce agli uomini, a far emergere le opere delle tenebre. Per tre volte Pilato afferma di non trovare in Gesù nessuna colpa (18,38; 19,4.6). Egli è innocente come il servo di YHWH (cf. Is 53,9b «sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno sulla sua bocca»).

Le parole dell’inchiesta si assommano a quelle dell’accusa dei “giudei”, cioè i capi religiosi, l’insieme delle forze ostili a Gesù (non certamente tutto il popolo o gli ebrei di tutti i tempi!). Ma nessuno ascolta la Verità, la Rivelazione del Padre portata dall’Inviato (cf. Gv 1,14; 14,6; cf. 1,18).

Al centro delle sette scene, Gesù è incoronato re (cf. 19,1-3): sembra una burla atroce e dolorosa, ma “svela” la verità profonda. Il re andrà in croce, innalzato per attirare tutti a sé (cf. 12,32 «quando sarò innalzato, attirerò tutti a me»). Una croce che attira, che unisce, che raduna i dispersi.

La tunica inconsutile della Chiesa resta unita, non scissa. È il re non solo dei giudei, ma di tutti gli uomini, lo dicono le lingue del titlon apposto sulla croce, quelle più parlate al mondo in quel tempo. E quel che è scritto rimane scritto per sempre e per tutti (cf. 19,19-23).

È la croce gloriosa, una gloria di unità. Gesù in croce è il nuovo monte di Sion da cui esce la Torah del Signore YHWH. Ad essa devono guardare e lasciarsi attirare tutte le genti (cf. Is 2,2-3). Sotto la croce l’intrepida Madre e il Discepolo Amato sono il germe di una comunità messianica rinnovata, germoglio nuovo irrorato dalla vita donata e dallo Spirito di Gesù. Egli è l’agnello pasquale della liberazione definitiva, che muore «sapendo che ormai tutto era compiuto affinché si compisse la Scrittura» (così è meglio leggere Gv 19,28). Allora il “consegnato”, sballottato a cascata – da Giuda ai capi giudei, dai capi a Pilato, da Pilato ai soldati (cf. 18,2.5.30.35.36; 19,11.16) –, può finalmente riposare “consegnando” l’ultimo dono, il suo “spirito”.

«Tutti siano una cosa sola», aveva pregato Gesù nella Grande Preghiera, la preghiera dell’Ora (17,21). E così sarà: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37; cf. Zc 12,10). Ora il Servo di YHWH attira finalmente gli sguardi (cf. Is 53,2). Lo sguardo di tutti rivolto allo sfregio del Cuore del Figlio Unigenito riunirà per sempre “i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,52).

«È compiuto/tetelestai» (Gv 19,30). Sigillo di unità, sigillo del Crocifisso glorioso.

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